Archivio per febbraio 2010



Un nuovo futuro per gli impianti di retina

Entro un paio di anni i nuovi dispositivi, dotati di chip ed elettrodi stimolatori, potrebbero diventare molto comuni. Risolvendo, almeno in parte, gli effetti di alcune malattie degenerative che portano alla cecità.

L’ultima generazione di impianti di retina ha dato risultati sorprendentemente promettenti in test eseguiti con alcuni pazienti ciechi. Hanno infatti permesso a molti soggetti di riconoscere oggetti ed ostacoli, e ad uno persino di leggere un testo in grandi caratteri. Passi avanti di tale portata rappresentano una svolta dopo anni di lento progresso. Gli esperti affermano che una produzione commerciale potrebbe prendere il via entro un paio di anni. Si tratta di dispositivi progettati per sostituire le funzioni di cellule fotosensibili danneggiate nella retina. In particolare sono studiati per il trattamento di malattie degenerative quali la retinite pigmentosa, e la degenerazione maculare provocata dall’avanzare dell’età. Facendo uso di una gamma di elettrodi posizionati sotto o sopra la retina, questi impianti agiscono stimolando elettricamente il circuito cellulare della retina a produrre nel campo visivo sensazioni di luce della misura di pixel, chiamate fosfeni. Peter Walter dell’University Eye Clinic di Aachen, che ha guidato, di recente, il simposio Artificial Vision a Bonn, Germania, sottolinea come già in passato siano state fatte dichiarazioni ottimistiche sugli impianti di retina. Afferma però, che il successo di molti studi a lungo termine ha reso i ricercatori fiduciosi del fatto che le sfide a venire siano ormai più tecnologiche che biologiche. “Entro due o tre anni potremmo arrivare ad avere disponibile un prodotto per il mercato,” afferma Walter. Test tutt’ora in corso su di un dispositivo dal nome Argus II, sviluppato dalla Second Sight di Sylmar, CA, hanno dato risultati così promettenti che la compagnia si sta già preparando al lancio sul mercato. “Cominceremo ad impegnarci per ottenere il marchio CE in Europa e le autorizzazioni necessarie negli USA dalla FDA,” precisa Gregoire Cosendai, direttore delle operazioni della compagnia per l’Europa. In passato erano stati sollevati dubbi sul fatto che i fosfeni osservati dal paziente potessero non essere tanto dovuti al dispositivo, quanto piuttosto ad altri fattori, come un recupero dei fotosensori stimolato dal trauma di un’operazione chirurgica (fenomeno noto come “effetto salvataggio”). Ora però si è passati oltre le procedure di impianto intensivo – impiantare e rimuovere i dispositive durante il corso della stessa operazione chirurgica – per giungere all’impianto fisso, offrendo così la possibilità di effettuare test più rigorosi. Questi esperimenti sono difficili e richiedono molto tempo, ma sono in grado di stabilire se i fosfeni avvengano solo in parti della retina dove siano presenti gli elettrodi, racconta Walter. “Spegnendo il dispositivo, l’effetto svanisce,” chiarisce. Test eseguiti per l’Argus II hanno evidenziato la possibilità di ristabilire almeno una parziale forma della vista in pazienti cechi, rendendoli capaci di riconoscere oggetti, porte, strade. Il primo dispositivo che arriverà in commercio offrirà questo tipo di visione, racconta Cosendai. L’Argus II è un piccolo chip composto di circa 60 elettrodi stimolatori ed una telecamera, montata su occhiali, che invia immagini e alimenta l’impianto via wireless. C’è la speranza di migliorare ulteriormente la risoluzione di questi impianti nonché le loro dimensioni. Al simposio tedesco, Eberhart Zrenner, direttore del Institute for Ophthalmic Research presso l’University of Tübingen, in Germania, ha illustrato i risultati di un test, che mostra come un paziente sia riuscito a leggere un testo scritto in lettere di 8 cm, anche se con l’aiuto di uno strumento di ingrandimento. A questo risultato si è giunti utilizzando un impianto del diametro di 3 mm composto da circa 1,500 elettrodi, ciascuno connesso ad una fotocellula. Le fotocellule vengono utilizzate sia per percepire la luce sia per alimentare gli elettrodi, ovviando quindi alla necessità di telecamere o alimentazione esterne. Nonostante il dispositivo di Zrenner’s sia compatto, è progettato solo per il trapianto semi-definitivo, non dura a lungo all’interno del corpo, afferma Mark Humayun, chirurgo retinale presso l’University of Southern California, coinvolto nei test sull’ Argus II. Inoltre, secondo Humayun, la lettura di un testo era già stata ottenuta in passato, anche se con lettere molto più grandi. “E’ una lettura di scarsa utilità, non solo perché possibile unicamente con lettere di grandi dimensioni, ma anche perché il riconoscimento di ciascuna lettera può richiedere fino a 30 secondi,” precisa. Secondo Cosendai, per ora il campo ha fatto un passo avanti ed è bene evitare l’eccesso di ottimismo. Per cominciare, gli impianti di retina potranno essere utilizzati per aiutare le persone ad orientarsi e circolare. La sfida tecnica chiave rimane l’interpretazione dei segnali degli impianti, insiste Cosendai. Il cervello dei pazienti richiede spesso una rieducazione per adattarsi al nuovo genere di stimoli. Rolf Eckmiller, anch’egli ricercatore in questo campo presso la University of Bonn, afferma che c’è ancora molto lavoro da fare. “C’è stato un progresso, ma finora abbiamo sottovalutato l’ammontare di lavoro necessario,” afferma. Poter riconoscere forme e contorni sarà di aiuto a molti per recuperare mobilità, racconta Eckmiller, ma c’è ancora tanta strada per arrivare alla vista o al riconoscimento di visi e scrittura. “C’è una gran differenza tra il vedere e il riconoscere una banana ed il vedere qualcosa che potrebbe essere una banana,” e continua: “Ad ora, la nostra comprensione della qualità di segnali necessaria ad ottenere questo tipo di visione è carente”.

Fonte Technology Review, autore Duncan Graham-Rowe (TR)

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Uno studio promuove il test HPV HC2

Il Test HPV, basato sulla tecnologia HC2, ha una maggiore efficacia rispetto al Pap Test nel prevenire i tumori invasivi del collo dell’utero nei paesi sviluppati, dove lo screening e’ una pratica consolidata. Lo dimostra uno studio italiano, pubblicato sulla prestigiosa Lancet Oncology. I risultati della ricerca condotta dal gruppo NTCC (New Technologies for Cervical Cancer Screening), dimostrano che il test e’ significativamente più efficace rispetto al tradizionale Pap test. Lo studio ha valutato rischi e benefici di un passaggio dalla citologia, l’attuale Pap test, a nuovi programmi di screening che accrescano l’efficacia della prevenzione. “Da quel che sappiamo, il nostro studio e’ il primo che mostra la maggiore efficacia del test HPV rispetto al Pap test nella prevenzione del cancro invasivo nei Paesi sviluppati, dove lo screening citologico e’ implementato da anni e i cancri cervicali avanzati sono estremamente rari fra le donne che si sottopongono regolarmente a test di screening – dichiara il dottor Guglielmo Ronco, Unità di Epidemiologia dei Tumori, Centro per la Prevenzione Oncologica di Torino – Lo studio NTCC e’ stato condotto entro programmi di screening organizzati e ha arruolato piu’ del 70% delle donne chiamate a sottoporsi ai controlli. Questo ci suggerisce che i risultati sono applicabili alla pratica di routine”. “Le due fasi del trial randomizzato hanno mostrato un numero significativamente inferiore di casi di tumore nel gruppo di donne sottoposto a Test HPV rispetto al gruppo che ha utilizzato il Pap test nei due round di screening, indicando che lo screening basato su Test HPV e’ più efficace della citologia nel prevenire il cancro cervicale – hanno concluso gli autori dello studio, che hanno attribuito la più alta efficacia del test HPV DNA al precoce rilevamento delle lesioni del collo dell’utero clinicamente rilevanti, che permettono un precoce trattamento delle precancerosi e del cancro invasivo – I nostri risultati supportano l’uso del test HPV DNA per le donne di età superiore ai 35 anni nello screening primario a prolungati intervalli, riservando alla citologia il triage delle donne HPV positive”. “Questo studio dimostra chiaramente che una riduzione del cancro in stadio avanzato e’ raggiungibile – e quindi vite salvate – quando sono implementati gli screening con HPV, a prescindere dalla regione e dal livello di programma di prevenzione applicato – ha dichiarato Peer Schatz, CEO di QIAGEN, società produttrice del test utilizzato nel trial – Nell’ambito dei programmi di prevenzione del cancro cervicale in corso di valutazione da parte dei ministeri della salute e dalle agenzie governative in Europa e nel mondo, questo studio può avere significative implicazioni al fine di identificare le strategie più convenienti ed efficaci per proteggere le donne. Con il test HPV HC2, crediamo che le strategie di prevenzione del cancro cervicale studiate su scala regionale che includono il test HPV DNA, possano efficacemente salvare le vite di milioni di donne.” Nel mondo il cancro cervicale colpisce approssimativamente 500.000 donne ogni anno e in Italia si registrano ogni anno circa 3.500 nuovi casi e 1500 decessi. Dal momento che la causa del cancro cervicale, il Papillomavirus (HPV), e’ conosciuta e le donne che ne sono affette possono essere identificate, questo tumore e’ altamente prevenibile e curabile se le donne hanno accesso ai programmi di screening organizzati. Il test HPV identifica le donne con infezioni da Papillomavirus ad alto rischio che causano il cancro cervicale, rendendo possibili diagnosi e trattamenti prima che il cancro cervicale si sviluppi.

Fonte AGIsalute

Sindrome premestruale

Oggi, con il termine di sindrome premestruale (PMS = Pre Mestrual Sindrome) si indica un insieme, piuttosto complesso ed eterogeneo, di alterazioni sia biologiche, sia psicologiche, estremamente variabili da un caso all’altro, ma sempre con una ben precisa localizzazione temporale rispetto al ciclo mestruale. La ricorrenza dei sintomi nella stessa fase del ciclo per almeno tre cicli consecutivi e la presenza, durante la fase follicolare (prima metà del ciclo), di un periodo libero da sintomi di almeno sette giorni, sono condizioni essenziali per poter porre la diagnosi di sindrome premestruale. È inoltre importante valutare la natura dei sintomi, la loro gravità, ed il tipo di sintomi di base, presenti già in fase follicolare, ai quali la sindrome premestruale si sovrappone. Circa l’80% delle donne potrà lamentare sintomi più o meno sgradevoli in prossimità del flusso mestruale. Approssimativamente, nel 10-40% delle donne, questi disturbi avranno una qualche ripercussione sulla loro attività lavorativa e sul loro stile di vita, mentre solo nel 5% delle donne in età riproduttiva si potrà configurare il quadro tipico della sindrome premestruale. Il ruolo più importante per porre diagnosi di PMS è svolto dalla gravità dei sintomi che si manifestano nella fase premestruale e dall’entità della loro remissione dopo il flusso mestruale.

I sintomi, che di solito compaiono da 7 a 10 giorni prima dell’inizio del flusso, sono estremamente variabili e difficili da valutare nella loro entità; vanno dalla depressione alla tensione mammaria, dalla cefalea al gonfiore addominale, dall’edema (gonfiore) delle estremità (gambe e meno frequentemente braccia) all’instabilità del comportamento. In alcune pazienti si aggravano progressivamente mentre in altre raggiungono punte di notevole intensità intervallate da periodi di benessere. La sindrome premestruale può avere ripercussioni a livello sociale e coniugale. Infatti, nei casi più gravi, possono riscontrarsi uno scarso rendimento nel lavoro fino all’assenteismo, alterazioni del desiderio sessuale, isolamento sociale. Eccezionalmente, le donne affette da questa sindrome si rendono responsabili di comportamenti psicotici (suicidio ecc.) o, addirittura, di atti criminali. Proprio per questa eventualità, la sindrome premestruale viene riconosciuta dalla legislazione di alcuni paesi (Inghilterra, Francia) come una condizione attenuante. La sindrome premestruale può manifestarsi in qualunque momento della vita riproduttiva della donna; più comunemente compare negli anni più tardivi, ed in quelle pazienti che riferiscono una storia di lunghi periodi di cicli mestruali naturali, cioè senza l’uso di contraccettivi orali. Per lo più non si manifesta in maniera acuta, ma i sintomi vanno incontro ad un progressivo peggioramento con il passare degli anni. Di solito la sindrome non scompare da sola ma modificando lo stile di vita od utilizzando una qualche forma di terapia. Non esistono dati sul comportamento della sindrome al momento del passaggio verso la menopausa, ma sembra che l’approssimarsi della fine delle mestruazioni possa influenzarla positivamente. Non ci sono prove che dimostrino che la sindrome premestruale inizi o si aggravi dopo una gravidanza, né che la sua frequenza aumenti dopo la legatura delle tube. Esistono poche informazioni circa l’influenza dell’ereditarietà sulla sindrome, anche se alcuni dati sembrerebbero provare l’esistenza di fattori genetici.

Cause | Nonostante siano state avanzate numerose ipotesi, non si conoscono con certezza i fattori coinvolti nell’origine dei vari disturbi legati alla sindrome premestruale. Tra le varie teorie proposte, hanno riscosso i maggiori consensi:

  1. Quella ormonale, consistente in un alterato rapporto estrogeni-progesterone a causa di un deficit di progesterone in fase luteinica (la seconda metà del ciclo);
  2. Quella di un alterato ricambio idro-salino (acqua-sali) determinato dall’eccesso o dal difetto di vari ormoni che hanno un’azione sul bilancio idroelettrolitico: estrogeni e progesterone, ormone antidiuretico (ADH o vasopressina), prolattina, aldosterone;
  3. Quella della disfunzione della tiroide, basata sulla constatazione che alcune donne con sindrome premestruale presentano segni evidenti o subclinici di ipotiroidismo e che in queste pazienti la somministrazione di ormoni tiroidei determina un miglioramento della sindrome premestruale;
  4. Quella della deficienza di vitamina B6, basata sui rapporti tra i livelli di questa vitamina ed alcune funzioni endocrine;
  5. Quella dell’ipoglicemia, basata sulle somiglianze esistenti tra il quadro classico della sindrome premestruale e quello della condizione ipoglicemica, e sulla dimostrazione che gli ormoni sessuali sono in grado di influenzare il metabolismo del glucosio;
  6. Quella di deficit di prostaglandine E1, che sono sostanza coinvolte nella percezione del dolore;
  7. Quella psicosomatica, che si basa su considerazioni di ordine psicologico, comportamentale e sociale, e sulla constatazione di un’associazione, anche se non frequente, della sindrome premestruale con vere e proprie patologie psichiatriche.  

E’ importante comunque tener presente che fino ad oggi non è stato possibile dimostrare differenze nei livelli circolanti dei vari ormoni (inclusi estrogeni, progesterone, testosterone, FSH, LH, prolattina) durante il ciclo mestruale tra le donne con sindrome premestruale e quelle senza; lo stesso dicasi per le sostanze coinvolte nella regolazione del metabolismo idroelettrico come l’aldosterone. Non sono state registrate differenze nemmeno rispetto all’aumento di peso. Più recentemente sono state avanzate teorie che si basano sul fatto dimostrato che gli ormoni sessuali prodotti dalle ovaie modulano la risposta allo stress. Perciò, si pensa che, nell’insorgenza della sindrome premestruale, durante la fase luteinica, si verifichi una riduzione delle concentrazioni degli oppiodi endogeni, cioè quegli ormoni del “benessere” che normalmente vengono prodotti dall’organismo (le endorfine per esempio, o la serotonina), e che questo provochi un aumento dello stress psicologico.

Cure | La dimostrazione che gli ormoni ovarici possono influenzare l’attività degli oppioidi endogeni rappresenta il legame tra modificazioni cicliche dell’attività ovarica e le diverse alterazioni dell’umore, del comportamento, dell’appetito e delle funzioni intestinali tipiche della sindrome premestruale, a loro volta più o meno direttamente modulate dagli oppioidi endogeni stessi. Le variazioni nelle concentrazioni degli oppioidi endogeni e la rapidità con cui scompaiono, possono spiegare, insieme con i diversi fattori ambientali, le differenze riscontrate nella gravità dei sintomi della sindrome premestruale da una paziente all’altra. Infine, la constatazione di una diminuzione dei suoi livelli nel sangue durante la fase luteinica e l’evidenza dei suoi rapporti con la depressione, ha portato taluni ad avanzare l’ipotesi che la sindrome premestruale possa essere dovuta ad una riduzione dei livelli di serotonina. Anche se l’utilizzo di farmaci con la stessa funzione della serotonina o di inibitori del suo riassorbimento ha dimostrato un qualche beneficio in donne affette da sindrome premestruale, il preciso meccanismo con il quale il deficit di serotonina può contribuire alla sua comparsa rimane del tutto ignoto.

In conclusione, qualunque sia la sua causa, è evidente la necessità di legare i sintomi della sindrome premestruale alle fluttuazioni ormonali del ciclo mestruale. Infatti :

  1. La sindrome premestruale non compare prima dell’attivazione della pubertà, quando ancora non avviene la produzione di ormoni da parte delle ovaie;
  2. I sintomi a metà ciclo sono strettamente legati a picchi ormonali;
  3. La PMS scompare sia durante brevi periodo anovulatori (senza ovulazione), sia durante intervalli più lunghi di amenorrea (mancanza di mestruazioni), sia durante la gravidanza;
  4. La sindrome premestruale non scompare dopo l’isterectomia (asportazione dell’utero) se le ovaie vengono conservate;
  5. Le terapie mediche e chirurgiche che sopprimono la funzione ovarica eliminano la sindrome premestruale.  

Del tutto recentemente è stata avanzata una nuova ipotesi secondo la quale le donne affette da sindrome premestruale differiscono dalle altre nel metabolismo del progesterone. Più precisamente, presentano più bassi livelli sanguigni di allopregnenolone nella fase luteinica del ciclo. Le cellule nervose delle donne con PMS trasformano preferenzialmente il progesterone prodotto dal corpo luteo in pregnenolone, un ormone che aumenta l’ansietà, piuttosto che in allopregnenolone, che invece è dotato di effetto calmante. Se questa ipotesi è esatta, è logico immaginare che la somministrazione di progesterone alle donne con sindrome premestruale può aggravare la loro sintomatologia, in quanto fornisce maggiori quantità di substrato da metabolizzare a pregnenolone. Non è possibile, oggi, sapere con certezza perché alcune pazienti sviluppino la sindrome premestruale ed altre no, ma sicuramente sono molto importanti i fattori legati all’ereditarietà ed allo stile di vita capaci di influenzare il sistema neuroendocrino (nervoso ed endocrino). È probabile anche che la PMS non sia un singolo disordine ma piuttosto un insieme di diversi problemi.

Terapia | I trattamenti proposti, data la varietà delle teorie, sono assai numerosi e tra loro diversi. Il progesterone ed i progestinici, la vitamina B6, i diuretici, sono stati in passato tra i farmaci più frequentemente utilizzati. Nei casi in cui la donna non desidera figli e non esistano controindicazioni, viene anche utilizzata, talora con successo, la pillola contraccettiva, in particolare quella ad alti dosaggi di progesterone, contenuto soprattutto nelle pillole trifasiche. È comunque opportuno ricordare che la pillola può anche provocare un peggioramento dei sintomi. Nelle pazienti con mastodinia (dolore al seno) accentuata si hanno vantaggi somministrando 1 milligrammo di carbegolina (dostinex) alla settimana per ridurre i livelli di prolattina (responsabile del dolore e della tensione mammaria) oppure 2,5-5 milligrammi di bromocriptina (anch’essa inibisce i livelli di prolattina), controllandone la tolleranza, oppure una terapia topica con gel al progesterone. Se prevalgono l’edema, il senso di gonfiore e la ritenzione idrica si può utilizzare lo spironolattone (un antiandrogeno diuretico che riduce i livelli del testosterone) che ha il vantaggio, rispetto ad altri diuretici, di evitare eccessive perdite di potassio. La somministrazione di inibitori delle prostaglandine (i comuni farmaci antinfiammatori) può alleviare i dolori pelvici, la cefalea e la diarrea. Del tutto recentemente, con l’affermarsi della teoria secondo la quale la sindrome premestruale è dovuta ad un’alterazione delle normali modificazioni cicliche delle attività degli oppioidi endogeni durante la fase luteinica, sono stati proposti nuovi trattamenti, in particolare costituiti da ormoni che abbiano un effetto sopprimente sulla funzione dell’ovaio. In ogni caso, occorre valutare attentamente il rischio ed il beneficio che ogni trattamento farmacologico può comportare ed occorre tenere presente che in molte di queste pazienti si ha una cattiva tolleranza di quasi tutte le terapie, per cui la cosa migliore è quella di cercare di eliminare i meccanismi psicologici che favoriscono o complicano la sindrome. Talora è anche utile ottimizzare l’alimentazione della paziente eliminando la caffeina, diminuendo l’assunzione di cloruro di sodio (sale) nella settimana che precede la mestruazione, ricorrendo a piccoli pasti più volte al giorno supplementati con vitamine, calcio e minerali, in particolare modo il magnesio, che sembrerebbe avere un’azione blandamente antidepressiva, limitandosi, dal punto di vista farmacologico, e solo per sintomatologie gravi, a somministrare piccole dosi di tranquillanti od antidepressivi (Prozac, Xanax), oppure diuretici che provochino una scarsa perdita di potassio. Infine, per le pazienti che lamentano sintomi molto gravi e che non rispondono a nessun tipo di trattamento medico, c’è chi propone la rimozione chirurgica delle ovaie in laparoscopia, sempre che la paziente non desideri più figli. Tra i trattamenti non farmacologici, appropriati per le forme lievi di sindrome premestruale, si possono ricordare: l’assunzione di bevande ricche di carboidrati (zuccherate) nella fase luteale tardiva del ciclo, l’esercizio fisico, terapie comportamentali, training autogeno, biofeed-back ecc. I medici omeopati consigliano anche l’assunzione di un preparato a base di Agnocasto nella settimana che precede il ciclo mestruale.

Fonte MYPERSONALTRAINER

 

Tumore al seno: l’agopuntura migliora sesso e qualità della vita

Non è solo efficace nel ridurre le vampate di calore nelle pazienti affette da tumore alla mammella: secondo uno studio statunitense dell’Henry Ford Hospital e pubblicato Journal of Clinical Oncology, l’agopuntura sortisce anche un miglioramento della qualità del sesso e migliora il senso di benessere nelle donne che soffrono di tumore al seno.

Una donna su otto sviluppa un carcinoma mammario nel corso della vita (dati National Cancer Institute). Per queste donne i trattamenti medici convenzionali comportano la chemioterapia e cinque anni di terapia ormonale. Il lungo trattamento farmacologico ormonale comporta diversi effetti collaterali, come i sintomi vasomotori – vampate di calore e sudorazioni notturne che possono diventare una delle principali cause di diminuzione della qualità della vita, e possono anche portare all’interruzione del trattamento. “L’agopuntura offre alle pazienti una sicura, efficace e durevole opzione di trattamento per le vampate di calore, che colpiscono la maggior parte delle donne che sopravvive al cancro al seno – conclude Eleanor Walker, direttrice del Dipartimento di Radioterapia dell’Henry Ford Hospital e principale autrice dello studio -. Rispetto alla terapia farmacologica, l’agopuntura ha molti benefici, senza effetti collaterali“.

Fonte SALUTE24.it

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Nel sonno il segreto per dimagrire!!

Se pensate al letto come sinonimo di pigrizia e quindi ostacolo per il dimagrimento, sbagliate di grosso. È ormai una realtà scientifica il rapporto fra metabolismo e ciclo naturale del sonno e della veglia, più precisamente fra gli ormoni e le fasi cerebrali. Una quantità di ricerche hanno stabilito una relazione tra la quantità e la qualità del sonno da una parte, e l’indice di massa corporea dall’altra. Sulla rivista specializzata Obesity, la ricercatrice Deanna Arble, che lavora per il Centro del sonno e della biologia circadiana della Northwestern University in Illinois, ha pubblicato uno studio che mette in luce dati interessanti. Analizzando topi da laboratorio, la dott.ssa Arble ha scoperto che una dieta ricca di grassi aumenta il peso in percentuali diverse a seconda dell’ora in cui vengono somministrati gli alimenti. Se durante gli orari diurni il peso sale del 20 per cento, gli stessi alimenti proposti ai topi durante le ore notturne produce un aumento di peso pari quasi al 50 per cento. Altri studi hanno ricavato dati coerenti con lo studio della Arble, anche se relativi alla possibilità di sviluppare il diabete. Secondo una ricerca dell’Università di Chicago, le persone sane costrette a un ritmo di vita che prevede soltanto cinque ore di sonno al giorno perdono progressivamente la sensibilità al glucosio, il che le predispone appunto al diabete, oltre che all’obesità. Un’altra ricerca, stavolta canadese, ha individuato nel cattivo funzionamento della melatonina, l’ormone che regola il rapporto fra le fasi di sonno e di veglia, un aumento del 20 per cento del rischio di insorgenza della malattia. Secondo la dott.ssa Arble, quindi, le prove di una profonda influenza dei ritmi circadiani – ovvero il ciclo dei processi fisiologici di un essere vivente nell’arco di 24 ore – sul metabolismo umano sono indubitabili: “tutti i principali elementi chiamati in causa nella regolazione del peso e dell’appetito sono influenzati dall’alternanza di sonno e veglia e hanno un andamento fluttuante nell’arco della giornata: il metabolismo dell’insulina, la funzionalità della leptina (l’ormone della sazietà), la regolazione della temperatura e molto altro. E questo significa che l’obesità può essere vista anche come una patologia derivante dalla perdita di armonia in questo delicato equilibrio”. A questo punto, quali potrebbero essere le strategie per riequilibrare questo rapporto? Al momento, non esistono farmaci in grado di regolare meccanismi tanto complessi e i medici suggeriscono pertanto di mettere in atto terapie comportamentali mirate, in poche parole di riprendere le vecchie e sane abitudini di una volta. La rivoluzione del tempo quotidiano indotta dalle nuove esigenze economiche che si sono presentate negli ultimi cento anni ha costretto il nostro organismo a far fronte a situazioni inedite. La mancanza del giusto riposo e la diminuzione complessiva delle ore di sonno sono andate di pari passo con l’aumento dei fenomeni di ipertensione, diabete, obesità, problemi cardiaci. Costretti a ritmi esasperati, la qualità della nostra vita peggiora e il nostro organismo alla fine presenta il proprio conto. Se si vuole veramente dimagrire, quindi, occorrerà che ognuno di noi operi una piccola rivoluzione nei comportamenti.

Fonte ITALIAsalute.it

La dieta per il cervello? Meglio non abusare di carne, uova e cipolla

Carni rosse, cipolla,  merluzzo, uova, parmigiano, semi di soia: per limitare il rischio di Alzheimer, bisogna tenere sotto controllo l’alimentazione. Questo il suggerimento di un team di ricercatori della Temple University di Philadelphia che hanno scoperto che una dieta ricca di metionina, un aminoacido presente tanto nelle carni rosse quanto nel pesce, sembrerebbe essere collegata ad un maggiore rischio di insorgenza della patologia. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Current Alzheimer Research.

La metionina è un aminoacido essenziale, che l’organismo non è in grado di sintetizzare da solo e la cui funzione  quella di aiutare il fegato a metabolizzare i grassi. “Quando la metionina però raggiunge livelli troppo alti – afferma Domenico Praticò, responsabile della ricerca – il nostro corpo attua una strategia di protezione che comporta la trasformazione dell’aminoacido in omocisteina e i risultati di studi precedenti indicano un’alta concentrazione di quest’ultimo aminoacido nel sangue è collegata al rischio di insorgenza di demenza senile”.

“La nostra ricerca – continua Praticò – ha permesso di evidenziare che il morbo di Alzheimer si sviluppa più velocemente nel caso di una dieta ad elevato contenuto di metionina“. Nelle cavie che avevano seguito un’alimentazione a base di cibi ricchi di questo aminoacido è stato riscontrato tra i neuroni del cervello il 40% in più di placche amiloidi, la cui presenza è riconducibile allo sviluppo della patologia neurodegenerativa.

Eliminare dalla dieta tutti i cibi che contengono metionina, precisano infine gli studiosi, non serve a prevenire l’Alzheimer. Riequilibrare, invece, il consumo di carni rosse, qualora sia elevato, può costituire un vantaggio non solo per la salute del cervello, ma anche per quella di cuore e arterie.

Fonte SALUTE24.it

I siti cerebrali dell’intelligenza emotiva

Dallo studio delle ferite alla testa subite dai veterani della guerra in Vietnam è stato possibile individuare le parti del cervello fondamentali per i due tipi di intelligenza emotiva. A seconda del posto dove è stata riportata la ferita, i veterani studiati erano privi o di intelligenza emotiva ‘esperenziale’ (la capacità di giudicare le emozioni delle altre persone) o di intelligenza emotiva ‘strategica’ (la capacità di pianificare risposte socialmente adeguate alle situazioni). A condurre lo studio è stato un gruppo di ricercatori del National Institute of Neurological Disorders and Stroke di Bethesda, nel Maryland. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Per arrivare alle loro conclusioni sono stati condotti dei test standard per misurare l’intelligenza emotiva su 38 veterani feriti e su 29 veterani sani, usati come gruppo di controllo. Ebbene, dai risultati è emerso che i 17 veterani che hanno riportato lesioni alla corteccia prefrontale dorsolaterale effettuavano prestazioni peggiori nei compiti che mettevano a prova l’intelligenza emotiva ‘esperenziale’, mentre i risultati sono stati migliori nei test sull’intelligenza emotiva ‘strategica’. Risultati opposti invece sono stati registrati negli altri 21 veterani che avevano riportato danni alla corteccia prefrontale ventromediale. I risultati di questo studio avrebbero così permesso agli scienziati di individuare le parti dl cervello responsabili dei due tipi di intelligenza emotiva.

Fonte AGIsalute


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