Archivio per maggio 2008

Parliamo di Prostata e Prostatiti con …

Questa settimana tratteremo di PROSTATA e PROSTATITI con il dott. Marcello Rizzo, medico specialista in Urologia, nostro Ospite in GALENOsalute.

La prostata è una ghiandola e per l’uomo riveste un’importanza particolare in quanto produce almeno l’80% del liquido seminale e le vescichette. Le prostatiti sono molto frequenti in età giovanile, possono avere un andamento acuto o cronico ed essere attribuite a cause diverse. Anche nei giovani, infatti, la prostata è soggetta a particolari infiammazioni dovute a cause molteplici: fattori infettivi (germi comuni) o comportamentali (stress, fumo, alcol, vita sedentaria, alimentazione inadeguata). A concorrere a quest’infiammazione della prostata contribuiscono diversi elementi sia di ordine generale, come le abitudini di vita, l’abuso di alcool e cibi piccanti, l’attività sessuale sregolata; che di ordine locale (microtraumi perinali): ciclismo, equitazione, lunghi viaggi in auto e moto.

L’infiammazione della ghiandola (prostatite) può essere causa di tutta una serie di disturbi: aumento della frequenza della minzione, bruciore durante minzione ed eiaculazione, pesantezza a livello perineale e testicolare. Negli ultimi trent’anni si è assistito ad un incremento notevole di questa patologia, dovuto sia al fatto che ora le diagnosi sono molto più sicure mentre prima potevano solo essere sospette, sia alla “liberalizzazione sessuale” dagli Anni ’60 in poi.

Le prostatiti possono essere di tre tipi: Prostatiti batteriche, causate frequentemente da germi Gram negativi e solo in minima parte da Gram Positivi e caratterizzate da febbre elevata, brividi, dolori alla parte inferiore della colonna vertebrale e vari gradi di ostruzione vescicale; Prostatiti non batteriche, sono quelle più frequenti, spesso contratte attraverso il rapporto sessuale con partner infetto; Dolore prostatico: il paziente con dolore prostatico presenta gli stessi sintomi di una prostatite, ma non presenta infezioni urinarie documentate, né anomalie nel secreto prostatico. E’ frequente nei giovani e causa di notevoli disturbi che possono avere importanti ripercussioni sulla fertilità.

Sintomi e disturbi – E’ possibile individuare per tempo l’insorgenza di una prostatite batterica acuta in quanto caratterizzata da un improvviso aumento della febbre (prima lieve, poi elevata), brividi, dolore al perineo (zona compresa tra l’ano e la base del pene), minzioni frequenti diurne e notturne e ostruzione vescicale. In particolare i sintomi della prostatite Acuta sono: febbre elevata, dolore perineale, dolore uretrale, urine torbide, polliachiuria, minzione imperiosa, ritenzione urinaria; mentre i sintomi della Prostatite Cronica sono: dolenzia uretrale, dolore perineale, polliachiuria, stranguria (dolore o bruciore durante la minzione).

 

I sintomi delle prostatiti croniche possono essere raggruppati in quattro categorie che, di rado, possono comparire simultaneamente o associati:

  1. Sintomi dolorosi – sono quelli rilevabili più facilmente e che, altrettanto facilmente dovrebbero portare l’urologo esperto alla diagnosi della prostatite. Alcuni di questi sintomi sono: la dolenzia testicolare, la pesantezza dolorosa del perineo, il fastidio inguinale, il dolore gluteo o alla base della colonna lombo-sacrale. Tutti questi sintomi risentono dei (e spesso si riaffacciano) nei passaggi stagionali, soprattutto dall’autunno all’inverno e dall’inverno alla primavera.
  2. Sintomi urinari – La pollachiuria, cioè il bisogno di urinare spesso, in scarsa quantità o la nicturia, ossia il bisogno di minzione notturna compaiono come sintomi sia delle prostatite che dell’ipertrofia prostatica benigna (IPB).
  3. Sintomi della sfera sessuale – Di solito si presentano in pazienti con una lunga storia di prostatite alle spalle e, dal punto di vista medico, sono difficili da risolvere in quanto comportano delle variabili psicologiche quali l’ansia da prestazione. I più frequenti sono l’eiaculazione precoce, la presenza di sangue nello sperma (emospermia) e i disturbi del desiderio sessuale e dell’erezione. I primi due sintomi sono più facilmente spiegabili, nel caso in cui dipendano da prostatite, mentre l’emospermia è spesso dovuta a calcoli nei dotti eiaculatori (canali di circa 2 cm e ½ che portano all’uretra). Quanto al mancato desiderio sessuale, riferito in alcuni casi di prostatite, spesso è dovuto alla compressione dell’edema prostatico (gonfiore della prostata) sui fasci nervosi che decorrono nella porzione dorso laterale della capsula prostatica.
  4. Sintomi della sfera riproduttiva – Le conseguenza della prostatite sulla sfera riproduttiva sono dovute al fatto che il liquido secreto dalla prostata ha, tra le altre funzioni, quella di dare energia e nutrimento agli spermatozoi permettendo loro di raggiungere l’ovulo. Qualora il liquido prostatico si presenti alterato (per presenza di sangue e/o per una situazione infiammatoria), gli spermatozoi saranno poco mobili e pertanto la loro vita sarà più breve.

Diagnosi ed esami – In caso di presenza di prostatite, l’esame dell’esplorazione rettale mostra una ghiandola soffice e calda alla palpazione, fissa ai tessuti sottostanti e con profilo irregolare. Al principio della malattia, tuttavia, la palpazione è sconsigliata, sia per il rischio di batteriemia che per il dolore acuto che può provocare al paziente. Altri esami, frequenti per questa patologia, sono: la spermiocoltura che evidenzia la presenza di batteri nel liquido seminale; l’ecografia prostatica transrettale: nel caso di prostatite la ghiandola presenta un’ecostruttura disomogenea per la presenza di calcificazioni o di veri e propri calcoli. La diagnosi risulta indispensabile per individuare eventuali patologie che possono essere di natura organica (stenosi o valvole uretrali, rapporti con partner affetti da vaginiti) o comportamentali (attività sessuale irregolare).

L’approccio diagnostico-terapeutico riguarda solitamente: terapie anti-infiammatorie e anti microbiche; norme igienico-comportamentali. Le terapie, solitamente, prevedono trattamenti decongestionanti e antinfiammatori, terapie antibiotiche e, quando necessario, trattamenti con laserterapia. La terapia più efficace per le prostatiti batteriche consiste in una cura a base di farmaci antibatterici. Talvolta, specie nel caso di ritenzione urinaria, risulta indispensabile anche il ricovero ospedaliero. Sono a volte necessarie misure generali di supporto come un’adeguata idratazione e il riposo a letto. Non sempre il risultato della terapia è soddisfacente pur essendo gli antibiotici efficaci sui germi patogeni responsabili delle infezioni urinarie. Allo stesso modo, anche per le prostatiti croniche è utile associare la terapia antibiotica con i farmaci anti infiammatori.

 

Aspetti andrologici e conseguenze sulla fertilità – Una disfunzione prostatica ha indubbiamente rilevanti conseguenze sulla funzione sessuale e riproduttiva. Questo perché la prostata è un organo di fondamentale importanza per la riproduzione, per la sua posizione, per il contributo che il suo secreto porta alla composizione del plasma seminale e infine perché contiene fattori che proteggono gli spermatozoi dall’acidità del secreto vaginale. Sono le prostatiti croniche a rappresentare il rischio maggiore per le capacità riproduttive. Il loro effetto si verifica in particolar modo sul secreto prostatico comportando alterazioni che vanno a modificare alcuni parametri del liquido seminale e ne peggiorano la capacità fecondante.

 

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager GALENOsalute e medico specialista in Medicina Interna

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Bellezza naturale che dura nel tempo? Ricorri all’acido L-Polilattico.

Filler-non-filler. E’ così che vengono comunemente definiti i ristrutturanti non chirurgici di ultima generazione. L’Acido L-Polilattico è questo e molto di più. Un vero lifting non chirurgico che in comune con i normali filler ha solamente la via di somministrazione: un’iniezione attraverso un ago sottile. Per il resto, si tratta di tutta un’altra cosa.

Impiegato da oltre 25 anni in chirurgia plastica e ricostruttiva, l’Acido L –Polilattico è un polimero ad alta tollerabilità, biocompatibile e interamente riassorbibile e soprattutto anallergico perché di origine non animale.  A differenza dei filler di ultima generazione, usati soprattutto per la correzione delle rughe di espressione e i cui effetti hanno una durata massima di otto mesi, l’Acido L –Polilattico è perfetto non solo per eliminare rughe e rughe sottili, ma anche solchi e depressioni del viso, con effetti  che durano fino a due anni.

L’indicazione principe per l’Acido L-Polilattico è l’ipotrofia, cioè la perdita di tessuto sottocutaneo, dovuta agli effetti dell’invecchiamento e della menopausa sul viso: la pelle infatti si assottiglia, perde la sua naturale elasticità dando al volto un aspetto smunto e incavato. Per questo i trattamenti con L’Acido L-Polilattico sono particolarmente consigliati alle over 40: con poche sedute si può rimodellare il viso e ripristinare il volume cutaneo, aiutando in modo naturale la pelle a riprendere il suo aspetto turgido e compatto senza alterare la naturale fisionomia del volto. L’Acido L-Polilattico agisce infatti sugli strati profondi della cute, levigando e rassodando le parti trattate. Questo ristrutturante a base di acido polilattico porta indietro l’orologio di dieci anni, con un risultato così naturale che difficilmente gli altri se ne accorgono perché assicura risultati graduali.

E’, in sostanza, un make-over, cioè la nuova filosofia dei trattamenti estetici: una ritrovata bellezza naturale senza “effetto Barbie”. E in più, i trattamenti con l’Acido L-Polilattico si possono fare tutto l’anno, non solo in inverno ma  anche in previsione della stagione estiva: il divieto ad esporsi al sole è limitato a un paio di settimane dopo la seduta, giusto il tempo  per consentire alla pelle di ristabilirsi e al prodotto di stabilizzarsi. L’esposizione al sole, dunque non rappresenta una vera controindicazione ma solo una precauzione.

Parliamo di Malattia di Meniere con …

Questa settimana tratteremo della malattia di Ménière con il dott. Leo Di Bartolo, medico specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia cervico-facciale,  Responsabile dell’Ambulatorio di Vestibologia dell’AUSL di Marsala, nostro Ospite in GALENOsalute.

La malattia di Ménière è caratterizzata da crisi vertiginose violente (i pazienti spesso riferiscono la sensazione di venire spinti da una forza esterna) della durata minima di 20 minuti, ma che possono durare anche parecchie ore, che tipicamente si associano ad ipoacusia, acufeni, sensazione di ovattamento auricolare, nausea e vomito. La frequenza delle crisi è del tutto impredittibile e ciò spesso condiziona la vita dei pazienti menierici; possono infatti verificarsi una dopo l’altra per un certo periodo per poi scomparire per mesi e ripresentarsi dopo anni di completo benessere. L’acufene può persistere tra le varie crisi, ma spesso si accentua prima o durante l’episodio acuto. L’ipoacusia è in genere fluttuante, almeno nelle fasi iniziali della malattia. Il paziente, dopo la crisi, spesso rimane con un senso di spossatezza e disequilibrio che può durare anche alcuni giorni. La malattia di Ménière è una malattia cronica, progressiva e degenerativa che comincia a manifestarsi su un lato, per colpire anche l’altro, per cui è indispensabile una diagnosi precoce al fine di cominciare la terapia farmacologica più precocemente possibile. La causa della malattia è sconosciuta. Esistono varie ipotesi che trovano riscontro in tutta una serie di rilievi anatomopatologici (autopsia) e clinici (esame del paziente). La manifestazione principale è l’idrope endolinfatica, cioè la dilatazione del labirinto membranoso, sistema di membrane dell’orecchio interno ripiene di liquidi di cui si ritiene esista una eccessiva produzione oppure un ridotto riassorbimento. Verosimilmente esiste una predisposizione genetica e fattori scatenanti autoimmunitari, virali e metabolici, cui si aggiunge una componente psicosomatica e ansiogena universalmente riconosciuta. Durante un attacco acuto di malattia di Ménière i segni clinici otoneurologici sono talmente evidenti da orientare subito lo specialista verso la corretta diagnosi; tuttavia, essendo improbabile una visita specialistica durante una crisi di Ménière, la diagnosi viene fatta fondamentalmente sull’anamnesi riferita dal paziente, sull’identificazione dell’ipoacusia fluttuante e sull’esame otoneurologico che evidenzia un deficit funzionale dell’emisistema vestibolare interessato. La malattia di Mèniére deve essere prontamente riconosciuta e trattata dall’otoneurologo in quanto, se lasciata a libero decorso provoca inevitabilmente danni irreparabili sia a carico dell’organo dell’udito che dell’equilibrio con gravissima compromissione della qualità della vita dei pazienti. Il paziente non curato infatti, oltre alla perdita dell’udito, deve anche sopportare crisi vertiginose che diventano sempre più frequenti, tant’è che, con il passare del tempo, la malattia va a colpire anche l’orecchio sano. Dal momento che la malattia di Ménière è determinata dall’idrope endolinfatica, tutta la terapia sarà volta al controllo di tale idrope. Tralasciando la terapia della fase acuta, di solito di pertinenza del medico del pronto soccorso, di grossa utilità si è dimostrata la dieta iposodica (si raccomanda una restrizione salina nell’ordine di 1-2 g/die), l’uso di alcuni particolari tipi di diuretici, che oltre alla tradizionale azione renale sono anche in grado di ridurre la pressione osmotica a livello dell’orecchio interno, e di alcuni farmaci che sono capaci di ridurre l’attività di scarica spontanea delle cellule neurosensoriali dell’orecchio interno. La terapia medica è molto efficace e nella maggior parte dei casi riesce a controllare in modo pressochè perfetto la malattia. Nei casi eccezionali in cui permangono le crisi può essere indicato un approccio chirurgico, che può essere di tipo funzionale oppure mirare alla distruzione più o meno completa delle fibre nervose che inviano il segnale patologico dal labirinto al sistema nervoso centrale. Se viene attuata una scelta chirurgica di questo tipo indispensabile sarà una successiva terapia riabilitativa, atta a favorire un compenso vestibolare ed il ripristino della normale funzione del sistema dell’equilibrio.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager GALENOsalute e medico specialista in Medicina Interna

 

 

Un omaggio all’innovazione!

Ci perviene da una nostra fan (A.V.) una canzone riadattata sul testo di “Titanic” popolare canzone del grande Francesco De Gregori. A primo impatto potreste pensare che ci si voglia burlare di noi; tuttavia la chiave reale di lettura è un omaggio all’innovazione che GALENOsalute vuole portare nella Città di Marsala. Ho avuto qualche perplessità a farvela conoscere, in quanto ho pensato in prima ipotesi al “Titanic” come sciagura della famosa nave, ma poi rileggendo il testo riadattato ho apprezzato il reale significato della canzone che è un inno all’impresa “titanica” che il dottore Cottone ha realizzato a servizio di Tutti.

Leggete, canticchiate e riflettete su come si possa parolare, ironizzare, gratificare!

Brava nostra fan! 

A Te l’onore della bravura di paroliere!

GALENOSALUTE

A prima vista sembra un albergo

Poi guardi meglio, allora stupore, sorpresa

pensi di sognare ad occhi aperti

Per tutti i servizi offerti.

Signor Dottore mi stia a sentire
ho un gran problema e mi sento morire

per prima cosa voglio parlare
E il mio dolor alleviare.

 

Ci sta mia figlia che ha quindici anni

E da due anni ha bucato il budello

se la prendesse al suo centro di cura stasera

come sarebbe bello.

Con l’infermiera che ci accompagna

Con un sorriso stampato sul volto

Ci accomodiamo nella sua stanza

senza nemmeno aspettare molto.

E con la sonda dentro il budello

Faremo un brindisi tintinnante

a ‘sto dottore davvero mondiale,

a questo centro gigante.

 

Ma chi l’ha detto che questo centro,
che questo centro non è normale,

si riferiva alla gentilezza di tutto quanto il personale.

Pure i cafoni che voi tutti sapete

Qui si comportano da signori

Ché dalla cura che ricevete

Un uomo nuovo ne viene fuori.

 

Ed il dottore Carlo Cottone,
con le sue mani protese per aria,
riceveva messaggi d’auguri
Per la struttura straordinaria.
E trasmetteva saluti e speranze
a quasi tutti i malati del mondo
comunicando col suo computer
in poco meno di un secondo.

 

E la ragazza che vi era entrata,

ormai guarita dal male al budello,
quando la sera lo ringraziò lo trovò subito molto bello.

Forse per via della grande esperienza, così difficile da trovare,

pensò “Magari con un po’ di coraggio, prima dell’uscita lo potrò baciare”.

E com’è bella la vita stasera, la salute ottenuta ed il cuore sereno

per noi ragazze di terza classe che per guarire si va al “Galeno”,
per noi ragazze di terza classe che per guarire si va al “Galeno”.

Parliamo di Malattia da Reflusso Gastro-Esofageo con …

La malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE) è determinata da reflusso del contenuto gastrico in esofago di grado tale da determinare la comparsa di sintomi secondari ad irritazione della mucosa esofagea con o senza lesioni macroscopicamente evidenti. Il reflusso gastro-esofageo si verifica quando il contenuto gastrico passa in esofago per rilasciamento dello sfintere esofageo inferiore. Normalmente, durante la giornata, si verificano diversi episodi di reflusso. Quest’ultimo diviene patologico quando è di durata e frequenza tali da provocare la comparsa di sintomi o da causare lesioni della mucosa esofagea.


Sintomi caratteristici sono:

·         bruciore nella regione anteriore e centrale del torace ossia retrosternale che si attenua con assunzione di cibo o di antiacidi;

·         rigurgito del contenuto gastrico che insorge tipicamente dopo pasti abbondanti o in posizione supina o curva in avanti;

·         dolore toracico retrosternale, che può essere irradiato a fascia e al dorso;

·         dolore alla deglutizione (odinofagia);

·         difficoltà alla deglutizione (disfagia).

In alcuni casi può determinare sintomi meno tipici come quelli respiratori (asma, tosse cronica, faringiti) e del cavo orale (glossite e carie dentarie).

 

Gli esami

Endoscopia (esofago-gastro-duodenoscopia o EGDscopia): è una indagine semplice e non rischiosa che consente anche di effettuare piccoli prelievi della mucosa per ricercare la presenza di esofagite. Quest’indagine consente anche di identificare la presenza di ernia iatale. PH-metria dinamica: è l’indagine più precisa per diagnosticare la MRGE e si esegue posizionando un particolare sondino nell’esofago per via nasale, collegato ad un registratore, che rileva le variazioni dell’acidità durante la giornata. Manometria: si esegue come la pH-metria, ma serve per misurare la pressione nello sfintere esofageo inferiore e l’attività motoria esofagea. E’ quindi utile per diagnosticare una riduzione del tono muscolare nello sfintere esofageo inferiore e per diagnosticare alterazioni motorie esofagei che possono causare la MRGE.

 

La MRGE è una patologia solitamente a decorso benigno, anche se nei pazienti con sintomi frequenti la qualità della vita può essere compromessa. Tende a recidivare in oltre la metà dei casi nonostante adeguata terapia. In questi casi è possibile la comparsa di complicanze costituite più frequentemente da stenosi esofagea (ossia restringimento del lume dell’esofago dovuto a retrazione cicatriziale conseguente alla guarigione di ulcere) ed esofago di Barrett.

Consigli

Nel caso sia stata diagnosticata una MRGE è importante seguire alcune regole fondamentali.

·         Astenersi dal fumare e dal bere alcolici: il fumo e l’alcol oltre che ridurre la pressione del LES, alterano anche la motilità dell’esofago indebolendo i principali meccanismi di difesa contro il reflusso gastro-esofageo;

·         non assumere cioccolato, menta, cibi grassi, pasti abbondanti, che aumentano la frequenza del reflusso;

·         ridurre il peso corporeo se in eccesso: l’obesità aumenta il reflusso gastro-esofageo;

·         non sdraiarsi subito dopo i pasti né indossare indumenti che costringono l’addome in quanto si incrementa il reflusso;

·         sollevare la testiera del letto di circa 15 cm al fine di ridurre il reflusso gastro-esofageo durante le ore notturne;

·         è opportuno seguire scrupolosamente una terapia appropriata.


La terapia medica si basa sull’uso di farmaci che riducono o bloccano la secrezione gastrica. Questi farmaci sono i farmaci anti H2 (tipo ranitidina) e gli inibitori della pompa protonica (tipo omeprazolo). E’ importante associare farmaci che aumentano la pressione nello sfintere esofageo inferiore e lo svuotamento gastrico (tipo domperidone) e farmaci che riducono, tamponandoli, gli effetti dannosi del reflusso come gli antiacidi (tipo idrossido di alluminio e/o magnesio, alginato) e i protettori di mucosa (tipo sucralfato). La terapia chirurgica è da preferire nei soggetti giovani con malattia di grado severo e comunque nei casi con frequenti recidive. L’intervento più frequente è la fundoplicatio (ossia il ripiegamento di parte del fondo gastrico intorno alla parte terminale dell’esofago) per aumentare la pressione a livello dello sfintere esofageo inferiore. Oggi tale intervento si esegue prevalentemente in videochirurgia senza necessità della tradizionale apertura dell’addome e quindi con riduzione dei fastidi per il paziente e della durata della degenza ospedaliera.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager di GALENOsalute e medico specialista in Medicina Interna

Cancro: scoperto meccanismo difesa immunitaria

Due immunologi della Universita’ Cattolica sono riusciti a individuare uno dei meccanismi biologici di base grazie al quale opera il nostro sistema di difesa immunitaria. Un nuovo tassello per costruire vaccini curativi piu’ efficaci per i tumori. Lo studio pubblicato oggi sul “Journal of Immunology“, una delle cinque riviste piu’ importanti del settore a livello mondiale.

E’ stato infatti individuato in vivo meccanismo biologico con cui i linfociti T si attivano per velocizzare le azioni di difesa contro virus e cellule cancerose. Francesco Ria, Romina Penitente e altri collaboratori dell’Istituto di Patologia generale dell’Universita’ Cattolica di Roma, diretto dal prof. Tommaso Galeotti, hanno guidato la ricerca che apre la strada alla realizzazione in futuro di armi piu’ incisive soprattutto nella cura delle neoplasie. Il nostro organismo possiede un sistema altamente efficace per riconoscere gli agenti infettivi che ha gia’ incontrato. Riesce cosi’ a evitare di contrarre una seconda volta la stessa malattia, mettendo in campo tutti gli strumenti di difesa che si sono rivelati efficaci contro il virus o il batterio la prima volta. Ed e’ proprio grazie al sistema immunitario – questo il nome del ‘ministero della difesa’ del nostro corpo – che le vaccinazioni diventano efficaci.

Gli strumenti di cui dispone il sistema immunitario sono molto sofisticati. Schematicamente, gli ‘eserciti biologici’ dell’organismo sono due. Il primo e’ costituito dalle cellule B (i linfociti B), che producono delle proteine, chiamate immunoglobuline, le quali sono molto efficaci nel prevenire le malattie dovute ad agenti infettivi. Lo sono meno nel curare le infezioni di origine virale e i tumori gia’ in atto. Il secondo braccio della difesa e’ invece costituito dalle cellule T (linfociti T), che eliminano direttamente o attraverso altre cellule, dette macrofagi, le cellule infettate dai virus o quelle diventate cancerose. Essi infatti riescono a identificare, grazie a speciali segnali (detti recettori), le cellule dell’organismo infettate. Dunque i linfociti T sono piu’ efficaci delle immunoglobuline nella cura delle infezioni gia’ in corso. I linfociti T costituiscono circa il 60% di tutti i linfociti. “Il meccanismo di funzionamento delle cellule B era gia’ noto da tempo”, spiega Francesco Ria, professore associato di Patologia generale alla Cattolica di Roma. “Ogni cellula B produce una sola immunoglobulina, che e’ in grado di modificarsi leggermente se l’agente patogeno cambia.

Un classico esempio e’ quello dell’influenza: se si e’ stati infettati un anno in forma violenta, gli anni successivi si e’ abbastanza protetti, anche se il virus nel frattempo va incontro a una serie di cambiamenti minori. Ma dopo qualche tempo ci sara’ un cambiamento maggiore, e la variabilita’ genetica dell’immunoglobulina non sara’ piu’ sufficiente per legarsi al virus e bloccarlo”. In sostanza, ciascuna nuova cellula B e’ figlia di quella che originariamente ha incontrato l’agente patogeno, e volta per volta il sistema immunitario seleziona, fra le nuove varianti, quella piu’ efficace. “Ma questo meccanismo non e’ quello che utilizzano le cellule T”, continua Ria. “Grazie al nostro lavoro sui topi, abbiamo dimostrato che anche le cellule T si adeguano rapidamente, anche se in modo diverso. Le prime cellule T, molto specifiche per il virus o il batterio originale, ma meno per la forma mutata, si attivano subito e facilitano la formazione di nuove cellule T attivate, piu’ specifiche per la forma mutata”. In sostanza, mentre per le cellule B il sistema immunitario usa le figlie modificate della cellula originaria che si rivelano piu’ efficaci contro le infezioni, moltiplicandole, nel caso delle cellule T, queste vengono utilizzate tutte per combattere l’infezione, ma nello stesso tempo viene facilitata e velocizzata la formazione di nuove cellule T piu’ adatte al nuovo nemico.

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fonte AGI Salute

Ricercatori britannici scoprono un collegamento tra allergie alimentari e sindrome da intestino irritabile

Le allergie alimentari potrebbero essere collegate alla sindrome da intestino irritabile. E’ la scoperta fatta da alcuni ricercatori del St George’s Hospital di Londra e pubblicata sull’American Journal of Gastroenterology. Gli scienziati britannici hanno analizzato campioni di sangue di alcuni pazienti con diagnosi di sindrome da intestino irritabile ed hanno registrato la presenza di alcuni anticorpi relativi alle allergie al frumento, alla carne di manzo, di maiale, di agnello, ai semi di soia. I ricercatori hanno anche collegato diversi sintomi come diarrea o stitichezza all’intolleranza ad alcuni tipi di alimenti. I risultati di questo esperimento sono stati incoraggianti, tanto che il responsabile dello studio Devinder Kumar ha dichiarato: “con un semplice esame del sangue abbiamo dimostrato che i sintomi della sindrome da intestino irritabile – che possono seriamente compromettere la qualità della vita – sono una risposta diretta da parte dell’organismo a ciò che mangiamo ogni giorno”.


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