Ecco perché il placebo funziona

Come mai molte persone guariscono grazie a pillole che non hanno dentro nulla, solo con la suggestione? Una serie di nuovi studi spiegano che cosa succede nel cervello.

 Pillole di zucchero che cancellano colite o mal di testa, acqua distillata antidolore, finta agopuntura – con aghi retrattili che non lasciano il segno – efficace quanto quella vera: e se l’effetto placebo fosse una terapia? Se potesse ispirare un modo nuovo di fare medicina? A lanciare il sasso è un’ampia rassegna pubblicata su “Lancet“, in cui un gruppo di ricercatori, tra cui Damien Finniss dell’Università di Sidney e il neurofisiologo italiano Fabrizio Benedetti, suggeriscono che il “niente” possa davvero curare. Come sembra oggi confermare uno studio realizzato da Carlo Porro dell’Università di Modena e Reggio Emilia – oggetto di un articolo di prossima pubblicazione – dal quale emerge che l’effetto placebo riduce la percezione del dolore intervenendo direttamente sui circuiti cerebrali che ne stanno alla base. “Abbiamo cominciato da poco a studiare le basi neurali dell’effetto placebo”, spiega Porro. E molti ricercatori non amano sentirsi ricordare che ogni farmaco, anche il più efficace, può agire almeno in parte grazie all’effetto placebo. “Anche se spesso nelle sperimentazioni i ricercatori tengono conto di questa possibilità”, spiega Benedetti. Che all’argomento ha dedicato un saggio pubblicato da Oxford Università Press, “Placebo Effects. Understanding the mechanisms in health and disease”.
Ma l’impatto vero del placebo emerge quando si esce dal mondo dei laboratori e delle sperimentazioni. Per valutarne – come negli studi di cui si rende conto su “Lancet” – l’effetto sui pazienti. “Che nasce da una contraddizione intrinseca, dato che per definizione”, osserva Benedetti, “il placebo è un elemento inerte“. Rappresentato da una sostanza – pillole di zucchero o fiale di acqua distillata – una manovra chirurgica, un finto ago da agopuntura. Ma anche, o soprattutto, dallo scenario che si costruisce intorno al trattamento, e dal rapporto medico paziente. “Le interazioni psico-sociali sono fondamentali per l’evoluzione della modulazione cognitiva del dolore, e quindi per l’esito clinico”, spiega Porro: “Non possiamo pensare che un distributore automatico di farmaci funzioni come un medico attento e premuroso in camice bianco”. A confermarlo, una serie di studi che mostrano come una terapia antidolorifica somministrata all’insaputa del paziente risulti molto meno efficace della stessa terapia, ma assunta con il supporto e la presenza attenta del personale sanitario. Non solo: durante alcune sperimentazioni è stato detto ai pazienti che la sostanza che assumevano avrebbe potuto essere indifferentemente un placebo o un farmaco, e si è visto che questa informazione ha condizionato la risposta alla terapia. “Sappiamo che più il paziente riceve spiegazioni convincenti, più la terapia è efficace. Anche quando si tratta di un vero farmaco”, ricorda Porro. “Oggi la medicina tende a concentrarsi sulle cause molecolari e biochimiche della malattia, guarda meno all’aspetto umano e psicologico. Ma stiamo cominciando a capire che la psiche gioca un ruolo importante sulla malattia”, prosegue Benedetti. Secondo Ellen Langer, docente di psicologia ad Harvard e un’autorità degli studi sulla mente e la consapevolezza, il placebo è “un meccanismo che, convincendoci che staremo meglio, attiva le potenzialità del nostro organismo”. Gli studi sul dolore aiutano a capire come questo possa accadere.”L’analgesia da placebo mostra come aspettative o credenze possono influenzare la percezione del dolore”, spiega Porro:”Abbiamo visto chiaramente che l’assunzione del placebo riduce l’attività di aree cerebrali che rispondono agli stimoli dolorosi, in modo coerente con la riduzione di dolore riportata dal soggetto”. È la prima volta che da uno studio emerge così chiaramente il parallelo tra riduzione del processo sensoriale che genera i segnali alla base del dolore (effetto del placebo), e riduzione dell’intensità percepita del dolore stesso”.
Altri studi mostrano che il niente che cura funziona anche attraverso l’apprendimento sociale, grazie a un meccanismo neuronale che i ricercatori definiscono “specchio”: se vediamo qualcuno che trae beneficio da una terapia, quando ci viene somministrato qualcosa di apparentemente identico ci sentiamo meglio, anche se si tratta di un placebo. E gli scienziati hanno osservato che questo accade grazie all’attivazione delle stesse aree della corteccia cerebrale che si è scoperto essere responsabili dell’effetto placebo. Per questo, spiega Porro, “la seduta del dentista o le medicazioni in ambulatorio sono più dolorose se mentre aspettiamo in sala di attesa sentiamo che qualcuno urla o si lamenta. Un dato di cui medici e personale sanitario dovrebbero tenere conto”.
 

 (di Paola Emilia Cicerone)


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