Il sale e la dieta: peggio di quanto si pensi

saleLa correlazione tra il sale, l’ipertensione e le malattie cardiovascolari (CVD) è stata ormai confermata in numerosi studi epidemiologici e di intervento e sul modello animale: una riduzione del sale dal corrente uso di 10-12 g/die  ai livelli raccomandati di 5-6 g/die può avere un effetto benefico significativo non solo sulla riduzione della pressione e delle CVD, ma anche su altre patologie. Nei Paesi industrializzati approssimativamente l’80% del sale proviene dalla trasformazione degli alimenti e su questo processo si deve agire nel settore della preparazione industriale, anche perché ciò non richiederebbe particolari modificazioni dello stile di vita da parte del consumatore. Tuttavia, ciò non esclude che – laddove il sale venga aggiunto nella preparazione del cibo e durante il pasto – si debbano organizzare campagne  educazionali sulla popolazione. In una importante review pubblicata sul Journal of Human Hypertension (JHH) del giugno 2009[1] vengono analizzati i danni provocati  dal sale, non solo sulla pressione arteriosa, ma anche sul rischio di stroke, di ipertrofia ventricolare sinistra, di malattia renale. La dieta ricca di sale esplica inoltre un effetto sfavorevole  sull’obesità, sulla calcolosi renale, sull’osteoporosi e probabilmente è una della cause maggiori di morte per  cancro dello stomaco, come risulta da uno studio effettuato in 39 differenti popolazioni residenti in 24 nazioni (forse per un’azione facilitante sull’impianto dell’Helicobacter Pilori). La review analizza l’impiego del sale nelle industrie di trasformazione in vari Paesi dell’area occidentale, i motivi di resistenza di tali industrie ad un suo minore impiego, ed analizza le strategie che si stanno sviluppando in vari Paesi per affrontare il problema. Lo stesso numero del JHH pubblica un piccolo studio  in cui una dieta DASH a basso contenuto di sodio riduce lo stress ossidativo nell’animale e nell’uomo sodio sensibili (ma non in quelli sodio resistenti) molto più della dieta DASH classica; migliora inoltre la funzione vascolare[2]. Per certi versi a conclusioni simili sono giunti alcuni ricercatori cinesi, che su 1.906 soggetti non diabetici sottoposti prima ad una dieta povera di sodio e poi ad una dieta ricca di sodio hanno dimostrato che la riduzione dell’introito di sale  può essere una componente molto  importante nel ridurre la pressione arteriosa in soggetti esposti a rischi multipli di sviluppare una sindrome metabolica, ma soprattutto che questi soggetti o quelli con sindrome metabolica conclamata presentano una maggiore sensibilità  al sodio[3].

Fonti

1-JHH (2009) 23, 363-384;

2-JHH(2009) 23, 1-10;

3-Lancet 2009; 373: 829-35

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