Archivio per giugno 2009



Trasmissione sessuale del virus dell’epatite C

bacioLa trasmissione sessuale del virus dell’epatite C (HCV) è rara in coppie eterosessuali monogame. La trasmissione sessuale del virus dell’epatite C è rara in coppie eterosessuali monogame, questo secondo il risultato di 10 anni di studi prospettici pubblicati nell’edizione di Maggio dell’American Journal of Gastroenterology. 

In uno studio a lungo termine, 895 partners eterosessuali monogami di individui cronicamente infetti con HCV sono stati seguiti per un totale di 8060 persone-anno. Questi 895 partners, di cui 776 sposati (86,7%), sono stati seguiti per 10 anni, corrispondenti a 7760 persone-anno.
Durante il follow-up, vi sono state 3 infezioni HCV, corrispondente ad un tasso d’incidenza di 0,37 per 1000 persone-anno. La genotipizzazione dell’HCV, l’analisi della sequenza e l’analisi filogenetica ha suggerito che i corrispondenti partners erano portatori di differenti ceppi virali, il che avrebbe fatto saltare la regola di trasmissione HCV matrimoniale.
“I nostri dati indicano che il rischio di trasmissione sessuale dell’HCV è estremamente basso o addirittura nullo,” così ha scritto l’autore. Nessuna generale raccomandazione per l’uso del profilattico sembra essere richiesto per individui in relazioni monogame con partners HCV-infettati.”

Basati su questi studi, tuttavia, gli autori avvisano fortemente queste coppie di evitare la condivisione di oggetti d’igiene personale come spazzolini da denti, rasoi e taglia-unghie.

L’Associazione per lo Studio delle Infezioni e Malattie Metaboliche del Fegato appoggiano questo studio.

 

fonte Am J Gastroenterol. 2004; 99:855-859

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Presto cerotto a lento rilascio per la terapia del diabete di tipo 2

Addio alle iniezioni quotidiane di insulina: per combattere il diabete di tipo 2 potrebbe presto essere disponibile un cerotto a rilascio lento del medicinale exenatide, da applicare una volta a settimana.
La novità farmacologica è stata annunciata dalla casa farmaceutica Lilly al congresso riminese dell’AMD (Associazione medici diabetologi).
cerotto transdermicoIl rivoluzionario cerotto è frutto di un accordo firmato tra Lilly, Amylin e Altea Therapeutics e sarà immesso in commercio nel prossimo futuro: il rilascio costante e graduale di exenatide nell’organismo dei pazienti sarà garantito dal sistema di rilascio transdermico PassPort, sviluppato da Altea Therapeutics.
Si è appena concluso uno studio clinico di fase 1 su pazienti affetti da diabete di tipo 2: in quest’indagine scientifica il nuovo cerotto ha dimostrato di migliorare l’aderenza dei
diabetici alla terapia, grazie all’eliminazione delle iniezioni giornaliere.
Il professor Agostino Consoli, docente di Endocrinologia presso il Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento Università d’Annunzio di Chieti, conferma che la messa a punto di un cerotto transdermico contro il diabete di tipo 2 va incontro alle necessità dei pazienti, offrendo loro un’opzione terapeutica diversa dalle iniezioni insuliniche.
Tuttavia, il professore di Chieti ricorda come siamo ancora ai primi passi della sperimentazione: molto altro cammino dovrà essere fatto prima di poter trovare in farmacia il cerotto transdermico all’exenatide, il quale dovrà confermare in future e più ampie indagini un alto profilo di sicurezza ed efficacia terapeutica.
Più vicina alla commercializzazione è, invece, un’altra forma di somministrazione dell’exenatide: un’iniezione settimanale per cui le case farmaceutiche Lilly, Amylin Pharmaceuticals e Alkermes Inc. hanno chiesto l’autorizzazione per l’immissione in commercio all’FDA (Food and Drug Administration – ente americano di controllo dei farmaci).
L’exenatide è un farmaco della classe degli incretino mimetici e in Italia è disponibile da più di un anno nella formulazione di due iniezioni giornaliere.
Per il dott. Consoli il passaggio eventuale a una formulazione settimanale di exenatide sarebbe un grande passo avanti per l’uso clinico di questo farmaco.
Il medico italiano ricorda come i dati degli studi clinici registrativi su questa molecola evidenzino la sua sicurezza nella formulazione settimanale a livelli almeno pari a quelli osservati per la somministrazione giornaliera.
È del tutto evidente che per un diabetico è molto più facile e comodo curarsi con un cerotto da applicarsi una volta a settimana, anziché dover effettuare due iniezioni al giorno: per questo motivo la formulazione in cerotto transdermico settimanale di exenatide farebbe aumentare di molto l’aderenza alla terapia dei pazienti.
Un altro vantaggio dell’exenatide è che aiuta i diabetici a perdere peso.
Il farmaco, testato in America su 1.000 volontari con diabete di tipo 2, e non in trattamento con altri farmaci, ne ha ridotto i livelli di glicemia e contemporaneamente li ha aiutati a perdere peso.
I test sono stati due, della durata di 30 giorni con due dosi differenti del farmaco. Alla fine i ricercatori hanno osservato che i volontari cui era stata somministrata la dose elevata hanno avuto un abbassamento più grande della glicemia e del peso. I pazienti che hanno deciso di continuare con il trattamento per un anno intero hanno potuto continuare a godere dei benefici della terapia.
Nell’altro test, gli scienziati hanno somministrato l’exenatide per verificare se il pancreas potesse migliorare la produzione di insulina dopo aver mangiato, dopo, quindi, il picco di zuccheri che dà il segnale di produrre l’insulina. I risultati della sperimentazione sono stati positivi: il farmaco infatti ha migliorato la capacità del pancreas di produrre più insulina quando il corpo ne aveva bisogno. L’exenatide, precisano i ricercatori, entra in azione quando la glicemia è a livelli troppo alti, non quando sono normali. Ciò impedisce che si verifichino casi di ipoglicemia.

Cellulite: no alle sigarette, sì a verdure e aquagym

celluliteNon è una malattia, ma una predisposizione fisica. E riguarda circa il 95% delle donne. Quasi la totalità. Ad affermare che alla cellulite non si deve guardare come a una patologia, ma come a un accadimento naturale per la stragrande maggioranza delle donne, è Carlo D’Aniello, presidente della Sicpre (Società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica). Mal comune mezzo gaudio, dunque? Forse sì: sapere che il problema accomuna molte persone, se non altro, aiuta a non sentirsi sole. Ma se in quel 95% di donne che hanno la pelle a buccia d’arancia ce ne sono molte che se ne fanno una ragione senza farsene una malattia, molte altre, invece, soprattutto con l’arrivo dell’estate dichiarano guerra aperta agli antiestetici cuscinetti che decidono di posarsi su fianchi e cosce, senza vedere mai il momento di sparire.

Le ragioni – La differenza tra chi soffre di cellulite e chi no, spiega D’Aniello, dipende spesso e volentieri dal corredo genetico, inclemente nella maggior parte dei casi. Ma, comunque, qualcosa si può fare per migliorare – o quantomeno per non peggiorare – la condizione della pelle e della ciccia su fianchi e cosce. Come e cosa mangiare? Quanto si deve bere? Tanto per iniziare, spiega D’Aniello, si deve iniziare dal chiudere con le cattive abitudini: “Smettere di fumare è il primo passo da fare se si vuole provare a combattere la cellulite”, spiega a Salute24 D’Aniello.

Cosa fare – Si parte con la tavola: “Mangiare in modo sano, senza condire troppo i cibi, e consumare molta frutta e verdura”. E poi dissetarsi con l’acqua, evitando il più possibile bevande dolci e gassate: “Molto importante è bere tanta acqua, ricordando che più si va in là con l’età – continua l’esperto – più si deve aumentare la quantità di acqua e fibre introdotta nell’organismo quotidianamente”. Per favorire una buona circolazione venosa e linfatica, poi, non si possono dimenticare le passeggiate: “Da svolgere rigorosamente nei momenti più freschi della giornata. L’ideale sarebbe poter passeggiare in acqua, per favorire ulteriormente il ritorno venoso”. E se non si vive vicino al mare, si può sempre optare per un corso di acquagym in palestra.

Gli acidi omega 3 e 6 favoriscono lo sviluppo dei bambini

Migliore capacità di apprendimento: è uno dei benefici legati ad una aumentata assunzione di DHA e AA. Con effetti evidenti fin dai primi mesi di vita, come emerge da uno studio a firma italiana appena pubblicato su The American Journal of Clinical Nutrition. I piccoli con una dieta ricca di queste sostanze hanno imparato a sedersi con sette giorni di anticipo rispetto a coetanei con una alimentazione che ne era carente. Si tratta di un dato di estrema importanza per la salute dei neonati. Lo sviluppo motorio nei primi mesi di vita, infatti, rappresenta un valido marcatore di quello cognitivo. Ma non c’è da stupirsi di questi risultati. Basta leggere la revisione della letteratura scientifica dedicata a queste problematiche pubblicata sul Journal of Perinatal Medicine, che riassume le conoscenze attuali sul ruolo svolto da queste sostanze. “DHA e AA sono cruciali per la crescita e per il corretto sviluppo neurocerebrale e degli organi visivi” spiega il professor Claudio Galli, Professore Ordinario di Farmacologia, Università di Milano. “Queste due sostanze, presenti esclusivamente nel mondo animale e localizzate selettivamente in organi e tessuti ad alto sviluppo funzionale quali il sistema nervoso, hanno un’azione particolarmente importante nel corso degli ultimi tre mesi di gravidanza. Infatti svolgono un ruolo essenziale per un corretto sviluppo strutturale e funzionale del cervello e dell’apparato visivo. Per questo loro ruolo sono preziosi anche nei primi mesi di vita del piccolo, soprattutto nel periodo che coincide con l’allattamento”. Sono dunque composti di primaria importanza per gli organismi in rapida crescita come è il caso dei bimbi. Insomma, “essenziali” di nome e di fatto dal momento che di queste sostanze fanno parte della famiglia degli acidi grassi essenziali, di cui l’organismo ha assoluto bisogno. Hanno tuttavia lo svantaggio di essere presenti in quantità molto limitate nella dieta e solo in specifici alimenti. È pertanto estremamente importante assicurarne un apporto adeguato innanzitutto alle madri durante la gravidanza e successivamente al neonato. Il DHA o acido docosaesaenoico e l’AA, o acido arachidonico, sono acidi grassi polinsaturi della serie Omega 3 e Omega 6 rispettivamente, di natura “essenziale” dal punto di vista nutrizionale. Sono sostanze conosciute da tempo per il loro effetto protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari. E da oggi anche per un ruolo decisamente inaspettato. “Il DHA è un componente fondamentale delle membrane cellulari, in particolar modo del cervello e della retina” spiega il professor Claudio Galli. “Lo stesso vale per l’AA, anche se in tal senso riveste una importanza minore, o meglio meno specifica. In più però è precursore di molecole importanti quali le prostaglandine e i leucotrieni (modulatori della risposta cellulare), coinvolte nella modulazione di vari processi biologici . Sia AA che DHA hanno un ruolo essenziale per la formazione e lo sviluppo delle membrane dei neuroni: spetta a loro ad esempio il compito di favorire lo sviluppo delle connessioni tra sinapsi. Il DHA, in particolare, è il principale componente del segmento esterno dei coni e dei bastoncelli della retina, strutture che sono responsabili della trasmissione del segnale luminoso”.

DHA e AA: come agiscono | La revisione della letteratura è stata possibile grazie a dodici specialisti dei Dipartimenti di ginecologia, di pediatria e di scienza dell’alimentazione di diverse università statunitensi ed europee, Italia compresa. Nel documento sono riportate le raccomandazioni basate sui consensi e sulle linee guida, supportate dall’Associazione Mondiale di Medicina Perinatale, dalla Early Nutrition Academy e dalla Child Health Foundation. Gli specialisti sono concordi nel ribadire che per garantire lo sviluppo cognitivo e visivo, è già durante la gravidanza che la mamma deve fornire al suo piccolo un’adeguata assunzione di DHA e la giusta disponibilità di AA. “Si verifica un continuum di sviluppo più efficiente dalla nascita fino al primo anno e mezzo di vita, nei bimbi nati da mamme con livelli elevati di DHA e AA nel sangue” chiarisce il professor Galli. “Il feto riceve queste sostanze per via transplacentare. Vengono trasportate attraverso il circolo sanguigno dall’organismo della donna al feto grazie a specifiche proteine chiamate “carriers”. Attivano vere e proprie “vie preferenziali”, in modo da assicurare al piccolo i dosaggi di DHA e di AA adeguati alle sue necessità. Questo processo, assolutamente fisiologico, viene chiamato “biomagnificazione” e scatta a partire dal sesto, settimo mese di gravidanza”. I benefici per il neonato continuano anche durante l’allattamento. Si concretizzano sia in ambito neurocerebrale, sia per quanto riguarda l’apparato visivo. Uno studio pubblicato sull’American Journal Clinical Nutrition ha evidenziato a questo proposito una maggiore acuità visiva nei bimbi nutriti con latte ricco di DHA e AA. “Gli aspetti positivi sono anche per la mamma” aggiunge il professor Galli. “Uno studio epidemiologico internazionale pubblicato sul Journal of Affective Disorders ha dimostrato che con livelli più elevati di DHA nell’organismo materno, si verifica nelle madri una riduzione del rischio di depressione post-partum”. A livello internazionale gli Esperti hanno stabilito che l’assunzione di DHA da parte della mamma durante la gravidanza e l’allattamento deve essere aumentata dell’ordine di qualche centinaia di mg /die, anche in dipendenza di eventuali abitudini alimentari materne che comportino un inadeguato apporto. Non è invece richiesto che venga aumentato l’apporto di AA, in quanto nella madre una certa quota di questo acido grasso viene prodotta, e successivamente trasferita al feto e poi al neonato durante l’allattamento, a partire dal precursore acido linoleico, che è sempre presente in quantità abbondante nella dieta. “Nell’alimentazione il DHA è presente essenzialmente nel pesce, mentre l’AA è più abbondante in natura e viene fornito anche da fonti animali, quali uova e carni magre” dice il professor Galli. “Per quanto riguarda in particolare il DHA, il raggiungimento di un’assunzione ritenuta ottimale viene garantita da un paio di porzioni di pesce alla settimana”. I pesci più ricchi? Sono soprattutto gli sgombri e il tonno, seguiti dalle aringhe e dal salmone. Piccole quantità di DHA sono contenute anche nel tuorlo d’uovo e nelle carni magre di animali erbivori non ruminanti, che sono invece ricche di AA. Il DHA si trova anche in microalghe, e nelle alghe di cui si nutrono i pesci. “Studi epidemiologici hanno evidenziato una relazione tra elevati livelli di assunzione di pesce da parte della mamma e sviluppo neurocerebrale e visivo del piccolo” chiarisce il professor Galli. “In particolare secondo uno studio pubblicato su Environmental Health Perspectives migliorerebbe la memoria visiva nel corso del primo anno di vita”. Ma c’è di più. L’ALSPAC Study, un vasto studio tutt’ora in corso che segue il bambino dalla nascita all’età scolare, ha messo in luce nei piccoli di età inferiore agli otto anni, nati da mamme che hanno seguito un’alimentazione ricca soprattutto di DHA, un punteggio superiore per quanto riguarda il quoziente di intelligenza verbale. Sì allora all’allattamento al seno, che grazie a questi nuovi studi garantisce un vantaggio in più, oltre ai numerosi già noti.
Che cosa può fare però la mamma che non può allattare il suo piccolo? “Sono disponibili formule per lattanti e di proseguimento con dosaggi calibrati di DHA e di AA” risponde il professor Galli. “I benefici per il bambino sono sovrapponibili a quelli garantiti dal latte materno, come ha messo in luce uno studio pubblicato su Early Human Development. Non sono infatti emerse differenze nello sviluppo visivo e cognitivo misurato a 4 anni, tra i bambini allattati al seno e quelli nutriti con latti addizionati di AA e DHA nelle prime 17 settimane di vita”. Attenzione poi durante lo svezzamento. Il pesce va introdotto intorno al sesto mese di vita. “Il cervello continua a svilupparsi durante la prima infanzia,” conclude il professor Galli, “per questo è necessario abituare i bimbi fin da subito a una dieta variata, che comprenda anche il pesce due volte alla settimana”.

Le domande all’Esperto

Qual è il fabbisogno ottimale di DHA e AA per la mamma durante la gravidanza e l’allattamento? Viene raccomandato un incremento dell’assunzione di DHA dell’ordine di circa 200 mg al giorno che corrisponde in pratica a due porzioni di pesce alla settimana. Diverso invece è il discorso per quanto riguarda l’AA. L’apporto di questo acido grasso essenziale alla madre, e di seguito al neonato, non è critico durante la gravidanza dal momento che è presente in molti alimenti sia come tale, sia come precursore acido linoleico abbondante in quasi tutti i cibi.

Il fabbisogno di questi due composti è uguale a tutte le età, oppure le over 35 devono avere delle accortezze in più? No, è il medesimo. C’è da dire fra l’altro che le donne, rispetto agli uomini, hanno una maggiore efficienza di utilizzazione del DHA: la maggiore efficienza metabolica è legata al ruolo degli ormoni femminili. Gli studi per approfondire questo aspetto sono ancora in corso. L’ipotesi però è che questa efficienza metabolica nella donna durante il periodo fertile rappresenti una strategia biologica per “attrezzarla” in modo ottimale in vista delle gravidanze e dei successivi allattamenti.

Ci sono fattori che possono influenzare il metabolismo di queste sostanze? E’ certo il ruolo del fumo. Una ricerca a firma italiana ha riscontrato nelle donne che fumano in gravidanza livelli più bassi di DHA e in parte anche di AA nel latte dopo il parto. Tali acidi grassi sono ridotti anche nei neonati da madri fumatrici. La ragione non è ben chiara. Sembrerebbe però legata ad alcune sostanze “tossiche” e pro ossidanti che si sviluppano durante la combustione del tabacco, che inibirebbero la sintesi soprattutto di DHA e in parte di AA, da un lato, e ne favorirebbero l’ossidazione dall’altro, diminuendone la disponibilità.

Un aumento dell’assunzione di DHA dell’ordine di circa 200 mg è uguale per tutte le donne? No, va aumentata di concerto con il ginecologo nel caso di gravidanze gemellari. Altrettanto vale quando ci sono gravidanze ravvicinate, cioè con un intervallo tra la prima e la seconda al di sotto di diciotto mesi, dal momento che l’organismo della donna non ha una pausa sufficientemente lunga per “ricostruire” il suo patrimonio di nutrienti in modo adeguato.

Il pesce è l’alimento-principe: quale scegliere però, viste le notizie recenti sulla contaminazione da sostanze tossiche? L’EFSA, European Food Safety Authority, ha dichiarato che con due porzioni di pesce alla settimana non ci sono rischi di esposizione dell’organismo a sostanze tossiche quali la diossina e il mercurio. In linea di massima comunque è meglio consumare solo una volta alla settimana salmone e aringhe provenienti dal mar Baltico perché potrebbero essere maggiormente a rischio di contaminazione da diossina, e i grossi predatori quali il pesce spada, perché potrebbero avere un contenuto più elevato di mercurio.

Se la mamma non allatta, priva il suo piccolo di queste importanti sostanze? Assolutamente no. Oggi esistono formulazioni di latte con DHA e AA in un dosaggio equilibrato, tanto da renderli simili per composizione al latte materno.

Come regolarsi durante lo svezzamento, per continuare a garantire al piccolo il giusto apporto soprattutto di DHA e AA? A partire dal sesto mese circa va inserita anche la carne magra che fornisce anche AA. Dall’ottavo-decimo mese di vita nella dieta del bimbo va quindi inserito il pesce due volte alla settimana.

Consigli per dire addio al dolore cervicale

Sette adulti italiani su dieci l’hanno sofferta almeno una volta nella vita: è la cervicale, cioè quel dolore che colpisce il collo, le spalle, la nuca e, talvolta, arriva fino alle braccia. La cervicalgia, questo il suo nome tecnico-scientifico, affligge molte persone per varie cause e, tra esse, un ruolo determinante lo assumono spesso le posture scorrette che assumiamo al lavoro o in casa. Il fastidio della cervicale può essere notevole, impedendo anche i più piccoli movimenti della testa e del collo: nelle forme più acute il dolore può essere invalidante ed è consigliabile ricorrere a uno specialista e agli esami della Tac e della risonanza magnetica (RMN) per indagare le cause del disturbo. Quando la sofferenza muscolo-tendinea coinvolge gli arti superiori si parla di cervicobrachialgia. Escludendo i casi di infiammazioni a muscoli, nervi, legamenti e dischi intervertebrali, molto spesso il dolore cervicale è causato da posture sbagliate. Esse, infatti, indolenziscono la zona cervicale con contrazioni muscolari protratte e innaturali: in macchina, al computer o sui tacchi alti, spesso capita di avere posizioni del corpo non corrette e i muscoli, per compensare equilibri e pesi non ben distribuiti, fanno un superlavoro contraendosi eccessivamente e da qui nasce poi il dolore. Il temibile “torcicollo” si può scatenare anche con i colpi d’aria, gli spifferi e i repentini cambi di temperature: una certa influenza la giocano pure le emozioni, che, specie se negative, accumulano tensioni muscolari nel collo, nelle spalle e nei muscoli che sorreggono e muovono il cranio. Muscoli più irrigiditi complicano la circolazione sanguigna e perciò il dolore aumenta ancora di più. Anche per la cervicale l’arma migliore sembra essere la prevenzione: per evitare che il problema diventi serio, dando adito ad artrosi e lesioni articolari, è bene svolgere alcuni esercizi di mobilitazione cervicale almeno cinque minuti al giorno, eliminando le posture scorrette e rilassando le fasce muscolari interessate dal dolore.

Gli errori da non commettere.

In primo luogo è bene non leggere a letto e scegliere cuscini non troppo alti, che riescano a seguire la curva naturale del collo: ne esistono in commercio alcuni specificamente studiati per garantire il rilassamento dei muscoli del collo e delle spalle durante il riposo, come ad esempio quelli cilindrici di lattice. Le signore dovrebbero, poi, riservare i tacchi alti alle serate di gran gala, evitando di indossarli in tutte le altre occasioni. Stare sui “trampoli” altera le curvature naturali della colonna vertebrale e i muscoli della schiena e del collo debbono continuamente svolgere degli sforzi per mantenere un equilibrio posturale innaturale. I tacchi, in genere, non dovrebbero mai superare i 4 cm d’altezza. Per chi svolge lavoro d’ufficio è utile tenere presenti alcuni accorgimenti: il computer deve essere di fronte alla persona, che deve usare una sedia che consenta di star dritti con la schiena, senza proiettare il collo in avanti. Da evitare assolutamente il lavoro prolungato senza pause: è bene alzarsi dalla propria postazione e muoversi un po’ all’incirca ogni mezz’ora. Altri rischi sono nascosti in casa, quando si parla al telefono e, nel frattempo, si hanno le mani occupate in un’altra attività. Bisogna assolutamente evitare di “incastrare” la cornetta o il cellulare tra il collo e le spalle, inclinando la testa in modo innaturale: questa postura costringe la muscolatura di collo e spalle a un superlavoro per ricercare un equilibrio precario e la indolenzisce. Meglio finire di fare ciò che si sta facendo e poi usare il telefono.

Gli esercizi per combattere la cervicale.

Alcuni semplici esercizi, eseguiti la mattina o la sera per cinque minuti in serie da cinque ripetizioni ciascuno, possono alleviare il dolore cervicale.

Eccoli spiegati qui di seguito:

1) Stando in piedi o seduti, piegare lentamente la testa in avanti e poi indietro, fermandosi qualche istante nella posizione di partenza. L’esercizio va poi ripetuto spostando al testa di lato, verso sinistra e verso destra.

2) Restando seduti su una sedia con la schiena ben dritta, si portano le proprie mani dietro la nuca, massaggiando dall’alto verso il basso la parte alta della zona cervicale, dall’osso occipitale alla base del collo. Il movimento prosegue sui muscoli trapezi dietro la schiena e termina sfiorando le clavicole.

3) Stando sempre seduti su una sedia, con la schiena diritta e le spalle rilassate, bisogna prima inclinare dolcemente la testa a destra e a sinistra, poi la si deve ruotare lentamente in ogni direzione. Se il nostro dolore cervicale è da imputarsi allo stress, l’esercizio va ripetuto con la massima lentezza al fine di rilassare il più possibile la muscolatura.

4) L’ultimo esercizio si svolge stando in piedi e inclinando di lato il collo: con la mano del lato verso cui si è piegato il collo si spingerà con dolcezza la testa verso il basso, per esercitare una lieve tensione ai muscoli cervicali. L’esercizio va effettuato mantenendo per qualche istante la posizione e poi cambiando la parte verso cui si piega il capo.

Nonostante questi accorgimenti può darsi benissimo che il dolore cervicale persista: quando è più forte non bisogna né immobilizzarsi né sopportare tutto stoicamente, rinunciando agli antidolorifici. È bene, invece, continuare a fare gli esercizi di rilassamento muscolare e, col consiglio del medico, assumere qualche infiammatorio e antidolorifico nelle situazioni più gravi. Questi medicinali, se presi per via orale, vanno sempre assunti a stomaco pieno, senza esagerare con essi: sono disponibili in pillole, in compresse effervescenti, in pomate ad uso topico e in cerotti a rilascio ritardato del principio attivo.

Giallo anti-obesità: il curry riduce i grassi

curryDall’India con amore. Arriva da oriente il possibile elisir anti-grasso: il curry. La spezia dal tipico colore giallo intenso avrebbe, secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Nutrition, la capacità di diminuire l’assorbimento di grassi. Merito di uno degli ingredienti principali del curry, il turmerico, che contiene la curcumina. Sarebbe l’azione di quest’ultima a limitare l’aumento di peso.

I ricercatori della della Tuft University di Boston hanno somministrato per dodici settimane una dieta ipercalorica a un gruppo di topi, mentre ad altri ratti hanno fatto seguire lo stesso regime alimentare ma con l`aggiunta 500mg di curcumina per ogni pasto. Dai risultati è emerso che il peso dei “topolini al curry” è aumentato decisamente meno di quelli che avevano seguito la “dieta ingrassante” senza l`aiuto della spezia “d`oro”: ciò sarebbe dovuto alla capacità della curcumina di bloccare l’angiogenesi, ovvero la formazione di nuovi vasi sanguigni, “senza la quale – spiega l`autore della ricerca Mohsen Meydani – non è possibile l’espansione del tessuto adiposo”.

Le doti curative del curry non si fermano all`inibizione dell`aumento del peso corporeo: dall’esperimento è infatti anche emerso che la curcumina è stata in grado di far abbassare i livelli del colesterolo nel sangue.

fonte SALUTE24.it

Dieta da pescatore: sole, pesce e vitamina D contro l’invecchiamento

pescatoriMangiare pesce, magari in una bella giornata di sole, meglio se all’aperto. Così si può approfittare sia dei benefici della vitamina D data dai raggi del sole, sia di quella fornita dal pesce. È la ricetta proposta dagli studiosi dell’University of Manchester che, in collaborazione con altri centri di ricerca europei, hanno dimostrato che una dose doppia di vitamina D può aiutare a prevenire la demenza senile. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry. I ricercatori hanno rilevato che consumare una porzione di pesce “grasso” – salmone, tonno, sgombro – equivale a prendere il sole per un’intera giornata, con i conseguenti benefici per le ossa e per il cervello che dipendono dall’assunzione della vitamina D in esso contenuta.

I vantaggi – Dallo studio – eseguito su più di 3 mila uomini di età compresa tra i 40 e i 79 anni – è emerso che i soggetti con più alti livelli di vitamina D incontrano meno difficoltà nell’eseguire i test neuropsicologici sul livello d’attenzione e sulla velocità di elaborazione delle informazioni. “Studi precedenti avevano già indagato il rapporto tra la vitamina D e le performance cognitive negli adulti, ma avevano prodotto risultati inconsistenti – spiega David Lee, autore dello studio -. Attraverso questa ricerca, invece, siamo riusciti a osservare una significativa associazione tra una più lenta velocità di elaborazione delle informazioni e livelli più bassi di vitamina D”. E se si ha più di sessant’anni i risultati sono ancora migliori: l’associazione tra la vitamina D e la velocità di elaborazione delle informazioni, infatti, è risultata più significativa negli uomini di età superiore ai 60 anni. “Anche se gli effetti positivi della vitamina D sul cervello – conclude Lee – hanno bisogno di essere ulteriormente esplorati, questi risultati lasciano intendere il suo potenziale nel ridurre il declino cognitivo”.

fonte SALUTE24.it


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