Se la cura dipendesse dal sesso?

Gli studi dimostrano che le malattie dei maschi e quelle delle femmine sono diverse. Dall’infarto al tumore del polmone, al dolore. Ecco come cambiano le terapie.

E se le medicine fossero due? Prendiamo il farmaco più famoso al mondo, l’aspirina. E prendiamo l’uso che ne fanno decine di milioni persone nel mondo come strumento preventivo, per ridurre il rischio di infarto del miocardio. Milioni di ‘aspirinette’ deglutite ogni mattina da milioni di uomini e donne nel mondo. Giusto? Fino a un certo punto, perché un grande studio pubblicato da Todd Yerman della University of British Columbia, esaminando 23 sperimentazioni condotte per quarant’anni, ha scoperto che la terapia a base di aspirina potrebbe essere inutile nelle donne. E, quindi, che milioni di pillole vengono ingerite inutilmente col loro inevitabile carico di inutili effetti collaterali.

Il lavoro di Yerman è uno dei tanti che stanno cambiando le carte in tavola. Il fatto è che una stessa malattia può manifestarsi in modo molto diverso negli uomini e nelle donne, e le terapie possono essere del tutto dissimili. E se per secoli la scienza medica si è esercitata su un corpo-modello, nei fatti quello dell’uomo, migliaia di ricerche oggi indicano che le cose sono assai più complesse. E soprattutto che la ricerca clinica deve cambiare registro, cominciando a differenziare gli studi sui farmaci: lo sottolinea con forza il numero di marzo della rivista ‘Science‘, l’organo dell’American Association for the Advancement of Science che punta il dito sull’uso quasi esclusivo di cavie maschili nelle sperimentazioni precliniche che indagano come i farmaci vengono assorbiti dall’organismo e se sono sicuri. Per questo a ottobre, Padova ospiterà il secondo congresso nazionale sulla medicina di genere, organizzato dal Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere e dalla Fondazione Giovanni Lorenzini.

È una rivoluzione silenziosa quella delle due medicine, che va avanti da alcuni anni, accumulando evidenze scientifiche e dando anche indicazioni precise ai medici su come comportarsi. La racconta un libro in arrivo ‘Il Fattore X’ di Letizia Gabaglio ed Elisa Manacorda, con una prefazione di Marianne Legato. 

Ecco i risultati scientifici che hanno cambiato la faccia di molte patologie.

Lo stomaco | Cominciamo da una delle malattie più diffuse: sono due i tipi di ulcera che colpiscono il tratto digerente superiore, uno è tipico del sesso femminile l’altro del sesso maschile. Le donne sono più soggette all’ulcera gastrica (in cui la lesione si forma nello stomaco a causa dell’azione dei succhi gastrici), gli uomini soffrono soprattutto di ulcera duodenale (che interessa, cioè, il primo tratto dell’intestino). E la loro prognosi è peggiore: la probabilità che l’ulcera guarisca è maggiore nelle donne che non negli uomini. Grazie agli ormoni: lo dimostra il fatto che l’incidenza dell’ulcera duodenale, per esempio, aumenta notevolmente dopo la menopausa, quando l’azione protettiva cessa, mentre diminuisce in gravidanza, quando gli ormoni sono massimamente espressi. In questo caso all’azione del progesterone, che inibisce la formazione dei succhi gastrici, si aggiunge anche quella degli estrogeni, che potenziano le difese della mucosa. 

I polmoni | La progressione del tumore al polmone, la mortalità, le reazioni alle terapie: sono tutti fattori che influenzati dal sesso, come mostrano i dati dall’Associazione Italiana Registri Tumori. E persino la sigaretta fa più danni nella donna che non nell’uomo, meno sensibile agli agenti cancerogeni. Non se ne conoscono ancora le cause, ma alcuni ricercatori stanno cercando di fare un po’ di luce. Carolyn Dresler dell’International Agency for Research on Cancer di Lione (Francia) ha trovato che una specifica combinazione dei livelli di due enzimi è legata a un maggior rischio di sviluppare il cancro al polmone, e che tale condizione è più pericolosa per il sesso femminile. Non solo: le donne portano più frequentemente degli uomini mutazioni genetiche che influiscono negativamente sia sul rischio di sviluppare la malattia, sia su alcuni meccanismi di riparazione del Dna. Ma è proprio questo deficit della macchina riparativa del Dna che paradossalmente aiuta l’organismo femminile a rispondere meglio ai farmaci: sia al platino, l’elemento più utilizzato nelle chemioterapie per i tumori al polmone, che alle terapie con erlotinib e gefitinib , due molecole che colpiscono il recettore del fattore di crescita epiteliale (EGFR). Tutte prove che dimostrano l’urgenza di indagare meglio l’efficacia dei trattamenti nella popolazione femminile. 

Il cuore | Gli ultimi dati pubblicati sul ‘Journal of the American Medical Association’ (Jama), a firma dei ricercatori della New York University School of Medicine (Usa), indicano che il rischio di morte per una sindrome coronarica acuta o un attacco cardiaco è superiore nelle donne che negli uomini. Così, in Italia, restano vittime di un attacco di cuore circa 33 mila donne ogni anno (cifra tre volte superiore a quella dei decessi per tumore al seno). “La protezione contro le malattie cardiovascolari conferita dagli estrogeni durante l’età fertile ha un prezzo”, spiega Maria Grazia Modena, direttore dell’Istituto di Cardiologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia: “Negli uomini, la malattia coronarica comincia prima, e questo dà loro la possibilità di adattarsi, rispondendo ai piccoli insulti ischemici con bypass naturali, piccoli passaggi laterali nei vasi sanguigni. Questo è un vantaggio, perché in caso di un attacco cardiaco, il loro organismo è in grado di attivare questi microcircoli secondari”. Con l’arrivo della menopausa, la donna si trova invece esposta improvvisamente a tutta una serie di fattori di rischio – ereditari, dovuti agli stili di vita (come fumo e stress) e fisiologici (come l’aumento del grasso addominale, l’ipertensione o il diabete) – e con una situazione aggravata da questa ‘mancanza di allenamento”. 

L’epatite C | Il virus dell’epatite C (HCV) sembra avere una predilezione per le donne. Queste sono infatti più colpite degli uomini dall’infezione, che è una delle cause del tumore al fegato. Però, non solo rispondono di più al vaccino, ma il cancro ha dimensioni più ridotte, è meno aggressivo e progredisce più lentamente. Inoltre, sebbene si ammalino in media a un’età più avanzata, sopravvivono più a lungo, come conferma lo studio Ita.Li.Ca (Italian Liver Cancer) guidato dall’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna e pubblicato sull”American Journal of Gastroenterology‘. Il vantaggio non è dato solo da una minore esposizione ai fattori di rischio – primo fra tutti l’abitudine al bere – ma anche dai geni che regolano la risposta immunitaria. Molti di questi si trovano infatti sul cromosoma X, presente in doppia copia nelle femmine e solo in singola copia nei maschi. L’ipotesi è confermata dal fatto che l’epatite autoimmune e la cirrosi biliare primitiva, malattie del fegato che colpiscono maggiormente le signore, hanno origine autoimmune. 

Il dolore | Uno studio epidemiologico svolto dall’Efic (Federazione Europea dei circoli Iasp) pubblicato sullo ‘European Journal of Pain‘, mostra che il dolore cronico in Italia interessa il 26 per cento della popolazione, di cui il 56 è rappresentato da donne. Sotto i 18 anni la patologia interessa il 19,5 per cento dei ragazzi e ben il 30,4 delle ragazze. Non solo la prevalenza, ma anche il tipo di dolore cambia tra i due generi. Emicrania, cefalea muscolotensiva, artrite reumatoide, fibromialgia sono tutti esempi di patologie dolorose molto più frequenti nel sesso femminile che non in quello maschile. Che invece sembra più predisposto a soffrire cefalea a grappolo. Tra le cause, ancora una volta gli ormoni. La prova è arrivata da uno studio italiano condotto da Anna Maria Aloisi dell’Università di Siena. Che ha dimostrato come gli animali maschi trattati con estrogeni diventano sensibili al dolore quanto le femmine. Allo stesso modo, in queste ultime la sensibilità diminuisce se si somministra loro l’ormone maschile testosterone. 

La memoria | Colpisce una donna su sei, e un uomo su dieci. Perché le donne vivono in media sei anni più degli uomini, e la patologia colpisce soprattutto gli over 65. Ma non solo: uno studio pubblicato a gennaio sul ‘Journal of Alzheimer’s Disease‘ dai ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia e Biostatistica dell’Erasmus University Medical Center di Rotterdam suggerisce che la menopausa precoce possa essere legata a un rischio più alto di sviluppare la malattia e che gli ormoni femminili possano giocare un ruolo determinante.  

E poi ci sono le differenze nella sintomatologia: i pazienti maschi presentano più spesso problemi comportamentali, con atteggiamenti non adeguati alle circostanze; dall’altra, le donne sembrano emotivamente più instabili e riportano deficit maggiori a livello del linguaggio, mostrando grande difficoltà quando devono attribuire un nome agli oggetti o un significato alle parole. E anche i pochi studi condotti sino a oggi sulle differenze di efficacia delle terapie nei due sessi mostrano risultati non completamente compatibili: alcuni indicano che gli inibitori delle acetilcolin-esterasi siano più efficaci nei pazienti maschi. 

 (Autore Tiziana Morioni)

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