La terapia per l’Epatite C è in declino negli USA: vi saranno più decessi!

Solo una frazione dei 3,9 milioni di americani infettati dal virus dell’epatite C (HCV) – 663.000 persone – sono stati sottoposti a terapia antivirale tra il 2002 ed il 2007, e le percentuali di trattamento stanno diminuendo. In base ad una recente ricerca pubblicata online il 24 novembre dalla rivista Hepatology, se questa tendenza dovesse continuare tra oggi ed il 2030, si potranno prevenire solo il 14,5% dei decessi dovuti a problemi epatici correlati con l’epatite C. Michael I. Volk dell’Università del Michigan, Ann Arbor, ed altri scrivono: “Nelle ultime due decadi vi sono stati dei miglioramenti significativi nei trattamenti per l’HCV. La terapia di combinazione con Interferone Peghilato e Ribavirina può ora ottenere un tasso di risposta virologica mantenuto nel tempo (SVR) nel 50% dei pazienti, contro il 17% ottenuto con il solo interferone. I pazienti che presentano una risposta virologica mantenuta nel tempo (SVR) possono beneficiare di una remissione a lungo termine della malattia, con una mortalità correlata a cause epatiche comparabile a quella della popolazione generale. Le problematiche causate in futuro dal HCV potrebbero essere ridotte dalla terapia antivirale, ma tuttavia il suo utilizzo rimane limitato. Gli obiettivi di questo studio sono stati di determinare quanti pazienti con infezione da HCV sono sottoposti ad una terapia antivirale negli Stati Uniti, di stimare l’effetto sulla salute pubblica di questi tassi di trattamento, e di identificare le barriere per il trattamento. I ricercatori hanno prima ottenuto dalla Wolters Kluwer Inc. (che gestisce un audit elettronico delle farmacie negli USA) i dati sul numero di nuove prescrizioni per interferone peghilato effettuate negli anni dal 2002 al 2007. Hanno quindi utilizzato un modello markoviano dell’epatite C cronica negli USA dal 2002 al 2030 per stimare il numero di decessi correlati a cause epatiche che saranno prevenuti dall’attuale tasso di trattamento. Hanno infine utilizzato i dati del questionario di follow-up sull’epatite C forniti dall’indagine nazionale sulla salute e la nutrizione (National Health and Nutrition Evaluation Survey – NHANES Hepatitis C Follow-Up Questionnaire) per studiare le ragioni per cui non viene effettuato il trattamento. I ricercatori hanno trovato che sono state effettuate 126.000 nuove prescrizioni per prodotti di interferone peghilato nel 2002 ma che negli anni seguenti fino al 2007 tale numero è diminuito fino ad 83.000 prescrizioni all’anno. Gli autori dello studio hanno effettuato delle proiezioni che stimano che, se questo trend dovesse continuare, i pazienti trattati da qui al 2030 saranno meno di meno di 1,4 milioni. I risultati del questionario NHANES mostrano che la principale barriera al trattamento è la mancata diagnosi del HCV. Dei 166 intervistati, 69 hanno riferito di non essere al corrente di avere una epatite C. 12 degli intervistati non hanno consultato un medico ed 8 hanno rifiutato il trattamento. Solo 11 sono stati sottoposti a trattamento. Gli autori dello studio scrivono che: “Questo suggerisce che la principale barriera al trattamento è l’insuccesso nella diagnosi del HCV; la seconda pare essere la mancanza di un’indicazione da parte di un medico di sottoporsi a trattamento”. Vi è una prevalenza di maschi rispetto alle femmine tra coloro che non sono coscienti della loro diagnosi di infezione (rischio relativo [OR] 2,2; intervallo di confidenza [CI] 95%, 1,06 – 4,5), ed i maschi sono anche meno frequentemente consigliati di iniziare una terapia da parte del loro medico (OR, 0.36; 95% CI, 0.16 – 0.80). Comunque, maschi e femmine hanno avuto identiche percentuali di trattamento.
Gli autori dello studio riferiscono che la mancanza di assicurazione sanitaria è una importante barriera sia alla diagnosi che al trattamento. Gli intervistati senza assicurazione sanitaria sono quelli che hanno meno probabilità di essere coscienti della loro diagnosi (OR 4.8; 95% CI, 1.8 – 12.7) e quelli che hanno meno probabilità di essere sottoposti a trattamento (OR 0.3; 95% CI 0.03 – 2.6). Gli autori scrivono che tale mancanza di assicurazione sanitaria pone una “ovvia” barriera alla diagnosi ed al trattamento. “Nel 2001, il 30% dei pazienti con HCV erano non assicurati, e questo numero è probabilmente aumentato da allora”. Gli autori suggeriscono che un altro fattore che potrebbe limitare la presa di coscienza dell’infezione da HCV è la mancanza di raccomandazioni (linne guida) da parte della US Preventive Services Task Force sulla necessità di effettuare uno screening di routine. Per questa ragione i medici potrebbero considerare di bassa priorità l’identificazione dei fattori di rischio ed il test per l”HCV. I ricercatori notano anche che la conoscenza della malattia è limitata tra i medici di base e scrivono che “Per questa ragione, l’aumento del numero dei pazienti diagnosticati richiederà allo stesso tempo una educazione sia del pubblico che dei medici, così come richiederà l’attenzione al peggioramento del problema delle persone senza assicurazione sanitaria negli USA”. Le limitazioni dello studio includono l’utilizzo di una singola base dati, che potrebbe causare una sottostima del reale numero di pazienti sottoposti a trattamento per l’HCV, ed il fatto che il questionario NHANES di follow up sull’epatite C non fornisce adeguate informazioni a riguardo dei test diagnostici e dei trattamenti per l’epatite C. Gli autori aggiungono inoltre che le previsioni sugli andamenti futuri possono essere poco accurate. Gli autori concludono che lo sviluppo futuro o il miglioramento dei farmaci non avrà molto effetto sugli esiti dell’infezione da HCV a meno che non vi sia una maggiore percentuale di pazienti diagnosticati e indirizzati al trattamento. “Sono necessari degli sforzi maggiori da parte della sanità pubblica per aumentare l’accesso alla terapia antivirale per i pazienti con HCV“.

 (Info 220410)


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