Archivio per dicembre 2008



Parliamo di Melasma con …

Questa settimana tratteremo di MELASMA con il dott. Vincenzo Pecunia, medico specialista in Dermatologia e Venereologia e Direttore Sanitario del “CENTRO DI MEDICINA ANTI-AGING” del Kempinski Hotel Giardino di Costanza, di Mazara del Vallo, nostro Ospite in GALENOsalute.

Il termine “melasma” o “pelle macchiata” deriva dalla parola greca “mèlas” che indica una ipermelanosi acquisita del viso che si sviluppa lentamente e simmetricamente e la cui tinta va dal bruno chiaro al bruno scuro.

E’ la più frequente condizione d’ipermelanosi acquisita della cute e colpisce soprattutto il sesso femminile manifestandosi con macchie irregolari di colore chiaro a scuro che ricoprono la cute esposta al sole.

Compare più spesso nelle donne che assumono contraccettivi orali o durante una gravidanza. Tuttavia, il melasma può essere osservato anche in assenza di qualsiasi ipersecrezione ormonale nella donna e nell’uomo.

E’ frequente motivo di consulenza in dermatologia a causa del danno estetico che comporta nei pazienti che hanno un fototipo scuro. La gestione deve essere rigorosa se si vogliono migliorare i risultati terapeutici, che sono spesso scoraggianti. Il trattamento del melasma non si limita a favorire l’inibizione della funzione pigmentogena dei Melanociti epidermici locali ma deve necessariamente tener conto sia dei fattori endogeni che hanno determinato l’insorgenza, che dei fattori esterni ambientali, che hanno un ruolo scatenante e molto spesso di aggravamento, riducendoli entrambe.

L’esame obiettivo permette di individuare a livello del viso 4 forme cliniche a seconda della topografia dell’iperpigmentazione:

  • Il tipo centrofacciale: 63% dei casi (interessamento simmetrico delle guance e del naso).
  • Il tipo malare: 21% dei casi (interessamento simmetrico delle guance e del naso).
  • Il tipo mascellare: 8% dei casi (interessamento del ramo montante del mascellare).
  • Il tipo labio-mentoniero: 8% dei casi (interessamento del labbro superiore e del mento).

Tra le cause riconosciamo:

– Fattori endocrini di insorgenza.

Il ruolo degli estrogeni e del progesterone sembra evidente in base all’associazione frequente del melasma con la gravidanza, (durante la quale l’ipofisi produce in maggior misura uno specifico ormone iperpigmentante, l’MSH o Melanocyte Stimuleting Hormon), l’uso di contraccettivi orali, l’impiego di trattamenti sostitutivi nella menopausa e, infine, il trattamento con il dietilstilbestrolo del cancro della prostata. Nella donna, i melasmi idiopatici sono stati attribuiti in un modo poco convincente a una leggera disfunzione ovarica. Nell’uomo, non è stato riscontrato alcun profilo endocrino particolare. Al contrario, questi melasmi idiopatici si manifestano il più delle volte in pazienti di fototipo scuro IV o V, cosa che lascia supporre che intervengano altri fattori, endocrini o di diverso tipo.

– Fattori esogeni scatenanti.

Esposizione solare | Il melasma, di qualsiasi tipo, appare in genere con le prime esposizioni solari e spesso peggiora nel corso dell’estate. Questo porta a ritenere che l’esposizione a raggi ultravioletti svolga un ruolo significativo nella patogenesi del melasma, stimolando la melanogenesi. Non spiega, al contrario, la localizzazione preferenziale del melasma a livello del viso ed eventualmente degli avambracci. D’altronde, si possono osservare degli aggravamenti del melasma nonostante una protezione solare efficace con degli schermi totali in genere molto compatti. E’ stata proposta l’ipotesi della presenza di “cloni” melanocitari faciali ormonosensibili e fotosensibili, ma è verosimile che intervengano altri fattori.

Fattori meccanici | E’ stato verificato che i microtraumi locali possono stimolare la melanogenesi. Sulla pelle di soggetti di fototipo scuro IV e V, le ipermelanosi da fregamento sono ben conosciute, e sono state segnalate più volte. Si può affermare che i microtraumi quotidiani e ripetuti sul viso possano avere un ruolo nell’aggravamento e il prolungamento a oltranza di melasmi che persistono per anni dopo il parto oppure dopo l’interruzione di un trattamento ormonale. La localizzazione delle chiazze di melasma corrisponde quasi esattamente al rilievo osseo sottoposto a frizione durante il lavarsi e durante gesti istintivi, durante il truccarsi e lo struccarsi. D’altro canto, l’attenuazione o la sospensione di alcuni gesti rende più efficace su un melasma epidermico una terapia depigmentate fino ad allora inefficace.

Prodotti cosmetici | Il ruolo nocivo dei prodotti cosmetici profumati, a lungo evocato, attualmente non è più riconosciuto.

Evoluzione | I melasmi apparsi su cute di carnagione chiara nel corso della gravidanza evolvono spontaneamente il più delle volte verso la depigmentazione qualche mese dopo il parto o la sospensione degli estroprogestinici. Al contrario, un certo numero di melasmi che compaiono in contesto endocrino nei pazienti con fototipo scuro possono persistere e anche aggravarsi diversi anni dopo la sospensione della produzione ormonale.

Strategia terapeutica | Il trattamento del melasma non si limita alla prescrizione di un depigmentante o all’uso di una tecnica che abbia per obiettivo la depigmentazione. Si devono controllare i fattori esogeni che spesso hanno un ruolo fondamentale nell’insorgenza del melasma, come anche i fattori endogeni, prima di scegliere un trattamento depigmentante adatto alla forma clinica del melasma.

La neutralizzazione dei fattori esogeni si ottiene con:

  • La riduzione delle frizioni del viso. Questo è un punto fondamentale poiché il persistere di frizioni energetiche o il loro susseguirsi sul viso ci sembra stimolare la melanogenesi dei melanociti nei fototipi scuri o divenuti “meccanosensibili” nei fototipi chiari dopo impregnazione ormonale. Ne consegue una cronicizzazione dell’iperpigmentazione con inefficacia dei trattamenti. L’igiene, come il truccarsi e lo struccarsi, devono essere effettuati il più delicatamente possibile con cotone e latte detergente, evitare inoltre l’utilizzo di fondotinta molto compatto, che richiede un’azione più energica per essere asportato nello struccarsi
  • La protezione solare. L’esposizione al sole riveste un ruolo significativo nella patogenesi del melasma, che è più evidente durante l’estate e si attenua durante l’inverno. Pertanto vengono consigliatedelle creme a schermo totale abbastanza fluide, che possono essere asportate facilmente durante il lavarsi o lo struccarsi senza frizione energetiche. Alle nostre latitudini, il periodo ideale per mettere in atto una terapia depigmentate è sicuramente quello invernale. Si consiglierà di evitare di applicare sul viso dei cosmetici profumati suscettibili di indurre o di aggravare l’iperpigmentazione sul viso. E’ preferibile attendere la fine della gravidanza, nonché l’uso degli estroprogestinici, prima di cominciare un trattamento per il melasma.

Trattamento depigmentante farmacologico
Gli agenti depigmentanti hanno lo scopo di ristabilire l’uniformità del colore cutaneo. Si tratta di composti chimici, naturali e sintetici che presentano diversi meccanismi d’azione, che intervengono a livello tissutale, cellulare o molecolare. I pazienti con pelle chiara mostrarono risultati migliori rispetto a quelli con pelle scura con laser a luce pulsata.

La tecnologia I.P.L. utilizza la fototermolisi selettiva.

I suoi obiettivi sono:

  1. Aumentare la temperatura del bersaglio sino alla sua distruzione;
  2. Massimizzare l’assorbimento dei fotoni per ottenere la termolisi.

Conclusioni | Il medico che tratta il melasma deve tenere in conto il grande impatto psico-sociale della iperpigmentazione. La gestione è complessa, nonostante il moltiplicarsi dei trattamenti depigmentanti che ci vengono proposti. Dei buoni risultati possono essere ottenuti, nonostante tutto, sui melasmi epidermici. Bisogna saper desistere dall’accanimento terapeutico nei melasmi di tipo dermico, rassegnandosi alla prescrizione di un cosmetico coprente.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.


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Una pillola alla nicotina per combattere l’Alzheimer

La nicotina fa bene alla mente. Mantiene svegli, migliora le capacità di concentrazione e aiuta la memoria. In poche parole, contrasta l’aggravarsi dell’Alzheimer e delle altre forme di demenza. Lo ha rilevato uno studio dei ricercatori del King’s College di Londra, che stanno mettendo a punto una pillola alla nicotina. I ricercatori puntano a ottenere un farmaco che contenga tutti i principi benefici del tabacco, eliminando invece quelli negativi responsabili di tumori, malattie cardiache e respiratorie. I primi esperimenti condotti sui topi hanno dimostrato che la nicotina interagisce con alcune sostanze del cervello, come la dopamina e la noradrenalina, sortendo effetti positivi nell’80% dei casi, nei quali viene rafforzata la “capacità a svolgere un compito con precisione”. Quando la cavia è distratta, però, la percentuale di risposte positive scende al 55%. In media, comunque, gli studi effettuati hanno rilevato che la nicotina aumenta del 5% il tasso di precisione nello svolgimento di un dato compito. Secondo quanto sostenuto dai ricercatori durante il Forum of European Neuroscience di Ginevra, la pillola non rappresenterebbe una cura definitiva contro la demenza, ma solo un modo per attenuarne gli effetti negativi.

 

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Da una pianta blu una pomata per guarire la psoriasi

indigo naturalisUna pomata a base di Indigo naturalis per sconfiggere la psoriasi. L`unguento derivato dalla pianta blu – usata tradizionalmente nella medicina cinese – si è dimostrato efficace, e fino ad adesso privo di controindicazioni, nel trattamento di questa malattia cronica della pelle per la quale non esistono cure definitive, ma solo terapie in grado di far regredire il disturbo. Assunto per via orale, l`Indigo naturalis sul lungo termine può causare irritazioni gastrointestinali e  problemi di carattere epatico: è per questo che i ricercatori hanno creato una pomata mescolando la polvere medicamentosa con olio d`oliva, vaselina e cera gialla. Lo studio, pubblicato su Archives of Dermatology, è stato condotto a Taiwan da un team del Chang Gung Memorial Hospital e della Chang Gung University di Taoyuan. Ai test sono stati sottoposti 42 pazienti affetti da psoriasi resistente ai trattamenti farmacologici. I volontari hanno quindi applicato la pomata a base di Indigo naturalis sulle placche psoriatiche solo su un lato del corpo, mentre sull`altro lato hanno applicato un unguento non curativo. Dopo 12 settimane i medici hanno riscontrato un notevole miglioramento sia nel colore sia nell`ispessimento delle zone interessate dalle placche. Tra i 34 pazienti che hanno completato i trial clinici, nessuno ha sperimentato un peggioramento della malattia nelle aree trattate con l`Indigo naturalis e le placche psoriatiche sono completamente o quasi completamente sparite in 25 di loro. Non sono stati riscontrati seri effetti collaterali: solo un leggero prurito scomparso in un paio di giorni. “I test clinici condotti dimostrano che l`uso topico di pomate a base di Indigo naturalis per combattere la psoriasi cronica è sicuro ed efficace – afferma Yin-Ku Lin, che ha coordinato lo studio –. Le ricerche future dovranno provvedere a chiarire l`utilizzo farmacologico della pianta”.

 

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Troppi esami radiologici in Italia: a rimetterci sono la salute degli italiani e le casse dello Stato

Si fanno troppe radiografie in Italia: se ne contano ogni anno circa 50 milioni ma un esame su quattro è totalmente inutile. In altre parole, il 25% degli esami radiologici effettuati dagli italiani sarebbe evitabile a tutto beneficio della salute e del rischio di malattie molto serie, come i tumori. I dati sono stati raccolti a seguito di un’indagine condotta su sei regioni e province autonome da Società italiana di radiologia medica, Associazione italiana di neuroradiologia e Sindacato nazionale dei radiologi; l’allarme è stato lanciato qualche settimana fa dagli stessi radiologi della Federazione nazionale dei Tecnici sanitari di radiologia medica (TSRM), riuniti in occasione di un convegno sul tema degli esami radiologici e della sicurezza del paziente che si è svolto a Roma.

La questione è piuttosto importante: di mezzo c’è la salute del paziente – più esami radiologici si traducono in un maggior numero di raggi e in un maggiore rischio di tumori radioindotti, senza considerare le aumentate possibilità di errori diagnostici – ma anche la qualità del servizio sanitario, a causa dell’allungamento delle liste di attesa e dei costi che ricadono inevitabilmente sulle casse dello stato.

I primi a  scendere in campo contro questo abuso di TAC, PET, radiografie e risonanze magnetiche sono gli stessi radiologi che troppo spesso si trovano a dover eseguire esami con tecniche di imaging su pazienti che non ne avrebbero bisogno o che tornano a ripeterli continuamente. Pazienti e medici sono chiamati in causa in egual modo: i medici dovrebbero evitare di prescrivere questi esami a gogò ed essere più cauti, i pazienti devono esser più informati e più consapevoli.

I medici riuniti a Roma spiegano che troppo spesso si prescrivono esami del tutto inutili e superflui. Un esempio per tutti: l’Associazione gastroenterologi ospedalieri ha condotto uno studio per verificare il livello di appropriatezza degli esami e ha scoperto che la colonscopia, test piuttosto fastidioso e invasivo, viene prescritta troppo spesso. Le attuali linee-guida indicano di eseguire questo esame solo se nel paziente si è verificato un sostanziale cambiamento (sangue nelle feci, anemie inspiegate, dolori improvvisi all’addome): insomma – spiega Sergio Morini, presidente dell’Associazione – una stitichezza cronica o una sensazione di gonfiore che è stabile da decenni non sono assolutamente validi motivi per prescrivere una colonscopia.

Il problema, comunque, non è solo italiano. Quest’anno doveva entrare in vigore nell’Unione Europea una legge che limitava l’utilizzo di risonanze magnetiche, ma la sua applicazione è stata rinviata al 2012 a causa, dicono i rumors, delle incredibili pressioni cui sono stati sottoposti gli uffici sanitari comunitari.

 

Se le calorie non pesano è merito di quattro geni

Dove lo metterà tutto quel cibo? Chi si è sempre chiesto come mai alcune persone riescano a mangiare come squali pur mantenendo un fisico da fuscello, adesso ha una risposta: una ricerca pubblicata su PLoS Genetics afferma che la velocità del nostro metabolismo dipende dai geni. Ingurgitare quantità imbarazzanti di cibo e rimanere magri è quindi un dono di madre natura. La rapidità con cui il cibo viene bruciato è legata alle variazioni di quattro geni, Fads1, Lipc, Scad e Mcad. Si spiegherebbe così, ad esempio, l`efficacia o il fallimento  di una dieta. Spesso i chili non vanno via non per mancanza di volontà, o per incapacità del dietologo, ma per colpa del nostro corredo genetico. L`abilità con cui l`organismo smaltisce il cibo non è però solo una questione di linea: alcuni problemi nel funzionamento del metabolismo possono esporre a vere e proprie patologie, come il diabete. E la scoperta di Karsten Suhre – ricercatrice dell`Helmholtz Center di Monaco di Baviera – e dei suoi colleghi sembra importante soprattutto per future applicazioni terapeutiche. La risposta a una dieta o a una determinata cura varia quindi da persona a persona: conoscere le caratteristiche di ogni singolo metabolismo consentirà di elaborare trattamenti personalizzati e, probabilmente, più efficaci. Secondo i ricercatori “questo studio è il primo passo per ottenere cure individualizzate e basate sulla combinazione di caratteristiche genetiche e metaboliche”. Ciò potrebbe rivelarsi fondamentale nel trattamento di disturbi strettamente collegati con il metabolismo, come obesità e disfunzioni coronariche perché, come ha affermato Suhre, “conoscere come l`organismo scompone le molecole che poi costruiranno cellule e muscoli e forniranno energia, è fondamentale per studiare trattamenti più efficaci”. 

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Anoressia: un sito contro la malattia

Combattere la malattia con lo stesso linguaggio di chi ne è affetto: è questo il presupposto su cui si basa il nuovo portale contro i disturbi alimentari, www.timshel.it, creato grazie alla collaborazione tra i medici dell`ospedale Bambino Gesù di Roma e gli esperti del ministero del Welfare e della Gioventù. Il sito si propone come strumento di aiuto e sostegno per i tre milioni di italiani che soffrono di anoressia o bulimia, due milioni dei quali donne tra i 13 e i 35 anni, anche se bambini, maschi e over 40 che soffrono di questo genere di disturbi sono in aumento. “Generalmente si tratta di malattie che compaiono la prima volta durante l`adolescenza – spiega infatti Giuseppe Profiti, presidente del Bambino Gesù – ma ci capita sempre più spesso di vedere bambini  di 10-11 anni di sesso maschile affetti da questa malattia”. Malattia, oltretutto, è bene precisarlo, che può condurre alla morte: il 18% delle anoressiche perde la vita per complicazioni e problemi originati dal disturbo alimentare, così come l`1-3% delle bulimiche. Timshel significa “tu puoi” in ebraico, un nome scelto per attirare tutti coloro che cercano in rete suggerimenti sempre più estremi per dimagrire fino a scomparire. “Ana” e “Mia”, anoressia e bulimia, sono diventate infatti negli ultimi tempi divinità che reclutano adepti su internet: sono circa 300 mila infatti i siti e i blog tramite cui giovani e giovanissime si scambiano in chat e forum consigli su come nascondere la malattia ai propri genitori, incoraggiandosi e fomentandosi a vicenda. Un sito che si configura, quindi, come spazio di confronto per fornire sostegno medico e psicologico a chi è affetto dal disturbo e a familiari e amici di anoressici e bulimici, grazie alle testimonianze di chi ne è venuto fuori, a consigli da seguire per riequilibrare la propria dieta, all`uso di un linguaggio condiviso dai giovani.

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