Tumore alla prostata, è italiana la possibile chiave di cura.

E’ nascosta in due minuscole molecole (microRna) contenute nel cromosoma 13 la chiave per comprendere l’aggressivita’ del cancro alla prostata ma anche la via rivoluzionaria per tentare una cura. Due piccoli geni che normalmente funzionano da freno allo sviluppo del tumore, ma se si deteriorano o si perdono portano le cellule alla crescita incontrollata; viceversa una volta reintrodotti dentro le cellule malate queste muoiono.

Le ricerche, pubblicate sulla rivista inglese Nature Medicine, portano la firma italiana e vengono definite dagli autori entusiasmanti perche’ aprono la strada ad applicazioni cliniche in tempi brevi. Dapprima gli scienziati hanno utilizzato 40 campioni di tessuto tumorale osservando la funzione dei due microRna; successivamente hanno tentato una strada che si basa sull’ingegneria genetica per una terapia.

”Quello che abbiamo scoperto – ha spiegato Ruggero De Maria, Direttore del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Molecolare dell’Istituto superiore di sanita’ che ha guidato l’indagine insieme a Desire’ Bonci – e’ che se i due microRNA-15a e microRNA -16 vengono reintrodotti nelle cellule tumorali che li hanno perduti, queste cellule smettono di crescere e vengono distrutte. La possibilita’ di curare i tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi microRNA e’ stata confermata dalla terapia sperimentale effettuata in animali da laboratorio. Cio’ significa che col bagaglio di conoscenze che ci offrono i risultati di questo studio il cancro alla prostata potra’ essere sconfitto”. Ora l’attenzione e’ concentrata a mettere a punto il metodo migliore per introdurre i microRna ( che non sono risultati tossici) nelle cellule, usando anche molecole di colesterolo. Poi si passera’ ai test sull’uomo.

”Capire perche’ un cancro diventa piu’ aggressivo ci porta molto vicini a guarire gli stadi avanzati del cancro alla prostata – ha dichiarato Enrico Garaci, Presidente dell’ISS che ha ribadito l’impegno del nostro paese per questi studi. ” E’ per questo che le implicazioni cliniche di questa ricerca sono notevoli”. Allo studio hanno collaborato l’equipe del professor Giovanni Muto, primario di Urologia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e dell’Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, finanziata grazie ai fondi dell’accordo Italia-Usa e dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Il tumore alla prostata (44.000 diagnosi l’anno in Italia) viene trattato attualmente con la terapia ormonale e la chirurgia che pero’ si rivela efficace solo negli stadi iniziali in quanto non esiste, secondo l’Iss, alcuna cura valida per il tumore allo stadio avanzato che ancora provoca la morte di oltre il 20% dei pazienti affetti da cancro alla prostata. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilita’ di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell’uomo dopo il carcinoma del polmone.

di Francesco Marabutto

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