Archivio per gennaio 2009

Parliamo di Allergie ed Intolleranze Alimentari con …

Questa settimana tratteremo di ALLERGIE ed INTOLLERANZE ALIMENTARI con il dott. Giorgio Ciaccio, medico specialista in Anestesia e Rianimazione, esperto in Agopuntura ed Omeopatia, Intolleranze Alimentari ed Alimentazione Naturale nostro Ospite in GALENOsalute.

Ascolta l’audio-intervista con il dott. Ciaccio realizzata dalla Redazione di Marsala.it

alimentiNoi siamo quello che mangiamo! Pertanto l’uso di cibi non tollerati dal nostro organismo è la prima causa del nostro malessere. Le Intolleranze alimentari sono troppo spesso vengono trascurate sia dal paziente che dalla medicina tradizionale. Si sente spesso parlare di allergie ed intolleranze alimentari quasi come fossero sinonimi, mentre in realtà sono due patologie ben distinte anche se talvolta possono manifestare alcuni sintomi simili. Sicuramente, da recenti studi, sia le allergie che le intolleranze alimentari appaiono in costante crescita nella popolazione adulta e appaiono collegate alle nostre abitudini alimentari. Quando si può parlare di allergia alimentare e quando, invece, è più corretto usare il termine intolleranza alimentare?

Vediamo le differenze che contraddistinguono queste due patologie.

ALLERGIE ALIMENTARI | Nella allergie alimentari i disturbi si manifestano rapidamente, subito dopo l’ingestione di un particolare alimento ed è quindi più facile collegarli al cibo ingerito. Le reazioni dell’organismo oltre ad essere immediate sono, di solito, violente e ripetute ad ogni assunzione. Di solito rispondono ai tradizionali Test Allergici Cutanei e quindi, sono anche relativamente più facili da individuare. Sono molto meno frequenti delle intolleranze alimentari. I sintomi delle allergie alimentari sono simili a quelle di chi soffre di allergia ai pollini: arrossamenti pruriginosi della pelle, eczemi, gonfiori, orticaria e dermatiti; ma anche irritazione delle labbra e della bocca o problemi respiratori (riniti, congiuntiviti, asma) o problemi gastrointestinali (nausea, vomito, dolori addominali e diarrea), shock Anafilattico. Un esempio classico di allergia alimentare è quello di chi allergico alla fragole né mangia anche solo un pezzettino e dopo pochi minuti tutto il suo corpo sarà coperto di orticaria. I cibi tendenzialmente allergizzanti possono essere: pesce, arance, uova, soia, latte vaccino, pesche, kiwi, crostacei, fragole, pesche, pomodoro ecc. Per individuarle è necessario effettuare i tradizionali test per le allergie (prick test sulla pelle o Prist e Rast su sangue). L’unica terapia ovviamente consiste nell’escludere l’alimento verso cui la persona è allergica dalla dieta, per sempre.

INTOLLERANZE ALIMENTARI | I disturbi da Intolleranze alimentari invece compaiono dopo un certo periodo di tempo dal consumo dell’alimento responsabile. Accade, infatti, che l’organismo mette in atto una serie di meccanismi compensatori per cui riesce a tollerare una determinata sostanza fino a quando, superato un certo limite (che viene definito livello di soglia) si arriva alla manifestazione del disturbo. Sono molto frequenti. Si calcola che l’1% della popolazione italiana né soffra e sembrano essere in continuo aumento. Spesso sono correlate a disordini del peso Corporeo (soprappeso, cellulite, eccessiva magrezza, etc.), sia in eccesso che in difetto. I disturbi legati alle intolleranze sono diversi da quelli delle allergie, sono meno acuti, tendono a ripetersi nel tempo e sono difficilmente collegabili all’assunzione di un determinato alimento. Si manifesta quasi sempre con una sintomatologia generale più o meno sfumata (stanchezza, cefalea, gonfiori addominali postprandiali, infezioni ricorrenti, dolori articolari, ecc.) o con modificazioni cutanee (pelle secca, eczemi, orticaria, etc.) o tosse,tonsilliti a ripetizione, rinite e asma. Esse sono riconducibili all’accumulo nel tempo delle sostanze responsabili di Ipersensibilità, fino ad un livello che ad un certo punto supera la “dose soglia”. A causa di questo periodo di latenza, spesso risulta difficile accettare e comprendere come si possa “improvvisamente” diventare intolleranti ad un cibo comunemente introdotto quotidianamente o meglio pluriquotidianamente (frumento, olio di oliva, latticini, etc.). Non è semplice individuare l’intolleranza alimentare visto che, come abbiamo visto, non provoca sintomi precisi, unici e riconducibili facilmente ad essa. Statisticamente gli alimenti che più frequentemente possono causare intolleranza sono: latte e latticini, lieviti, frumento, olio di oliva, pomodoro, etc. Vi sono attualmente diversi esami per “scoprire” se si soffre di una intolleranza alimentare ma senz’altro il più preciso ed affidabile è il Test delle Intolleranze mediante apparecchiature di EAV o Bicom. Con questo sistema in poco tempo possiamo fare un check-up bioenergetico e disegnare una mappa alimentare del paziente sulla quale impostare poi un’adeguata dieta. Per la terapia delle Intolleranze l’esclusione dell’alimento dalla dieta è temporaneo e non definitivo come nelle allergie. Infatti per ottenere un miglioramento del quadro sintomatologico, è necessario astenersi rigorosamente per almeno 2-3 mesi dall’assunzione del cibo incriminato anche nelle sue forme nascoste (es. siero del latte usato come conservante nel prosciutto cotto). Inoltre, nei casi più gravi, delle sedute con apparecchiatura Biorisonanza-Bicom aiuteranno a risolvere nel più breve tempo i disturbi legati alle intolleranze ed il paziente potrà tornare ad assumere l’alimento prima escluso.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.


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Occhio al colesterolo: anche quello «buono» non è sempre innocuo

C`è un “colesterolo buono” e un “colesterolo cattivo”: quello che cambia è il fatto che le molecole che lo trasportano nel sangue tendano o meno a depositarlo sulle pareti delle arterie. Ma siamo sicuri che il “colesterolo buono” sia sempre così innocuo per la nostra salute?

A porsi la domanda sono stati i ricercatori dell`Università di Chicago e la risposta cambierebbe le carte in tavola smentendo la tesi secondo la quale avere nel sangue alti livelli di “colesterolo buono” o HDL (High Density Lipoprotein) e bassi livelli di “colesterolo cattivo” o LDL (Low Density Lipoprotein) sia necessariamente sintomo di buona salute.

Il “colesterolo buono”, spiegano i ricercatori americani, potrebbe al contrario subire delle mutazioni nella sua “bontà”. Gli scienziati hanno scoperto che l`HDL contenuto nel sangue di persone affette da malattie come artrite reumatoide, disturbi renali o diabete sia diverso da quello contenuto nel sangue di soggetti in salute. Infatti, se il “colesterolo buono” normalmente è in grado di combattere le infiammazioni, quello modificato, trasformatosi in HDL “cattivo”, al contrario non lo fa.

La differenza tra HDL e LDL? Queste molecole, definite lipoproteine, gestiscono il trasporto del colesterolo. Si dice, però, che le LDL trasportino il “colesterolo cattivo” poiché  tendono a depositarlo sulla parete delle arterie, favorendo la formazione delle placche aterosclerotiche. Delle HDL, al contrario, si dice che trasportino il “colesterolo buono” in quanto  tendono a rimuoverlo ostacolando la formazione delle placche. Quello che conterebbe per essere in buona salute, quindi, non è il livello di colesterolo totale, ma il rapporto tra questo e i livelli di HDL.

“Per molti anni – dice Angelo Scanu, che ha guidato la ricerca – l`HDL è stato visto come “colesterolo buono”, generando la falsa percezione che alti livelli di questo tipo di colesterolo nel sangue fossero indice di buona salute”. I soggetti con alti livelli di HDL nel sangue, spiegano i ricercatori, non sarebbero invece necessariamente protetti dall`insorgenza di disturbi cardiovascolari. “Questo spiega – conclude Scanu – perché alcuni soggetti con ottimi livelli di “colesterolo buono” sviluppino comunque malattie cardiovascolari”.  Cosa fare allora? Gli scienziati consigliano ai pazienti di accertare, mediante analisi specifiche, se il “colesterolo buono” sia rimasto tale o sia diventato “cattivo”.

 

fonte SALUTE24.it

La dieta di Okinawa: i segreti del «cibo zen» e del fattore omega3

Arriva direttamente da Okinawa, isola del Giappone con la più alta concentrazione di ultracentenari, la formula per l’elisir di lunga vita. Uno stile di vita calmo e rilassato e una dieta a base di alimenti nutrienti e poco calorici sarebbero, secondo il ministero della Salute giapponese, il segreto per vivere sereni e in forma.

Il fattore omega. “I piatti giapponesi – dice Stefania Setti, medico nutrizionista dell’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo – sono molto ricchi di elementi antiossidanti come gli acidi grassi della serie omega 3, che proteggono da eventi cerebrovascolari come l’ictus e cardiovascolari come l’infarto acuto del miocardio”. Tali grassi contribuiscono inoltre ad abbassare i livelli di trigliceridi, a combattere i radicali liberi e a migliorare la sintomatologia di malattie come l’artrite reumatoide. “Questo perché   la dieta giapponese è ricca di pesce – continua la nutrizionista – e in particolare di pesce crudo, le cui caratteristiche benefiche rimangono inalterate dalla non-cottura”.

 

Spazio alle spezie. La “dieta di Okinawa” ha anche altre caratteristiche in più. “A Okinawa – continua Setti – c’è una maggiore cura nella preparazione dei piatti. Nulla ha a che fare con i piatti pronti e mangiati di fretta, tipici della nostra epoca. Inoltre, si consumano più verdure e per insaporire le pietanze si usano molte spezie, che hanno un potere calorico irrilevante e contengono sostanze utili per la salute”. Una di queste è il curry, che tra i suoi grani nasconderebbe un potente effetto contro l’invecchiamento cerebrale e la morte neuronale.

Cibo zen. Nutrire solo il proprio corpo con una dieta equilibrata però non basterebbe, commentano gli esperti. Gli abitanti della piccola isola, infatti, baderebbero anche alla “sazietà” della propria psiche e del proprio spirito. “Lo stile di vita – spiega Setti – è rilassato e senza stress. In questo modo gli abitanti di Okinawa sono più ottimisti e attenti al lato spirituale”.

 

Le regole. I consigli per avvicinarsi alla dieta di Okinawa? Non mangiare mai oltre la sazietà, preferire alimenti a bassa densità calorica, ricchi di fibra, vitamine e minerali. Per insaporire i piatti è consigliato usare spezie ed erbe aromatiche, che permettono di limitare l’uso del sale e dei grassi. I condimenti, inoltre, dovrebbero essere sempre di origine vegetale come l’olio d’oliva e consumati preferibilmente a crudo. E poi il pesce: va consumato almeno tre volte a settimana, limitando soprattutto il consumo di carne rossa. Molto indicato è inoltre bere tanta acqua e tè verde, riducendo o eliminando lo zucchero. “E se possibile – conclude Setti – rallentare i ritmi e gustarsi i cibi con amore”.

 

fonte SALUTE24.it

«Lato b» a pera: se si evita il diabete è grazie al fondoschiena?

Jennifer LopezBelle, sexy e anche in salute. I fondoschiena tondi e prosperosi di Beyoncé o Jennifer Lopez non sarebbero solo la gioia per gli occhi di milioni di uomini ma nasconderebbero anche il segreto per tenere lontane infezioni e malattie. A dirlo è uno studio della Harvard Medical School, secondo il quale le donne nere e mulatte, grazie alle forme giunoniche del loro didietro, sarebbero meno esposte rispetto alle bianche.  La tipologia di grassi responsabili delle tipiche curve “a pera”, con fianchi e glutei accentuati, sarebbero infatti in grado di proteggere le donne da numerosi disturbi e patologie. Tali grassi, spiegano gli scienziati, aiuterebbero le donne a prevenire l’insorgenza di malattie come il diabete di tipo 2 o l’ipertensione.

Al contrario, commentano i ricercatori, le donne con forme che ricordano una “mela”, ovvero con un girovita non molto più stretto rispetto ai fianchi, sarebbero maggiormente inclini a soffrire di diabete e di altre gravi patologie cardiovascolari. “Le cosiddette forme `a mela` – spiega Ronald, che ha guidato la ricerca – sono più pericolose perché i grassi si depositano attorno a organi importanti come il fegato o il pancreas”. 

L’adipe sui glutei avrebbe il potere di sollecituare la produzione di adipochine, ormoni capaci di aiutare il metabolismo. Inoltre, iniettando in alcuni topi un maggiore quantitativo di adipe proveniente da glutei e fianchi, i ricercatori hanno notato infatti come l’aumento di questo tipo di grassi comportasse una più facile diminuzione del peso corporeo e un miglior utilizzo dell’insulina. “La cosa sorprendente – spiega Ronald – era che non importava dove il grasso fosse iniettato. La variabile più importante era la tipologia di grassi somministrati. Questo ci porta ad affermare che non tutti i grassi del nostro corpo sono cattivi”.

Giornata della Memoria: 27 gennaio

AuschwitzLa  “Giornata della Memoria” è stata istituita dal Parlamento Italiano nel 2000 per ricordare le vittime delle persecuzioni fasciste e naziste degli ebrei, degli oppositori politici, di gruppi etnici e religiosi dichiarati da Hitler  indegni di vivere La data prescelta è quella dell’ anniversario della liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz  (vicino a Cracovia in Polonia) avvenuta ad opera delle avanguardie della Prima Armata dell’Armata Rossa (comandata dal maresciallo Koniev) il 27 gennaio 1945.

Gli ebrei deportati dall’Italia e dal Dodecaneso furono 8.566, di cui 5.557 morirono di stenti o nelle camere a gas. 

Nella “Giornata della memoria” si ricordano anche quanti lasciarono la vita ad opera del fascismo e del nazismo durante gli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale e, durante questo conflitto scatenato in Europa dalla Germania, e in Asia dal Giappone, cui si affiancò, in Europa e in Africa, l’Italia di Mussolini.

Mai nella storia dell’ umanità vi era stata  una catastrofe di tale portata provocata da esseri umani. Nelle guerre d’invasione e coloniali, nella Guerra di Spagna e nella prima fase della Seconda Guerra Mondiale i militari italiani sacrificati dal fascismo furono circa  da 400 a 500 mila tra morti accertati e dispersi. Nella seconda fase, dopo l’8 settembre 1943, con l’invasione del nostro territorio da parte della  Germania, cui si unirono i collaborazionisti della Repubblica di Salò, la Resistenza ebbe 53.500 partigiani e patrioti uccisi,  più di 40mila militari morirono nei lager nazisti, 87 mila nel corso della campagna d’Italia del Corpo Italiano di Liberazione inquadrato nelle forze armate degli Alleati, 52.127 civili morirono a causa delle stragi nazifasciste o sotto i bombardamenti.

Complessivamente le vittime della Seconda Guerra Mondiale sono 32 milioni, di cui 20 milioni civili  i più vecchi, donne, bambini. A loro bisogna aggiungere le  vittime dei campi di sterminio nazisti e giapponesi : 26 milioni, di cui 6 milioni di ebrei. Nei lager nazisti  furono soppressi  anche detenuti politici, militari catturati durante la campagne di Polonia, Russia, nei Balcani, zingari, testimoni di Geova, omossessuali, appartenenti a etnie slave.

Gli ebrei romani deportati sono 1023, di cui 16 sopravvissuti, una sola tra le donne. Non pochi romani non di religione ebraica morirono nei campi di lavoro forzato. E’ ancora in corso la ricerca da parte dell’ANED e dell’ANPI. Nel ricostruire la storia   della deportazione, l’ANED e l’ANPI  hanno trovato ad esempio documenti relativi alla partenza  da Roma il 5 gennaio 1944 di un convoglio diretto a Dachau, in Germania, e poi dopo cinque giorni di sosta dirottato a Mauthausen, in Austria,  con 480 uomini, di cui 11 ebrei, gli  altri schedati come politici antifascisti, anche di vecchia data, cui nomi, come quelli degli ebrei rastrellati nel Ghetto e in altre zone della capitale il 16 ottobre 1943, figuravano nelle liste consegnate ai nazisti dai collaborazionisti fascisti.

La ricerca dell’ANED e dell’ANPI,  relativa ad altre deportazioni di italiani non ebrei  – ancora incompiuta nonostante siano trascorsi più di sessant’anni – è dunque, prima di giungere ad un risultato esaustivo, ancora in parte da svolgere, resa difficile dalle difficoltà di reperire documenti  e testimonianze, disperse o occultate, come accadde con le stragi di cittadini innocenti, commesse dai nazifascisti, certamente,  anche queste,  più numerose di quante ne annoveri la storia.

 

Sordità: bimbi e suoni, impianti cocleari per imparare a parlare

Percepire i suoni anche se privi dell’udito dalla nascita: grazie agli impianti cocleari i neonati potrebbero avere la possibilità di “ascoltare” il mondo esterno e, di conseguenza, imparare a parlare. È quanto emerge dallo studio pubblicato su The Journal of Comparative Neurology dai ricercatori australiani del Bionic Ear Institute di Melbourne, secondo cui la stimolazione artificiale del cervello ad opera dei dispositivi cocleari consentirebbe ai bambini sordi di acquisire l’udito. Nelle persone normodotate i suoni vengono recepiti dalle cellule ciliate presenti nell’orecchio interno, connesse ai neuroni che inviano gli impulsi al cervello il quale, a sua volta, “traduce” il suono elaborando le informazioni. Nelle persone prive dell’udito, però, le cellule ciliate sono spesso difettose e, per questo motivo, sono stati realizzati dei dispositivi – gli impianti cocleari – in grado di svolgerne la funzione.La ricerca è stata condotta analizzando l’attività cerebrale di 17 gatti cui è stata indotta la sordità subito dopo la nascita. A sette dei 17 felini all’ottava settimana di vita erano stati inseriti degli impianti cocleari. Dopo sette mesi dall’inizio dell’esperimento gli studiosi hanno rilevato che nei gatti dotati dei dispositivi per l’udito l`attività cerebrale avviata in risposta ai suoni risultava simile a quella riscontrata nei gatti normoudenti. Secondo i ricercatori i risultati dello studio potrebbero essere validi anche per gli esseri umani: tramite l’inserimento di impianti cocleari in giovane età i bambini sordi potrebbero imparare a discernere ed elaborare i suoni, con la conseguente possibilità di riuscire a sviluppare il linguaggio verbale.

chiama galenosalute!

Sindrome di Kawasaki: la causa misteriosa in 31 variazioni genetiche

La sindrome di Kawasaki è la principale causa di vascopatie infantili, anche se non tutti i bambini che si ammalano riportano complicazioni cardiache: le nuove scoperte genetiche potrebbero risultare preziose anche per individuare quali tra i piccoli pazienti sono più a rischio di aneurisma. La sindrome di Kawasaki è grave vasculite – malattia che comporta l’infiammazione delle pareti dei vasi sanguigni – descritta per la prima volta nel 1967 dal medico giapponese Tomisaku Kawasaki. La rara patologia, che consiste in un’infiammazione delle pareti dei vasi sanguigni, colpisce 1 individuo su 10.000 nei paesi occidentali, e l`80% dei pazienti ha meno di 5 anni. Nei paesi asiatici, invece, è più frequente. Non a caso la malattia ha il nome del medico giapponese che la descrisse per primo. I sintomi ricorrenti sono febbre, arrossamento degli occhi e sfoghi cutanei simili a quelli provocati da malattie come il morbillo e la scarlattina. e non sottoposti alle dovute cure, i piccoli pazienti possono andare incontro a seri problemi cardiovascolari, come l’aneurisma (che consiste in una grande dilatazione dei vasi sanguigni) delle arterie coronarie.

Le cause della malattia non sono ancora del tutto chiare: si tratta probabilmente di un’infezione collegata a una predisposizione genetica.

 

È stato condotto sull’intero genoma e non solo su singoli geni lo studio, pubblicato su PloS Genetics, che ha permesso ai ricercatori di fare luce sulla predisposizione genetica per la sindrome di Kawasaki, individuando 31 variazioni genetiche che sarebbero collegate all’insorgere della malattia. L’ereditarietà potrebbe giocare quindi un ruolo decisivo nell’insorgere dell’infezione, le cui cause tuttavia non sono ancora del tutto chiare.

 

Un team internazionale di studiosi – dell’Imperial College di Londra, dell’Università dell’Australia Occidentale, del Genome Institute di Singapore, dell’Emma Childrens Hospital di Amsterdam e dell’Università di San Diego – ha sottoposto ai test 119 pazienti affetti dalla patologia e 135 soggetti di controllo. I risultati, confrontati poi con un più vasto campione di 893 malati, hanno permesso di identificare variazioni nel Dna di 31 geni, alcuni dei quali controllano il sistema di segnali di comunicazione tra le cellule cardiache e quelle del sistema immunitario.

 


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