Archivio per luglio 2010

Autismo: la diagnosi precoce e le speranze di reversibilità …

Nelle urine dei bambini autistici vi sarebbero tracce evidenti della malattia. È quanto afferma una ricerca pubblicata sulla rivista Journal of Proteome Research, la quale ha mostrato la presenza di problemi gastrointestinali nei bambini affetti da autismo spiegabili con una conformazione della flora batterica diversa rispetto al normale. I disordini a livello batterico possono essere usati quindi per mettere a punto un test delle urine che sia in grado di diagnosticare in anticipo l’autismo. Per confermare la loro intuizione, ricercatori dell’Imperial College di Londra e dell’Università di South Australia hanno esaminato le urine di tre gruppi di bambini fra i 3 e i 9 anni. Il primo gruppo era formato da bambini già dichiarati autistici, il secondo da fratelli di bambini affetti dalla patologia e il terzo da bambini sani senza precedenti in famiglia. I tre gruppi hanno presentato caratteristiche distintive ricavabili dall’esame delle urine che hanno consentito ai ricercatori di dimostrare la propria teoria. Un’altra ricerca punta sulla diagnosi precoce e su una possibile reversibilità della malattia.

Si tratta di uno studio americano realizzato dalla dott.ssa Valerie Hu della George Washington University School of Medicine, in collaborazione con l’istituto City of Hope. Stando ai risultati della ricerca, l’autismo potrebbe essere presto diagnosticato in maniera più facile e contrastato più efficacemente nei suoi effetti. Gli scienziati hanno scoperto alcune varianti su specifici geni di soggetti autistici che hanno portato al silenziamento genico. Le stesse modificazioni sono state osservate anche nelle cellule derivate dal sangue, il che fa pensare alla possibilità di una diagnosi di autismo proprio sulla base di un esame del sangue. La dott.ssa Hu e i suoi collaboratori hanno osservato i cambiamenti del patrimonio genetico di alcune coppie di gemelli e di fratelli, nelle quali soltanto uno dei soggetti soffriva di autismo. In base a un’analisi comparata del Dna di entrambi i soggetti della coppia, i ricercatori hanno potuto stabilire una riduzione nella produzione di proteine dei geni che avevano subito modificazioni, definite anche “metilazioni”. Il passo successivo potrebbe essere il tentativo di bloccare il processo di metilazione dei geni indagati con dei farmaci mirati allo scopo; ciò potrebbe produrre in teoria un’inversione dei sintomi dell’autismo.

La dott.ssa Hu, che ha pubblicato i risultati ottenuti sulla rivista Faseb Journal, si è mostrata cautamente ottimista: “come madre di un figlio di ormai di 22 anni con un disturbo dello spettro autistico, mi auguro che i nostri studi, così come quelli degli altri, porteranno a terapie che sono progettate per affrontare le carenze specifiche che sono causate dall’autismo, così da migliorare la vita delle persone colpite. Dal momento che l’autismo è molto diverso nella matrice dei sintomi presenti in ogni individuo, è necessario innanzitutto essere in grado di identificare i deficit specifici in ciascun individuo, al fine di progettare e poi prescrivere il trattamento migliore”.




 

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Arriva per la chirurgia il farmaco “risparmia sangue”

Meno emorragie, meno trasfusioni, meno rischi di trasmissione virale, minori complicanze per i pazienti, ripresa post-intervento più rapida: tutto questo grazie a una colla a base di fibrina che “chiude” le ferite già nel corso degli interventi chirurgici, evitando o riducendo la necessità di infondere nuovo sangue nel paziente.

La notizia arriva da Montesilvano, dove è svolto il 41° Congresso degli Ortopedici Traumatologi Ospedalieri Di Italia (O.T.O.D.I.) durante il quale sono state presentate nuove evidenze sulle strategie da adottare per far fronte a un problema frequente in chirurgia ortopedica: le forti emorragie che si registrano nel corso di interventi come la protesizzazione dell’anca o del ginocchio. Fino ad un litro di sangue che si può perdere nei giorni successivi ad un intervento di chirurgia ortopedica. “Il sanguinamento, nei primi due-tre giorni dopo l’intervento – afferma Francesco Saverio Santori, Presidente Società Italiana dell’Anca – può determinare anemia, che rende necessaria la trasfusione, o la comparsa di un ematoma che, se non si riassorbe, deve essere nuovamente operato per scongiurare un’infezione, un problema molto importante, che allunga i tempi di recupero del paziente”: Sebbene vitali, le trasfusioni di sangue sono comunque una fonte di rischio. Infezioni virali e batteriche, shock anafilattico, episodi di febbre alta, rappresentano alcuni dei possibili rischi, nonostante siano rispettate tutte le norme sulla sicurezza del sangue donato. Utilizzata direttamente in sede operatoria, la colla di fibrina è un emostatico sigillante che permette di controllare il sanguinamento, limitando così il rischio di ematomi e, conseguentemente, di infiammazioni e tumefazioni. Spruzzato come uno spray alla fine dell’intervento su tutto il “campo” chirurgico esposto, la colla di fibrina forma un film adesivo che favorisce la coagulazione. Grazie al ridotto sanguinamento, anche la necessità di trasfusioni è notevolmente ridotta.

Secondo i risultati di uno studio condotto dal professor Santori, presso l’Ospedale San Pietro di Roma su un gruppo di 220 pazienti, solo il 23% dei 110 pazienti trattati con colla di fibrina ha avuto bisogno della trasfusione, contro il 58% di quelli non trattati. Inoltre, tra quelli trattati con colla di fibrina, solo nello 0,9% dei casi c’e’ stato bisogno della seconda trasfusione; diversamente, in quelli trasfusi sono stati necessari due o più flaconi di sangue in oltre il 10% dei casi. “Quando utilizziamo la colla di fibrina” – osserva Santori – “è sufficiente programmare un solo flacone di sangue invece che due, con un netto miglioramento dello stato di benessere del paziente e la riduzione del rischio di complicazioni”.


Artrite, fumo e tè sotto accusa

L’elenco delle conseguenze negative legate al consumo di sigarette sembra infinito. Ora, diverse ricerche giungono alle stesse conclusioni riguardo gli effetti del fumo sulle probabilità di sviluppare l’artrite reumatoide. Il fumo interferirebbe con l’espressione di diversi geni, favorendo i meccanismi patologici alla base della malattia. In tal senso, anche la passione per il tè pomeridiano potrebbe costituire un pericolo, fattore di rischio in particolare per le donne. Al contrario, sembra che bere un bicchiere di vino o altri alcoolici ogni tanto possa ridurre il rischio di sviluppare gravi forme artritiche come appunto l’artrite reumatoide o l’osteoartrite (artrosi). Pare invece non esserci un particolare legame fra consumo di caffè e la malattia.

Questi risultati emergono dagli studi presentati all’ultimo congresso annuale della Lega Europea contro le Malattie Reumatiche (EULAR) a Roma [16-19 giugno 2010]. Due studi realizzati in Svezia dalla Lund University hanno dimostrato che il fumo è un fattore predittivo negativo, sia di una futura diagnosi di artrite reumatoide, sia di una scarsa risposta ai farmaci anti-TNF utilizzati per ridurre l’infiammazione presente nelle articolazioni dei pazienti con artrite reumatoide. Un terzo studio sperimentale realizzato in Svizzera dall’Università di Zurigo ha messo inoltre in luce come il fumo, attivo o passivo, possa alterare la capacità di alcune proteine di stimolare la risposta immunitaria in persone con una predisposizione genetica alle malattie reumatiche, rappresentando un fattore aggiuntivo di rischio per lo sviluppo dei sintomi e per la progressione della malattia. Un quarto studio realizzato negli Stati Uniti dalla Georgetown University su più di 76.000 donne ha scoperto un’associazione positiva fra incidenza di artrite reumatoide e consumo di tè, con un rischio di sviluppo della malattia proporzionale alla quantità di tè assunto, mentre non ha trovato alcun legame significativo fra consumo di caffè e malattia. Al contrario, un quinto studio realizzato in Olanda dall’Università di Leida su un vasto campione comprensivo di 651 pazienti con artrite reumatoide, 73 pazienti con osteoartrite, 273 pazienti con altre forme artritiche e 5.877 soggetti di controllo non malati, ha dimostrato infine che il consumo di alcol è associato a una significativa riduzione del rischio di sviluppare la malattia, ipotizzando che componenti delle bevande alcoliche (specie vino rosso) possano essere un fattore protettivo dallo sviluppo di infiammazione sistemica.

“Gli studi presentati all’EULAR di Roma confermano come alcuni stili di vita possano avere un impatto sul rischio e la progressione delle malattie reumatiche, ma vanno interpretati con estrema cautela e ragionevolezza” ha spiegato il Professor Maurizio Cutolo, Presidente Esecutivo di EULAR 2010. “I pazienti con disturbi reumatici, così come le altre persone, devono sempre consultare il proprio medico prima di modificare in qualsiasi modo il proprio regime alimentare”.

| Andrea Piccoli

Zona Franca: Stress ed insonnia, i rimedi naturali

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione di Franca Aleo (titolare di Herbora – Marsala) presenta la rubrica settimanale Zona Franca: “l’informazione diventa benessere”, dove fitoterapia ed oligoelementi vengono proposti come base di cure alternative e complementari.

Questa settimana parliamo di “Stress ed insonnia, i rimedi naturali”.

Il Biancospino e la Melissa possono essere utili al mantenimento della fisiologia del sistema neurovegetativo, favorendo la distensione ed il rilassamento.

BIANCOSPINO (Crataegus oxyacantha) fiori e fogie: Oltre alla nota azione inotropa positiva, il biancospino è in grado di prolungare il periodo refrattario assoluto del miocardio, attività questa che giustifica l’effetto batmotropo negativo della pianta (regolazione del tono vagale) ed il suo uso terapeutico nello scompenso cardiaco e in alcune forme di tachiaritmie. Il Biancospino, inoltre, ha anche una discreta azione sedativa a livello centrale, utile soprattutto nei pazienti distonici, nei quali riduce l’emotività, lo stato ipertensivo e migliora il sonno. Essa sembra dovuta soprattutto ai flavonoidi, in particolare ai glucosidi dell’apigenolo, poichè alcuni di loro potrebbero esplicare effetti miorilassanti, ansiolitici e moderatamente ipnogeni, legandosi ai recettori delle benzodiazepine sia centrali che periferici. Inoltre, altri flavonoidi contenuti nella pianta, quali la quercetina, il kempferolo e i loro esteri, causano inibizione parziale dell’enzima di conversione dell’angiotensina, con conseguenti possibili effetti ipotensivi. Tale azione sarebbe potenziata dalla contemporanea capacità degli antocianosidi di indurre vasodilatazione in svariati distretti arteriosi, in particolare su quelli splenico e coronarico, tramite un aumento del rilascio di prostaglandine ad azione vasodilatatoria (PGI2) prodotte dall.endotelio vasale e l’inibizione dell.enzima catecol-O-metil-transferasi, responsabile del catabolismo delle catecolamine. Tali caratteristiche farmacologiche dell’estratto consentono anche una cardioprotezione dai danni ischemici prodotti dall’ipertensione stessa nei soggetti giovani-adulti e nei soggetti con ipertono simpatico.

MELISSA (Melissa officinalis) foglie: E’nota per avere azioni sul sistema nervoso centrale di tipo miorilassante, sedativo, ansiolitico e moderatamente ipnoinducente; può avere anche azione antidolorifica. Per tali motivi la Melissa officinalis viene diffusamente utilizzata, sia da sola sia in associazione con altri fitocomplessi, come tranquillante e sadativo, specie nei quadri lievi di ansia ed insonnia – i più frequenti nella pratica quotidiana – dove l’uso di farmaci ansiolitici può risultare esagerato sia per l’entità della patologia che per gli effetti negativi che questi possono avere sull’attenzione e sulla vigilanza.

 

Bibliografia:

– Al Makdessi S. et al. Protective effect of Crataegus oxyacantha against reperfusion arrhythmias after global no-flow ischemia in the rat heart. Basic Res. Cardiol. 94, 71-77, 1999.

– Holubarsch C.J. et al. Survival and prognosis: investigation of crataegus extract WS 1442 in congestive heart failure (SPICE) rationale, study design and study protocol. Eur. J. Heart Fail. 2, 431-437, 2000.

– Visioli F. et al. Cardiovasc. Diet and prevention of coronary heart disease: the potential role of phytochemicals. Cardiovasc. Res.47, 419-425, 2000.

– McGuire H.H. et al. Hawthorn: pharmacology and therapeutic uses. Am. J. Health Syst. Pharm. 59, 417-422, 2002.

– Kennedy D.O. et al. Modulation of mood and cognitive performance following acute administration of single doses of melissa officinalis (lemon balm) with human CNS nicotinic and muscarinic receptor-binding properties. Neuropsychopharmacology. 28(10):1871-81, 2003.

– Hanus M. et al. Double-blind, randomised, placebo-controlled study to evaluate the efficacy and safety of a fixed combination containing two plant extracts (Crataegus oxyacantha and Eschscholtzia californica) and magnesium in mild-to-moderate anxiety disorders. Curr Med Res Opin. 20(1):63-71, 2004.

Il pesce ottimo componente della dieta

I frutti di mare sono la migliore fonte di proteine e di acidi grassi essenziali, due componenti importanti per l’organismo. Dovremmo prendere la sana abitudine di mangiare almeno due porzioni di pesce a settimana.

Ottimo il merluzzo che contiene una buona fonte di proteine, vitamine e minerali tra cui Iodio e Selenio. Le sardine, le aringhe, gli sgombri, trote e salmoni sono invece ricchi di omega 3, acidi grassi che aiutano a prevenire le malattie cardiache.

E la storia degli inquinanti e del mercurio? Alcune persone sono preoccupate di mangiare pesce perchè hanno sentito che contiene sostanze inquinanti e può essere dannoso. Queste sostanze inquinanti (diossina e bifenili) sono presenti con valori molto bassi e li troviamo associati a tanti altri alimenti.

Uno studio del Regno Unito ha evidenziato che figli di madri che avevano mangiato un sacco di pesce durante la gravidanza, avevano una migliore comunicazione a 7 anni di età e le prestazioni sono state superiori a qualsiasi rischio da sostanze inquinanti.

Gamberi, granchi, calamari, cozze, aragoste sono da includere nella dieta perchè sono a basso contenuto di grassi e ad alto contenuto di proteine e sali minerali. I gamberi ad esempio contengono solo 67 calorie per 100 gr. Attenzione però alle ostriche che spesso sono servite crude, assicuratevi di comprarle in posti di sicura provenienza e non dateli da mangiare ad anziani e bambini.


Ghiandole del collo ingrossate: mononucleosi?

Ghiandole del collo ingrossate? Niente paura, può trattarsi di mononucleosi. Il nome non deve spaventare. Pensate che stiamo parlando della cosiddetta “malattia del bacio“. Ma di cosa si tratta e perché questo particolare soprannome? Presto detto: è una malattia provocata dal virus di Epstein-Barr (EBV), abbastanza contagioso, che si trasmette attraverso le urine (rari i contatti in questo senso), ma soprattutto attraverso la saliva! In America è considerata la malattia più diffusa nei College e sicuramente lo stesso potrebbe dirsi nelle scuole superiori italiane.

Appunto perché tra gli adolescenti le effusioni si diffondono appassionate di “baci”, con il conseguente scambio di liquidi salivari. Allora cosa fare amiche? Evitare di baciare il vostro partner se avete i linfonodi gonfi? Oppure chiedere al prossimo ragazzo il certificato di immunità? Assolutamente no. Non serve.

Essenzialmente, perché anche uno starnuto può favorire il contagio, ma soprattutto perché è una malattia decisamente a decorso benigno. In realtà si stima che il 95% della popolazione adulta abbia contratto la mononucleosi senza neppure essersene accorta. Questo perché i sintomi sono comuni a numerose altre patologie passeggere. Per curiosità, quando farete le prossime analisi del sangue, o un check-up, controllate se l’avete già avuta!

Ma quali allora i sintomi? Prima di tutto i linfonodi del collo ingrossati, e vi abbiamo già spiegato che questo accade quale normale risposta del sistema immunitario. A volte può esserci una leggera febbre, corredata da mal di gola, mentre la sensazione di stanchezza, di debolezza diffusa, è quasi una costante.

Capite da voi che si tratta di sintomi che possono essere confusi anche con un semplice raffreddore. Ci sono degli elementi che però possono far sospettare il vostro medico: la malattia ha un decorso di circa 10 giorni, ma i linfonodi possono continuare ad essere gonfi anche per un mese.

Si assiste, nel 30-40 % dei casi ad un’ingrossamento della milza ed in casi più rari del fegato. Anche l’astenia può durare un mesetto. Non mancano casi di leggeri esantemi. Ora a voi che siete attente, anche e soprattutto per i bambini, do un suggerimento. Non date mai di testa vostra gli antibiotici ai bambini e non assumeteli voi stesse.

Contro i virus non servono, ed in alcuni casi possono essere pericolosi: l’amoxicillina va evitata assolutamente perché reagisce con il virus, provocando complicanze simil-allergiche. Lo so per esperienza: il pediatra aveva sbagliato diagnosi! Tutto risolto, ma lo spavento è stato tanto.

Il medico ha comunque degli strumenti per valutare la malattia. Prima di tutto l’insieme dei sintomi, poi il mono-test (specifico, ma non affidabile al 100%), la ricerca degli anticorpi anti-EBV, l’esame emocromocitometrico, da cui si evidenziano il numero totale di globuli bianchi e la percentuale di monociti, molto elevati nella fase acuta, come pure le transaminasi.

Oltre il dovuto riposo,che si consiglia in qualunque forma virale o batterica, l’unica forma di attenzione che va praticata è quella nei confronti della propria milza. Il suo ingrossamento può durare anche un paio di mesi ed in questo periodo è più delicata.

Vanno evitate situazioni di traumatismo: se vostro figlio gioca al calcio o se voi praticate lezioni di autodifesa personale, sospendete queste attività per almeno 45 – 60 giorni. Rarissime altre complicanze importanti, quindi prestate attenzione alla malattia come sempre, ma con tranquillità.

Per il resto: baciate pure!


I pistacchi contro il colesterolo

I pistacchi sono più che della semplice frutta secca. Se se ne mangia una bella manciata al giorno si può diminuire il colesterolo cattivo, si allontanano le malattie cardiache e si previene il cancro. Ne è convinto un gruppo di ricercatori della Pennsylvania State University dopo aver letto i risultati di uno studio riportato sulla rivista Journal of Nutrition. I pistacchi sono ricchi di antiossidanti e proteggono le cellule dai radicali liberi. In particolare, i ricercatori hanno trovato che nei pistacchi ci sono elevati livelli di ‘luteina‘, principale antiossidante alimentare, beta-carotene e gamma-tocoferolo. Il beta-carotene si trasforma in vitamina A, prevenendo il cancro, e il gamma-tocoferolo è una comune forma di vitamina E che allontana le malattie cardiache. La luteina invece si trova nelle verdure ed è importante per la vista e per la pelle. I ricercatori sono convinti che questi antiossidanti impediscano al colesterolo di intaccare le pareti dei vasi sanguigni causando infiammazioni. Quando infatti hanno testato gli effetti benefici dei pistacchi, gli scienziati hanno scoperto che i volontari che hanno partecipato alla ricerca avevano un livello di antiossidanti nel loro sangue molto elevato e concentrazioni di colesterolo basse.


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