Sabato… trippa!

Lavorare stanca, tant’è che si è inventato il fine settimana per riposare: la parola “sabato”, tanto per intenderci, deriva dall’ebraico “shabbāth” che significa: “riposare, cessazione di attività”. Le malattie, però, non si curano del nostro sacrosanto diritto al riposo e, perfide, sono pronte a colpire quando, stanchi ed amareggiati, abbassiamo la guardia. E ci colgono in fallo, ahimè, o meglio, colgono in fallo il sistema di difesa, quella sorta di scudo spaziale rappresentato dal sistema sanitario.

Un esempio?
Quale esempio migliore che l’infarto acuto, che è il nostro pane quotidiano, e il New Jersey, che non è certo le Madonie … Ebbene, quando nel New Jersey si giunge in ospedale con un infarto durante il week-end, si scopre che il destino del paziente, già provato, è ancora più gramo di quanto sia nei cosiddetti week-day.

Perché?
Perché, sostengono gli Autori, nel New Jersey, probabilmente come altrove, si ricorre meno alle metodiche invasive rispetto a quanto avvenga nei ‘normali’ giorni lavorativi.

Vediamo i dettagli: lo studio è svolto su quasi 60.000 pazienti, analizza 4 ampi periodi di tempo (1987-1990, 1991-1994, 1995-1998, 1999-2002), incrocia i dati delle dimissioni ospedaliere con quelli raccolti negli uffici dello Stato, valuta la mortalità giorno per giorno nella prima settimana di degenza, e poi a 14, 21, 30 giorni, quindi a 1 anno.
Si dà un occhio alle procedure invasive, mentre si scorda del tutto quale sia stato il ricorso alla trombolisi, e parlando di infarto questo non va bene (gli Autori non ne parlano, non ne parlano mai, chissà perché). Comunque, in estrema sintesi, la mortalità aumenta in modo assoluto nei pazienti ricoverati durante il fine settimana rispetto ai pazienti giunti nei giorni lavorativi, la differenza si registra sin dal primo giorno e si mantiene a distanza di un anno. La ragione, come detto, sembrerebbe il mancato utilizzo delle procedure interventistiche, visto che l’analisi multivariata azzera la differenza quando si corregge il dato di mortalità per il ricorso all’invasività.

Sarà vero?
Senz’altro, anche se, guardando l’andamento della mortalità nei 4 periodi analizzati, il calo maggiore avviene tra il periodo ’87-’90 e il periodo ’91-’94, periodo questo che ha rappresentato un momento di diffusione della terapia trombolitica (non dimentichiamo che stiamo parlando di infarto acuto). Purtroppo non potremo soddisfare la nostra curiosità, anche se il dubbio resta, eccome se resta, visto che nel registro in questione col passar degli anni la mortalità a distanza non fa più una piega, come dire che, forse, una terapia trombolitica tempestiva…

Conclusione
Lavorare stanca, nel New Jersey così come nelle Madonie, e in entrambi i luoghi la terapia dell’infarto deve essere fatta bene, sempre, subito, anzi… prima!… magari prima che il paziente giunga in ospedale e trovi il cartello: sabato trippa!

E il New England Journal of Medicine, accidenti, quando pubblica pezzi sull’infarto acuto (…), ricordi ai propri Autori di fare almeno un cenno alla trombolisi, che nella strategia organizzativa del trattamento dell’infarto dovrebbe farla da padrona, nel New Jersey così come nelle Madonie.

Bibliografia – Kostis W.J. et al. Weekend versus weekday admission and mortality from myocardial infarction. N Engl J Med 2007;356:1099-109

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