Archivio per marzo 2010

Vitamina D: un fattore cruciale per il sistema immunitario

Senza di essa, le cellule T non sono in grado di reagire e combattere le infezioni più gravi che minacciano l’organismo.

La vitamina D è cruciale per l’attivazione del nostro sistema immunitario: senza di essa, le cellule T non sono in grado di reagire e combattere le infezioni più gravi che minacciano l’organismo: è quanto hanno scoperto alcuni ricercatori dell’Università di Copenhagen, in Danimarca. La maggior parte della vitamina D è prodotta naturalmente dall’esposizione della pelle al sole. È contenuta anche nell’olio di pesce, nelle uova di pesci grassi come salmone, aringhe e sgombro, o può essere assunta consumando integratori dietetici. Non esistono studi definitivi per stabilire il dosaggio ottimale di vitamina D, anche se le attuali linee guida raccomandano di assumere una dose giornaliera compresa tra 25 e 50 microgrammi al giorno. Si stima inoltre che gran parte della popolazione abbia una bassa concentrazione sanguigna di questo importante elemento. Secondo il modello immunologico attuale, per poter proteggere il corpo dalla minaccia di virus e batteri le cellule T del sistema immunitario devono in primo luogo essere esposte a tracce dell’agente patogeno. Ciò avviene quando queste vengono “presentate” da altre cellule immunitarie dell’organismo, i macrofagi. Le cellule T si possono cosi legare al frammento e dividersi continuamente dando luogo a centinaia di copie identiche, tutte specializzate nel riconoscere e nel distruggere lo stesso agente esterno. Quando una cellula T è esposta a un agente patogeno, espone un dispositivo di segnalazione noto come recettore per la vitamina D: ciò significa che la cellula T deve avere a disposizione la vitamina D, o l’attivazione cesserà. Se le cellule T non riescono a trovare sufficiente vitamina D nel sangue, non inizieranno mai ad attivarsi.Nel corso della ricerca, i cui risultati sono apparsi sull’ultimo numero della rivista Nature Immunology, i ricercatori sono riusciti anche a tracciare la sequenza biochimica di trasformazione di una cellula T da inattiva ad attiva: ciò apre la strada alla possibilità di intervenire in diversi punti di tale cammino per modulare la risposta immunitaria. L’elemento cruciale scoperto in questo caso è che le cellule T inattive, o “naïve”, non contengono né un recettore per la vitamina D né una specifica molecola (la PLC-gamma1) che la renderebbe in grado di dare una risposta antigenica specifica. I risultati, secondo i ricercatori, potrebbero rivelarsi preziosi in tutti gli studi che riguardano il sistema immunitario, dalla messa a punto di nuovi vaccini o di nuovi immunosoppressori per i trapiantati fino alla lotta alle malattie infettive e alle epidemie globali.

Fonte LeScienze


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Dopo la palestra i digiuni non servono: è meglio un pò di pasta

Lo sport da solo non basta. Gli effetti sulla salute dipendono da quello che si è mangiato subito dopo. Dopo essersi sfilati tuta e scarpette, l’importante è non restare a stomaco vuoto. È quanto emerge dallo studio pubblicato sul Journal of Applied Physiology dai ricercatori della University of Michigan di Ann Arbor, negli Usa. L’ultimo allenamento, ricordano i ricercatori, è più importante di quelli di settimane, mesi e anni precedenti. Una dieta ipocalorica, proteine e pochi grassi, è ad esempio indicata per aumentare il metabolismo lipidico, quello brucia-grassi, ma non incrementa la sensibilità all’insulina. Per aiutare il trasporto di zuccheri dal sangue alle cellule dei muscoli, infatti, non bisogna abolire i carboidrati, ma assumerne una porzione modesta. Un piatto di pasta, ad esempio, incrementa la sensibilità all’insulina, restituendo ai muscoli le energie perse durante il movimento. La ricerca, suddivisa in quattro sessioni, è stata condotta su un gruppo di uomini tra 28-30 anni, in buona salute anche se dediti ad una vita sedentaria, ai quali è stato chiesto di svolgere una moderata serie di esercizi fisici per circa 90 minuti. Il mattino successivo ad ogni sessione gli studiosi hanno eseguito un’analisi del metabolismo cellulare dei muscoli. “L’attività fisica produce effetti diversi sul metabolismo umano in base al cibo assunto dopo averlo praticato – spiega Jeffrey F. Horowitz, ricercatore dell’Università del Michigan -. Molti dei progressi metabolici legati allo sport derivano proprio dall’ultima sessione svolta, piuttosto che da un aumento della frequenza della palestra”. 

Fonte SALUTE24.it

Il cuore è protetto grazie al potassio di banane e patate

Consumare regolarmente alimenti ricchi di potassio protegge il cuore dal rischio di ictus e malattie coronariche, secondo quanto emerge dallo studio presentato nel corso dell’American Heart Association’s 2010 Conference on Nutrition, Physical Activity and Metabolism dai ricercatori dell’Università degli Studi di Napoli, guidati da Pasquale Strazzullo. La ricerca, condotta sui dati provenienti da 10 diversi studi che hanno coinvolto 280 mila persone seguite per un periodo di 19 anni, ha dimostrato che il consumo regolare di potassio riduce il rischio di ictus del 19% e di coronaropatie dell’8%. Secondo gli studiosi, i risultati dimostrano che consumare cibi ricchi di potassio – come banane, patate, verdura, soia, albicocche, avocado, yogurt magro, succo di prugna, fagioli e piselli – aiuta dunque a prevenire le malattie cardiovascolari.

Fonte SALUTE24.it

Il sesso non è uguale per tutti.

Questo è l’assunto che emerge da uno studio dell’istituto Kinsey per le ricerche su sesso, genere e riproduzione, in base al quale le definizioni che riguardano l’attività sessuale variano molto a seconda dei soggetti interpellati. Ciò naturalmente lascia avanzare dubbi e perplessità riguardo la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. I ricercatori americani – l’istituto ha sede nello stato dell’Indiana – hanno interpellato circa 500 volontari fra i 18 e i 96 anni, divisi equamente fra uomini e donne, ponendo ad ognuno la stessa domanda, vale a dire: “quando dite ‘ho fatto sesso’, qual è la cosa più intima che avete fatto?“. Stando ai risultati, la stragrande maggioranza – il 95 per cento – ha fatto riferimento al contatto fra pene e vagina, ma la percentuale scende di qualche punto in mancanza dell’orgasmo maschile. Il dato forse più sorprendente è che per il 30 per cento degli intervistati quello orale non è da considerarsi sesso, una percentuale che sale ancora di più per altri tipi di rapporti. In tal senso, si registra una differenza di interpretazione rilevante a seconda dell’età, nel senso che i soggetti più anziani, a differenza dei giovani fino ai 29 anni, sono meno propensi a definire sesso pratiche amorose che vadano al di là della penetrazione. Uno dei ricercatori, Brandon Hill, spiega l’importanza di questi risultati: “medici, genitori ed educatori devono stare molto attenti a non presumere che la loro definizione di sesso sia la stessa della persona con cui stanno parlando. Se qualcuno non considera certi comportamenti come sesso potrebbe non prestare attenzione ad avvertimenti ad esempio sulla salute. Se un medico chiede a un paziente quanti partner ha avuto, ad esempio nel caso di una malattia a trasmissione sessuale, la risposta potrebbe variare a seconda delle percezioni del soggetto”, il che potrebbe complicare o addirittura pregiudicare un corretto trattamento terapeutico. 

Fonte ItaliaSalute.it

Il Super Pomodoro contro il cancro!

Un’arma in più per la prevenzione del cancro. È il frutto, è proprio il caso di dirlo, di una ricerca tutta italiana dell’Istituto di Chimica Biomolecolare CNR di Napoli, che ha creato una sorta di superpomodoro completamente naturale e non transgenico dall’alto valore nutrizionale. Erano già note le proprietà antiossidanti del pomodoro, in grado di proteggere la membrana cellulare dall’aggressione dei radicali liberi; proprio da questa base sono partiti i ricercatori italiani che hanno sviluppato queste caratteristiche, aumentandole grazie a una serie di incroci di varietà diverse. Le sue caratteristiche sono state illustrate durante una conferenza stampa di presentazione della Settimana di Prevenzione del tumore alla prostata. Mauro Dimitri, presidente della World Foundation of Urology, ha spiegato: “questo pomodoro, nato dalla fusione dei corredi genetici di alcune varietà di pomodori neri e linee pure di San Marzano, risponde perfettamente alle caratteristiche nutrizionali di prevenzione. Possiede infatti un’attività antiossidante totale superiore ad altri ibridi di pomodoro normalmente in commercio e contiene una nuova famiglia di antiossidanti chiamata Antocianine, riconosciute per il loro ruolo di protezione in alcune sindromi metaboliche come quelle cardiovascolari, diabete, obesità ed elevati livelli di colesterolo e trigliceridi. Degli esperimenti condotti hanno inoltre dimostrato la perdita di solo il 20% dell’attività antiossidante totale a 300 gradi per 5 minuti”. Il prodotto della ricerca, il nuovo pomodoro alleato della prevenzione, è già pronto per essere lanciato sul mercato.

Fonte ItaliaSalute.it

L’osso torna nuovo con un’iniezione

Brevettato un materiale composito iniettabile, utilizzabile per il trattamento delle fratture e delle patologie del sistema scheletrico.

Perfezionato dall’Istituto per i materiali compositi e biomedici del Consiglio nazionale delle ricerche (Imcb-Cnr) di Napoli un nuovo materiale composito, utilizzabile come sostituto osseo per il trattamento delle fratture da traumi e delle patologie del sistema scheletrico, dalla perdita di sostanza ossea all’osteoporosi. Il brevetto è stato depositato con Finceramica Faenza S.p.a., società nata come spin-off dall’Istituto della scienza e tecnologia dei materiali ceramici del Cnr (Istec-Cnr) di Faenza, che si occuperà del potenziale sfruttamento industriale. “Il dispositivo, costituito da un polimero sintetico e materiale bioceramico riassorbibile“, spiega Luigi Ambrosio dell’Imcb-Cnr di Napoli, “è iniettabile mediante tecniche chirurgiche o vie d’accesso anatomiche mini invasive. La solidificazione avviene in pochi minuti, compatibilmente con i tempi della chirurgia, colmando il difetto osseo e stimolando la rigenerazione. Una volta riassorbito, infatti, il materiale promuove il processo di rigenerazione del tessuto osseo, come dimostrato da studi preclinici effettuati presso gli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna, riparando così fratture che presentano tempi lunghi di recupero o riempiendo cavità dovute a interventi chirurgici particolarmente demolitivi“. Inoltre, specifica il ricercatore, “tale materiale si differenzia dagli attuali cementi ossei perché fornisce migliori proprietà meccaniche ed evita lo sviluppo di calore durante la fase di indurimento e i conseguenti danni ai tessuti circostanti”. La similarità chimico-fisica con la fase minerale dell’osso, unita ad un alto grado di purezza delle materie prime impiegate, “rende questo materiale altamente biocompatibile, evitando effetti collaterali come allergie, nonché osteo-conduttivo e osteo-promozionale, cioè capace di integrarsi pienamente con il tessuto nativo”. Il risultato è frutto di un approccio multidisciplinare: “Un’équipe di chimici, fisici, ingegneri, biologi, medici e chirurghi ha collaborato per realizzare un materiale biomimetico, in grado di replicare sia la composizione chimica sia l’architettura tridimensionale dell’osso naturale, garantendo così il ripristino strutturale del difetto e il recupero funzionale degli apparati”. Il campo di applicabilità, chiarisce Ambrosio, “riguarda tutte le patologie che coinvolgono il sistema scheletrico: dalle più comuni legate al fattore età, quali osteoporosi, artrosi e artriti, alle più gravi, quali sarcomi e cisti ossee”. Il brevetto, del quale Finceramica S.p.a. ha ottenuto il potenziale sfruttamento industriale, ora affronterà la fase della realizzazione dei prototipi, dalle sperimentazioni pre-cliniche su soggetti umani all’industrializzazione.

Fonte Redazione MolecularLab.it (09/03/2010)

Risonanza magnetica per diagnosticare l’epilessia

Un’attenta valutazione clinica rimane ancora il cardine per la diagnosi di epilessia.
Alcuni ricercatori dell’Università Magna Graecia di Catanzaro hanno recentemente firmato uno studio relativo alla presenza di anomalie di scarso significato sulla risonanza magnetica cerebrale in soggetti volontari sani che potrebbero indurre ad una diagnosi erronea di epilessia. Tale studio è stato pubblicato sulla più autorevole rivista scientifica del settore della neurologia clinica, “Neurology” , organo ufficiale dell’American Academy of Neurology. E’ stato con notevole entusiasmo e soddisfazione che il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo catanzarese, prof Giovan Battista De Sarro ha accolto e reso nota la notizia della pubblicazione. Tale scoperta porta ulteriore lustro al lavoro prodotto dalla cattedra di neurologia diretta dal prof. Aldo Quattrone nella comunità scientifica nazionale ed internazionale. Lo studio dal titolo “Temporal lobe abnormalities on brain MRI in healthy volunteers: a prospective case-control study. ” (Anomalie del lobo temporale miste alla risonanza magnetica in soggetti sani: uno studio prospettico caso/controlli) è stato condotto dai professori, Umberto Aguglia, Antonio Gambardella ed Angelo Labate della cattedra di neurologia dell’Università Magna Graecia di Catanzaro. Da diversi anni il nostro gruppo riesce ad ottenere ottimi risultati nel campo dell’epilessia dal punto di vista sia genetico sia di neuroimmagini, afferma il prof Gambardella, e ciò grazie alla stretta collaborazione tra l’Università Magna Graecia di Catanzaro e l’Istituto di Scienze Neurologiche del CNR di Piano Lago(CS) dove i soggetti arruolati per questo studio sono stati sottoposti all’esame di risonanza magnetica. Nel dettaglio, 99 pazienti affetti da epilessia del lobo temporale e 51 volontari sani hanno partecipato a questo studio prospettico caso/controllo e sono stati sottoposti allo stesso protocollo diagnostico di risonanza magnetica. Sorprendentemente circa il 30% dei soggetti sani presentava una iperintensità delle strutture mesio temporali ed in particolare dell’ippocampo dapprima considerato un segno esclusivo di epilessia. Il messaggio più importante che emerge da questa scoperta è che l’attenta valutazione clinica rimane ancora il cardine per la diagnosi di epilessia. Purtroppo ancora oggi si verifica una elevata frequenza di diagnosi erronea di epilessia in soggetti le cui crisi hanno una origine diversa quale psichica, cardiaca o metabolica. Un autorevole ricercatore americano, Selim Benbadis, professore di neurologia presso l’Università della Florida (U.S.A.) nel commentare questo scoperta dei ricercatori catanzaresi ne ha sottolineato la notevole importanza perché “ormai troppa enfasi viene data a indagini strumentali molto costose quali la risonanza magnetica che sono utili solo se correttamente inseriti nel contesto clinico del paziente per supportarne la diagnosi clinica”.

Fonte Redazione MolecularLab.it (09/03/2010)


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