Un biomarker per il trattamento dell’artrite reumatoide

Gli interferoni beta (IFN-beta) sono coinvolti nella risposta immunitaria dell’organismo e sono presenti nei tessuti articolari di alcuni pazienti affetti dalla patologia: la loro correlazione con i risultati della terapia farmacologica li indica come possibili marcatori per un più attento uso degli antagonisti del TNF.
Una classe di proteine del nostro organismo potrebbe rappresentare un marcatore per individuare i pazienti con artrite reumatoide (AR) che beneficerebbero della terapia farmacologica con antagonisti del TNF (tumor necrosis factor): è questa la conclusione di uno studio pubblicato su
Arthritis & Rheumatism a firma di un gruppo di ricercatori dell’Hospital for Special Surgery (HSS) guidati da Mary K. Crow in collaborazione con i colleghi della University of Southern California.

Sebbene gli antagonisti del TNF abbiano dimostrato i loro benefici in migliaia di casi di AR, questi farmaci non sono efficaci in un’ampia percentuale di pazienti, variabile tra il 30 e il 50 per cento. I clinici così si trovano nelle condizioni di fornire ai pazienti una terapia che può non funzionare bene, è molto costosa ed è potenzialmente tossica, per il rischio di sviluppare infezioni batteriche o micotiche dopo un uso prolungato.

Oltre a ciò, i fattori individuati dalla ricerca associati a una risposta non soddisfacente a questo tipo di farmaci, come l’espressione di alcuni geni, non hanno fornito alcuno strumento di utilità pratica per selezionare i pazienti che invece possono trarne beneficio.

In quest’ultimo studio, l’attenzione dei ricercatori è stata focalizzata a una classe di proteine note come interferoni di tipo I e alla sottoclasse degli interferoni beta (IFN-beta) che sono coinvolti nella risposta immunitaria dell’organismo e  sono presenti nei tessuti articolari di alcuni pazienti affetti da artrite reumatoide.

Per verificare se il livello di queste proteine possa avere un ruolo nella risposta ai farmaci antagonisti del TNF, sono state considerate tre coorti di volontari: pazienti con AR che assumevano antagonisti del TNF, pazienti AR che non seguivano alcuna terapia e un gruppo di controllo di soggetti sani.

Si è così riscontrato come i pazienti con livelli di IFN di tipo I al basale rispondessero con maggiore probabilità alla terapia. I soggetti che mostravano una buona risposta al trattamento foarmacologico, inoltre, erano anche caratterizzati da più alti livelli plasmatici di IL-1Ra, anch’essa coinvolta nei meccanismi di risposta immunitaria, rispetto a coloro che mostravano una risposta moderata e a coloro che non rispondevano affatto.

“Siamo riusciti a richiamare l’attenzione su un potenziale biomarker che, se i nostri risultati verranno confermati, potrebbe fornire un utile strumento per prevedere chi potrebbe rispondere meglio a questo tipo di terapie per l’AR e chi invece potrebbe farne a meno e potrebbe  essere indirizzato utilmente verso trattamenti alternativi”, ha concluso Crow.

Fonte LeScienze

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