Epatite C: nuove speranze di cura

La terapia a base di peginterferone alfa-2a nella cura dell`epatite C comporta successi maggiori rispetto ai trattamenti basati su altri interferoni peghilati (vengono chiamati così gli interferoni di nuova generazione che rilasciano gradualmente nel sangue la sostanza antivirale). La scoperta, fatta da un gruppo di studiosi dell`Università di Milano Policlinico guidati da Massimo Colombo, direttore della cattedra di Gastroenterologia, è stata resa nota a San Francisco nel corso dell`ultimo incontro dell`American Association for the Study of the Liver Disease.
L`epatite C (HCV) è la forma più comune d`infezione cronica trasmessa per via ematica e si trasmette principalmente attraverso il sangue e i prodotti ematici. Sono 180 milioni i malati cronici di Hcv a livello mondiale (1 milione e 800 mila in Italia), con una prevalenza quattro volte superiore rispetto all`Hiv. L`epatite C è la principale causa di cirrosi, cancro del fegato e insufficienza epatica. Quattro sono i genotipi che caratterizzano l`epatite C in Italia: i genotipi denominati “1” e “2” sono più frequenti, mentre il “3” e il “4” sono meno comuni. Tra gli interferoni peghilati di ultima generazione, spiega Colombo, due sono in particolare le molecole – considerate equivalenti dalla comunità scientifica – che vengono utilizzate per la cura dell`epatite C: l`alfa-2a e l`alfa-2b. “Nonostante per il ministero della Salute siano equivalenti, le due molecole sono in realtà molto diverse tra loro e, una volta nel sangue, si comportano in maniera completamente differente”. È da questa constatazione che è nata l`idea dello studio, durato cinque anni.
I ricercatori hanno quindi reclutato 431 pazienti affetti da epatite C che sono poi stati divisi – in maniera del tutto casuale – in due gruppi. Al primo gruppo è stato poi assegnato il trattamento a base di peginterferone alfa-2a, mentre al secondo è stata riservata la cura con il peginterferone alfa-2b; in entrambi i casi, spiega l`esperto, in combinazione con la ribavirina, “che consolida l`attività antivirale dell`interferone”. I due gruppi di pazienti erano rigorosamente uniformi nella composizione: in entrambi i raggruppamenti si potevano infatti trovare, distribuiti equamente, persone affette anche da cirrosi, individui con differenti cariche virali e soggetti affetti da tutti e quattro i genotipi che danno origine all`epatite C.
I risultati dello studio hanno dimostrato che “in quanto a sicurezza e tollerabilità – spiega Colombo – i due trattamenti sono perfettamente equivalenti”. La differenza, però, è nel numero di guarigioni: “Per quanto riguarda il genotipo 1, che costituisce insieme al genotipo 2 circa il 75% di tutti i pazienti analizzati, la percentuale di casi risolti nel caso della terapia con il peginterferone alfa-2a è del 48%, mentre la percentuale scende al 32% con la cura a base di peginterferone alfa-2b. I risultati di questo studio – conclude Colombo – dimostrano che le percentuali di successo del trattamento nel mondo reale possono essere comparabili a quelle ottenute nei trial clinici e che i regimi di trattamento con peginterferone alfa-2a consentono a un numero assai più elevato di pazienti di raggiungere la guarigione“. 

fonte SALUTE24.it

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