Lavorare stanca, non lavorare stressa

Da un lato il precariato – contratti a termine, collaborazioni occasionali, disoccupazione – che (secondo i dati Istat) oggi colpisce 3.757.000 italiani pari al 14,7 per cento dei lavoratori. Dall’altro lavori usuranti che sembrano non comprendono più solo gli operai delle fabbriche e carpentieri, lavoratori sottoposti a fatica fisica o a contatto con sostanze tossiche. La “tabella Salvi” dei lavori usuranti dovrebbe comprenderà anche i lavoratori dei call center, degli ospedali e ambulatori che “per garantire servizi pubblici sono soggetti a turni e orari a ciclo continuo che comportano uno stress psico-fisico durante tutto l’arco della vita lavorativa”. “Purtroppo, in Italia, studi aggiornati non esistono ma in altri paesi hanno già misurato le aspettative di vita rispetto al tipo di lavoro svolto e la preoccupazione è che il ventaglio delle categorie soggette a prestazioni usuranti sia in aumento”, dichiara su L’espresso Roberto Leombruni, assistente di Econometria all’Università di Torino (1).

Tralasciando i dibatti che stanno animando le sale ministeriale e dei sindacati sui criteri discriminanti i lavori usuranti, è ormai assodato che la tipologia del lavoro sta radicalmente cambiando nella società di oggi con indubbie ripercussioni sulla salute del cittadino e sul sitema salute: mobbing, burn out, incidenti sul lavoro, malattie professionali, malattie psico-spamtiche eccetera. I politici devono pensare a risolvere la causa scatenante il problema, i datori di lavoro a migliorare le condizioni di lavoro, i medici invece devono dedicarsi alla risoluzione dei problemi psico-fisici del lavoratore che colpisce fasce diverse della società con modalità diverse.

“Con il lavoro precario si ha difficoltà a fare programmi a lungo e breve termine”, commenta sul Sole 24 ORE Sanità Paola Vinciguerra, psicoterapeuta, direttore dell’Unità italiana attacchi di panico della Clinica Paideia di Roma (2). “Quando questo fenomeno diviene un sistema sociale è una realtà con cui dobbiamo confrontarci”. Gli effetti sulla salute della precarietà sul lavoro sono molteplici – senza contare le condizioni di depressione, ansia e crisi di panico che si accompagnano con incidenza diverse a seconda della fascia di età del “precario” e del titolo di studio. La Viniguerra descrive tre tipologie di lavoratori ritratte da un loro studio su 300 soggetti dai 20 ai 55 anni con condizioni lavoratori a termine. I più giovani (20-30 anni) davanti alla difficoltà di raggiungere la propria autonomia sono restano degli eterni bambini: “Galleggiano in un limbo senza rendersi conto che per costruire un palazzo domani bisogna iniziare a poggiare il primo mattone oggi”. Seguono i 30-40enni (per la maggior parte laureati) che invece “sviluppano una sorta di ‘arrivismo’ non basato sulla professionalità e privo di passione” e tendono alla solitudine che è alla base della depressione. Diversa la condizione dei precari dai 40 ai 55 anni che devono adattarsi alla condizione dell’assenza di certezza che va al di fuori del modello interiorizzato: “Questo disorientamento emotivo causa sicuramente stati di stress notevoli che sfociano in somatizzazioni evidenti come depressione, attacchi d’ansia o da panico, rabbia, mancanza di autostima, senso di fallimento”.

Ma la condizione di precariato – e con essa le conseguenze sulla salute – riguarda tutte gli ambienti di lavoro: anche le corsie. Singolare il Congresso dedicato interamente ai “dolori dei giovani psichiatri” che si è tenuto a Napoli (3). Il mercato del lavoro per i giovani psichiatri sta cambiando – condizioni precarie e disagiate, isolamento professionale, difficoltà nel completare la propria formazione – e sintomi iniziano a fari sentire. Dai dati presentati al Congresso partenopeo di Andrea Fiorilli, psichiatra presso la Seconda Università di Napoli, è emerso che i giovani psichiatri italiani sono a maggior rischio della cosiddetta “sindrome da burn out” (affaticamento, logoramento, esaurimento emotivo e improduttività lavorativa). Per contrastare il rischio la Società italiana di psichiatria si sta muovendo per incentivare programmi di formazione, di scambio e di opportunità di lavoro rivolti ai giovani psichiatri specializzandi o nella fase di passaggio dall’Università al mondo del lavoro (3).

Rimuovere le criticità nella struttura del lavoro, da cui scaturiscono frustrazioni, malcontenti, condizioni di mobbing eccetera, non si traduce solamente in una migliore condizione di vita e salute del lavoratore (che ha la priorità) ma anche in una maggiore produttività e qualità dei servizi. In sintesi: “Se sto bene produco meglio”. Ed è proprio a partire da questa filosofia – si legge sul Sole 24 ORE Sanità – che l’ASL 4 di Matera ha avviato il Progetto benessere “nella convinzione che il miglioramento della qualità della vita nell’ambiente di lavoro si traduce in un forte innalzamento degli standard di qualità di prestazioni rese all’utente” (4). Per valutare lo stato di benessere nel luogo di lavoro l’ASL 4 di Matera ha affidato il compito di svolgere un’indagine tra i dipendenti del comparto a un team multidisciplinare affiancato da uno psicologo e un dirigente del servizio aziendale. Circa 1300 gli operatori coinvolti. Dalla lettura dei questionari anonimi e dei verbali di incontri di discussione è emerso un clima di malcontento, attese e frustrazioni. Più della metà degli operatori ritiene che l’Azienda non dia la dovuta attenzione alla formazione, il 78 per cento sottolinea la criticità connessa alla capacità del sistema di comunicazione aziendale. Ancora, più della metà non ha chiari gli obiettivi dell’Azienda né della propria unità operativa. Solo il 7 per cento considera ottimo il livello di raggiungimento dell’informazione a fronte del 39 per cento che lo valuta insufficiente. Idem per quanto riguarda il livello di diffusione dell’informazione. Il quadro aziendale, per come viene disegnato dagli operatori, conquista punti sul fronte sicurezza e comfort dell’ambiente del lavoro, livello di autonomia professionale e responsabilizzazione sul quale più dell’80 per cento degli intervistati si espresso positivamente. “Le critiche e le proposte avanzate dai dipendenti rappresentano un importante patrimonio di conoscenza della realtà aziendale perché è sul clima percepito dai nostri collaboratori che l’Azienda potrò costruire le soluzioni più appropriate per rispondere alle loro esigenze”, ha commentato sul Sole 24 ore Sanità Domenico Maroscia direttore generale dell’ASL 4 di Matera. “Migliorando il clima di lavoro si creano le migliori condizioni possibili di lavoro con l’obiettivo di accrescere la qualità delle prestazioni che ogni giorno rendiamo agli utenti”.

Le evidenze sul binomio “salute e lavoro” confermano che la perdita della sicurezza legata al pubblico impiego può trasformarsi “in un fattore importante di morbilità sociale che si traduce a sua volta in un onere per il sistema sanitario non facilmente quantificabile, ma sicuramente rilevante” (5). Altrettanto si può dire del clima di lavoro.

Bibliografia

  1. Andrea Benvenuti. Siamo tutti un po’ usurati. L’espresso 26 luglio 2006, p. 53.
  2. Paola Vinciguerra. Quando la precarietà “sfoga” in ansia e panico. Sole 24 Ore Sanità, 17-23 luglio 2007, pp 10-1.
  3. Morena Tartari. Precari, isolati e stressati: i dolori dei giovani psichiatri. Quando la precarietà “sfoga” in ansia e panico. Sole 24 Ore Sanità, 17-23 luglio 2007, pp 10-1.
  4. Eustachio Marcosano. Se sto bene produco meglio. Sole 24 Ore Sanità, 10-16 luglio 2007, p 24.
  5. Quando lavorare stanca. Care 2001; 3: 5-6. [ pdf]
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