Archivio per dicembre 2008



Scoperto legame tra Alzheimer e virus herpes simplex

Il comune virus dell’herpes labiale potrebbe essere coinvolto nei meccanismi che sono in grado di provocare l’insorgenza del Morbo di Alzheimer. Questa conclusione è deducibile da uno studio scientifico svolto in Inghilterra alla Manchester University, da un gruppo di studiosi coordinati dalla dottoressa Ruth Itzhaki. I ricercatori hanno scoperto che esiste un legame tra il virus herpes simplex (HSV), che solitamente attacca le labbra, e l’accumularsi delle placche della proteina beta amiloide, tra le cause principali dell’Alzheimer, nel cervello. Questo vale in particolare per le persone anziane affette da questa grave demenza degenerativa: tali soggetti presentano infatti un sistema immunitario più fragile e indebolito, risultando quindi più facilmente attaccabili dai batteri e dai virus. Esaminando un campione rappresentativo di malati di Alzheimer, i ricercatori inglesi hanno potuto constatare che, all’interno del loro cervello, ben il 90% delle placche proteiche presentava frammenti del DNA virale dell’herpes simplex di tipo 1. In precedenza la dottoressa Itzhaki e colleghi avevano dimostrato che l’infezione virale, indotta sulle cellule nervose di topolini da laboratorio, conducevano all’accumulo di placche di proteina beta amiloide nel cervello dei roditori. Era già stato osservato che il virus dell’herpes simplex è presente nell’encefalo di molti individui anziani e che esiste uno specifico fattore genetico che predispone maggiormente all’insorgere del Morbo di Alzheimer rispetto al resto della popolazione. Notevole è stata la percentuale riscontrata di casi in cui il virus dell’herpes simplex resta dormiente senza manifestarsi anche per lunghi periodi di tempo: questo è accaduto al 20-40% delle persone infettate. I dati scientifici attualmente raccolti non consentono ancora di affermare chiaramente che l’Alzheimer viene causato dal virus dell’herpes simplex di tipo 1, tuttavia gli stessi ricercatori sono convinti che la loro scoperta potrebbe presto contribuire a sviluppare una cura efficace per la malattia di Alzheimer utilizzando i farmaci antivirali. In attesa di future conferme o smentite, lo studio scientifico inglese è comunque un ulteriore tassello di conoscenza che si aggiunge al puzzle di nozioni già a disposizione sull’Alzheimer.

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Verso un cocktail di farmaci contro l’epatite C

Una combinazione di diverse terapie simile quelle utilizzate nei casi di infezione da HIV potrebbe essere il migliore trattamento per il virus dell’epatite C (HCV).
È quanto affermano i ricercatori dell’
Università di Leeds in base a uno studio che ha avuto come oggetto la proteina chiamata p7. Le analisi, infatti, hanno rivelato che le differenze genetiche nella codifica della proteina fra diversi ceppi virali sono in grado di alterare la sensibilità del virus ai farmaci che ne bloccano la funzionalità. La proteina p7, secondo le attuali conoscenze, riveste un ruolo importante nella diffusione dell’HCV in tutto il corpo e rappresenta un bersaglio terapeutico potenziale per aggredire il virus.
Il suo ruolo è stato scoperto nel 2003 da Steve Griffin, Mark Harris e Dave Rowlands della Facoltà di scienze biologiche della stessa università.
“Una delle sfide nella ricerca di nuovi trattamenti per il virus è la loro capacità di cambiare costantemente il loro corredo genetico”, ha spiegato Harris. “La nostra ricerca mostra che non sarebbe adatto adottare un approccio univoco per il trattamento dell’HCV con inibitori della proteina p7; riteniamo invece che diversi trattamenti in combinazione potrebbero avere una maggiore efficacia, dal momento che potrebbero tenere conto della variabilità di tale proteina.”
Si calcola che nel mondo circa 180 milioni di persone siano affette dal virus HCV, un patogeno che causa un’infiammazione del fegato che può portare a un’insufficienza epatica o a un tumore.
Il virus si diffonde per contatto con sangue infetto o altri fluidi biologici, è in larga parte asintomatico nelle prime fasi d’infezione e per esso non è ancora disponibile un vaccino. L’attuale trattamento standard prevede la somministrazione di farmaci antivirali non specifici ad ampio spettro.
In quest’ultimo studio Griffin e Harris hanno esaminato la risposta dell’HCV a un’ampia gamma di composti tra cui la ben nota molecola antivirale rimantadina, che ha come bersaglio una proteina simile del virus dell’influenza. Si è così riscontrato come l’efficacia del farmaco dipenda in effetti dalla variabilità genetica della proteina p7.”La nostra attenzione si è concentrata sulla rimantadina per verificare i suoi effetti poiché la p7 ha un ruolo simile a un’altra proteina trovata nel virus dell’influenza”, ha commentato Griffin. “Sebbene la rimantadina funzioni bene il laboratorio, ora abbiamo bisogno di sviluppare nuovi farmaci diretti specificamente contro la p7, e dovremmo sviluppare ulteriormente questo approccio per le future terapie.”

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Parliamo di Influenza con …

Questa settimana tratteremo di INFLUENZA con il dott. Leo Di Bartolo, medico specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia cervico-facciale, nostro Ospite in GALENOsalute.

Cos’è | L’influenza è una malattia infettiva acuta che interessa prevalentemente l’apparato respiratorio, provocata da virus appartenenti alla famiglia degli Orthomixovirus. I virus influenzali vengono classificati in tre diversi tipi (A, B e C) ed in vari sottotipi, sulla base delle caratteristiche degli antigeni di superficie, denominati emoagglutinina (H) e neuroaminidasi (N). Il tipo C non è molto frequente, per cui le epidemie influenzali sono provocate prevalentemente dai tipi A e B.

Epidemiologia | Il virus influenzale è in grado di diffondersi rapidamente attraverso i continenti, per cui può dare origine a vere proprie pandemie, che si manifestano prevalentemente nel periodo Settembre – Marzo nell’Emisfero Nord, e nei mesi da Giugno a Settembre nell’Emisfero Sud. I ceppi virali circolanti possono essere diversi di anno in anno e da regione a regione. Le dimensioni di ciascuna epidemia dipendono dalle caratteristiche del ceppo virale, ed in particolare dalle sue variazioni rispetto al ceppo dell’anno precedente. Il virus influenzale infatti può andare incontro a diversi tipi di mutazioni, le quali provocano effetti diversi sulla evoluzione dell’infezione:

  • Mutazioni minori o secondarie degli antigeni di superficie H e N: causano delle variazioni minime alla struttura del virus, e si manifestano ogni 2-3 anni. In questi casi le difese immunitarie della popolazione risultano essere ancora parzialmente protettive nei confronti del virus, per cui si verificano epidemie più limitate. L’insorgenza è solitamente improvvisa e la durata del ciclo epidemico è mediamente di 6-8 settimane. La morbosità della malattia nella popolazione generale è di circa il 10-20%, ma può essere maggiore nei bambini e nelle comunità chiuse (ad esempio case di riposo), con punte del 40-50%; la mortalità è più elevata nelle persone anziane affette da altre patologie concomitanti, come le malattie broncopolmonari e cardiovascolari.
  •  Mutazioni strutturali degli antigeni di superficie H e N: provocano delle variazioni importanti alla struttura virale, e si manifestano ogni 10-20 anni. Queste forme, verso le quali le popolazioni non hanno una adeguata protezione immunitaria, si diffondono molto rapidamente dando origine a delle vere e proprie pandemie, con una morbosità che arriva al 50% nella popolazione generale, e fino all’80% nelle comunità chiuse. Queste forme si manifestano però più raramente.

 Si stima che ogni anno nel mondo si ammalano circa 500 milioni di persone, pari a quasi il 10% della popolazione del pianeta.

Trasmissione | Il virus viene trasmesso tramite microscopiche goccioline di saliva emesse dalle persone infette con gli starnuti, con la tosse o anche con la semplice fonazione. La trasmissione è facilitata dal contatto ravvicinato tra le persone, dato che il virus ha una elevata contagiosità. Questa elevata capacità di diffusione del virus spiega perché in una popolazione l’epidemia raggiunga il culmine dopo soli 15 giorni dal manifestarsi dei primi casi. La persona infetta è in grado di trasmettere il virus da pochi giorni prima fino a 5-7 giorni dopo la comparsa dei sintomi.

Patogenesi | Il virus, una volta penetrato nell’organismo attraverso le vie respiratorie, si localizza nelle cellule epiteliali di rivestimento delle prime vie aeree, all’interno delle quali è in grado di replicarsi attivamente; il ciclo vitale del virus ha una durata di 4-6 ore. Le particelle virali neoformate escono quindi dalla cellula, che va incontro a morte, e sono pronte per andare ad infettare nuove cellule, provocando così l’estensione dell’infezione a macchia d’olio. In seguito, l’intervento del sistema immunitario contribuisce ad arrestare la progressione dell’infezione, portando così alla guarigione nel giro di pochi giorni.

Come me ne accorgo | Il periodo di incubazione dell’influenza è mediamente di circa 1-3 giorni, e la malattia insorge generalmente in modo improvviso. I sintomi principali sono rappresentati da febbre elevata, tosse, mal di gola, mal di testa, dolori artro-muscolari diffusi, sensazione di spossatezza. Nella Tabella seguente sono elencati i sintomi che possono comparire in corso di influenza, con le relative percentuali di frequenza:

 

 

Cosa aspettarsi | La durata dei sintomi è variabile, ma la maggior parte dei pazienti guariscono in circa 5-7 giorni. Durante il decorso dell’influenza a volte si possono manifestare alcune complicanze, a carico prevalentemente del tratto respiratorio superiore (otite, sinusite, parotite) e del tratto respiratorio inferiore (laringite, bronchiolite, polmonite, peggioramento clinico in persone affette da asma o da broncopneumopatie croniche ostruttive).

Gli esami | Il sospetto di influenza viene solitamente posto sulla base del quadro clinico, ma importante è anche il dato epidemiologico relativo alla presenza di questa malattia in una certa stagione ed in una certa area geografica. Per avere però la diagnosi di certezza è necessario eseguire un prelievo di sangue per la ricerca degli anticorpi specifici, la cui presenza conferma l’avvenuto contatto tra l’organismo ed il virus. Può essere eseguita anche la ricerca diretta del virus nel tampone faringeo o nell’espettorato, ma tale indagine richiede più tempo per la risposta e può essere eseguita solo in laboratori specializzati.

Che fare | I provvedimenti terapeutici sono essenzialmente di carattere sintomatico: vengono solitamente impiegati antipiretici e antinfiammatori per limitare l’intensità dei sintomi. Possono risultare utili anche i sedativi della tosse ed i mucolitici. Non sono abitualmente necessari gli antibiotici, se non in casi particolari o in presenza di complicanze. Sono disponibili anche dei farmaci antivirali specifici, in grado di ridurre la durata della fase acuta.

Consigli | In corso di influenza viene consigliato il riposo a letto per tutta la durata della fase acuta. Dato che la trasmissione dell’infezione avviene per via aerea, è molto importante osservare le norme di isolamento respiratorio, che prevedono di evitare il contatto diretto con altre persone, per non esporle ad un rischio di contagio. La misura di prevenzione principale è rappresentata dalla somministrazione di uno specifico vaccino; è particolarmente raccomandata per i soggetti a rischio, quali gli anziani ed i pazienti affetti da patologie broncopolmonari o cardiache croniche. Il vaccino va ripetuto ogni anno, poiché la sua composizione viene modificata in base al ceppo virale in circolazione in quella determinata stagione; viene somministrato per iniezione intramuscolare e fornisce una protezione che dura 5-6 mesi.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Mal di gola, tosse, otite … i consigli del nostro esperto

La malattia più diffusa della stagione è l’influenza. Ma mentre il virus che costringe a letto molti italiani si guadagna la ribalta mediatica, dietro le quinte restano gli altri malanni del periodo. Ma, avvertono gli esperti, attenzione a non sottovalutarli. Mal di gola, raffreddore, tosse e otiti sono infatti disturbi che possono durare molto più dell’influenza: “Anche se spesso provocano sintomi meno intensi di quelli influenzali – spiega Leo Di Bartolo, medico specialista in Otorinolaringoiatria e Palotogia cervico-facciale, nostro Ospite in Galeno Salute – i malanni tipici della stagione fredda possono rivelarsi molto fastidiosi, facendo perdere diversi giorni di lavoro e di scuola. Per questo è importante saperli conoscere e curarli al meglio”. Cominciamo dal raffreddore. Si tratta di una malattia causata dai alcuni virus che proliferano nella stagione fredda e che si trasmettono attraverso gli starnuti e le mani infette. I sintomi? Naso chiuso, sensazione di malessere e qualche linea di febbre. Per curarli dovrebbe essere sufficiente utilizzare farmaci antinfiammatori non steroidei, come l’acido acetilsalicilico e l’ibuprofene. Il mal di gola, invece, è causato nella maggior parte dei casi da virus responsabili di quella fastidiosa sensazione di dolore e bruciore lungo il primo tratto del cavo orale, spesso accompagnata da febbre piuttosto elevata. Anche in questo caso si può ricorrere a farmaci non steroidei. Nei casi più lievi, invece, quando il fastidio alla gola non è accompagnato da alcuna linea di febbre, possono essere d’aiuto anche spray, collutori e pastiglie disinfettanti. “Non è il caso di assumere antibiotici fai da tè – sottolinea Di Bartolo – prima di tutto perché la maggior parte delle volte la causa della malattia è un virus, contro cui questi farmaci sono assolutamente inutili, e poi perché anche quando il mal di gola è di origine batterica deve essere il medico a prescrivere l’antibiotico più adatto al caso”. Che sia secca o grassa, contro la tosse la cura da seguire è invece quella indicata per il disturbo di stagione che la provoca. Ma il fastidio può essere comunque attenuato facendo ricorso a specifici sciroppi o pastiglie: “Se la tosse non si attenua nel giro di due o tre giorni o se chi ne soffre è un bambino – precisa però Di Bartolo – è bene chiedere il parere del medico”. Se invece la malattia che ci perseguita è l’otite, le cure possono essere a base di antinfiammatori o antibiotici. Il disturbo, che colpisce soprattutto i bambini, è infatti legato all’azione di batteri che causano febbre, dolore e diminuzione della percezione uditiva. Prevenire i malanni di stagione non è sempre facile, spiegano gli esperti. Ma contro tosse, starnuti, mal di gola e otiti può essere comunque utile mantenere la mani pulite, areare i locali (soprattutto se frequentati da molte persone) , non fumare e indossare sciarpa e cappello quando si esce.

Noci e dieta mediterranea per la salute del cuore e delle arterie

Si avvicinano le festività natalizie e già sono disponibili nei supermercati le noci e le noccioline, tipici frutti secchi di stagione. Questi alimenti, spesso eliminati dai regimi dietetici ipocalorici perché troppo grassi, hanno in realtà molteplici proprietà benefiche. Uno studio spagnolo dell’Università di Rovira i Virgili in Reus, pubblicato sulla rivista “Archives of Internal Medicine Journal“, ha dimostrato che consumare noci e noccioline, in associazione a una dieta mediterranea integrata dall’uso dell’olio d’oliva, può migliorare significativamente la salute del cuore e delle arterie e curare efficacemente la sindrome metabolica. Chi dovesse soffrire, infatti, di colesterolo alto, ipertensione e obesità può trarre vantaggio da un consumo moderato ma regolare di questa frutta secca, associandola alla salutare dieta nostrana. Noci e noccioline riescono a “pulire” la parete interna dei vasi sanguigni perché sono ricche di sostanze salutari: contengono, infatti, i benefici acidi grassi Omega-3 e l’amminoacido arginino, che stimola a sua volta l’ossido nitrico e preserva flessibilità ed elasticità dei vasi sanguigni. Questa frutta a guscio ha anche effetti antiossidativi e antinfiammatori e perciò viene consigliata dagli stessi nutrizionisti, in dosi moderate, al termine di pasti particolarmente grassi e abbondanti, come ad esempio il cenone della Vigilia di Natale. Gli scienziati iberici, guidati dal dott. Jordi Salas-Salvado, hanno monitorato 1200 volontari affetti da sindrome metabolica, dividendoli in tre gruppi: al primo è stato consigliato un regime dietetico genericamente privo di grassi, al secondo è stata prescritta una dieta mediterranea arricchita da un cospicuo uso dell’olio d’oliva, noto per le sue capacità di proteggere le arterie, al terzo gruppo, infine, è stata raccomandata la dieta mediterranea integrata con l’olio di oliva e il consumo giornaliero di circa 30 grammi di noci e noccioline. Trascorso un anno dall’inizio dello studio scientifico, i ricercatori hanno potuto verificare che i pazienti affetti da sindrome metabolica appartenenti al primo gruppo erano migliorati nel 2% dei casi, quelli del secondo gruppo nel 6,7% dei casi e quelli del terzo gruppo in ben il 13,7% dei casi. Anche se nessuno dei volontari aveva perso peso, i consumatori di frutta secca avevano diminuito la circonferenza del loro giro vita e anche questo è un dato significativo, visti i rischi cardiovascolari che corre chi ha la pancetta e le maniglie dell’amore. Le noci, semi oleosi benefici, sono da tempo consigliate dagli esperti come “antidoto” ai danni provocati a cuore, vene e arterie per le reazioni ossidative che si scatenano nell’organismo in seguito al circolo eccessivo di grassi nei vasi sanguigni. Un dose moderata di frutta secca può, dunque, solo fare bene, ma è necessaria associare questi cibi a un corretto regime alimentare e a uno stile di vita attivo per poter tutelare al meglio la propria salute e godere di un benessere che preservi dai rischi cardiovascolari.

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Nasce un social network dedicato alla medicina

Prende il via il primo “social network” dedicato esclusivamente ai medici. Si chiamerà “Forum della Sanità” e sarà composto da circa 400 specialisti rappresentativi di diverse specialità. Un canale di comunicazione che avrà la sua “finestra” principale su internet e punta a condividere i temi sanitari più importanti. “I partecipanti potranno interagire tra loro o in gruppi – ha spiegato Eugenio Quaini, coordinatore dell’Osservatorio della Società Italia di Cardiochirurgia -, pubblicare e condividere testi e documenti, dibattere temi di interesse generale, accedere al calendario mensile degli eventi relativi alla sanità e inserire le proprie segnalazioni”. Il Forum della Sanità è la prima rete sociale di questo genere in Italia: «Il suo obiettivo – precisa Quaini – è la nascita di un gruppo di opinione, visibile su diversi media, sui temi più importanti legati all’innovazione in sanità”.

Diagnosi più precise? Basta una fotografia

Guardare in viso il paziente, dare un volto a cartelle cliniche e lastre, stabilire un rapporto empatico tra medico e assistito. Una ricerca israeliana dimostra che non si tratta di conquiste solo sul piano umano, ma anche di un potenziale miglioramento dal punto di vista diagnostico. Allegare quindi le fotografie dei pazienti alle lastre che il medico deve esaminare serve a migliorare le prestazioni dei dottori: lo studio è stato presentato al congresso annuale della Radiological Society of North America. I radiologi infatti hanno scarsi contatti umani con le persone che chiedono il loro consulto. “Il nostro studio serve a porre l`accento su un approccio al paziente come essere umano e non come un anonimo caso di studio”, spiega Yehonatan Turner, coordinatore della ricerca. Lo studio ha coinvolto 15 radiologi e 318 pazienti: le loro fotografie venivano visualizzate automaticamente ogni volta che il medico accedeva ai files della cartella clinica per consultare tomografie e raggi X. Tutti i dottori confermavano di provare maggiore empatia nei confronti dei pazienti di cui avevano visto la fotografia e leggevano anche con maggiore accuratezza le loro lastre. Circa l`80% delle anomalie riscontrate dai radiologi nel corso di questa ricerca non sono state poi rilevate tre mesi dopo, quando le lastre sono state riesaminate da altri colleghi ma senza il supporto della fotografia. “Le foto sono di grande aiuto sia per migliorare l`accuratezza della diagnosi che per quanto riguarda il rapporto medico-paziente – conclude Turner –. A ogni cartella clinica e a ogni lastra ai raggi X dovrebbero essere allegate le fotografie del malato”.

 

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