Ipertensione arteriosa e dieta

La “pressione del sangue” è un concetto abbastanza intuitivo: si tratta della “forza” con cui il sangue viene spinto nei vasi sanguigni. Tutti sapranno che viene espressa con due numeri: ad esempio, 130/65. Perché questi due numeri? Il primo numero di riferisce alla misurazione della pressione massima (o meglio “sistolica”) e il secondo numero corrisponde al valore della pressione minima (o “diastolica”). In pratica, la pressione viene misurata gonfiando un bracciale oltre il valore massimo (ad esempio, fino a 200mm di mercurio), e lasciandolo poi sgonfiare leggermente. Quando la pressione del bracciale supera quella della pressione del sangue dentro i vasi, non si sente evidentemente alcuna pulsazione, perché il sangue non passa. Quando la pressione del bracciale (che si sta sgonfiando) scende al di sotto della pressione che spinge il sangue nei vasi, ecco che appare il rumore delle pulsazioni del sangue che inizia a passare. Un microfono (o uno stetoscopio) rivela questo rumore, e all’apparire del rumore si stabilisce il valore della pressione sistolica, ovvero generata dalla sistole (o contrazione) del ventricolo sinistro del cuore. Man mano scende la pressione del bracciale, si ha un punto in cui non si sente più il rumore della pulsazione: questa è chiamata pressione minima o diastolica.

L’ipertensione è una malattia con un decorso piuttosto lungo, ma non per questo è meno grave. Alcuni studi dicono che l’ipertensione non trattata diminuisce la sopravvivenza in maniera impressionante. Si tratta per giunta di una patologia molto, ma molto diffusa. Si calcola che il 10-15% della popolazione dei Paesi industrializzati ne soffra, anche se naturalmente è molto difficile stabilire un limite preciso oltre il quale si deve parlare di ipertensione.

I VALORI NORMALI: Si potrebbe prendere come riferimento il valore di 140/90 come quello per la pressione normale, definito come “valore limite” oltre il quale si può parlare di ipertensione (tuttavia è opportuno considerare le patologie associate, es. diabete).

I VALORI PATOLOGICI: Qualcuno ragionevolmente vuole classificare l’ipertensione a seconda della sua gravità. Naturalmente non esistono leggi al riguardo, si possono solo usare dei valori del tutto arbitrari. Ad esempio, si può parlare di ipertensione lieve con una minima di 90-110 mm/hg, di ipertensione moderata tra 105/114, grave oltre 114. Oppure si può distinguere tra ipertensione meno grave e grave al valore discriminante di ca. 130mmHg. Come dicevo, non esiste una norma.

I DANNI: Quali sono i danni arrecati dalla pressione eccessiva? Alla lunga possono essere molti e molto gravi. Si contano danni: 1-cardiaci (ipertrofia ventricolare, insufficienza cardiaca, infarto…) 2-cerebro-vascolari (emorragie, ischemie, paralisi ad origine vascolare…) 3-oculari (emorragie retiniche, alterazioni papillari…) e poi renali, vascolari (arteriosclerosi, aneurisma dell’aorta…) eccetera.
Si tratta naturalmente di danni che possono apparire in modo più o meno significativo e nell’arco di un tempo piuttosto lungo. Ma spesso i pazienti tendono a sottovalutare il problema, sia perché non dà loro problemi a breve termine, sia perché l’ipertensione decorre spesso a lungo senza alcun sintomo, e il paziente si sente molto bene.

 

La dieta e i problemi di pressione

La dieta nel caso di ipertensione è solo un appoggio alla terapia medica che deve essere instaurata e controllata da un medico. Quindi, si deve instaurare una terapia complessa di cui la dieta è un aspetto in fondo addirittura secondario.

La dieta nell’iperteso deve tener conto innanzitutto del suo assetto lipidico, ovvero della situazione dei grassi (= trigliceridi) e colesterolo nel sangue. Vi possono essere delle restrizioni dei grassi, restrizioni caloriche (dieta dimagrante) o restrizioni di cibi ad alto contenuto di colesterolo (uova, eccetera). A questo proposito non possiamo però dimenticare che il problema del colesterolo nel sangue non è dato tanto dal colesterolo che si introduce coi cibi, ma alla sua produzione all’interno del corpo.

L’aspetto più importante e comune nella dieta dell’iperteso riguarda tuttavia la necessità di ridurre il sodio. Contrariamente a quello che parrebbe credere qualcuno, il sodio non va eliminato, ma ridotto, e in modo abbastanza “dolce”. Tuttavia la riduzione di sodio non è facilissima, perché questo elemento (metallo) è largamente presente in molti cibi anche naturali. In particolare molto sodio viene introdotto come sale “cloruro di sodio” (Na-Cl) che sarebbe poi il comune sale da cucina, che potrebbe  essere inteso come derivato dall’acido cloridrico con la sostituzione di un atomo di sodio al posto dell’idrogeno.

Eliminare il sodio sarebbe dunque un’impresa ardua: lo si trova nell’acqua del rubinetto, nel formaggio, in una torta, nei sottaceti, nel cioccolato, nel latte come nel pane, nel formaggio, nei dadi per la minestra e praticamente nella totalità degli alimenti. Proprio per questo, chi deve ridurlo deve almeno evitare di aggiungerne dell’altro in casa, quando si cucinano i cibi che già ne contengono per conto loro, oppure aggiungendone sui cibi in tavola (ad esempio, spargendolo sulle insalate crude o sui vegetali cotti come patate, spinaci, ecc.).

Se ci si abitua a non aggiungere sale, dopo un po’ molti non ne sentono più la mancanza. Ma oggi fortunatamente sono presenti sul commercio molti preparati che permettono di ottenere il gusto salato non ostante contengano pochissimo sodio. Si cerca quindi di ridurre il sodio o abituando il paziente iperteso a non salare troppo gli alimenti che cucina, oppure a far ricorso a questo “sale a basso tenore di sodio”. Anche eliminando del tutto il sale da cucina (dicevo) non si elimina il sodio, lo si riduce in maniera più o meno rilevante.

Per ciò che concerne altri aspetti, la terapia e l’assistenza per non dilungarmi Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti. Contattateci!!

Dott. Carlo Cottone


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