Colpa del DNA se i bambini non imparano dagli errori?

Dove ho sbagliato?’, si chiedono sconsolati i genitori quando il figlioletto li fa disperare perché non apprende. Secondo una ricerca del Centro di sviluppo infantile dell’Università di Harvard, non sempre la responsabilità è di mamma e papà. Potrebbe essere semplicemente una questione di Dna.  “Circa il 30% dei bambini – afferma Jack Shonkoff, direttore del Center on the Developing Child dell’università di Harvard – presenta delle disfunzioni genetiche”. Un “glitch”, cioé un difetto del Dna, provocherebbe, secondo il professore, un calo dei recettori di dopamina a livello cerebrale. Questi recettori agiscono come porte d’accesso per le sostanze chimiche che attivano i neuroni. La mancanza di questo tipo di recettori rende incapaci di evitare comportamenti autodistruttivi come l’assunzione di droghe, per esempio. I ragazzi in cui scarseggiano i recettori della dopamina, quindi, non sono in grado di imparare dai loro stessi errori. E’ inutile, riporta lo studioso su Newsweek, che i genitori li lascino stare alzati la notte prima di un esame, perché anche dopo la prova deludente del giorno dopo, non andranno mai a letto presto. Questo non significa, comunque, che i bambini meno docili non imparino nel migliore dei modo le lezioni dei genitori. Anzi, si dimostrano spesso più intraprendenti di quelli docili, imparando a conoscere persone e situazioni nuove, ha spiegato Jay Belsky dell’Università Birbeck di Londra. Il bambino docile che impara a non leggere di notte per svegliarsi “fresco” il mattino, forse non svilupperà mai un grande amore per i libri. Stefano Vicari, neuropsichiatra all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, conferma l’importanza dello studio. “Queste ricerche sono utili – ha dichiarato – perché fanno capire la base biologica di disturbi infantili come l’iperattività o altri disturbi specifici dell’apprendimento (memoria, concentrazione). Soprattutto in Italia, ci sono ancora molte persone che negano la presenza di questi disturbi o li ritengono psicologici, mentre, invece, sono genetici. Quindi non si possono colpevolizzare i bambini o i genitori, che non hanno nessuna responsabilità”. “Esistono infatti – ha spiegato Vicari – cure farmacologiche per curare i disturbi della concentrazione. Il metilfenidato, per esempio, agisce sui circuiti neuronali potenziandoli”. I neuroni dei bambini che hanno meno recettori dopaminici liberano la stessa quantità di dopamina degli altri bambini, puntualizza Vicari, ma a loro mancano le “porte d’accesso” alla dopamina. Insomma, la dopamina è la “chiave”, il recettore è la “serratura”. Solo se il neurotrasmettitore (la dopamina) si inserisce nel recettore, è possibile il passaggio dell’informazione tra i neuroni, altrimenti si ha un ‘black-out’ del sistema dopaminergico. Molti disturbi infantili, come l’iperattività, si spiegano proprio con un cattivo funzionamento del circuito. E’ normale – ha aggiunto il professore – che i bambini con meno recettori perdano la memoria implicita (quella che permette di imparare dall’esperienza). Questo tipo di memoria, infatti, é legata fortemente alla presenza di dopamina.

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