Archivio per novembre 2010



Zona Franca: Capelli ed Unghie, come proteggerli ed averne cura

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione di Franca Aleo (titolare di Herbora – Marsala) presenta la rubrica settimanale Zona Franca: “l’informazione diventa benessere”, dove fitoterapia ed oligoelementi vengono proposti come base di cure alternative e complementari.

Questa settimana parliamo di “Capelli ed Unghie: come proteggerli ed averne cura”. 

L’apparato cutaneo non è formato solo dalla pelle, costituita da epidermide e derma, ma comprende anche le ghiandole sudoripare, le ghiandole sebacee, i peli, i capelli, e infine le unghie; tutte insieme queste formazioni sono definite annessi cutanei, per indicare che durante lo sviluppo embrionale prendono origine dalle cellule della cute. In questo articolo tratteremo due particolari annessi cutanei: le unghie e i capelli.

Si potrebbe pensare che i peli e i capelli abbiano una funzione esclusivamente estetica, mentre in realtà essi hanno ruoli ben precisi. I peli hanno soprattutto una funzione percettiva poiché ci avvertono, con le terminazioni nervose tattili localizzate nell’epidermide attorno ai bulbi piliferi, se qualche corpo estraneo, ad esempio un insetto, si è posato sulla pelle e può rappresentare un pericolo; le ciglia proteggono gli occhi dalla luce troppo violenta e dall’ingresso di pulviscoli, mentre le sopracciglia trattengono le gocce di sudore che dalla fronte potrebbero entrare negli occhi, irritandoli, e inoltre servono per sottolineare la mimica facciale, poiché consentono di esprimere vari stati d’animo; i peli del naso e delle orecchie filtrano l’aria ripulendola da polvere, pollini e altre particelle estranee ostacolandone l’ingresso; i capelli, oltre alla funzione estetica, proteggono il cuoio capelluto dalla perdita di calore e dal freddo, dall’irraggiamento eccessivo da parte del sole, da traumi fisici.

CAPELLI | I capelli e i peli sono costituiti da cheratina. I capelli possono essere utili anche per indicare eventuali contaminazioni ambientali, poiché hanno la capacità di assorbire e trattenere nella loro matrice cheratinica, durante la crescita, sostanze nocive come piombo e mercurio, o veleni come l’arsenico; sono anche un indicatore del consumo di droghe, metadone e amfetamine. L’analisi del capello, infatti, può determinare, anche a distanza di molti mesi, se si è ingerita qualche sostanza estranea o nociva, tanto che è un elemento valido in medicina legale; ma può servire anche a determinare eventuali carenze di minerali e oligoelementi nell’organismo, per mezzo del mineralogramma, che può essere utile per impostare una dieta idonea a colmare le carenze riscontrate. Non ci sono ancora evidenze scientifiche invece che dimostrino che il mineralogramma sia una tecnica attendibile per individuare eventuali patologie latenti. Il colore dei capelli è dovuto alla presenza, nella parte più interna del follicolo pilifero dei melanociti, cellule specializzate nella produzione di melanina, la sostanza che conferisce la colorazione ai capelli, ai peli, alla pelle, agli occhi. Nel caso dei capelli, i melanociti hanno un numero definito di cicli di produzione della melanina, cicli che durano diversi anni; quando, con l’avanzare dell’età, i cicli si esauriscono, cessa la produzione di melanina e si verifica l’incanutimento dei capelli. I capelli quindi normalmente diventano bianchi con l’avanzare dell’età, ma vi sono casi in cui vi è una predisposizione genetica all’incanutimento precoce. Sembra che anche eventi particolarmente stressanti possano favorire la formazione dei capelli bianchi, anche se non vi sono ancora dati sperimentali che lo dimostrino. La solidità della cheratina può essere compromessa dall’ossidazione dovuta all’azione dei radicali liberi, dall’uso di sostanze chimiche contenute nei prodotti cosmetici che si utilizzano per acconciare i capelli, e che possono essere anche molto deleterie: i capelli infatti possono essere danneggiati dalle tinture aggressive, dall’ammoniaca, da shampoo di cattiva qualità o troppo sgrassanti, da permanenti, decolorazioni, dal calore eccessivo del phon o delle piastre utilizzate per lisciare i capelli. I trattamenti aggressivi provocano una diminuzione del tenore di zolfo nella cheratina, e influiscono sulle proprietà meccaniche del capello, che perde elasticità, diventa fragile e predisposto alla rottura, si sfibra e va incontro alla formazione di “doppie punte”. Vi possono essere alterazioni fisiologiche di varia natura che possono causare inestetismi anche vistosi, come l’iperseborrea, la forfora, o l’eccessiva secchezza. L’iperseborrea, cioè l’eccessiva secrezione di sebo, può cronicizzare in dermatite seborroica, con formazione di forfora grassa, tipicamente strutturata a scaglie grosse e aderenti alla cute che soffocano i bulbi piliferi, e col tempo possono accentuare la caduta dei capelli; la secchezza può causare forfora secca, che produce scaglie piccole che “spolverano” facilmente, e rendere il capello troppo arido, fragile e sfibrato.

Queste alterazioni possono provocare un’eccessiva caduta dei capelli, anche in individui giovani, non solo nei soggetti maturi o anziani. Oggi è abbastanza frequente riscontrare casi di calvizie precoce, e l’abnorme perdita di capelli è diventata un fenomeno diffuso, che può essere influenzato anche dallo stress e quindi da fattori psicosomatici. Fra le cause di una anormale caduta dei capelli vi possono essere anche scompensi endòcrini, o carenze ormonali, come avviene nelle donne in menopausa, ma anche carenze di minerali, oligoelementi o vitamine, o di quegli aminoacidi solforati che sono tanto importanti per la struttura del capello, per preservarne l’elasticità, la lucentezza, la salute e mantenere la bellezza della capigliatura.

UNGHIE | Le unghie sono lamine cornee traslucide, dure ed elastiche, resistenti, saldamente fissate alla pelle nel letto ungueale, che formano una copertura protettiva sull’estremità dell’ultima falange delle dita, sia delle mani che dei piedi. Anche le unghie, come i capelli, sono costituite da cheratina, una proteina composta da aminoacidi fra i quali sono interposti lipidi, vitamine, oligoelementi. Fra gli aminoacidi, il più significativo è l’aminoacido solforato cisteina, che l’organismo utilizza per sintetizzare la cheratina; essa è responsabile della forma e della struttura dei capelli e delle unghie, a causa della chimica riguardante gli atomi di zolfo, di cui è particolarmente ricco; gli atomi di zolfo contenuti nella cisteina sono strutturati a formare una sorta di elica, che conferisce solidità ed elasticità sia alle unghie che ai capelli. Nella struttura delle unghie sono presenti aminoacidi, vitamine, minerali, grassi e acqua; questa deve essere presente in percentuale di circa il 20%: percentuali maggiori rendono le unghie troppo molli, mentre percentuali inferiori rendono le unghie secche e fragili. Nella specie umana le unghie, irrobustendo le falangette (la punta delle dita), oltre che come difesa, servono a facilitare la prensione delle mani, mentre nei piedi rinforzando le estremità delle dita, facilitano la spinta esercitata dalla la punta del piede per effettuare il passo che consente la deambulazione eretta. Nelle unghie si possono distinguere varie parti: il margine libero, cioè la parte staccata dal letto ungueale che sporge oltre la punta delle dita; il corpo, la parte principale visibile; la radice o matrice, cioè la parte non visibile che si trova alla base dell’unghia e ne costituisce lo strato germinativo, nascosta sotto la cuticola; questa è una piega cutanea che riveste la base ungueale, nella quale si distingue una parte chiara a forma di semiluna, chiamata lùnula. La lamina delle unghie ha un colore rosato, poiché lascia trasparire i vasi sanguigni che decorrono nel derma sottostante. Le unghie crescono per tutto l’arco della vita, alla velocità di circa 3 mm al mese nelle mani, di 1 mm al mese nei piedi, e diminuisce con l’avanzare dell’età; questo vuol dire che il ricambio completo di un’unghia delle mani richiede circa 5-6 mesi, mentre nei piedi è necessario molto più tempo, a seconda della grandezza del corpo di ciascun’unghia, che nei piedi varia da dito a dito. Questo spiega perché i tempi per la guarigione di una malattia ungueale siano così lunghi; se le terapie sono interrotte troppo precocemente, prima che l’unghia sia stata completamente sostituita da una nuova unghia sana, si verificano facilmente recidive.

La malattia più diffusa che colpisce le unghie è l’onicomicosi, o micosi ungueale, un’infezione fungina abbastanza frequente, che si può contrarre a causa di una sudorazione eccessiva dei piedi, camminando a piedi scalzi in ambienti pubblici come le piscine, le palestre, gli spogliatoi, le docce, o anche tramite l’uso promiscuo di attrezzi contaminati per la manicure o la pedicure, o da una micosi del piede trascurata che si estende anche ad una o più unghie. Colpisce più facilmente le unghie dei piedi, poiché le scarpe possono costituire l’ambiente ideale, caldo-umido, per lo sviluppo dei miceti che possono più facilmente proliferare.
L’onicomicosi provoca l’ispessimento della lamina ungueale, che cresce più lentamente, diventa giallastra, opaca, dura ma fragile (si sfalda a scaglie), si taglia con difficoltà; è comune nelle persone anziane, e riguarda specialmente le unghie dei piedi, che possono arrivare anche a staccarsi dal letto ungueale, se il problema è trascurato. Un problema molto diffuso è la fragilità delle unghie delle mani, che riguarda più spesso le donne, poiché sono più predisposte al manifestarsi di questo problema o per fattori ambientali, come il frequente contatto con acqua e detersivi, o di costume, per l’abitudine di mantenere le unghie lunghe, che si disidratano più facilmente, e per l’uso di smalti e solventi; oppure per fattori ormonali che riducono il contenuto di lipidi nella struttura dell’unghia, che si disidrata più facilmente diventando più secca e fragile. Le unghie possono subire danni dall’uso troppo frequente dello smalto, che non fa “respirare” l’unghia, e dei solventi per smalto, come l’acetone, o dall’applicazione di unghie finte, per applicare le quali si utilizzano resine che possono danneggiare il letto ungueale. La cattiva abitudine di rosicchiarsi le unghie e di tagliare le cuticole attorno alla base dell’unghia è da evitare, poiché si possono provocare piccole ferite, comparsa di pipite (pellicine che si sollevano nel margine intorno all’unghia, che si infiamma) e incorrere in infezioni, dovute all’ingresso di germi patogeni attraverso le lesioni così prodotte, specie se gli attrezzi per la manicure non sono adeguatamente sterilizzati; si può andare incontro così alla formazione di paterecci, più comunemente conosciuti con il nome di “giradito”, che necessitano di trattamento medico, per evitare che l’infezione si estenda al dito. E’ consigliabile utilizzare regolarmente creme apposite, che ammorbidiscono e idratano sia la cuticola che le unghie, e permettono di spingere delicatamente con un bastoncino di legno le cuticole intorno alla base dell’unghia, possibilmente dopo aver effettuato un maniluvio, o un pediluvio, con acqua tiepida e un cucchiaio di Argilla verde; col tempo, le cuticole si normalizzeranno, cresceranno più lentamente e non sarà necessario tagliarle. La cuticola alla base dell’unghia infatti ha una precisa funzione: mantiene ben aderente l’unghia alla pelle, ed evita così che si formino lesioni da cui gli agenti patogeni possono penetrare nell’organismo.

Come prendersi cura di capelli e unghie | Per mantenere in buona salute, e quindi in condizioni estetiche gradevoli, sia i capelli sia le unghie, è indispensabile programmare, quando la situazione lo richieda, innanzi tutto un apporto sistemico di nutrienti, tramite l’uso di integratori mirati, per compensare le eventuali carenze di minerali, oligoelementi e vitamine, senza trascurare gli aminoacidi solforati, in particolare la cisteina.
Può essere necessario anche verificare, tramite analisi del sangue specifiche, se vi sia una carenza di ferro e agire di conseguenza, quando è il caso, con integratori di ferro organico, più facilmente assimilabile (e più tollerato a livello gastrointestinale), e di vitamina C, che ne facilita l’assorbimento, poiché la carenza di ferro può avere come conseguenza sia la caduta dei capelli sia l’indebolimento delle unghie, oltre ad altri disturbi come astenia, spossatezza, pallore, diminuita resistenza alle malattie, irritabilità, insonnia. Si dovrebbe anche dedicare una cura particolare alla scelta dei prodotti da applicare direttamente sui capelli. Un momento importante è quello della detersione, che fino a non molti anni fa era considerata un’operazione rapida, di scarsa importanza, utile solo per pulire a fondo la capigliatura: invece, uno shampoo valido deve avere un potere schiumogeno moderato per detergere senza aggredire e, di conseguenza, irritare ed indebolire il substrato biologico su cui va ad agire. I tensioattivi (sostanze dotate di proprietà schiumogene, bagnanti, detergenti, solubilizzanti) aggressivi provocano un’eccessiva asportazione delle naturali sostanze lipidiche nutritive del capello, danneggiandolo. La formulazione di uno shampoo moderno e funzionale ha lo scopo di fornire un prodotto eudermico, che contenga delicati tensioattivi naturali, derivati da olio di Oliva, olio di Cocco, zuccheri, che abbia perciò un’azione detergente molto leggera, senza alcun effetto irritante, che rispetti il pH epidermico e sia ben tollerato. La sua formula può essere ulteriormente arricchita da oli nutrienti, estratti vegetali normalizzanti, riequilibranti, condizionanti, idratanti, che permettono di lavare i capelli senza rovinarli, ma anzi abbellendoli. Vi sono anche particolari shampoo a base di olio di Ricino, la cui speciale formulazione consente di eliminare l’olio dai capelli con la semplice acqua tiepida, senza aggiungere schiumogeni: in questo modo la detersione avviene in modo assai delicato, rispetta il pH della cute, non sciupa i capelli, ma, anzi, li rinforza e ne nutre le ghiandole sebacee, normalizzandole, anche se in partenza sono iperseborroiche.

Il detergente può essere arricchito da proteine derivate da Grano e Soia, che rendono ancora più dolce l’azione detergente, da antiossidanti come la vitamina C Ester, una particolare formula stabile della vitamina C, che li protegge dall’azione deleteria dei radicali liberi, e da estratti vegetali lenitivi, nutrienti, rinforzanti, normalizzanti, condizionanti, come Aloe, Miglio, Elicriso, Tiglio, Avena, Borragine, Equiseto, Ortica, Rosmarino, Timo, mallo di Noce, Ginkgo, o da altre sostanze naturali come Propoli e Uovo, che li renderanno più specifici per contrastare eventuali problemi, come secchezza, fragilità, sensibilità della cute, iperseborrea, forfora grassa o secca, prurito, psoriasi del cuoio capelluto. Gli shampoo per bambini in particolare dovranno essere formulati in modo da rispettare la particolare delicatezza della cute, e non devono assolutamente creare irritazione ai loro occhi delicatissimi, per cui sarà ancora più attenta la scelta dei tensioattivi, che saranno ulteriormente addolciti dagli estratti di Malva, Riso, Camomilla. Per favorire un contatto più prolungato e significativo della quota lipidica nutriente con il cuoio capelluto e i bulbi piliferi, si può ricorrere ad un impacco con oli nutrienti, come l’olio di Argan e di Cocco, l’olio di Macassar, il Monoi, l’olio di Ricino, l’olio di crusca di Riso, da effettuare prima dello shampoo. L’impacco deve essere mantenuto per almeno mezz’ora, poi si lavano i capelli con il prodotto lavante che si è scelto; questo è consigliabile soprattutto in estate, quando la capigliatura subisce l’aggressione del sole, del vento, della salsedine, da cui può venire disidratata e danneggiata. Utile anche l’uso di balsami nutrienti, oli ristrutturanti nella formulazione “oil-non oil” a base di olio di Lino, e lozioni rinforzanti che contengano sostanze funzionali nutrienti come Polline, Pappa Reale, Germe di Grano, vitamine, estratti di Capsico che riattiva la microcircolazione cutanea, favorendo l’ossigenazione delle radici che saranno così nutrite con maggiore vigore. Anche le unghie necessitano delle stesse cure che si riservano ai capelli: debbono essere nutrite ed idratate, per evitare che la cheratina, che nell’unghia è indurita e disposta a scaglie sovrapposte, proprio come le tegole di un tetto, si disidrati e tenda a desquamare, o a fissurarsi longitudinalmente. Quando utilizziamo la crema per le mani, quindi, non si deve dimenticare di applicarla anche alle unghie, massaggiandola accuratamente per farla penetrare e assorbire bene. In caso di micosi ungueale, un rimedio naturale è l’applicazione di olio essenziale di Melaleuca alternifolia (Tea Tree Oil) puro, a gocce direttamente sull’unghia malata, facendo in modo che l’olio essenziale penetri sotto il letto ungueale e ne impregni bene lo spessore dell’unghia. L’applicazione dovrà essere quotidiana, per almeno 2 volte al giorno, e si dovrà perseverare con costanza per diversi mesi, per evitare che un’interruzione troppo precoce vanifichi i risultati ottenuti e si verifichino recidive. La ripresa dell’infezione infatti sarà di più difficile risoluzione, poiché i miceti potrebbero riprendere ad attaccare l’unghia con maggior vigore, e non rispondere più tanto bene al trattamento, che invece, se protratto per il tempo necessario fin dall’inizio, può essere veramente risolutivo.

Fonte Dott.ssa Marina Multineddu dal sito http://www.erboristeria.com/

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I disturbi mestruali: cosa significano, come superarli

 

I disturbi mestruali | Le mestruazioni racchiudono in sé la specificità più forte della femminilità: la facoltà di procreare, di essere “terra” feconda e corpo sensuale. Ecco perché l’apparato riproduttivo, più di altri, è un organo che porta con sé diversi significati culturali, tabù e curiosità. Gli uomini primitivi furono colpiti ad esempio dalla straordinaria corrispondenza tra i cicli della luna e il ciclo mestruale. La donna venne così associata simbolicamente alla luna e alle divinità lunari, simboli dispensatori di vita e di fertilità da un lato (la luna piena), ma anche mortiferi e inquietanti dall’altro.

Le patologie del ciclo mestruale | Pur essendo un fenomeno naturale e del tutto fisiologico il ciclo mestruale viene vissuto da molte donne con un malessere e un disagio tali da condizionare il loro stile di vita. Vediamo quali sono i principali disturbi del ciclo, il loro significato e le caratteristiche della personalità di chi ne soffre.

Amenorrea. È l’assenza del ciclo mestruale, spesso indicativa di una rinuncia, più o meno sofferta, alla propria femminilità, profondamente rifiutata o vissuta in modo ambivalente e conflittuale. Probabilmente accade perché è presente il desiderio inconscio di restare o ritornare bambine, evitando in questo modo tutti i conflitti e le problematiche connesse a una gestione di una sessualità matura. Rimanere “piccole” infatti consente di evitare le responsabilità di una consapevolezza adulta. Può anche accadere che un’eccessiva identificazione con un modello maschile impoverisca l’essenza femminile impedendo così la sua libera espressione. Sono più a rischio le donne che sacrificano la dimensione materna e l’eros a favore della carriera, chi non si stima e si percepisce come fragile, insicura o che vive in un ambiente famigliare che non ha mai accettato il loro diventare adulte.

Dismenorrea. Le mestruazioni dolorose, accompagnate da crampi addominali, talvolta anche cefalea, nausea e vomito, sono un fenomeno frequente. Possono verificarsi perché la donna vive come pericolosi o limitanti gli aspetti di passività, di accoglimento e di trasformazione tipici del femminile. Il dolore inoltre può esprimere una sessualità non liberamente vissuta e giudicata come “sporca” e minacciosa, con sentimenti di colpevolezza e di conflitto. Sono più a rischio donne che hanno uno stile di vita iperattivo e frenetico, con difficoltà di fermarsi e ad accettare di cambiare.

Oligomenorrea. Molte donne lamentano un ciclo mestruale particolarmente scarso e breve, stentato, spesso neppure doloroso. Durante le mestruazioni l’energia femminile prorompe all’esterno, a livello simbolico il mestruo porta fuori la parte più “viscerale” del nostro essere. Basti pensare che dopo periodi di intensa attività sessuale il flusso di solito aumenta, quasi a rappresentare un’energia accumulata in sovrappiù. Date queste premesse, possono soffrire più frequentemente di questo disturbo le donne che hanno una vita sessuale inibita e insoddisfacente, che vivono la femminilità come un ostacolo alla loro realizzazione, ma anche le donne che tendono a razionalizzare anche gli stati emotivi più istintivi.

Ipermenorrea. Si tratta di flussi particolarmente lunghi e abbondanti tanto da indurre anemia e da assumere l’aspetto di un’emorragia. In questi casi il flusso ininterrotto segnala una femminilità trascurata e il suo impulso a imporsi ed essere considerata di più. La capacità creativa, pulsionale, sanguigna chiede di essere presa in considerazione. La perdita abbondante di sangue, da un punto di vista simbolico, può rappresentare anche il “pianto” di un utero che non riesce a esprimere la sua funzione creativa. Sono più soggette a ipermenorrea le donne identificate in un ruolo femminile poco valorizzato, che si impongono sacrifici e rinunce negando l’espressione delle emozioni, prime fra tutte la tristezza e il rimpianto.

Melatonina e le piante

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione della dott.ssa Luisa Pistelli, dell’Università di Pisa, si occuperà oggi di “Melatonina e le piante”.  

La melatonina (MEL, N-acetil-5-metossi-triptamina), derivato di un aminoacido essenziale, il triptofano, è stata isolata per la prima volta nel 1958 dalla ghiandola pineale bovina e identificata da Lerner e collaboratori (Yale University, Connecticut). La melatonina è un ormone animale coinvolto nella regolazione dei processi fisiologici, incluso il ciclo sonno-veglia, ma possiede anche proprietà immunomodulanti e citoprotettive. La sua attività antiossidante diretta, non mediata da recettori, la distingue dagli ormoni classici. La MEL viene sintetizzata di notte, mentre la sua concetrazione nel sangue diminuisce con la luce. L’assunzione di MEL esogena può mimare l’oscurità e perciò influenzare il ritmo circadiano e la risposta al fotoperiodo in molti animali. Negli uomini, i livelli di MEL dipendono dall’età: è più alta nella popolazione giovane e poi diminuisce gradualmente con l’aumento dell’età. La MEL è utile per il sistema immunitario aumentando la resistenza alle infezioni e alle malattie. Come antiossidante, la MEL elimina le specie ossigenate reattive (ROS) in modo più efficace rispetto alle vitamine A, C ed E e al glutatione, a causa della sua capacità di solubilizzarsi sia nei grassi sia nei liquidi acquosi e quindi di entrare in tutte le parti della cellula. Di solito la MEL è utilizzata per trattare l’insonnia e per minimizzare gli effetti del “Jet lag”. La MEL utilizzata negli integratori può essere sia di derivazione animale sia prodotta artificialmente. Nella Comunità Europea la MEL non è considerata un farmaco, tuttavia attualmente in Italia è venduta sotto forma di integratore alimentare notificato al Ministero della Salute. Nel 1991 la rivista Science pubblicò un articolo sulla presenza e il ruolo della MEL nell’organismo fotosintetizzante Gonyaulax polyedra, furono, quindi, avviati studi per la ricerca di questa sostanza negli organismi autotrofi e in molte piante superiori. Attualmente la MEL è stata isolata da alghe e da più di 20 famigie di mono- e dicotiledoni, ma non è stata ancora ritrovata in muschi, felci, gimnosperme ecc. Nel 1995 essa è stata identificata in diverse piante alimentari ed è stato riportato il fatto che sia assorbita dal tratto gastrointestinale e incorporata nel circolo sanguigno. Nonostante la MEL sia stata ritrovata in molte piante e in vari organi di queste (radici, foglie, fiori, frutti e semi), il suo ruolo è ancora poco noto. L’ipotesi della sua funzione nelle piante sembra correlata a quella dei fitoregolatori, dato che promuove la crescita in modo simile all’acido indolil acetico (IAA), ma agisce anche da mediatore dell’oscurità e coordina le risposte ai cambiamenti ambientali di luce e fotoperiodo. Inoltre è un ottimo antiossidante e protegge le cellule vegetali dagli stress ambientali, come le radiazioni UV. La concentrazione di MEL nelle piante di solito varia da picogrammi a nanogrammi per grammo di tessuto vegetale e la sua concentrazione varia non solo tra specie diverse, ma anche tra le varietà di una stessa pianta. È estratta con etanolo, acetato di etile, acetone o acido perclorico e può essere determinata tramite tecniche HPLC abbinate a rivelatori a fotodiodi (PDA) e di massa (MS) o anche con test radioimmunologici o ELISA o immunoprecipitazione. La grande varietà di tecniche di valutazione portano però a una notevole diversità nei dati riportati. MEL è stata ritrovata nella maggior parte delle oltre 100 piante medicinali comunemente utilizzate nella medicina tradizionale cinese. In 64 erbe la sua concentrazione risulta superiore a 10 nanog/g di peso secco, in 34 di esse supera 100 ng/g e solo in 10 di queste raggiunge 1000 ng/g. È interessante notare come le più alte concentrazioni di MEL siano state ritrovate in erbe utilizzate per ritardare l’invecchiamento e nel trattamento di malattie associate alla formazione di radicali liberi (come nei disturbi neurologici). La MEL è anche presente in molti alimenti di largo consumo: avena, granturco dolce e riso; tuttavia per raggiungere la stessa quantità di MEL contenuta nelle pillole degli integratori alimentari, sarebbe necessario mangiare 20 scodelle di avena. Anche lo zenzero (ginger), i pomodori, le banane, i lupini (Lupinus albus L.) e l’orzo (Hordeum vulgare L.) contengono quantitativi apprezzabili di MEL. Studi recenti hanno dimostrato che anche l’olio extravergine di oliva è una buona risorsa di questo ormone. Perciò la MEL produce effetti benefici sul nostro organismo e la sua presenza nell’olio di oliva potrebbe costituire un valore aggiunto a questo importante componente della dieta Mediterranea. Tuttavia la fonte alimentare migliore di MEL al momento sembrano essere le ciliege. Da uno studio condotto dal dottor Russel Reiter nel 2001, la ciliegia Montmorency (una varietà americana) sembra contenere i più alti livelli di MEL (13,46 ng/g) rispetto ad altre varietà considerate. Questo quantitativo è il più elevato di quello riscontrato nel nostro sangue. Mangiare ciliege quindi potrebbe apportare alte concentrazioni di MEL naturale al corpo umano e perciò aumentare la capacità antiossidante del nostro organismo.

  1. Lerner AB, Case JD, Takahashi Y. J Am Soc. 1958;80:2587.
  2. González-Gómez D, Lozano M, Fernández-León MF, Ayuso MC, Bernalte MJ, Rodríguez AB. Eur Food Res Technol. 2009;229:223-229.
  3. Chen G, Huo Y, Tan DX, Liang Z, Zhang W, Zhang Y. Life Sci. 2003;73:19-26.
  4. De la Puerta C, Carrascosa-Salmoral MP, Garcia-Luna PP, Lardone PJ, Herrera JL, Fernandez-Montesinos R et al. Food Chem. 2007;104:609-612.
  5. Posmyk MM, Janas KM. Acta Physiol Plant. 2009;31:1-11.

Uno studio italiano scopre le staminali che riparano il fegato

 

Scoperto un esercito di cellule staminali che dal midollo osseo si mette in marcia nel sangue per andare riparare il fegato, quando l’organo è compromesso seriamente da malattie e/o quando una parte di tessuto epatico viene asportata chirurgicamente per rimuovere tumori o altre lesioni. Queste cellule staminali aiutano l’organo a rigenerarsi quando da solo non ce la fa piu’ a sostenere, usando le proprie cellule staminali interne, il processo autorigenerativo. 

La scoperta di queste staminali che si mettono in viaggio per andare a porre rimedio in caso di disturbi si deve a un recente studio dell’equipe del professor Antonio Gasbarrini, docente di Medicina Interna all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Dirigente Medico presso l’Unità Operativa di Medicina Interna e Gastroenterologia del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma, pubblicato sulla rivista “Digestive and Liver Disease“, ed effettuato in collaborazione con i docenti Gennaro Nuzzo e Felice Giuliante dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale ed Epato-Biliare del Gemelli. 

In pratica il fegato riceve una riserva di cellule staminali dal midollo osseo che lo aiutano a ripararsi quando non puo’ piu’ attingere alle proprie staminali. Per arrivare a questa scoperta sono stati arruolati 29 pazienti che avevano subito una rimozione di parte del fegato per diversi motivi. I ricercatori hanno eseguito su tutti i pazienti ripetuti prelievi di sangue, il giorno prima dell’intervento e poi dopo uno, tre, cinque, sette e 14 giorni dall’intervento. 

Cerchi l’autostima? Basta sacrifici

Vite invisibili: potrebbe intitolarsi così un libro che racconta le storie di chi si adopera e dà tutto di sé, ma non raccoglie mai il riconoscimento da parte di chi gli sta accanto. Può accadere in tutti gli ambiti che contano (affettivo, professionale, sociale, amicale): spesso chi subisce questo atteggiamento si è circondato – nel tempo e senza volerlo – di persone che letteralmente “non vedono” oppure dimenticano subito gli sforzi e i risultati che egli ha prodotto e di cui spesso beneficiano a piene mani.

I mancati riconoscimenti minano l’autostima | Gli esempi sono infiniti: un partner che dà peso solo a ciò che l’altro non fa, anche quando fa tantissimo; un superiore che dà per scontata la grande qualità del lavoro che viene eseguito in condizioni organizzative pessime; un genitore che ritiene “dovuto” tutto quanto un figlio fa per lui, e così via. Sono situazioni che, se protratte nel tempo, possono causare frustrazioni profonde e minare l’autostima. Se infatti è necessario uscire dal bisogno narcisistico dell’applauso a tutti i costi, e se è di certo importante sentire il valore delle proprie azioni senza ricorrere per forza alle conferme dall’esterno, va però ricordato che nell’essere riconosciuti c’è non solo una naturale piacevolezza, ma anche la conferma di essere in una relazione vera: cosa che costituisce un bisogno fondamentale per ognuno di noi, anche oltre l’autostima stessa.

Quando siamo noi a “sabotare” l’autostima | Il fatto che l’altro ci dica un semplice ma sentito “grazie”, o tenga presente i nostri sforzi non facendo richieste eccessive, o ci guardi con gratitudine e – perché no? – con ammirazione, ci fa sentire agganciati alla vita e nutre non tanto il narcisismo, ma la voglia di fare, di esserci, di appassionarci. Quindi, la nostra autostima. Al contrario non essere “visti” toglie energia e motivazioni. Spesso però ciò non dipende solo dall’egoismo di chi c’è intorno, ma nasce da un modo di porsi che per primo “svende” se stesso a prezzi così modici da non essere neanche considerato.  

Perché accade | Il sacrificio mette gli altri in imbarazzo

– Se per primi non si dà  valore alle proprie azioni, l’altro si abitua in fretta e tutto gli appare dovuto.

– Un atteggiamento di continuo sacrificio mette l’altro in difficoltà, facendolo sentire inadeguato o in debito, e inducendolo a ridimensionare quanto fatto per lui.

– Dare tutto senza chiedersi se l’altro è in grado di apprezzarlo e se c’è veramente bisogno di questa quantità di “dono”, espone a delusioni.

– Si sopporta troppo a lungo lo svilimento che l’altro mette in atto.

Come uscirne | Via l’umiltà! Fai spazio alla tua vita e riconquisti l’autostima

Pensa di più a te stesso | Se i tuoi sforzi sono tutti orientati verso azioni che servono agli altri, forse non vuoi occuparti di te. Ritrova spazio per la tua vita o cercherai eccessivo risarcimento nel riconoscimento – che non arriva – degli altri.

Valorizza  le tue azioni | Non cadere in un falso e controproducente modello di umiltà. Tu per primo dai più peso a ciò che fai per gli altri, e se ti accorgi che essi banalizzano, sospendi l’azione e chiarisci con fermezza.

Evita le manie di onnipotenza | Non sentirti indispensabile: in tua assenza le cose andrebbero avanti comunque, anche se in modo diverso. Invece dai valore al modo in cui fai le cose, non a quante ne fai. L’unicità è più visibile della quantità.

Individua il necessario | C’è qualcosa di troppo in ciò che dai e in come lo dai. Comprendi che cosa serve davvero di volta in volta: il “vero necessario” sarà più valorizzato del “tutto, subito e sempre”, e sarà anche più efficace.

Il tuo bimbo ha le coliche? Il rimedio è il fermento lattico vivo L. Reuteri

Le coliche intestinali: come si presentano | Le coliche rappresentano uno dei più comuni disturbi nei primi tre mesi di vita del neonato. Con il termine “coliche” ci si riferisce a crisi di pianto intense e prolungate, apparentemente inspiegabili, che possono presentarsi nei neonati nei primi 3-4 mesi di vita, generalmente nelle ore serali o comunque fra il tardo pomeriggio e le prime ore della notte. In presenza di questi segnali è bene anzitutto consultare il pediatra per escludere problemi di altro tipo quali fame, reflusso gastroesofageo, mal d’orecchi, allergie ecc. Esclusi questi fattori, è molto probabile che il medico vi dica che si tratta di coliche che, sebbene mettano a dura prova i genitori causando loro stress e stanchezza, sono destinate a scomparire entro il quarto mese di vita del piccolo. Impariamo a conoscerle meglio e scopriamo insieme le soluzioni naturali per porre rimedio a questo problema… 

Le cause più comuni delle coliche

L’intestino del bambino | Una possibile causa può essere legata al fatto che l’intestino del neonato deve ancora “imparare” a funzionare correttamente e la sua flora batterica non è ancora pienamente formata. Inoltre, possono essere responsabili alcune allergie o intolleranze alimentari, soprattutto quelle alle proteine del latte o al lattosio che possono causare disturbi all’apparato digerente. 

La dieta della mamma | È importante chiedere al pediatra le indicazioni per la dieta che la mamma deve adottare per evitare che il suo bambino abbia le coliche; infatti con l’allattamento al seno alcune componenti degli alimenti assunti dalla mamma possono passare al bambino. Bisognerebbe quindi eliminare, o almeno ridurre, quegli alimenti che possono causare fermentazioni, come cavoli, asparagi, carciofi, lieviti (in pane, pizza ecc.). 

L’ansia e lo stress dei genitori | Oltre alle cause organiche, esistono poi fattori legati all’interazione madre-bambino e all’ambiente familiare: le coliche possono infatti essere più frequenti se i genitori sono inesperti o ansiosi. 

In pratica: cosa fare quando il bambino piange

– Per prima cosa verificare che il pianto non sia provocato da pannolino sporco, troppo caldo o freddo.

– Prendere poi in braccio il piccolo e provare a cullarlo tenendolo a pancia in giù.

– Si può provare a praticare un massaggio in senso orario, oppure mettere un cuscinetto d’erbe (in erboristeria) riscaldato in forno, sul pancino. 

Le ultime ricerche hanno evidenziato che il fermento lattico vivo L. reuteri migliora il comfort gastrointestinale e riduce il rischio di coliche gassose. Il pediatra potrebbe consigliare la somministrazione di questo fermento lattico al piccolo. Il fermento lattico L. reuteri fino ad ora era disponibile solo sotto forma di integratori, da oggi si possono trovare anche dei latti formulati che contengono già questo fermento lattico vivo

Lactobacillus reuteri. La soluzione efficace per il benessere del tuo bambino | Uno studio condotto all’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino dall’equipe del dott. Francesco Savino e pubblicato sulla rivista Pediatrics, ha dimostrato l’efficacia di un particolare tipo di fermento lattico vivo, il Lactobacillus reuteri, nel ridurre le coliche infantili. 

La ricerca scientifica | È stato osservato che i lattanti con coliche presentano una microflora intestinale diversa, caratterizzata da minore presenza di bifidobatteri e lattobacilli, con variazioni tra gli stessi lattobacilli intestinali. Il Lactobacillus lactis e il Lactobacillus brevis, produttori di alcol etilico e anidride carbonica, sono stati riscontrati solo nei lattanti con coliche gassose, mentre il Lactobacillus acidophilus è stato evidenziato solo nei lattanti che non presentano questo disturbo: questa diversità di ceppi potrebbe essere coinvolta nell’aumento del meteorismo tipico di tale patologia. Si è quindi ipotizzato che la somministrazione di fermenti lattici probiotici possa alleviare i sintomi delle coliche e quindi favorire il benessere digestivo del lattante.

“Le ricerche condotte – afferma Francesco Savino – si sono concentrate sul Lactobacillus reuteri, una delle poche specie di Lactobacillus endogene del tratto gastrointestinale, talvolta riscontrato anche nel latte materno”.

Nel corso della sperimentazione seguita a tali premesse, si è potuto constatare come la supplementazione con il Lactobacillus reuteri sia particolarmente efficace, migliorando significativamente la sintomatologia già a partire dal settimo giorno di terapia, con una riduzione della durata media di pianto di circa il 75% (da 370 a 95 min/die). Dopo tre settimane di trattamento, il tempo medio delle crisi di pianto nel gruppo di lattanti trattati con Lactobacillus reuteri era ridotto del 90%. Al contempo è stata confermata anche la piena sicurezza e tollerabilità dei fermenti lattici da parte dei neonati. 

Perché il Lactobacillus reuteri è efficace | Il fermento lattico L. reuteri può essere utilizzato in generale per garantire il benessere digestivo del bambino, perché grazie alla presenza dei lattobacilli favorisce una microflora più fisiologica ed inibisce la crescita di microrganismi patogeni tramite la produzione di sostanze con effetto antimicrobico.

Il triclosan contenuto nei dentifrici favorisce l’antibiotico-resistenza

Il Comitato per la sicurezza scientifica dell’Unione Europea sostiene in questo periodo una battaglia contro il Triclosan presente nei dentifrici e in altri prodotti per l’igiene personale perché ha scoperto che la sua capacità battericida può favorire l’antibiotico-resistenza. Il Triclosan è stato sviluppato negli anni ’50 come detergente chirurgico per le sue caratteristiche antibatteriche e antimicotiche. Solo successivamente fu inserito nei dentifrici perché in grado di prevenire, più del fluoro, la placca e i disturbi gengivali. Attualmente, riporta il DailyMail, il triclosan è così comune in diversi prodotti per la pulizia personale che secondo il Centres for Disease Control and Prevention statunitense è presente nelle urine del 75% degli statunitensi. Studi di laboratorio hanno dimostrato che la sostanza può innescare mutazioni genetiche nei batteri, consentendo loro di rinforzare le proprie difese contro i medicinali: quando questo accade, il batterio rilascia proteine che trasportano questa protezione ad altri batteri. Una “resistenza incrociata” che ha il potenziale di minare l’efficacia di antibiotici e di altri farmaci. Alcuni studi hanno rilevato che alcune mutazioni batteriche di E. coli, salmonella, listeria e del superbatterio MRSA (tipico delle infezioni ospedaliere) hanno già fatto registrare un certo grado di resistenza al triclosan.



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