Archivio per giugno 2010

Zona Franca: Meteorismo, come curarlo

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione di Franca Aleo (titolare di Herbora – Marsala) presenta la rubrica settimanale Zona Franca: “l’informazione diventa benessere”, dove fitoterapia ed oligoelementi vengono proposti come base di cure alternative e complementari.
Questa settimana parliamo di “Meteorismo, come curarlo”.

L’associazione di estratti vegetali di piante carminative (Finocchio, Carvi, Anice stellato e Cannella) e della loro frazione in oli essenziali con Argilla verde ventilata, possono ripristinare la normale digestione e contribuire alla riduzione dell’eccesso di gas intestinale (meteorismo).

Argilla Verde (Bolus follonum) ventilata: le argille sono silicati idrati d’alluminio e magnesio che, per la varietà della loro composizione chimica-fisica, rappresentano un gruppo molto numeroso di composti. Sono a tutti gli effetti dei minerali (avendo una precisa struttura cristallina) ed in base alla loro composizione chimica e strutturale sono classificate in tre gruppi: caolinite, montmorillonite, sericite. Nella loro struttura si ritrovano anche acqua e numerosi sali minerali (in prevalenza ferro, magnesio, potassio, calcio, sodio, manganese e altri oligoelementi),in percentuali differenti a seconda della roccia base o delle trasformazioni ambientali cui sono state sottoposte. Le Argille Verdi, che contengono minerale ferroso, presentano un’elevata capacità di scambio ionico e ciò ne definisce l’ambito di applicazioni terapeutiche. Inoltre, hanno proprietà adsorbente, cioè di fissazione chimica di una struttura, con conseguente possibilità di intrappolare microrganismi, tossine e scarti del metabolismo intestinale, gas. I disturbi per i quali è consigliato l’uso dell’Argilla sono: la diarrea, la colite, il meteorismo, l’aerofagia, i disturbi digestivi e l’acidità di stomaco.

Anice Stellato (Illicium verum) frutti: fra i composti principali si rinvengono lattoni sesquiterpenici ed olio essenziale (anetolo, estragolo, ecc.). Le proprietà terapeutiche dell’Anice stellato sono legate soprattutto alla sue attività: eupeptica (facilitazione della digestione) e carminativa (antifermentativa). L’anice stellato è molto utile nel trattamento dei disturbi digestivi, delle fermentazioni intestinali e della flatulenza (eccesso di gas). Il suo meccanismo di azione si esplica attraverso la stimolazione della secrezione gastrica, favorendo la digestione e svolgendo un’azione antifermentativa intestinale. L’attività leggermente antispastica,è indicata per alleviare gli spasmi degli organi cavi (stomaco, cistifellea, intestino, utero …). Le principali indicazioni per l’impiego dell’Anice stellato sono: dispepsie digestive, meteorismo e coliche gassose.

Carvi (Carum carvi) frutti: contiene flavonoidi (quercetina), olio essenziale (carvone, limonane, pinene, ecc.), proteine, ecc. Il carvi ha la proprietà eliminare o di ridurre fortemente ogni tipo di flatulenza calmando gli spasmi intestinali (spesso anche quelli dovuti a colon irritabile, o di origine psicosomatica). E’ molto utile anche in caso di eccessiva presenza di gas intestinale nei neonati, ai quali si può somministrare assieme al latte. È eupeptico (facilita la digestione) e leggermente diuretico. Diversi studi ne hanno confermato l’attività nelle dispesie non ulcerative. L’azione antispastica è stata dimostrata in vitro (diminuzione della risposta ad istamina ed acetilcolina). L’attività carminativa si esplica attraverso una stimolazione locale della mucosa gastrica, con stimolazione vagale ed aumento del tono peristaltico dello stomaco con conseguente incremento della secrezione gastrica. I principali impieghi della pianta sono quale antispastico e carminativo, nelle indigestioni, dispepsie nervose, aerofagia e meteorismo.

Finocchio (Foeniculum vulgare) frutti: contiene flavonoidi, cumarine e furocumarine, olio essenziale (ricco in trans-anetolo, estragolo, fencone, alfa-fellandrene, ecc.). Il Finocchio possiede comprovata attività antimeteorica, antispastica e procinetica (specie a livello intestinale). L’olio essenziale di Finocchio agisce sulla muscolatura liscia dell’intestino, regolarizzando la motilità e riducendo al tempo stesso la produzione intestinale di gas. Da solo ed in associazione con altri fitocomplessi, trova indicazione nel trattamento dei disturbi gastrointestinali di tipo spastico; in alcune forme di colite cronica refrattarie ad altri trattamenti; nelle dispepsie da atonia gastrointestinale; nelle dispepsie con sensazione di pesantezza allo stomaco, etc. Il finocchio è, quindi, impiegato come spasmolitico e carminativo nei disturbi digestivi di grado lieve. 

Miscela di oli essenziali di: Anice (Illicium verum), Cannella (Cinnamomum verum), Carvi (Carum carvi), Finocchio (Foeniculum vulgare). Con il termine di essenze (oli essenziali od oli volatili – O.E.) si definisce un gruppo di sostanze omogenee nella composizione chimica e nelle caratteristiche fisiche (volatilità). Si tratta di frazioni chimiche estratte da vegetali mediante distillazione o pressione meccanica. Sono costituite chimicamente soprattutto da terpeni e molecole terpenoidi. Gli oli essenziali sono farmacologicamente molto attivi per l’elevata concentrazione di composti ad attività biologica. Le frazioni in O.E. delle piante carminative agiscono stimolando il tono della muscolatura liscia intestinale e favorendo l’eliminazione dei gas accumulatisi nel lume. Tali composti sono anche dotati di attività antimicrobica (battericida e batteriostatica) ed antifermentativa. Inoltre, l’azione regolatrice della peristalsi è in special modo dovuta agli effetti farmacologici sulla muscolare liscia intestinale del chetone insaturo D-carvone e del terpenoide fenolico anetolo.

 

Bibliografia:

– Guarino A, Bisceglia M, Castellucci G, Iacono G, Casali LG, Bruzzese E, Musetta A, Greco L; Italian Society of Pediatric Gastroenterology and Hepatology Study Group for Smectite in Acute Diarrhea. Smectite in the treatment of acute diarrhea: a nationwide randomized controlled study of the Italian Society of Pediatric Gastroenterology and Hepatology (SIGEP) in collaboration with primary care pediatricians. SIGEP Study Group for Smectite in Acute Diarrhea. J Pediatr Gastroenterol Nutr. 2001 Jan;32(1):71-5.

– Forster HB, Niklas H, Lutz S. “Antispasmodic effects of some medicinal plants”. Plant Med 40 (4): 303-319, 1980.

– Thompson Coon J, Ernst E. “Systematic review: herbal medicinal products for non-ulcer dyspepsia” Aliment Pharmacol Ther. 2002 Oct;16(10):1689-99.

– Schilcher H. Phytotherapy in Paediatrics, 2nd ed. Stuttgart, Germany: Medpharm Scientific Publishers, 1997:49.

– Franchomme, P. and Penoel, D. (1995) L’Aromatherapie Exactement,. R. Jollois Ed., France

– Lis-Balchin, M, Deans, S. and Hart, S. (1994) Paper: 25th International Symposium on Essential Oils, Grassé, France.

Non lavarsi i denti due volte al giorno fa male al cuore!

Chi non si lava i denti almeno due volte al giorno aumenta il rischio di ammalarsi di cuore. Il legame tra igiene orale e malattie cardiache arriva da uno studio scozzese che ha coinvolto oltre 11.000 tra uomini e donne. La ricerca ha mostrato che coloro che non usavano lo spazzolino in modo adeguato avevano il 70 per cento di probabilità in più di avere problemi al cuore rispetto a chi seguiva diligentemente le raccomandazioni del dentista e si lavava i denti almeno due volte al dì. In realtà la relazione tra malattie paradontali e cuore non è inedita e il ‘British Medical Journal’ ha già pubblicato studi sull’argomento. Inoltre è risaputo che le infiammazioni della bocca e delle gengive possono contribuire all’ostruzione delle arterie e di conseguenza arrivare a provocare un attacco di cuore, ma è la prima volta che gli scienziati tirano in ballo l’uso corretto e costante dello spazzolino da denti nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. La colpa secondo Judy O’Sullivan della British Hearth Foundation è di un “batterio che ‘si annida’ tra i denti e che puo’ provocare infiammazioni anche gravi”. In realtà gli esperti concordano nel ritenere che il fattore ‘cattiva igiene orale’ diventa pericoloso quando è accompagnato da altri elementi negativi come il fumo e una dieta non adeguata. Ed è d’accordo anche O’Sullivan: “Una buona igiene personale -ha sottolineato- è un elemento fondamentale di uno stile di vita sano, ma se si vuole davvero aiutare il proprio cuore occorre seguire una dieta equilibrata, bandire le sigarette e svolgere attività fisica in modo costante e continuativo“. Lo studio scozzese ha raccolto dati sui comportamenti stile di vita, come il fumo, l’attività fisica e la routine della salute orale (quanto e come lavarsi i denti, quante visite dal dentista all’anno); inoltre sono state raccolte informazioni sulla storia medica del singolo e quella familiare riguardo a malattie di cuore e pressione del sangue. Nel complesso sei persone su dieci hanno riferito di andare dal dentista una volta ogni sei mesi, e sette su dieci di lavarsi i denti almeno due volte al giorno. Nel corso dello studio, durato otto anni, ci sono stati 555 ‘eventi cardiovascolari’, tra cui degli attacchi di cuore, 170 dei quali mortali. Tenendo conto di fattori che influenzano il rischio di malattie cardiache (come obesità, fumo e storia familiare) i ricercatori hanno rilevato che chi si spazzolava i denti due volte al giorno incorreva effettivamente in un rischio più basso. I campioni di sangue di coloro che trascuravano l’igiene orale, infine, indicavano la continua resenza di infiammazioni.


Balbuzie in età infantile

La balbuzie è un disturbo del linguaggio che presenta un disordine nel ritmo della parola. Chi ne è affetto sa bene che cosa vorrebbe dire ma la sua parlata è ostacolata da numerosi arresti involontari, prolungamenti dei suoni o ripetizioni.

La prima forma di balbuzie è chiamata primaria o fisiologica, assai frequente nei bambini al di sotto dei tre anni che prolungano o ripetono le sillabe; nella maggior parte dei casi tende a risolversi con il tempo e fa parte del normale processo di apprendimento del linguaggio. Il segnale d’allarme scatta quando la balbuzie continua in modo marcato al di sopra dei quattro anni: allora è il caso di intervenire.

La balbuzie secondaria o evolutiva si manifesta infatti dai quattro ai sei anni e tende a consolidarsi nel tempo. In questo tipo di balbuzie i blocchi e i prolungamenti delle sillabe sono più frequenti, accompagnati da ansia o da sintomi somatici.

I segnali per identificarla | I segnali che accompagnano una balbuzie conclamata si possono osservare già nel periodo prescolare e potrebbero essere alcuni di questi:

  • enuresi;
  • ritardo nelle competenze motorie;
  • forte ansia e aggressività;
  • disturbi del sonno;
  • disturbi dell’alimentazione;
  • paura del buio;
  • eccessiva dipendenza dai genitori;
  • rifiuto di andare all’asilo o a scuola;
  • scarsa fiducia in se stessi e autostima.

La visione psicosomatica | Da un punto di vista psicosomatico, la balbuzie può esprime un’aggressività che viene bloccata e “taciuta” dal bambino o ancora può rappresentare una “strategia” che il bambino involontariamente mette in atto per avere più affetto e considerazione dai genitori. I fattori che la causano sono diversi e dipendono dalla storia individuale e di relazione di ogni singolo bambino che ne è affetto. È interessante però notare che i blocchi del linguaggio non si presentano mentre il bambino gioca da solo o canta:  questo porta a pensare che la balbuzie sia strettamente legata alla vita affettiva e familiare del bambino.

Può capitare  ad esempio che la balbuzie compaia quando a un bambino viene richiesto di crescere troppo in fretta e i genitori riversano sul piccolo delle aspettative troppo alte, magari parlando con lui con un ritmo incalzante. Ecco allora che il bambino, attraverso la balbuzie, manifesta una resistenza verso questo ritmo troppo rapido e che non riconosce come proprio. Questa resistenza lo protegge da una velocità verbale e mentale che lo snaturerebbe togliendogli autenticità. La balbuzie diventa, in questo caso, una risorsa “positiva” che cerca di preservare il ritmo naturale del bambino.


Seno più tonico con gli oli essenziali

Gli oli essenziali possono essere molto utili per rassodare il seno. Un trattamento di base, da effettuare tutti i giorni, consiste nelle spugnature rassodanti. Ecco come farle.

Diluite 5 gocce di essenza di cipresso e 3 gocce di menta in un cucchiaino di acqua di colonia e versatele in una bacinella contenente un litro d’acqua. Immergetevi una spugna, quindi usatela per tamponare il seno per qualche secondo. Procedete con una doccia o una spugnatura di acqua fredda sul petto, alternate queste operazioni per qualche minuto. Terminate passando per qualche secondo un cubetto di ghiaccio, in senso circolare, sulla pelle del seno.

Seno piccolo: più elastico con olio di vinaccioli | Miscelate 2 cucchiai di olio di vinaccioli o mandorle dolci, 4 gocce di essenza di finocchio, 5 gocce di essenza di geranio, 4 gocce di essenza di salvia sclarea, una goccia di essenza di pepe nero. Applicate sul seno qualche goccia della miscela, evitando l’area del capezzolo, massaggiando in senso circolare. Queste erbe unite al massaggio aiutano a ridare tono e compattezza.

Seno grande: tonificalo con menta e cipresso | Prendete 2 cucchiai di olio di jojoba, 2 gocce di essenza di lemongrass, 4 gocce di essenza di cipresso, 2 gocce di essenza di menta, 4 gocce di olio di carota, 3 gocce di essenza di rosa. Diluite le essenze nell’olio e applicate sul seno qualche goccia della miscela, con movimenti circolari, escludendo i capezzoli. Si tratta di un rimedio ideale contro cedimenti e perdita di tonicità.

IMPORTANTE Gli oli essenziali di cipresso, salvia sclarea e finocchi sono controindicati in caso di mastopatia fibrocistica.

Qualche accorgimento in più | Per evitare cedimenti del seno è importante ridurre le oscillazioni di peso: l’effetto yo-yo caratterizzato da consistenti aumenti di peso e bruschi dimagrimenti può determinare il rilasciamento cutaneo e la comparsa di smagliature. Se praticate uno sport “nemico” del seno come tennis, equitazione e pallacanestro è consigliabile usare un reggiseno ben sostenuto.

La pelle del seno, infine, è una barriera permeabile. Per tale ragione durante la gravidanza e l’allattamento occorre prestare particolare attenzione ai prodotti che applichiamo, soprattutto nel caso di oli essenziali, che in questi periodi è opportuno evitare.

Un esame del sangue predice le allergie

Basterà un esame del sangue per prevedere le allergie a cui andremo incontro. Lo afferma una ricerca svolta presso l’Università di Adelaide, in Australia, da un’équipe di immunologi guidata dal prof. Tony Ferrante. Secondo lo scienziato che lavora nel Pathology and the Children’s Research Centre dell’Università di Adelaide, il marcatore scoperto nel corso dello studio sarà in grado di stabilire fin dall’infanzia le possibilità di sviluppare un’allergia anche in età adulta.
Si tratta di una proteina presente nelle cellule immunitarie dei neonati che può predire la predisposizione o meno del bambino a future allergie. Nei bambini a rischio di allergia la cellula che segnala la presenza della proteina chinasi zeta C è a un livello molto più basso rispetto alla media. Ciò rende questo nuovo esame, secondo il prof. Ferrante, molto più significativo di altri indicatori come la verifica degli anticorpi IgE o la storia clinica della famiglia. Il team di ricerca del prof. Ferrante ha collaborato con altri centri australiani per mettere a punto un semplice esame del sangue che si serva del nuovo marcatore per stabilire con precisione il rischio di allergie nei bambini.
Gli stessi ricercatori stanno valutando la possibilità che supplementi dietetici a base di olio di pesce abbiano la capacità di ridurre tale rischio: “ci sono prove che i livelli di questo aumento della proteina viene incrementato con la supplementazione di olio di pesce per la protezione contro lo sviluppo di allergie”, ha dichiarato Ferrante.

Celiachia e Psoriasi, un legame?

Psoriasi e celiachia potrebbero essere accomunate da aspetti in comune. È quanto riferisce uno studio condotto da alcuni ricercatori israeliani che hanno analizzato i dati di migliaia di pazienti, pubblicando i risultati sul British Journal of Dermatology. In passato, si era ipotizzato il collegamento possibile fra la psoriasi e malattie su base immunitaria come appunto il morbo celiaco. Gli scienziati israeliani hanno esaminato i dati in possesso di Clalit, la principale organizzazione sanitaria di Israele, scegliendo innanzitutto circa 12.500 pazienti oltre i 20 anni che soffrivano di psoriasi. A questi ne hanno affiancati il doppio – circa 25.000, della stessa età – che invece non mostravano sintomi della dermatite. Il ricercatore Arnon Cohen dell’Università Ben Gurion del Negev a Beer-Sheva spiega: “a questo punto abbiamo contato quanti casi di celiachia ci fossero nel primo e nel secondo gruppo e abbiamo osservato che i malati di psoriasi avevano anche un’intolleranza al glutine certificata nello 0,29 per cento dei casi, mentre in coloro che non avevano manifestazioni cutanee la prevalenza della celiachia era dello 0,11 per cento”. Entrambe le malattie sono scatenate da una serie di fattori che si aggiungono a una predisposizione genetica; traumi fisici e psichici per la psoriasi, il glutine per la celiachia. Sia psoriasi che celiachia inoltre coinvolgono diverse aree del corpo e non un semplice organo. La psoriasi, infatti, viene sempre più spesso definita malattia psoriasica perché in molti casi associa alle macchie sulla pelle effetti derivanti da un’artrite psoriasica. Probabilmente, le due patologie condividono un gruppo di geni che regolano l’attività del sistema immunitario. L’importanza dello studio, sottolinea il ricercatore Cohen, “sta soprattutto nei grandi numeri, che mettono in luce la necessità di indagare sempre, nei malati di psoriasi, l’eventuale presenza di altre patologie concomitanti”. In Italia, in alcuni centri specializzati per la cura della psoriasi si fanno analisi più approfondite per confermare o smentire la presenza di malattie autoimmuni ad essa collegabili, come la celiachia appunto. Quest’ultima, negli ultimi tempi, è sempre più diffusa per via del fatto che su di essa è salito il livello d’attenzione dei medici. In tal senso, lo studio israeliano si rivela importante, perché la psoriasi potrebbe essere interpretata, almeno in alcuni casi, come un sintomo della celiachia, patologia più difficile da scovare.


 

 

 


 

Terapia dell’insufficienza venosa cronica

L’insufficienza venosa cronica (IVC) appare una condizione clinica assai rilevante sia dal punto di vista epidemiologico, sia per le importanti ripercussioni socio-economiche che ne derivano. Nei Paesi occidentali sono ben note le conseguenze della sua elevata prevalenza, i costi dell’iter diagnostico e del programma terapeutico, le significative perdite in ore lavorative e le ripercussioni sulla qualità di vita. La prevalenza attuale dell’IVC a carico degli arti inferiori è del 10-50% nella popolazione adulta maschile e del 50-55% in quella femminile con una prevalenza che aumenta in parallelo al crescere dell’età. [1] l’IVC si presenta come una patologia complessa e multifattoriale, legata ad una molteplicità di quadri clinici, perché correlata sia a fattori patogenetici acquisiti (ereditarietà), che a fattori secondari, derivanti da uno scorretto stile di vita (sesso, età, obesità, costipazione, gravidanza, sedentarietà). [1,2]. Determinante nel processo di classificazione dei quadri clinici dell’IVC, e di riflesso degli approcci diagnostico‐terapeutici alla stessa, è certamente la Classificazione CEAP, frutto dell’American Venous Forum del 1994. [1]  

Continua a leggere [Insufficienza venosa cronica]

 

Zona Franca: Fitoterapia, cosè?

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione di Franca Aleo (titolare di Herbora – Marsala) presenta la rubrica settimanale Zona Franca: “l’informazione diventa benessere”, dove fitoterapia ed oligoelementi vengono proposti come base di cure alternative e complementari.  

Questa settimana parliamo di “Fitoterapia, cos’è? 

Le forme farmaceutiche disponibili | I preparati disponibili possono essere schematicamente suddivisi in tre grandi categorie e cioé: 

  1.  preparazioni ottenute partendo da pianta essiccata:

    – tisane, infusi e decotti
    – polveri micronizzate e non
    – estratti fluidi
    – estratti secchi
     
  2. preparazioni ottenute partendo da pianta fresca:

    – tinture madri
    – macerati glicerinati
    – succhi di pianta fresca
     
  3. preparazioni per distillazione o spremitura:

    – oli essenziali

 

PREPARAZIONI OTTENUTE PARTENDO DA PIANTA ESSICCATA   

INFUSO | Si prepara a partire da piante essiccate ridotte a pezzi più o meno piccoli mediante lavorazioni meccaniche. È possibile usare una sola pianta o più piante mescolate tra loro. Si mette il materiale in un contenitore adatto, vi si versa sopra acqua bollente e si lascia raffreddare per alcuni minuti. A questo punto si filtra tramite garza senza comprimere e si beve il liquido risultante. Generalmente si adoperano da due a dieci parti di pianta essiccata per preparare cento parti di infuso. 

DECOTTO | Si prepara a partire da piante essiccate ridotte a pezzi più o meno piccoli tramite lavorazioni meccaniche. È possibile usare una sola pianta o più piante mescolate tra loro. Tale materiale si mette in acqua e si porta fino ad ebollizione, poi si lascia raffreddare, si filtra tramite garza senza comprimere e si beve il liquido risultante. Generalmente si adoperano da due a cinque parti di pianta essiccata per preparare cento parti di decotto. Tale metodica di preparazione non deve mai essere applicata a piante contenenti principi attivi volatili. 

TISANA | Si prepara a partire da piante essiccate ridotte a pezzi più o meno piccoli tramite lavorazioni meccaniche. Una tisana è composta da una miscela di piante medicinali, tra le quali distinguiamo il rimedio base, composto da una o più piante medicinali la cui azione medicamentosa è quella più importante, l’adiuvante, rappresentato da una pianta che ha lo scopo di rinforzare l’effetto del rimedio base, il correttivo, composto da una o più piante che hanno la funzione di migliorare il sapore della tisana. Generalmente per preparare un litro di tisana si usano da dieci a venti grammi di piante essiccate, ragion per cui essa rappresenta un medicamento che contiene piccole quantità di fitocomplesso e può quindi essere assunto, anche abitualmente, senza timore di effetti collaterali. La tisana può essere preparata per infusione, per decozione, per macerazione o anche, in certi casi, per semplice soluzione. È consigliabile conservare le piante in scatole di legno o di cartone, attraverso le quali non passi la luce. In genere infusi, decotti e tisane vanno bevuti al momento della preparazione o entro poche ore da essa, poiché sono forme farmaceutiche facilmente deperibili. Infatti esse fermentano facilmente, soprattutto in estate o se si trovano vicine a fonti di calore, e ciò può compromettere la struttura del fitocomplesso e quindi le caratteristiche curative del prodotto stesso. È importante sottolineare che queste forme farmaceutiche sono ottenuti con un’estrazione acquosa del fitocomplesso, per cui sono utilizzabili solo se i costituenti del fitocomplesso o almeno la maggior parte di essi sono solubili in acqua. Inoltre il calore dell’acqua bollente può alterare i principi attivi presenti nella pianta, riducendo in tal modo la sua efficacia. In genere le tisane hanno un’azione curativa blanda. 

POLVERE | È una forma farmaceutica ottenuta a partire da pianta essiccata, che viene ridotta in polvere tramite macinazione. Le polveri possono essere semplici, se contengono un solo componente, o composte se ne contengono più di uno. Le polveri micronizzate si ottengono macinando opportunamente la pianta essiccata e sottoponendo poi il prodotto ottenuto a setacciatura, raggiungendo in tal modo una granulometria molto fine ed uniforme. Il loro componente predominante dal punto di vista quantitativo è costituito dai materiali di struttura del vegetale, in particolare cellulosa e lignine, mentre i principi attivi sono presenti in quantità piuttosto limitata, non oltre il 10% del peso del prodotto finito. Ciò è vero anche per le cosiddette polveri criofrantumate, ottenute sempre per lavorazione della pianta in toto ma a temperature molto basse, in genere a -60°C. Il vantaggio di questa tecnica e quello di non causare alterazioni nel fitocomplesso ad opera del calore, che si sviluppa invece durante la lavorazione tradizionale, e questo è particolarmente vero per piante che hanno dimostrato di temere le alte temperature, in particolare quelle ricche di oli essenziali. Le polveri hanno un’azione curativa che può considerarsi discreta.  
ESTRATTO FLUIDO | Si prepara a partire da pianta essiccata, mettendola a macerare in un solvente apposito, generalmente alcool etilico e acqua, per determinati periodi di tempo. È un prodotto piuttosto valido, poiché l’alcool è in grado di estrarre la quasi totalità del fitocomplesso presente nella pianta di partenza. Durante la conservazione esso può lasciare un leggero deposito sul fondo del contenitore. Esso è dotato di un grado alcoolico che nella maggior parte dei casi oscilla tra i 20 e i 30°C, ma che alcune volte può raggiungere anche i 60°C. Come tutte le forme liquide, va assunto diluendolo in poca acqua non gasata a temperatura ambiente e tenuta in bocca per almeno un minuto, allo scopo di favorire l’assorbimento attraverso la mucosa della bocca. Gli svantaggi dell’estratto fluido sono rappresentati dal suo elevato contenuto di alcool e dal fatto che i principi attivi in esso contenuti sono notevolmente diluiti dalla soluzione di alcool e acqua che costituisce la grande maggioranza del preparato. l’estratto fluido ha un’azione curativa che può considerarsi discreta.   
 

ESTRATTO SECCO | Si prepara in genere partendo dall’estratto fluido, che poi viene fatto evaporare con metodiche sofisticate quali la nebulizzazione, fino ad ottenere una polvere finissima ed impalpabile, che è rappresentata in pratica solo dal fitocomplesso tipico di quella pianta. Esso è assai più concentrato rispetto all’estratto fluido da cui deriva. Grazie a questa sua concentrazione e purezza, è possibile procedere alla titolazione, che consiste nel valutare, con tecniche particolarmente sofisticate, non solo la presenza del o dei principi attivi ricercati, ma anche di determinarne esattamente la quantità. In questo modo si ottiene un prodotto di tipo farmaceutico, poiché è possibile determinare le sostanze in esso presenti e di misurarne con precisione la quantità, ottenendo così un rimedio standardizzato e quindi sempre uguale in ogni lotto utilizzato. La dimensione molto piccola dei suoi granuli lo rende molto biodisponibile, perché ne facilita sia l’assorbimento sia l’utilizzazione da parte dell’organismo. Oggi l’estratto secco titolato e standardizzato è considerato il prodotto fitoterapico migliore. l’estratto secco è dotato di un’azione curativa ottimale. 

PREPARAZIONI OTTENUTE PARTENDO DA PIANTA FRESCA   
 

TINTURA MADRE | Si prepara mettendo la pianta allo stato fresco, quindi entro poche ore dalla sua raccolta, a macerare in un solvente apposito, generalmente alcool etilico e acqua, per un determinato periodo di tempo. Il liquido viene poi diluito con acqua e alcool secondo la proporzione di nove parti di acqua e alcool e una parte di estratto e viene utilizzato soprattutto in omeopatia. Per la preparazione delle tinture madri si fa riferimento a quanto indicato nella Farmacopea Francese o in quella Tedesca, poiché la Farmacopea Italiana non le prende ancora in considerazione. È dotata di un grado alcoolico che in genere è compreso tra i 50 e i 70°C. Durante la conservazione essa può lasciare un leggero deposito sul fondo del contenitore. Come tutte le forme liquide, va assunta diluendola in poca acqua non gasata a temperatura ambiente e tenuta in bocca per almeno un minuto, allo scopo di favorire l’assorbimento attraverso la mucosa della bocca. Gli svantaggi della tintura madre sono rappresentati dal suo elevato contenuto di alcool e dal fatto che i principi attivi in esso contenuti sono notevolmente diluiti dalla soluzione di alcool e acqua che costituisce la quasi totalità del preparato. Le tinture madri hanno un’azione curativa piuttosto blanda. 

MACERATO GLICERINATO | Si prepara mettendo a macerare in una miscela di acqua (20%) alcool (30%) e glicerina (50%) le parti più giovani della pianta: le gemme, i giovani getti non più lunghi di 5 cm e talvolta le giovani radici, per determinati periodi di tempo. Il liquido viene poi diluito con acqua, alcool e glicerina secondo la proporzione di nove parti di acqua, alcool e glicerina e una parte di estratto e viene utilizzato soprattutto in omeopatia. Per la preparazione dei macerati glicerinati si fa riferimento a quanto indicato nella Farmacopea Francese, poiché la Farmacopea Italiana non li prende ancora in considerazione. È dotato di un grado alcoolico di 30°C. Durante la conservazione esso può lasciare un leggero deposito sul fondo del contenitore. Come tutte le forme liquide, va assunto diluendolo in poca acqua non gasata a temperatura ambiente e tenuta in bocca per almeno un minuto, allo scopo di favorire l’assorbimento attraverso la mucosa della bocca. Gli svantaggi del macerato glicerinato sono rappresentati dal suo elevato contenuto di alcool e dal fatto che i principi attivi in esso contenuti sono notevolmente diluiti dalla soluzione di alcool e acqua che costituisce la quasi totalità del preparato. Nonostante questo i macerati glicerinati hanno un’azione curativa discreta. 

SUCCHI DI PIANTA FRESCA | Sono preparati ottenuti meccanicamente per pressione della pianta fresca, preventivamente frantumata, e sono costituiti dai liquidi presenti nei tessuti vegetali. Essi sono commercializzati sotto vuoto senza l’aggiunta di coloranti o conservanti, e sono una forma molto semplice di somministrazione delle piante medicinali, che può essere paragonata alle polveri. Su queste hanno però il vantaggio di non aver subito l’essiccamento, capace di provocare alterazioni enzimatiche di alcuni componenti. Questo prodotto è però facilmente deperibile, per cui viene commercializzato sotto vuoto e, una volta aperto, deve essere consumato nel più breve tempo possibile e conservato al freddo. I succhi hanno un’azione curativa discreta. 

PREPARAZIONI OTTENUTE PER DISTILLAZIONE O SPREMITURA 

OLI ESSENZIALI O ESSENZE | Sono forme farmaceutiche ottenute per distillazione in corrente di vapore o per spremitura di una pianta fresca oppure essiccata. Recentemente è stata messa a punto una tecnica di estrazione basata sui gas supercritici, che da un prodotto migliore ma molto più costoso. l’olio essenziale ottenuto è una miscela di sostanze organiche, spesso volatili, con odore aromatico caratteristico e in genere piuttosto penetrante. Gli oli essenziali sono poco stabili: all’aria, alla luce e al calore si ossidano diventando scuri, più densi e di odore meno gradevole. Gli oli essenziali sono lipofili, cioè capaci di penetrare anche in tessuti contenenti elevate quantità di sostanze grasse, generalmente liquidi, assai poco solubili in acqua ma solubili nei solventi dei grassi come alcool, etere, cloroformio e nei grassi stessi come olio di mandorle, oli di oliva e/o di semi ecc. La loro lipofilia ne consente la penetrazione nel sangue in quantità significative anche se usati per via esterna. È necessario accertarsi che gli oli essenziali usati siano purissimi e prodotti quindi da officine farmaceutiche, poiché quelli sofisticati e quelli sintetici possono essere molto pi§ tossici. Recentemente sono stati messi a punto i cosiddetti oli essenziali microincapsulati, che si presentano come una polvere nella quale gli oli essenziali vengono fatti assorbire a particelle di materiali inerti. Gli oli essenziali hanno un’azione curativa ottimale, ma possono essere facilmente tossici se usati in modo non corretto.  

Fonte Società Italiana Medicina Naturale

 

 


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