Terapia dell’insufficienza venosa cronica

L’insufficienza venosa cronica (IVC) appare una condizione clinica assai rilevante sia dal punto di vista epidemiologico, sia per le importanti ripercussioni socio-economiche che ne derivano. Nei Paesi occidentali sono ben note le conseguenze della sua elevata prevalenza, i costi dell’iter diagnostico e del programma terapeutico, le significative perdite in ore lavorative e le ripercussioni sulla qualità di vita. La prevalenza attuale dell’IVC a carico degli arti inferiori è del 10-50% nella popolazione adulta maschile e del 50-55% in quella femminile con una prevalenza che aumenta in parallelo al crescere dell’età. [1] l’IVC si presenta come una patologia complessa e multifattoriale, legata ad una molteplicità di quadri clinici, perché correlata sia a fattori patogenetici acquisiti (ereditarietà), che a fattori secondari, derivanti da uno scorretto stile di vita (sesso, età, obesità, costipazione, gravidanza, sedentarietà). [1,2]. Determinante nel processo di classificazione dei quadri clinici dell’IVC, e di riflesso degli approcci diagnostico‐terapeutici alla stessa, è certamente la Classificazione CEAP, frutto dell’American Venous Forum del 1994. [1]  

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