Archivio per novembre 2009

Dimagrire con la medicina omeopatica

È possibile dimagrire utilizzando l’omeopatia?

obesoA rispondere a questa domanda è il dott. Ciaccio Giorgio, medico esperto in Agopuntura ed Omeopatia, Intolleranze Alimentari ed Alimentazione Naturale nostro Ospite in GALENOsalute, risponde sì a questa domanda ma con una doverosa premessa: i rimedi omeopatici devono essere scelti in base alla tipologia della persona, precisa Ciaccio, e non alla sua patologia. Solamente con questa metodologia di cura, definita “Omeopatia unicista” (perché si usa sempre un solo rimedio per persona) o “classica” il rimedio omeopatico dà il massimo dell’efficacia: tanto più la cura è personalizzata, tanto più darà il suo effetto su quel paziente.

Perciò nel caso di disturbi cronici, come il sovrappeso, è sempre necessaria un’indagine approfondita da parte di un medico omeopata “unicista”, cioè istruito (in corsi di specializzazione di almeno tre anni) a riconoscere il rimedio più adatto a quel singolo paziente, a cogliere la similitudine fra l’essenziale della persona e l’essenza del rimedio. Homios pathos: “Similia similibus curentur”, cioè i simili siano curati con i simili. L’omeopatia unicista è quindi una medicina psicosomatica, olistica e globale, che ottimizza le reazioni fisiche e mentali alle costanti variazioni dell’ambiente che ci circonda.

L’omeopatia ”classica” esiste da sempre e fu fondata da un noto ed accreditato medico tedesco, Samuel Hahnemann (1775-1843). L’omeopatia è un sistema terapeutico ad alto impatto clinico e semeiotico, caratterizzato dalla ricerca, attraverso lunghe e meticolose visite e colloqui medici, di rimedi simili alle caratteristiche personali dei pazienti.
Quando una persona assume il suo rimedio ritorna ad un proprio equilibrio, dapprima energetico e poi psicofisico, il migliore possibile per lei. Perciò se era in sovrappeso e se soffriva per questa sua condizione, otterrà un dimagrimento graduale, duraturo e senza effetti collaterali. Talvolta questo avviene anche per mezzo di un aumento della forza di volontà, che le permetterà di aumentare l’attività fisica e di ridurre il cibo, senza conseguenze psichiche. Oppure il rimedio omeopatico produrrà un naturale aumento del metabolismo, che porterà la persona a dimagrire senza sforzo alcuno e fino ad un livello di normalità fisiologica che diventerà permanente. Esiste infine un’altra possibilità di azione del rimedio omeopatico: la persona si adatterà spontaneamente alla propria condizione di sovrappeso, senza più soffrirne e senza alcuna conseguenza patologica. È come se, sostanzialmente, il peso non pesi più.

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Fermenti lattici per prevenire l’obesità e il diabete

I probiotici e i cibi che ne favoriscono lo sviluppo riducono il rischio di ingrassare e ammalarsi di diabete.

YOGURTUno yogurt al giorno toglie obesità e diabete di torno. Così si potrebbe riadattare il vecchio detto alla luce di quanto si è discusso a Riccione, al congresso Panorama Diabete della Società Italiana di Diabetologia: secondo gli esperti infatti non c’è alcun dubbio, la flora intestinale conta, eccome, nel decidere il nostro peso sulla bilancia e pure nel proteggerci o meno dal diabete.

STUDI – La convinzione deriva dalle ricerche più recenti: una, pubblicata poco tempo fa da ricercatori finlandesi, ha scoperto che i batteri che stazionano nell’intestino fin dalla prima infanzia condizionano il peso dei bambini. Marko Kalliomaki, dell’università di Turku in Finlandia, ha studiato 49 bimbi valutandone la flora batterica intestinale a un anno di vita; dopo 6 anni ha rivisto i piccoli e ha scoperto che quelli in cui abbondavano i probiotici (i famosi bifidobatteri che si trovano anche nello yogurt) pesavano in media 4 chili di meno rispetto ai coetanei che da neonati avevano l’intestino più ricco di batteri «cattivi», come lo stafilococco. Un dato che si somma ad altri e fa dire ai diabetologi che la flora intestinale «buona», cioè i probiotici o fermenti lattici, aiuta a prevenire l’obesità e il diabete, a questa strettamente correlato. «Credevamo che la flora intestinale avesse effetto solo a livello locale, proteggendo il colon da tumori e malattie infiammatorie croniche: non è così – spiega Rosalba Giacco, relatrice alla sessione del convegno su alimentazione e diabete e ricercatrice all’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del CNR di Avellino –. I fermenti lattici infatti producono acido acetico, propionico e butirrico: i primi due vanno nel sangue e da qui nel fegato, dove regolano la produzione epatica di glucosio e grassi come colesterolo e trigliceridi; il butirrico invece resta nell’intestino a “nutrire” le cellule dell’epitelio».

PROBIOTICI – Quando la flora «buona» scarseggia e prendono il sopravvento altri batteri, allo stesso modo gli effetti si fanno sentire anche altrove: «I batteri cattivi producono tossine che favoriscono l’infiammazione e l’aterosclerosi, riducono l’attività dell’insulina e promuovono la sintesi di colesterolo e trigliceridi», dice Giacco. Così non stupisce scoprire che negli obesi la flora intestinale è molto diversa rispetto a quella dei magri e che perdendo peso anche i batteri nell’intestino si modificano. «I batteri intestinali buoni regolano l’assorbimento dell’energia dagli alimenti: riducono del 2 per cento l’introito energetico, e ciò nell’arco di anni può fare la differenza fra essere normopeso o sovrappeso – continua la ricercatrice –. Inoltre, i probiotici hanno anche effetto stimolante su ormoni intestinali che portano a un aumento del senso di sazietà, e quindi a mangiare di meno».

PREBIOTICI – I fermenti lattici si possono introdurre da soli attraverso yogurt o simili, ma è utile anche favorirne lo sviluppo mangiando cibi che sono «graditi» ai batteri buoni, i cosiddetti prebiotici: per lo più si tratta di fibre provenienti da frutta e verdura. «Le fibre favoriscono la crescita dei batteri buoni al posto dei cattivi, che invece proliferano se si mangia molta carne o altri prodotti di origine animale – spiega Giacco –. Purtroppo anche in Italia abbiamo un po’ perso le sane abitudini della dieta mediterranea e consumiamo meno fibre rispetto al passato: ora siamo più o meno allineati ai consumi europei, che variano fra i 3 e gli 11 grammi di fibre al giorno. Poche: è bene aumentare l’introito di frutta, verdura, cereali, pasta e pane integrali, oltre che di prodotti come lo yogurt che contengono fermenti lattici. Serve a prevenire l’obesità e quindi il diabete, ma anche tumori, malattie cardiovascolari e molte malattie croniche intestinali», conclude l’esperta.

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Gli uomini non sopportano le donne gelose

Coppia3

La gelosia è il difetto più insopportabile che gli uomini imputano alle loro compagne. Ai maschi risulta difficile vivere una relazione serena se la propria lei vede rivali amorose ovunque e controlla ogni sguardo del suo lui, nel timore che possa osservare qualche altra donna. Questi risultati si desumono da un sondaggio condotto dalla società PUA Training Italia, specializzata in corsi di seduzione, su tremila uomini, ai quali è stato chiesto di stilare la classifica dei dieci peggiori difetti femminili. Contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare non sono state né le interminabili ore di shopping con la propria compagna né le discussioni per qualcosa lasciato da lui in disordine a vincere questa “graduatoria”, ma ha primeggiato l’eccesso di gelosia delle donne nei confronti dei propri uomini. I maschietti si sottoponevano anche, per “solidarietà”, alle dieta cominciate da mogli e fidanzate, anche quando non ne avevano nessun bisogno. Per ben il 30% dei volontari intervistati, invece, la gelosia era in assoluto il peggior difetto femminile, mentre il 22% riteneva che fosse l’invadenza. Questa la classifica degli altri difetti individuati dai tremila soggetti del campione nelle donne: l’aggressività (6% degli intervistati), la troppa petulanza (5%) e l’invidia (5%). Più ridotte le percentuali di uomini che non sopportano la mania femminile per lo shopping (3%), la fissazione della linea perfetta (2%), l’ossessione dell’ordine (1%). L’eccessiva rivalità tra donne è risultata particolarmente indigesta al sesso forte, che invece preferirebbe vedere una maggior collaborazione e una minor conflittualità tra le signore. Nonostante gli uomini non volessero dover subire scenate dalla propria partner e volessero mantenere un buon grado di libertà e autonomia, il 17% dei maschi consultati ha dichiarato di voler ricevere attenzioni dalla propria innamorata, non sopportando una lei troppo concentrata su di sé. Secondo Louis Nicoletta, presidente di PUA Training, gli uomini vogliono accanto una donna che li sostenga e si curi di loro, ma con discrezione. Quando un uomo si sente limitato nella sua libertà in una relazione, allora “scappa” da essa: un errore frequente del gentil sesso è quello di fare da “mamme” al proprio lui, volendo correggere i difetti del proprio partner. Tuttavia, in fondo, l’indagine statistica ha messo nuovamente in luce un problema di comunicazione tra i due sessi: sono molti gli uomini che affermano di non riuscire a capire cosa desiderino realmente le proprie donne e il 9% degli intervistati pensa che l’introversione sia la peggior caratteristica femminile. Per Nicoletta, questa mancanza di efficacia nella comunicazione tra uomini e donne dipende dal fatto che queste ultime spesso non esprimono esplicitamente i propri pensieri e desideri, mentre i signori maschi sono troppo superficiali e distratti. Nicoletta suggerisce di imparare a leggere e interpretare i segnali, anche non verbali, che si manifestano nelle comunicazioni tra lui e lei: in questo modo si può cominciare a costruire un rapporto di coppia. Per l’esperto l’indagine statistica evidenzia che l’uomo sia disponibile ad accettare gli interessi e le passioni della propria donna, pur se non li condivide con lei. Le vere difficoltà vengono dalle modalità di gestione della relazione e dei rapporti interpersonali. Molto importante è allora, per Nicoletta, curare una buona comunicazione e intesa tra i due soggetti della coppia. A onor del vero bisogna ricordare che queste sono solo indicazioni di massima che vengono da un numero limitato di persone: è, tuttavia, utile e proficuo, cercare di parlarsi con sincerità, rispetto e attenzione tra uomini e donne. Quello maschile e femminile sono due universi differenti: il loro incontro e attrazione è un mistero dell’amore. Ci vuole senso pratico, capacità di perdonarsi, di comunicare, di ascoltarsi, di ricominciare, di cogliere i minimi segnali anche non verbali, per poter far funzionare bene un rapporto amoroso. E poi, diciamola tutta, un po’ di gelosia è normale e anche desiderata da ambo le parti: se un uomo stesse con una donna per niente gelosa di lui, non penserebbe forse che a lei di lui non importa un granché?

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Conosci i benefici nutrizionali della pizza?

Scopri le virtù della pizza, un piatto completo dal punto di vista nutrizionale, che può costituire un ottimo piatto unico. Grazie al suo sapore inconfondibile, è amatissima dagli adulti come dai bambini: la pizza, simbolo della tradizione gastronomica mediterranea, è anche un alimento molto valido dal punto di vista nutrizionale.

PizzaPer quale motivo? La pizza è innanzitutto un’ottima fonte di energia a lento rilascio grazie ai carboidrati complessi contenuti nell’impasto. L’olio extravergine di oliva della pizza apporta poi preziosi acidi grassi monoinsaturi, tra cui l’acido oleico e vitamine, in particolare la vitamina E.
La mozzarella fornisce poi proteine di origine animale e calcio, importantissimo per il benessere delle nostre ossa, mentre nell’immancabile pomodoro sono contenute vitamine, fibre, sali minerali (soprattutto potassio, magnesio, zinco e selenio) e un potente antiossidante naturale, il licopene, che riduce i danni causati dai radicali liberi.

Quali sono le varianti di pizza più sane sotto il profilo nutrizionale? Oltre alla tradizionale “margherita”, anche la pizza “napoletana”, che apporta anche i nutrienti contenuti nelle acciughe: proteine e acidi grassi polinsaturi omega-3.
Sono invece meno salutari le varianti che prevedono l’aggiunta di ingredienti più insoliti, come per esempio il salame piccante o il würstel.

Grazie all’apporto bilanciato di carboidrati, proteine, grassi, e micronutrienti quali le vitamine e i sali minerali, la pizza – magari seguita da una buona macedonia di frutta fresca – può essere considerata un golosissimo piatto unico.

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Agopuntura: benessere attraverso gli aghi

Con alla base una profonda conoscenza anatomica e strutturale del corpo umano, i suoi canali di energia (chiamati meridiani), i numerosi punti corrispondenti agli organi del corpo e la teoria di Yin e Yang, l’agopuntura affonda le sue radici nell’antica medicina tradizionale cinese.

Ancora oggi in Cina la medicina tradizionale e la medicina moderna occidentale si affiancano negli ospedali, come negli ambulatori.

In Occidente solo verso la metà di questo secolo, l’agopuntura viene accettata ufficialmente come pratica medica terapeutica, con basi scientifiche a tutti gli effetti, infatti può essere praticata solo da esperti medici professionisti.

Nel Medioevo, epoca caratterizzata da epidemie, i profumieri si diffusero grazie al fatto che quasi tutti gli oli essenziali sono buoni antisettici.

Col passare del tempo le capacità curative delle piante furono progressivamente dimenticate, lasciando molto più spazio al loro impiego in campo cosmetico o alimentare.

Fu Gottefosse, un chimico, la prima persona che scrisse un trattato moderno sull’aromoterapia. Durante un esperimento chimico, lo studioso si scottò seriamente una mano. In laboratorio aveva occasionalmente a disposizione dell’ olio essenziale di lavanda e vi immerse subito la mano ustionata. L’ustione guarì in tempo brevissimo, poche ore, senza nessuna cicatrice.

Da allora Gottefosse fece molti esperimenti per attestare le qualità delle essenze, scoprendo che gli olii essenziali e le loro proprietà penetrano molto facilmente attraverso la pelle raggiungendo per mezzo dei liquidi extracellulari il sangue e la linfa, che a loro volta li portano in circolo fino ai vari organi.

Da allora gli studi ed i risultati ottenuti in questo campo sono stati numerosi.

I meccanismi | Tutta la vita dell’universo si svolge in un incessante susseguirsi di stimoli e riflessi.

Al minimo tocco esistono piante che chiudono le loro foglie, o fiori che aprono i loro petali sotto lo stimolo della luce del giorno per richiuderli dopo il tramonto.

L’organismo umano non si può sottrarre a questa legge generale.

Infatti i riflessi, che in esso incessantemente si producono e che rappresentano tutta la sua complessa vitalità, sono la risposta ad altrettanti stimoli. Possiamo dividere questi ultimi in tre categorie: stimoli fisiologici, patologici e curativi.

E’ noto come diversi stimoli che vengono esercitati attraverso dei processi fisiologici naturali nel nostro organismo, possono produrre risposte del tutto involontarie senza la necessità della nostra approvazione.

Attraverso queste risposte, come ad esempio secrezioni ghiandolari, variazioni delle attività cardiache, ecc. si compiono le più importanti funzioni vitali. Questi sono gli stimoli fisiologici.

Gli stimoli patologici sono studiati per stabilire o confermare delle diagnosi. Alcune malattie ad esempio, hanno un loro particolare modo di riflettersi nell’iride, manifestando fenomeni caratteristici che vengono studiati nell’indo-diagnosi.

Esaminando il fondo dell’occhio è possibile a volte diagnosticare ad esempio un tumore cerebrale perchè esso trasmette all’occhio determinati riflessi. Oppure i capillari cutanei ricevono degli impulsi trasmessi dalle tossine elaborate in alcune malattie e fanno si che l’epidermide assuma determinati aspetti.

Esistono tuttavia altri stimoli che noi stessi possiamo provocare “dall’esterno”, mediante l’eccitazione di particolari punti nevralgici, a scopo curativo, per ripristinare cioè quell’equilibrio che è stato interrotto dalla malattia. Sono questi gli stimoli ed i conseguenti riflessi curativi.

Ed è proprio sull’efficacia di questi stimoli che l’agopuntura ha le sue fondamenta.

La tecnica | Una volta diagnosticata la malattia, ascoltando il paziente, visitandolo e accertandone lo stato con un attento esame soprattutto della lingua e del polso, il metodo consiste nell’introdurre in punti specifici in relazione all’organo malato (i punti possono essere anche ben lontani dalla zona malata) degli aghi.

Gli aghi possono avere calibri differenti, caldi o freddi e vengono lasciati nel corpo, a minima profondità (la pratica è generalmente indolore) per circa 10/15 minuti.

La loro azione agisce molto in profondità nel corpo creando un generale stato di rilassamento ed i risultati sono notevoli anche solo con poche sedute.

Alcune volte al posto degli aghi i punti del corpo vengono invece stimolati riscaldandoli attraverso la combustione di un’erba curativa chiamata moxa, che bruciando produce un calore piacevole e penetrante stimolando punti nevralgici e apportando notevoli benefici.

E’ importante per la possibilità di una guarigione più completa affiancare alle sedute di agopuntura anche un’alimentazione adatta a seconda del disturbo, integrata da erbe o decotti consigliati dal medico.

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La morte improvvisa non ha più segreti. Una ricerca fa luce sulla sindrome del QT lungo.

sala operatoria2Perché alcuni individui muoiono improvvisamente di un arresto cardiaco in maniera del tutto inaspettata, spesso in giovane età? La malattia è nota come sindrome del QT lungo e caratterizzata da un elevato rischio di aritmie, irregolarità del ritmo cardiaco che possono provocare sincope e morte improvvisa, talvolta anche nei lattanti (sindrome della morte in culla). A dare il nome alla malattia è l’allungamento di uno specifico parametro dell’elettrocardiogramma chiamato appunto “intervallo QT”. Attualmente si conoscono almeno 12 geni associati alla sindrome, tutti coinvolti nel trasporto di ioni attraverso le membrane delle cellule cardiache. In circa la metà dei casi clinici, i difetti sono a carico del gene KCNQ1 (che controlla il flusso di potassio attraverso le cellule cardiache) e le aritmie potenzialmente letali si manifestano principalmente quando questi pazienti sono sotto stress, fisico o emotivo: sono i ragazzi che muoiono giocando a pallone, nuotando, oppure a scuola per un’interrogazione, ma anche al suono della sveglia o del telefono. Per ridurre il rischio di sincope o morte improvvisa, le persone affette vengono trattate con farmaci beta-bloccanti e, nei casi più gravi, con la rimozione di particolari nervi della porzione sinistra del cuore coinvolti nell’insorgenza delle aritmie, oppure con l’impianto di un defibrillatore automatico. Una possibile risposta a tale sindrome arriva da uno studio finanziato da Telethon, oltre che dai National Institutes of Health (Nih) americani e dal ministero degli Esteri, e coordinato da Peter Schwartz, direttore della cattedra di Cardiologia dell’Università di Pavia, dell’Unità coronarica della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo e del laboratorio di Genetica cardiovascolare dell’Istituto Auxologico Irccs di Milano. Come descritto sulle pagine di Circulation, la principale rivista scientifica in campo cardiovascolare, è stato individuato un gene che potrebbe spiegare questo aumento del rischio. Quello che i ricercatori non riuscivano a spiegarsi era l’estrema variabilità che osservavano fra gli individui portatori dello stesso difetto genetico: perché in un 20-30% dei casi queste persone vivono senza alcun sintomo per tutta la vita, mente altri vanno incontro ad aritmie talvolta fatali? Dovevano esistere degli altri fattori in grado di contribuire, insieme ai geni già noti, a determinare il rischio. Per scoprirli Schwartz e il suo gruppo hanno studiato il Dna di 500 individui sudafricani, appartenenti a 25 famiglie discendenti da un unico progenitore olandese, giunto a Cape Town nel 1690 (come si legge dai registri battesimali dell’epoca) e affetto da sindrome del QT lungo. La particolarità della popolazione studiata – un’autentica miniera d’oro per i genetisti – sta nel fatto che ben 205 di questi soggetti presentano la stessa mutazione a carico del gene KCNQ1, identica a quella del loro antenato. Analizzando il patrimonio genetico di queste persone, i ricercatori hanno studiato due particolari varianti di un altro gene, chiamato NOS1AP, che nelle persone normali inducono un lieve e ininfluente allungamento dell’intervallo QT, ma che quando sono associate a difetti nel gene KCNQ1 fanno letteralmente raddoppiare il rischio di sincope e morte improvvisa. In altre parole, la presenza di queste varianti genetiche, assai comuni nella popolazione generale, potrebbe spiegare almeno in parte il diverso destino dei pazienti con la sindrome del QT lungo. È la prima volta che vengono individuati con precisione dei “geni modificatori”, capaci cioè di spiegare le diversità nella manifestazione clinica di una medesima malattia (penetranza in gergo tecnico). Come spiega lo stesso Schwartz, “questa scoperta ci permetterà di scovare quei pazienti affetti da sindrome del QT lungo più a rischio e di trattarli tempestivamente con terapie di prevenzione più aggressive”. Ma non è tutto: come spesso accade nella ricerca biomedica, lo studio di condizioni piuttosto rare può mettere in luce meccanismi di base che potrebbero avere ricadute anche su patologie più diffuse. “È ragionevole pensare”, spiega ancora il ricercatore pavese, “che i geni modificatori messi in luce dal nostro studio siano gli stessi che facilitano la morte improvvisa in certi casi di malattie cardiovascolari molto diffuse come l’infarto del miocardio o lo scompenso cardiaco”.

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Herpes zoster e sangue: con il virus rischio-ictus aumenta del 30%

sangueIl rischio di incorrere in un ictus sale del 30% se nel corso dell’anno precedente si è sofferto di Herpes zoster: è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Stroke, secondo cui in particolare il rischio di ictus quadruplica soprattutto per i soggetti ai quali l’infezione da Herpes ha interessato gli occhi. L’herpes zoster è causato dal virus della varicella che, terminato il suo corso, rimane latente nelle terminazioni nervose del cervello e gangli delle radici dorsali dei nervi spinali; può restare inattivo per molto tempo, ma in casi di debolezza o immunodepressione può riattivarsi e diffondersi lungo il nervo, provocando dolore nella zona interessata dalle vescicole. Lo studio ha coinvolto 7.760 persone dai 18 anni in su, che avevano sofferto di Herpes zoster, e un gruppo di controllo di 23.280 persone, dall’età media di 47 anni, che non avevano mai contratto il virus. Dopo un anno, l’ictus si era verificato nell’1,7% dei pazienti con Herpes zoster e nell’1,3% del gruppo di controllo, con un 31% in più di rischio per chi aveva sofferto del virus. In particolare, per coloro che avevano avuto lo zoster intorno agli occhi il rischio era risultato 4,3 volte maggiore.


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