Archivio per maggio 2007

L’avvocato Lorenzo Carini è sindaco di Marsala!

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In arrivo un nuovo test per la glicemia che non usa aghi

 

L’obiettivo che la ricerca scientifica persegue continuamente e che sarà, forse, raggiungibile tra qualche anno è quello di studiare, esaminare, diagnosticare ciò che si cela dentro l’organismo umano senza bisogno di tagliare o usare aghi e sonde: “
u n giorno non dovremo tagliare il nostro corpo per sapere cosa succede al suo interno” ha dichiarato lo scienziato giapponese Thomas Wong. Le sue parole accompagnano la nascita della sua ultima ‘invenzione’, un esame capace di determinare i livelli della glicemia nel sangue senza dover necessariamente usare un ago, ma utilizzando solo delle onde dei raggi infrarossi.

Il nuovo e interessante dispositivo è stato messo a punto da un’equipe di ricercatori dell’Istituto Politecnico di Hong Kong e sta già destando grande interesse nella comunità scientifica internazionale grazie, soprattutto, alle interessanti prospettive della sua applicazione perché prometterebbe di essere soltanto il primo dei tanti strumenti di agnostici a infrarossi che potrebbero nascere nel prossimo futuro.

Ecco come agisce il dispositivo nel dettaglio: grande più o meno come un telefono cellulare, emana un raggio generato da un LED a infrarossi in grado di penetrare nella pelle sino a raggiungere il sangue ed essere assorbito dal glucosio; questo raggio viene, quindi, rimandato all’esterno con un’onda differente a seconda della concentrazione di glucosio. L’onda viene poi registrata dal dispositivo che, nell’arco di poco meno di dieci secondi, è in grado di offrire l’esatta misurazione del glucosio.

Oggi i diabetici sono costretti a misurarsi i valori della glicemia più volte al giorno utilizzando i dispositivi attualmente a disposizione: questi strumenti consistono in un minuscolo ago che penetra nel polpastrello e preleva una goccia di sangue che viene analizzata con dei reagenti dallo stesso dispositivo fornendo una lettura accurata all’80/85% circa.

I ricercatori nipponici si sono dichiarati sicuri che il nuovo test sarà in grado di offrire una percentuale di accuratezza superiore e permetterà di evitare le piccole punture con gli aghi che possono procurare disagio ad alcuni pazienti. Secondo le previsioni il dispositivo sarà messo in vendita nel 2008.

Desensibilizzazione per via orale nell’allergia al nichel.

Il nickel è considerato l’agente allergizzante maggiormente responsabile delle Dermatiti Allergiche da Contatto di tipo professionale (metalmeccanici, parrucchieri, odontotecnici, cassieri, sarti, lavoratori del calzaturiero, ecc) o extraprofessionale.
Si tratta di una patologia che colpisce soprattutto giovani donne con una frequenza del 10% e che può interessare sedi cutanee diverse.
Molti, infatti, sono gli oggetti di uso comune che contengono nickel: accessori metallici dell’abbigliamento, montature metalliche degli occhiali, bijoutteria, monete, chiavi, stoviglie, cosmetici, ecc.
D’altro canto, le sedi cutanee maggiormente interessate dalla Dermatite da contatto hanno subito delle modificazioni nel corso degli anni di pari passo coi mutamenti avvenuti nel “costume”.
Negli anni ’30 la zona più colpita era il terzo superiore della coscia, in relazione all’uso del reggicalze.
Negli anni ’70 i bottoni dei blue-jeans erano responsabili del 40% delle dermatiti nelle giovani donne, con tipica localizzazione nella regione inferiore dell’addome.
Successivamente, col diffondersi della moda di forare i lobi delle orecchie, i casi di dermatite da contatto da nickel sono aumentati. Oltre alle dermatiti in sedi tipiche, sono stati descritti episodi di edema delle palpebre in seguito all’uso di eye-liner e di soluzioni per la pulizia delle lenti a contatto, e dermatiti delle dita delle mani in musicisti che utilizzano strumenti a corda. L’ipersensibilità al nickel può essere, inoltre, la causa del rigetto di protesi valvolari cardiache, di dispositivi intrauterini e di apparati ortopedici (placche, viti ed artroprotesi).

Ma il nickel può anche essere responsabile di sintomi respiratori e/o di manifestazioni sistemiche, come orticarie con prurito generalizzato, angioedemi, eritemi diffusi e disturbi focali anche particolarmente significativi a carico dell’apparato gastroenterico (gastriti e coliti croniche).
Questo perché il Nickel è metallo ubiquitario, contenuto, oltrechè in numerosi oggetti, anche in diversi cibi che fanno parte della nostra dieta quotidiana. Sono alimenti che contengono Nickel:

Cacao 10 mg/kg
Liquirizia 4,4 mg/kg
Noccioline 2,9 mg/kg
Lenticchie 1,9 mg/kg
Nocciole 1,5 mg/kg
Fagioli 1,4 mg/kg
Ostriche 0,6 mg/kg
Farina di Mais 0,40 mg /kg
Asparagi 0,40 mg/kg
Lattuga 0,30 mg/kg
Piselli 0,30 mg/kg
Margarina 0,20-4,00 mg/kg
Farina di grano 0,20 mg/kg
Spinaci 0,20 mg/kg
Pere 0,10 mg/kg
Carote 0,10 mg/kg
Uva 0,10 mg/kg
Pomodori 0,09 mg/kg
Carote 0,04 mg/kg
Thè 0,03-7,30 mg/kg
Cavoli 0,03-1,00 mg/kg
Broccoli 0,03 mg/kg
Funghi 0,02 mg/kg
Vino 0,01 mg/kg
Fra gli alimenti di origine animale il maggior contenente di Nichel è l’uovo di gallina 0,3 mg/kg.

Il nickel, inoltre, è presente nelle scatole metalliche contenenti alimenti i quali vengono, così, contaminati.
E’ da tener presente, infine, che il metallo si può liberare, durante i processi di cottura, dai recipienti metallici utilizzati, soprattutto in presenza di sostanze acide (per es: l’acido ossalico contenuto nei pomodori).

Per quanto fin qui esposto appare, dunque, evidente come l’assunzione di nickel coi cibi possa essere in grado, così come ampiamente dimostrato, di condizionare l’andamento delle lesioni da contatto (determinandone, ad esempio, improvvise e apparentemente incomprensibili riacutizzazioni) e di provocare inoltre reazioni diffuse più particolarmente marcate a livello intestinale dove il nickel, assunto per via alimentare, può nel tempo ingenerare vere e proprie reazioni infiammatorie croniche con conseguenti nausea, “bruciori di stomaco”, meteorismo, dolori addominali, diarrea o stitichezza.
L’assunzione giornaliera di nickel varia da Paese a Paese in relazione alla concentrazione del metallo nel sottosuolo e nell’acqua potabile e con le abitudini alimentari; negli USA è di circa 300-600 microgrammi al giorno, mentre in Europa è di circa 200 microgrammi al giorno.

I meccanismi patogenetici alla base di tali manifestazioni sono ancora sconosciuti: oltre all’intervento di specificiche reazioni immunologiche e pseudo-allergiche, è stato anche ipotizzata l’azione di meccanismi tossici.

Nella diagnosi di ipersensibilità al nickel ci s’avvale dei test epicutanei a tipo “patch” ed, eventualmente, del test di provocazione orale col nickel.

Nei pazienti con manifestazioni cutanee diffuse si ottiene certamente un buon controllo della sintomatologia utilizzando un regime alimentare privo di cibi contenenti nickel.
Recentemente, inoltre, viene posto particolare interesse ed attenzione alla possibilità di raggiungere, nei pazienti con ipersensibilità al nickel, un buon controllo della patologia complessiva grazie all’uso, in quegli stessi pazienti, di una terapia iposensibilizzante effettuata mediante somministrazione per bocca di dosi ridotte di solfato di nichel.
Una sorta di “vaccino” che, rispettando uno schema precostituito a dosaggi progressivi, possa realizzare, nell’arco di almeno un anno, una risposta clinica soddisfacente, pur mantenendo un elevato grado di sicurezza e di tollerabilità.
E’ questo un nuovo modello terapeutico di grande suggestione ma anche di indiscutibile efficacia, che dopo anni di sperimentazione, viene ora messo a punto, nella sua formulazione posologica definitiva, all’interno di un protocollo osservazionale che, in accordo con Lofarma S.p.A., il Dott. Mauro Minelli sta coordinando a livello nazionale e che è stato ufficialmente presentato nel corso dei lavori di un convegno nazionale di aggiornamento, accreditato dal Ministero della Salute svoltosi a Lecce nei giorni 23 e 24 aprile 2007.

Scopo ultimo di questo protocollo innovativo e atteso sarà quello di valutare l’efficacia della terapia iposensibilizzante orale al nichel nel determinare la scomparsa o quantomeno la notevole attenuazione della sintomatologia cutanea (prurito, pomfi orticarioidi) ovvero del meteorismo, stipsi e/o diarrea o altra patologia dispeptica correlata, o di entrambe le situazioni a fronte di una graduale reintroduzione della dieta fino a quel momento esclusa, attuata mediante la valutazione dei sintomi soggettivi e obiettivi del paziente.

Domenica 13 e Lunedì 14 maggio si vota a Marsala …

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Londra: sesso del nascituro in sei settimane, polemica!

Un nuovo test che permetterà alle mamme in attesa di scoprire il sesso del nascituro dopo solo sei settimane di gestazione, è stato fortemente criticato dai gruppi contro l’aborto che temono possa spingere alcune coppie – in particolare tra quei gruppi etnici dove il figlio maschio è da preferirsi alla femmina – a “sostituirsi a Dio” decidendo di disfarsi di un feto soltanto perché è “del sesso sbagliato”.

Il kit chiamato Pink or Blue e in vendita su internet al prezzo di circa 280 euro rivela il sesso di un feto – con un’accuratezza del 98% – dopo sei settimane e non dopo le tradizionali 20 (quando il sesso si può scoprire tramite un’ecografia). Il kit funziona analizzando il DNA contenuto nel sangue della madre che dopo essere stato prelevato a casa viene inviato ad un laboratorio di analisi. Il DNA del feto è infatti presente nel sangue materno a partire dalla sesta settimana: se il laboratorio identifica il cromosoma Y, significa che il bambino sarà maschio. Una versione ‘express’ del test – prodotto dalla società DNA International, basata nel Surrey – è in vendita al prezzo di 360 euro e garantisce i risultati dopo soli quattro giorni.

 “I genitori sono sempre emozionati dalla gravidanza e vogliono sapere il sesso del bambino. Molti preparano una nuova stanza per il bambino e non vogliono aspettare l’ecografia della 20esima settimana per scoprire se il figlio è maschio o femmina”, ha dichiarato il direttore della società, David Nicholson.

Ma secondo i gruppi contro l’aborto il test è pericoloso e rischia di far crescere il numero di aborti in un Paese, la Gran Bretagna, che ha già uno dei tassi più alti di interruzioni di gravidanza in Europa (circa 185.000). “C’é un reale rischio che alcune persone sceglieranno di abortire bambini di un determinato sesso. Siamo già arrivati al punto che gli ospedali in certe parti del Regno Unito non rivelano più il sesso del nascituro. Se gli ospedali adottano questa politica è perché esiste un vero problema”, ha affermato Julia Millington della Prolife Alliance.


Fonte: Ansa

Lo dice anche il Dna: poche calorie allungano la vita.

Anche il Dna conferma: poche calorie allungano la vita. Dunque il segreto della longevità è mangiare meno. A identificare per la prima volta il gene che lega la restrizione calorica con la maggiore aspettativa di vita sono stati i ricercatori del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, in California.

Dopo aver studiato alcuni modelli animali, tra cui vermi e moscerini della frutta, gli scienziati hanno scoperto che a garantire un extrabonus di vita è il gene che codifica la proteina Pha-4. “Se viene spento – spiegano su Nature – i vantaggi di un regime calorico ridotto sono vanificati. Al contrario quando viene espresso in quantità superiori al normale si assiste a un considerevole allungamento della vita”. La proteina dell’eterna giovinezza, inoltre, sembra agire in maniera completamente indipendente rispetto al meccanismo dell’insulina “finora ritenuto tra i corresponsabili della longevità”. Gli scienziati rivelano che nel Dna umano esistono ben tre geni che assomigliano a quello che produce la proteina Pha-4, “e appartengono tutti a quella che viene definita la famiglia dei geni Foxa. Tutti e tre rivestono un ruolo determinante nello sviluppo dell’organismo e poi nella regolazione del glucagone, un ormone prodotto dal pancreas che serve a regolare il bilancio energetico”.

L’importante scoperta è arrivata grazie al contributo di diversi ricercatori che hanno aggiunto, tassello per tassello, informazioni preziose per svelare il reale meccanismo alla base degli effetti benefici della restrizione calorica. “Una ricerca che – ricorda il coordinatore dello studio Andrew Dillin, del laboratorio di biologia molecolare e cellulare del Salk Institute – è durata 72 anni. Da quando cioe’ per la prima volta si era scoperto nei topi e in altre specie animali che meno calorie potevano allungare la vita anche del 40%”. Secondo gli scienziati, venire a capo della ragione genetica della longevità consente di cercare di mettere a punto farmaci in grado di imitare gli effetti della restrizione calorica “senza dover adottare un regime alimentare così restrittivo da essere sopportabile solo dagli asceti”.


(fonte Adnkronos)


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