Archivio per settembre 2009

Vaccinazioni pedatriche: per il 90% delle mamme sono un mistero

bimbo che dormeScarsa conoscenza delle mamme italiane verso le nuove vaccinazioni in grado di prevenire le più comuni e diffuse malattie infettive del bambino. Per nove mamme su dieci è sconosciuto sia il vaccino contro l’otite, sia quello contro il rotavirus, che colpisce ogni anno in Italia 400 mila bambini sotto i 5 anni con gravi gastroenteriti. Va meglio, invece, per  i vaccini da eseguire prima della gravidanza: l’80% delle donne è informata sulle malattie infettive e i rischi durante la gestazione, ma solo il 50% si è poi effettivamente vaccinata. Sono i dati principali dell’indagine svolta su 1037 neomamme da Elma Research per ONDa (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) sul grado di conoscenza delle patologie infettive delle mamme, diffusi a Milano in occasione della conferenza “Vaccinazione: cosa deve sapere una donna prima di diventare madre” organizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Salute del Comune di Milano.

Fondamentali si sono rivelate le campagne regionali: le mamme emiliane sono risultate le prime della classe, mentre le piemontesi, invece, vanno “rimandate” a settembre: “I dati dello studio sono sconfortanti – osserva Francesca Merzagora, presidente di ONDa -. La scarsa conoscenza delle donne sulle ultime opportunità in ambito vaccinale pediatrico come il vaccino contro il rotavirus, responsabile dell’84% delle enteriti virali, mette in evidenza una scarsa consapevolezza relativamente alla gravità di alcune malattie infettive, prevenibili proprio con un vaccino. È necessario quindi che i medici di medicina generale, pediatri, ginecologi e istituzioni diffondano maggiore informazione. Una corretta conoscenza in ambito vaccinale è decisiva per una scelta consapevole nell’accettare o meno un intervento immunizzante”.

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Tanto cibo in gravidanza e i teenager ingrassano

gravidanzaAdolescenti obesi o sovrappeso? Potrebbere dipendere dalle mamme che durante la gravidanza, con il pretesto di dover mangiare per due, si lasciano andare a dolci e leccornie. A dire “basta” alle voglie più strampalate della gravidanza da soddisfare in qualunque ora del giorno e della notte, arriva una ricerca della Harvard Medical School, dalla quale è emerso come le madri che mettono su troppi chili nel corso della gravidanza assicurano un peso corporeo eccessivo anche ai propri figli durante l`adolescenza.

I ricercatori americani, sulla base dei sondaggi effettuati su 12 mila adolescenti, hanno infatti rilevato come i figli di donne che in gravidanza avevano preso troppi chili corressero un rischio maggiore del 42% di ammalarsi di obesità tra i 9 e i 14 anni. E questo avveniva, spiegano i ricercatori, indipendentemente da altri fattori come il peso corporeo della donna prima della gravidanza, il reddito familiare o l`istruzione dei genitori.

Studi precedenti avevano collegato l`eccessivo aumento di peso della donna in gravidanza con un rischio maggiore per i figli di diventare obesi nel corso dell’infanzia. La recente scoperta, invece, aggiungerebbe ulteriori evidenze al fatto che l’ambiente in cui il feto cresce non genera solo conseguenze a breve termine, ma anche effetti a lungo termine nella regolazione del peso corporeo. Secondo i ricercatori, infatti, il peso eccessivo della madre incinta influirebbe sullo sviluppo del feto rendendo l’organismo del bambino più suscettibile all’accumulo di peso corporeo.

Il giusto peso per un figlio sano dipende in primo luogo, come suggeriscono gli esperti, da quello della mamma nel periodo precedente alla gravidanza. Il consiglio è quindi quello di affacciarsi alle soglie della gestazione con un peso corporeo nella norma affinché si possano accumulare i chili in più nei limiti raccomandati. Il consiglio dell’Istituto di medicina americano (Iom), a questo proposito, è che il normale aumento di peso corporeo di una donna in gravidanza non superi i 15 chili.

Attenzione, quindi, alle mamme: la qualità e la quantità del cibo consumato nel corso della gravidanza avranno infatti un grande “peso” nella salute del proprio bambino.

Questione di gusto: il palato delle bambine è più sensibile

caramelleBambine dalle papille gustative più sensibili rispetto ai coetanei maschi, ragazzini che preferiscono le bibite dolci ed evoluzioni delle preferenze alimentari nel corso del tempo: ecco quanto è emerso dalla più ampia indagine mai effettuata sul senso del gusto.

La ricerca è stata condotta dalla Danish Science Communication e dagli esperti nutrizionisti della Faculty of Life Sciences (Life) dell’Università di Copenhagen, grazie alla collaborazione di 8.900 bambini e ragazzi danesi in età scolare. Una sorta di test di massa che è stato possibile pianificare in occasione dell’anno dedicato alle scienze naturali dalle scuole elementari e medie danesi: gli esperimenti sono stati infatti condotti nelle classi grazie a un kit completo di campioni da degustazione.

Molte differenze tra bambini e bambine sono state evidenziate nell’abilità nel saper distinguere i sapori: le femmine sono infatti più brave nel riconoscere tanto il dolce quanto l’amaro. Il numero delle papille gustative, però, non cambia a seconda del sesso: a fare la differenza è piuttosto il modo in cui maschi e femmine processano l’impressione del gusto che queste inviano al cervello.

Il 30% dei giovani partecipanti ai test non ha espresso una netta preferenza per le bibite dolci, come i ricercatori si aspettavano: non è detto quindi che per piacere ai più piccoli cibi e bevande debbano essere molto zuccherati. Inoltre se le femmine prediligono i gusti più delicati, i maschi amano i sapori forti: mentre le prime hanno assegnato la loro preferenza alle bevande né troppo dolci né troppo amare, i secondi invece hanno dichiarato di preferire le bibite a più alta o a più bassa concentrazione di zucchero.

Per i teenager il mondo diventa più amaro. Con l’età aumenta infatti la percezione del gusto: il cambiamento maggiore si verifica tra i 13 e 14 anni, fase in cui nei ragazzi l’amore per i cibi dolci comincia a svanire.

Nonostante questi test si siano concentrati solo sul senso del gusto, i ricercatori vorrebbero ora analizzare anche le differenze di genere nei bambini per quanto riguarda l’olfatto: gli studi forniranno un quadro complessivo delle preferenze dei più piccoli, per la gioia di industrie alimentari e genitori alle prese con figli schizzinosi.

Stomaco chiama, cervello risponde: un ormone attiva la fame

Bimbo che mangiaVerso l’ora dei pasti, un ormone andrebbe a “dire” al cervello che lo stomaco “ha fame”. È quanto sostengono su Proceedings of the National Academy of Sciences i ricercatori della Columbia University e della Rockefeller University di New York (Usa), secondo cui sarebbe l’ormone chiamato grelina a stabilire l’orario di colazione, pranzo e cena.

“La grelina – spiega Donald W. Pfaff , ricercatore della Rockefeller University – viene rilasciata dalle cellule dello stomaco e viaggia attraverso il flusso sanguigno fino al cervello, dove influenza il processo decisionale delle cellule cerebrali riguardante la necessità di assumere cibo”.

La ricerca è stata condotta su due gruppi di topi, uno di controllo e uno composto da roditori geneticamente modificati e privati del recettore che riconosce la grelina. Durante lo studio gli esperti hanno osservato che i topi privi del recettore iniziavano a cercare il cibo molto più tardi e in misura inferiore rispetto agli altri. Gli scienziati, hanno anche dimostrato che l’ormone viene messo in circolazione prima dei pasti, e che, una volta rilasciato, stuzzicava l`appetito dei topi, spingendoli a cercare attivamente il cibo e a consumarlo, pur non avendo fame.

Secondo i ricercatori lo stomaco, tramite la grelina, comunicherebbe al cervello che è giunta l’ora di mangiare, influenzando il nostro orologio interno. “Se si mangia di continuo – afferma Rae Silver, capo del Laboratory of Neurobiology and Behavior della Columbia University – la secrezione di grelina non viene controllata in modo adeguato, per cui è un bene consumare i pasti in orari regolari”. Lo studio apre la strada alla sperimentazione di nuovi medicinali basati sulla grelina che “a differenza dei farmaci che si concentrano sulla sazietà – conlude l’esperto -, avranno l’obiettivo di contenere l`appetito”.

Kennedy senza pace: il segreto di JFK era una malattia rara

JFKI misteri intorno alla sua morte continuano, quelli sulla sua salute sembrano arrivati ad una svolta. Il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, assassinato a Dallas nel 1963, soffriva di una patologia del sistema endocrino più complessa di quanto finora ipotizzato. Lo rivela uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine.

A svelare l`enigma il dottor Lee Mandel, ufficiale medico in forze alla marina americana, che  per l`inedita ricostruzione si è basato su documenti contenuti nel “John F. Kennedy” Presidential Library & Museum di Boston.

La tesi di Mandel è che Jfk fosse affetto dalla sindrome poliendrocrina autoimmune di tipo 2 (APS-2), una malattia rara che può portare diverse complicazioni, come ipotiroidismo, morbo di Addison e altre malattie endocrine. Purtroppo lo staff medico del presidente non poteva saperlo, dato che la sindrome è entrata nei libri di medicina solo a partire dal 1980, quando i medici hanno iniziato a diagnosticarla.

“Kennedy era già malato nel 1940 ma solo nel 1947 il quadro clinico precipitò – sostiene Mendel – E nonostante questo nascose a tutti i suoi problemi di salute portando avanti le incombenze presidenziali con grande coraggio”. 

La sindrome APS-2, anche conosciuta come morbo di Schmidt, si verifica quando le ghiandole surrenali non producono abbastanza ormoni, in particolare il cortisolo, fondamentale nel controllo della pressione arteriosa, della funzione cardiovascolare e dei livelli di glucosi nel sangue. Un quadro clinico caratterizzato da affaticamento, debolezza estrema e perdita di peso. Per questo, sostiene Mendel, in un primo tempo il medico personale diagnosticò a Kennedy una forma di ipotiroidismo e in seguito la sindrome di Addison, affermando che il presidente sarebbe vissuto al massimo soltanto un altro anno. La terapia con steroidei di nuova generazione iniziata negli Stati Uniti dopo un viaggio all’estero gli salvò la vita.

In realtà, a scatenare lo scompenso ormonale, giura Mendel, fu una malattia autoimmune che aveva un forte componente di familiarità genetica. Scartabellando tra libri e memorie pubbliche si è scoperto che nel “clan” Kennedy più di uno aveva in comune un sistema immunitario difettoso. La sorella più giovane di John, Eunice, recentemente morta all`età di 88 anni, aveva il morbo di Addison e suo figlio, John Junior, aveva la malattia di Basedow-Graves, un’altra condizione autoimmune.

Memoria e attenzione: un cervello allenato vince le distrazioni

MemoriaLe persone dotate di una maggiore capacità di memorizzazione tendono meno a distrarsi. È quanto emerge dallo studio pubblicato su Neuroscience dai ricercatori dell’University of Oregon, secondo cui è più facile catturare l’attenzione di chi ha poca memoria.

La ricerca è stata condotta su 84 studenti che sono sottoposti a quattro diversi esperimenti, durante i quali la loro attività cerebrale è stata monitorata attraverso un’elettroencefalografia. Dall’analisi è emerso che i ragazzi che avevano più memoria riuscivano più facilmente ad ignorare le distrazioni e rimanere focalizzati sui compiti loro assegnati.

“È possibile – afferma Edward K. Vogel, che ha guidato lo studio – paragonare la memoria di una persona a quella di un computer: maggiore è la Ram, migliori sono le capacità di elaborazione. Così gli studenti con più memoria tendono più facilmente ad ignorare le distrazioni”.

“I risultati ottenuti  – prosegue l’esperto -, non significano che le persone più inclini a distrarsi abbiano necessariamente dei problemi di apprendimento, anche se i punteggi riportati dai ‘più attenti’ si sono dimostrati più elevati e la loro intelligenza si è rivelata più versatile”. Vogel, tuttavia, è attualmente impegnato a verificare se anche chi ha meno memoria possa essere caratterizzato da aspetti positivi, come una maggiore fantasia e creatività.

“Capire il meccanismo che regola l’attenzione – conclude lo studioso – potrebbe consentire  di sviluppare una terapia volta a migliorare il processo di apprendimento delle persone  che tendono a distrarsi più facilmente”.

Sesso: senza condom il benessere è tutto per la mente

CoppiaFare sesso non protetto farebbe bene alla salute mentale: è quanto afferma uno studio condotto dalla West Scotland University di Paisley (Scozia) guidato dallo psicologo Stuart Brody, e che verrà pubblicato sulla rivista specializzata Archives of Sexual Behavior. I risultati sono frutto di un sondaggio sul comportamento sessuale condotto su 99 donne e 111 uomini in Portogallo, che hanno compilato un questionario sull’uso dei contraccettivi: dalle risposte è emerso che i soggetti che avevano rapporti sessuali non protetti erano in grado di affrontare lo stress in modo più maturo e di prendere decisioni in maniera più ferma. Lo studio è costato allo psicologo la critica di molti colleghi, che affermano che sostenere la positività del sesso senza protezioni potrebbe avere ripercussioni gravi sulla salute delle persone. Sebbene Brody ammetta che avere rapporti sessuali non protetti possa portare a situazioni stressanti, come gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili, lo psicologo rimane fermo nell’affermare che, comunque, avere rapporti sessuali senza preservativo può “rafforzare il benessere mentale“.


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