Archivio per dicembre 2010

Stress da lavoro, una vera malattia

Lo stress da lavoro è una vera e propria malattia professionale che riguarda ogni lavoratore, ma soprattutto, da ora, riguarderà ogni datore di lavoro, che avrà la responsabilità di monitorare le varie situazioni per tutelare la salute dei propri dipendenti.

A prevederlo una circolare firmata dal ministero del Lavoro in attuazione del “Testo unico sulla salute e la sicurezza nel lavoro“. Il procuratore Raffaele Guariniello ha spiegato che, se un lavoratore si ammala a causa dello stress, si può incorrere nell’accusa di lesioni colpose o maltrattamenti.
Dal 1 Gennaio 2011 tutti i datori di lavoro pubblici o privati dovranno ottemperare alle disposizioni di legge emanate nel 2008, che in realtà dovevano entrare in vigore dall’agosto scorso, ma una circolare ministeriale aveva dato proroga per il 31 dicembre 2010. L’obbligo per il datore di lavoro consisterà nell’avviare la procedura di valutazione del rischio stress scegliendo un campione da intervistare per valutare le situazioni di rischio.
Tra i fattori di rischio che andranno tenuti sotto controllo gli orari dei dipendenti, i percorsi di carriera, ed anche i conflitti tra colleghi. Nei casi in cui saranno individuati fattori di rischio andranno attuate iniziative per eliminare o ridurre le situazioni stressanti. Tra i punti salienti della circolare prima di tutto c’è la necessità di definire che cosa è lo “stress
lavoro-correlato”, poi la valutazione avviene in due fasi, la prima, obbligatoria, serve a rilevare “indicatori oggettivi e verificabili” di vario tipo.
Il datore di lavoro dovrà poi rendere conto di quanto rilevato nel “Documento di valutazione del rischio“. Se risultano fattori di stress, scatta la seconda fase, cioè l’adozione di “opportuni interventi correttivi” e se la situazione non migliora, bisognerà fare una “valutazione approfondita” utilizzando dei “questionari focus group e interviste semi-strutturate”.
Un numero crescente di ricerche ha messo in evidenza l’effetto negativo dello stress da lavoro sia sul numero di incidenti nel corso dell’attività lavorativa che sulla salute fisica e psichica del lavoratore, in particolare sul rischio di incorrere in malattie cardiovascolari. Uno studio finlandese ha riscontrato addirittura un rischio doppio di decessi per malattie cardiovascolari in lavoratori stressati che non presentavano nessun altro fattore di rischio per tali patologie. Ormai tutti concordano che alla base dello stress da lavoro vi sia un’interazione tra fattori organizzativi e fattori personali, vediamo però nello specifico quali possono essere le cause di tale stress secondo due modelli e secondo la Commissione Europea.

Secondo il modello dell’Aggravio di lavoro, Job strain model, lo stress lavorativo sarebbe causato soprattutto dalla combinazione di un eccessivo carico di lavoro e una scarsa possibilità di controllo sui compiti da svolgere. Quindi seppure in presenza di un carico di lavoro pesante, un lavoratore potrebbe non sentirsi stressato se percepisse di poter gestire nella maniera più opportuna tale carico. Il modello dello Squilibrio tra sforzo e ricompensa, Effort-rewards imbalance model, ipotizza che lo stress lavorativo si riscontri in presenza di un elevato impegno da parte del lavoratore associato ad una scarsa ricompensa. Laddove con il termine ricompensa si intende un guadagno economico, approvazione sociale, stabilità lavorativa e opportunità di carriera.

Secondo la Commissione Europea, Direzione generale occupazione e affari sociali, i fattori più comuni che possono determinare stress legato all’attività lavorativa sono:

-Quantità di lavoro da eseguire eccessiva oppure insufficiente
-Tempo insufficiente per portare a termine il lavoro in maniera soddisfacente sia per gli altri che per se stessi
-Mancanza di una chiara descrizione del lavoro da svolgere o di una linea gerarchica
-Ricompensa insufficiente, non proporzionale alla prestazione
-Impossibilità di esprimere lamentele
-Responsabilità gravose non accompagnate da autorità o potere decisionale adeguati
-Mancanza di collaborazione e sostegno da parte di superiori, colleghi o subordinati
-Impossibilità di esprimere effettivamente talenti o capacità personali
-Mancanza di controllo o di giusto orgoglio per il prodotto finito del proprio lavoro
-Precarietà del posto di lavoro, incertezza della posizione occupata
-Condizioni di lavoro spiacevoli o lavoro pericoloso
-Possibilità che un piccolo errore o disattenzione possano avere conseguenze gravi.

Se nel nostro ambiente di lavoro si verifica anche solo una delle condizioni summenzionate è probabile che siamo dei lavoratori sotto stress, con tutti i rischi che ciò comporta per la nostra salute. Ovviamente per limitare le cause dello stress bisognerebbe agire a livello sia personale che organizzativo. Ma se ci sentiamo stressati e non sono in vista dei cambiamenti organizzativi nel posto in cui lavoriamo possiamo comunque fare qualcosa per stare meglio.

Ecco alcuni suggerimenti:

1.Acquisiamo consapevolezza di cosa ci sta realmente stressando. Cerchiamo di identificare le fonti di stress, anche elencandole materialmente su un foglio. Quale aspetto della nostra vita lavorativa ci crea maggior sofferenza o tensione? Ci preoccupa di più? È su questo o questi aspetti che è urgente intervenire.

2.Informiamoci sui nostri diritti. Conoscere quali sono i nostri diritti come lavoratori ci fa sentire più “forti”. La conoscenza ci fornisce degli strumenti indispensabili per modificare le cose che non vanno intorno a noi. Se abbiamo dei dubbi, non esitiamo a rivolgerci alle fonti e alle persone giuste per chiarirci le idee (rivolgiamoci ai sindacati, consultiamo testi o siti internet sulla materia, rivolgiamoci ad esperti del settore).

3.Modifichiamo la valutazione cognitiva dell’ambiente. Prima di tutto riconosciamo la differenza tra le cose che possiamo controllare e quelle che non possiamo controllare. Chiediamoci come stiamo vivendo la situazione, se esistono modi alternativi si affrontarla. Se riteniamo la nostra realtà lavorativa immodificabile, cerchiamo di dare minore importanza agli eventi che ci accadono quotidianamente. Se il nostro capo ci bistratta perché ha un brutto carattere, non prendiamola come qualcosa di personale e soprattutto evitiamo di cadere nel circolo vizioso delle ripicche e dei dispetti (magari sotto forma di “dimenticanze” o di ritardi nella consegna del lavoro). Cerchiamo di mantenere comunque un atteggiamento professionale e distaccato.

4. Pianifichiamo le attività e utilizziamo il time management. Spesso ciò che ci stressa è semplicemente la “quantità” di lavoro. Impariamo a delegare tutto ciò che è delegabile e a distinguere tra cose importanti e cose urgenti. Faremo quindi prima le cose importanti e urgenti, poi quelle urgenti e non importanti, quelle importanti e non urgenti, e infine quelle né importanti, né urgenti.

5.Prendiamoci delle pause. Facciamo dei break nel corso della giornata, anche semplicemente per fare dei respiri profondi e sentire che la nostra mente si rilassa. Poi saremo in grado di tornare al lavoro con rinnovata energia e lucidità.

6.Prendiamoci cura del nostro corpo. Dedicarci ad una attività fisica regolare, curare la nostra alimentazione e prevedere degli adeguati periodi di riposi è la migliore cura anti-stress, sia esso lavorativo o di altro genere. In particolare, l’esercizio fisico costante libera endorfine endogene, una sorta di “droga naturale” che aiuta a sentirci meglio, e ci aiuta a prevenire sia i danni cardiovascolari che quelli muscolo-scheletrici dovuti allo stress lavorativo.

7.Pensiamo positivo. Prendiamo nota del lavoro fatto bene e ricompensiamoci in qualche modo. Poniamoci degli obiettivi a breve termine e sentiamoci soddisfatti quando li abbiamo raggiunti. Cerchiamo di non considerare le critiche come un attacco personale, pensiamo ad esse come ad un’opportunità per crescere nel nostro lavoro.

8.Rivediamo la scala di valori. Diamo il giusto peso a ciò che esiste al di fuori del lavoro: la famiglia, gli amici, altri interessi. Tutti ambiti in cui la situazione può essere migliore e le soddisfazioni compensare lo stress da lavoro.

9.Impariamo a coltivare lo humor, a ridere di noi.

10.Impegniamoci in attività esterne di gruppo. Gruppi di sport, di volontariato, associazioni culturali, possono fornirci quelle gratificazioni che ci mancano in ambito lavorativo.

11.Ricorriamo all’aiuto di un professionista esterno. Il counselling e la psicoterapia sono gli strumenti più utili per la risoluzione delle tensioni interne che danno origine allo stress.

Comunque sia AUGURI di BUON ANNO !!

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SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA: ATTUALITÀ

La sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa a eziologia ignota, caratterizzata dalla paralisi progressiva e dalla perdita di tessuto muscolare, che si presenta in bassa percentuale come forma familiare (5-10%) e nei restanti casi in forma sporadica, con una prevalenza di 4-8/100.000 persone (1). La tipica età media di esordio è intorno a 56 anni e il sesso maschile è generalmente più colpito di quello femminile, con un rapporto di 1,3:1. La forma familiare è causata da mutazioni del gene della superossido dismutasi 1 (SOD1) che non si riscontrano nella forma sporadica, indicandone una diversa genesi (2).
La patologia interessa sia i motoneuroni superiori che quelli inferiori, e i sintomi di esordio dipendono essenzialmente dal distretto muscolare colpito: debolezza asimmetrica a carico delle estremità degli arti (che condiziona zoppia o compromissione della prensione della mano), con tipica presenza di crampi o fascicolazioni, o sintomatologia bulbare (disartria, disfagia). In questi ultimi anni si sono accumulate diverse evidenze che indicano come tra i calciatori vi sia un’elevata incidenza di tale patologia
(3,4): per spiegare questo fenomeno sono state proposte numerose ipotesi, tra cui i ripetuti traumatismi a cui è soggetto il capo durante i colpi di testa (la Federazione olandese di calcio ha prudenzialmente vietato per tale motivo i colpi di testa nei praticanti al di sotto di 12 anni), il contatto continuativo con i pesticidi utilizzati nei campi da calcio, l’uso di sostanze dopanti che in soggetti predisposti possono attivare i meccanismi di morte neuronale e, molto recentemente, un’alterazione del processo infiammatorio (riduzione di alcune citochine e del tumor necrosis factor-
a) indotto dallo strenuo esercizio fisico (5). Nessuna di queste ipotesi è stata al momento confermata definitivamente. Per quanto riguarda i meccanismi patogenetici della SLA sporadica, in questi ultimi anni sono state suggerite varie ipotesi, tra cui l’eccitotossicità (in particolare da glutammato, che comporta un aumento dei livelli di glutammato > 40% nei neuroni), meccanismi autoimmuni, infezioni e stress ossidativo. Anche in questo caso si attendono ancora conferme definitive, mentre è dimostrato che, qualunque sia la patogenesi, il meccanismo iniziale della morte neuronale sembra essere correlato a un eccesso del flusso di calcio attraverso i recettori AMPA (α-amino-3-hydroxy-5-methyl-4-isoxazolepropionato). È stato dimostrato che una subunità di questo recettore, denominata GluR2, è alterata a causa della variazione del processo molecolare detto di RNA editing. Studi compiuti da Hideyama et al. su tessuti umani di pazienti affetti da SLA hanno dimostrato un’alterazione dell’mRNA editing e pertanto si ritiene che tale processo abbia un ruolo chiave nell’avviare il meccanismo patogenetico (6). Nei motoneuroni dei pazienti con SLA, la frazione dei recettori AMPA permeabile al calcio potrebbe essere aumentata, inducendo la morte neuronale da sovraccarico di calcio.
La diagnosi di SLA è basata essenzialmente su caratteristiche cliniche, test elettrodiagnostici e sull’esclusione delle altre patologie con sintomi correlati
(7). La verifica delle caratteristiche cliniche è tipicamente raccolta nei criteri di El Escorial (8). L’elettromiografia deve dimostrare l’evidenza di un coinvolgimento di almeno tre gruppi muscolari. La diagnostica può essere completata da indagini ematochimiche (istochimica, raccolta delle urine nelle 24 ore per la ricerca di metalli pesanti, dosaggio di vitamina B12 e folati, valutazione della funzione tiroidea ecc.) e dalle valutazioni neurologiche e neuropsichiche. La diagnosi differenziale della SLA è con altre patologie neuromuscolari: l’atrofia bulbare (malattia di Kennedy) e la paraplegia spastica ereditaria hanno una base genetica, mentre tra la malattie acquisite occorre ricordare la sclerosi multipla, la miastenia gravis e alcune sindromi paraneoplastiche.

La diagnosi genetica molecolare, disponibile in molti laboratori, potrà giocare in futuro un ruolo fondamentale nella diagnosi dei sottotipi genetici della patologia.
Il trattamento della SLA rimane a tutt’oggi palliativo: è preferibile che esso sia gestito da una equipe multidisciplinare che comprenda neurologi, pneumologi, infermieri specializzati, foniatri, fisioterapisti, terapisti occupazionali e respiratori, nutrizionisti, psicologi e genetisti; è stato infatti dimostrato che tale approccio multidisciplinare migliora significativamente la prognosi 9). Altri fattori che influenzano la sopravvivenza sono l’età, la capacità vitale spirometrica, l’affaticabilità, la forza, la spasticità e la depressione (10).

Allo stato attuale, riluzolo, un antagonista glutamatergico, è l’unico farmaco approvato dalla Food and Drug Administration per il trattamento della SLA (per una review, si veda Cheah et al., 2010 (11)). La sua utilità clinica è tuttavia ancora in discussione a causa della modesta efficacia, della possibililtà di effetti collaterali e dell’alto costo.  

 autore Dott. Giampiero Merati

 

Bibliografia 

1. Traynor BJ, Codd MB, Corr B, et al. Incidence and prevalence of ALS in Ireland, 1995-1997: a population-based study. Neurology 1999; 52: 504-9
2. Andersen PM. The genetics of amyotrophic lateral sclerosis (ALS). Suppl Clin Neurophysiol 2004; 57: 211-27
3. Belli S, Vanacore N. Proportionate mortality of Italian soccer players: is amyotrophic lateral sclerosis an occupational disease? Eur J Epidemiol 2005; 20(3): 237-42
4. Chio A, Calvo A, Dossena M, et al. ALS in Italian professional soccer players: the risk is still present and could be soccer-specific. Amyotroph Lateral Scler 2009; 10(4): 205-9
5. De Paola M, Visconti L, Vianello E, et al. Circulating cytokines and growth factors in professional soccer players: correlation with in vitro-induced motor neuron death. Eur J Neurol 2010 May 11. [Epub ahead of print]
6. Hideyama T, Yamashita T, Nishimoto Y, et al. Novel etiological and therapeutic strategies for neurodiseases: RNA editing enzyme abnormality in sporadic amyotrophic lateral sclerosis. J Pharmacol Sci 2010; 113(1): 9-13
7. Donkervoort S, Siddique T. Amyotrophic Lateral Sclerosis Overview. In: Pagon RA, Bird TC, Dolan CR, Stephens K, editors. GeneReviews. Seattle (WA): University of Washington, Seattle; 1993-2001 Mar 23 [updated 2009 Jul 28]
8. Brooks BR, Miller RG, Swash M, Munsat TL. El Escorial revisited: revised criteria for the diagnosis of amyotrophic lateral sclerosis. Amyotroph Lateral Scler Other Motor Neuron Disord 2000; 1: 293-9
9. Andersen PM, Borasio GD, Dengler R, et al. EFNS task force on management of amyotrophic lateral sclerosis: guidelines for diagnosing and clinical care of patients and relatives. Eur J Neurol 2005; 12: 921-38
10. Paillisse C, Lacomblez L, Dib M, et al. Prognostic factors for survival in amyotrophic lateral sclerosis patients treated with riluzole. Amyotroph Lateral Scler Other Motor Neuron Disord 2005; 6(1): 37-44
11. Cheah BC, Vucic S, Krishnan AV, Kiernan MC. Riluzole, neuroprotection and amyotrophic lateral sclerosis. Curr Med Chem 2010; 17(18): 1942-199

Zona Franca: Alimentazione e Salute

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione di Franca Aleo (titolare di Herbora – Marsala) presenta la rubrica settimanale Zona Franca: “l’informazione diventa benessere”, dove fitoterapia ed oligoelementi vengono proposti come base di cure alternative e complementari. 

Questa settimana parliamo di “Alimentazione e Salute”.  

Una buona salute dipende da vari fattori: ereditari, ambientali, nutrizionali. Sui fattori ereditari ovviamente non si può influire; su quelli ambientali è possibile, almeno in parte, agire orientando le proprie scelte di vita, come il luogo dove si decide di vivere o il tipo di lavoro che si svolge. Sui fattori nutrizionali, invece, il nostro intervento può essere veramente determinante per la conquista e il mantenimento di una buona salute. 

Il nostro corpo è composto degli stessi elementi di cui sono composti gli alimenti, i quali forniscono la materia e il carburante di cui l’organismo ha bisogno per vivere. L’alimentazione ha quindi la funzione di fornire energia, procurare tutti gli elementi che l’organismo utilizza per le sue reazioni chimiche ed enzimatiche, sostituire le parti “usurate” e reintegrare ciò che viene consumato. Non è esagerato quindi affermare che negli alimenti risiede il destino del nostro benessere: se desideriamo che gli alimenti siano fonte di salute, essi devono quindi essere il più possibile equilibrati. L’alimentazione non dovrà tener conto solo del gusto e della “gola”, pur importanti, ma dovrà fornire tutti gli elementi che conservino l’omeostasi del nostro corpo. Se, infatti, privilegiamo alcune sostanze a discapito di altre, possiamo provocare vari squilibri rispetto al reale fabbisogno dell’organismo, squilibri che nel tempo potrebbero provocare carenze, disfunzioni metaboliche e di conseguenza malattie, anche gravi. 

Nei paesi industrializzati la fame è ormai solo un vago ricordo, mentre oggi si manifestano le cosiddette “malattie del benessere”, che hanno origine proprio nell’alimentazione scorretta, spesso troppo abbondante, povera di alcune sostanze, come vitamine, oligoelementi, minerali, e troppo ricca di altre, come zuccheri, sale e grassi saturi, anche a causa delle moderne tecniche di coltivazione, trasformazione, manipolazione e conservazione, che impoveriscono gli alimenti privandoli di sostanze importanti, e per contro li addizionano con aromatizzanti, addensanti, coloranti, emulsionanti, conservanti, sostanze estranee che nel tempo possono essere nocive per un effetto di accumulo. Non vogliamo certo demonizzare la moderna tecnologia, che fornisce grandi vantaggi per quanto riguarda la maggior produttività, la lavorazione e la conservazione degli alimenti, ma è necessario trovare il giusto compromesso per usufruire di una sana e completa alimentazione, senza alterare in modo irrimediabile l’ambiente in cui viviamo con un uso smodato di pesticidi, concimi chimici e additivi alimentari non indispensabili; tutte queste sostanze estranee entreranno, infatti, nella nostra catena alimentare e andranno a inquinare anche il nostro corpo, alterandone gli equilibri. 

L’alimentazione deve fornire tutti gli elementi di base, cioè carboidrati, proteine, grassi, vitamine, minerali, oligoelementi e acqua, nelle giuste proporzioni; quindi bisogna essere attenti non solo alla quantità dei cibi, ma anche e soprattutto alla qualità. Una buona nutrizione è essenziale per il normale sviluppo e per il funzionamento degli organi, per il mantenimento delle funzioni vitali, per la crescita, per la riproduzione, per la difesa dalle infezioni e dalle malattie, per la capacità riparativa di ferite e lesioni, e per avere una buona efficienza nell’espletamento delle normali attività lavorative o ludiche. Gli alimenti sono chimicamente complessi, formati da macromolecole che devono essere scomposte dal nostro corpo in unità più semplici, che possano attraversare le pareti intestinali per essere assimilate e poi trasportate attraverso la circolazione sanguigna e linfatica a tutte le cellule, che ricevono dagli alimenti così scomposti l’energia e i materiali necessari alla costruzione e al mantenimento della vita. Queste trasformazioni sono attuate tramite i processi di digestione, assimilazione, metabolismo, che descriveremo rapidamente per rendere più chiari i concetti che seguiranno. 

Digestione | La digestione ha lo scopo di scomporre il cibo ingerito, attraverso varie trasformazioni fisiche e chimiche, in micro-elementi nutrizionali, caratterizzati da molecole più piccole, che possano essere assimilate tramite i villi intestinali. Le azioni fisiche sono di natura meccanica: sono costituite dalla masticazione e dalla deglutizione, atti volontari, e proseguono con la peristalsi, un movimento involontario lento e fluttuante delle pareti dell’esofago, dello stomaco e dell’intestino, che serve a rimescolare e triturare ulteriormente il cibo masticato, e farlo progredire lungo il canale digerente. Le azioni chimiche sono svolte dai succhi digestivi, che contengono numerosi enzimi specifici che il cibo ingerito incontra lungo l’apparato digerente, ad iniziare dalla bocca, dove le ghiandole salivari secernono l’enzima ptialina, utile per una prima scomposizione dei carboidrati; attraverso l’esofago, il bolo alimentare passa nello stomaco, dove viene a contatto con acqua, acido cloridrico e vari enzimi proteolitici (proteolitico = che scompone le proteine nei suoi costituenti, gli aminoacidi). Il cibo elaborato nello stomaco, chiamato chimo (dal greco chymòs = succo), passando nel duodeno, la prima parte dell’intestino tenue, incontra la bile secreta dal fegato e immagazzinata nella cistifellea, la cui funzione è quella di emulsionare i grassi per renderli più aggredibili dagli enzimi pancreatici specifici. Nel duodeno sono riversati infatti anche i numerosi enzimi prodotti dal pancreas e dalle ghiandole intestinali (succo enterico, dal greco énteron = intestino) che scompongono ulteriormente i carboidrati, le proteine e i grassi emulsionati dalla bile, oltre a neutralizzare l’acidità dovuta all’acido cloridrico, che ha anche una funzione antisettica contro eventuali patogeni che dovessero essere introdotti con il cibo. 

Assimilazione | Dalla miscela delle secrezioni ghiandolari digestive con il chimo acido proveniente dallo stomaco, si ottiene un liquido lattescente lievemente basico, il chilo (dal greco chilòs = succo, sinonimo del precedente chimòs), che, progredendo lungo l’intestino tenue, permette alle sostanze elementari di essere gradualmente assimilate dalle pareti intestinali tramite i villi, caratteristiche estroflessioni digitiformi, lunghe circa un millimetro, che fungono da vere e proprie “pompe aspiranti”. Tenendo presente che su ogni centimetro quadrato di superficie intestinale ci sono circa 3000 villi, e che su ogni villo ci sono migliaia di microvilli, è facile comprendere come essi aumentino enormemente la superficie deputata all’assimilazione, che si calcola essere superiore ai 300 metri quadrati! All’interno dei villi sono presenti capillari sanguigni e piccoli vasi linfatici, che convogliano le sostanze nutritive al torrente circolatorio sanguigno e al sistema linfatico, i quali a loro volta li distribuiscono agli organi deputati alla loro elaborazione e alla distribuzione a tutte le cellule del corpo. Dall’intestino tenue, il residuo non digerito passa nell’intestino crasso, dove perde acqua e sali minerali, è arricchito di muco e sottoposto all’azione della flora batterica intestinale: questa è un complesso ecosistema, costituito da miliardi di batteri che popolano l’intestino e che, in condizioni ottimali, partecipa alla sintesi delle vitamine, regola la formazione di gas intestinali favorendo le fermentazioni e riducendo le putrefazioni che producono tossine, facilita l’assorbimento degli oligoelementi, e costituisce una barriera di protezione contro le aggressioni dei batteri nocivi. Mantenere efficiente la flora batterica intestinale, anche con uso di integratori di fermenti lattici probiotici arricchiti di fibre prebiotiche, è perciò una norma da tenere sempre presente, se si desidera evitare disturbi come stipsi, diverticolite, colon irritabile, gonfiore, infezioni uro-genitali, o altre disfunzioni e malattie, anche gravi. Il residuo di tutti questi processi infine può essere espulso tramite l’evacuazione. 

Metabolismo | Il metabolismo è il processo di conversione delle sostanze nutritive elementari, provenienti dal processo di assimilazione, in materiale da “costruzione” per i tessuti viventi dell’organismo, e in energia per soddisfare le necessità del corpo. 

Da quanto sommariamente esposto, si deduce un concetto importantissimo: il nostro corpo è costruito per mezzo degli elementi che noi stessi gli forniamo attraverso gli alimenti, per cui diventa palese il detto “noi siamo quello che mangiamo”, a cui aggiungerei anche “quanto ne mangiamo”. Adesso è chiarissimo che, se ci alimentiamo con prodotti sani, genuini, di buona qualità, in quantità moderata, costruiremo e manterremo nel tempo organi sani e ben funzionanti, per cui il cibo sarà una fonte di vitalità e salute. Se, viceversa, il cibo che ingeriamo è sbilanciato, pieno di sostanze nocive, o eccessivo come quantità, i nostri organi potranno andare incontro più facilmente a squilibri, che faciliteranno la comparsa di malattie.  

Come deve essere dunque un’alimentazione corretta ed equilibrata? Noi che viviamo in Italia abbiamo la fortuna di avere ereditato un tipo di alimentazione che ormai tutto il mondo riconosce come la più sana: parlo naturalmente della “dieta mediterranea”, che i popoli che abitano nell’area omonima avevano da secoli sviluppato, utilizzando ciò che la natura metteva loro a disposizione. Essa consiste innanzi tutto nell’uso dell’olio extravergine di Oliva, ricco di polifenoli, vitamine, acidi grassi monoinsaturi (acido oleico), che aiutano a mantenere bassi livelli di colesterolo cattivo (LDL), senza ridurre l’HDL, o colesterolo buono, come avviene con l’uso degli oli di semi tanto decantati qualche anno fa, quando cercavano di convincerci che fossero più “leggeri” dell’olio di Oliva, mentre le calorie che sviluppano sono identiche per entrambi. L’olio extravergine di Oliva costituisce perciò una prevenzione contro le malattie cardiovascolari, e quindi è un fattore di longevità importantissimo. E’ indispensabile che l’olio di Oliva sia di tipo extravergine, poiché gli altri tipi meno nobili, oltre ad essere meno gradevoli come gusto, hanno subito delle manipolazioni, anche chimiche, che ne alterano e riducono le qualità organolettiche e le proprietà salutari. La dieta mediterranea originaria faceva largo uso di legumi, cereali, verdura, frutta, e un consumo ridotto di carni, grassi animali e dolcificanti. Non era, però, un regime alimentare povero: la ricchezza e varietà di piatti tradizionali fa ancora oggi dell’alimentazione mediterranea, e italiana in particolare, una vera cultura gastronomica, con tutti i profumi e i sapori delle spezie e degli aromi tipici di una terra del sole, come Basilico, Prezzemolo, Rosmarino, Origano, Salvia, Menta, Aglio, Rucola, Zafferano, che la tradizione utilizza soprattutto per i loro aromi, ma che possiedono anche proprietà officinali salutari. I cereali erano consumati integrali: il pane era “nero” perché conteneva anche le fibre del chicco di frumento. Solo le famiglie benestanti potevano permettersi il cosiddetto “pane bianco”, ma non a caso proprio in quelle famiglie, a causa delle poche fibre ingerite, si manifestavano con maggiore frequenza disturbi intestinali come la stipsi, che è diventata la “malattia” dell’uomo moderno, e disordini metabolici, soprattutto la gotta, perché i ricchi mangiavano molta carne, che il popolo non poteva permettersi, se non raramente, e solo in occasione delle feste importanti. Le carni rosse, infatti, sono ricche di sostanze puriniche, il cui prodotto di scarto è l’acido urico, che cristallizzandosi si deposita specialmente nelle articolazioni, causando la gotta, una sintomatologia molto dolorosa, di tipo artritico. Le carni bianche, il pesce, le uova, i formaggi magri, le proteine di origine vegetale, pur contenendo una certa quota di purine, non si comportano allo stesso modo: non aumentano, infatti, il rischio di contrarre la gotta. In questi ultimi anni il nostro tipo di alimentazione si è purtroppo “americanizzato”, con un aumento del consumo di carni, grassi animali, snack e merendine carichi di zuccheri, sale, e grassi saturi, anche se magnificati come vegetali. Le margarine (grassi vegetali idrogenati), prodotti inesistenti in natura, pur essendo di origine vegetale, sono ottenute dalla trasformazione di oli, quindi liquidi, in una sorta di prodotto solido che ricorda il burro, mediante l’aggiunta di atomi di idrogeno che fa diventare saturi i grassi di cui è composta. Anche la tanto reclamizzata “margarina vegetale” contribuisce quindi ad innalzare il colesterolo cattivo (LDL), proprio come i grassi animali, che invece, consumati quantità limitata, non sono del tutto proibiti, se non in casi particolari, hanno più gusto, sono naturali e non creati in laboratorio. I grassi provenienti dal pesce invece sono benefici, poiché contengono gli acidi grassi essenziali della serie Omega 3, che rappresentano un fattore di protezione e di salute per l’apparato cardiovascolare, per cui si dovrebbe aumentare il suo consumo, portandolo ad almeno due volte la settimana, o anche più, se possibile. Ovviamente tutti i grassi devono essere consumati con moderazione, considerando che forniscono il doppio delle calorie dei carboidrati e delle proteine. Aggiungendo all’alimentazione corretta anche una discreta attività fisica, si favorirà ulteriormente il mantenimento della propria salute. Se, nonostante le nostre attenzioni nella scelta degli alimenti e un’attività fisica sufficiente, si dovesse avere qualche alterazione dei valori di colesterolo e/o trigliceridi, ci si può rivolgere agli integratori naturali di acidi grassi della serie Omega 3 e Omega 6, estratti dal Lino, dal pesce, o contenenti fitosteroli vegetali da Riso fermentato, con l’ausilio di piante officinali che depurano il fegato e contribuiscono all’eliminazione dei grassi dal fegato, come Rosmarino, Tarassaco, Carciofo, Cardo mariano. Se l’alimentazione è ricca di frutta e verdura, sicuramente si assumono quantità adeguate di minerali, vitamine e antiossidanti, che proteggeranno dall’azione nociva dei radicali liberi, gli ormai noti fattori di invecchiamento cellulare. Se, per vari motivi, l’alimentazione è invece carente sotto questo punto di vista, si può ricorrere a ottimi integratori vitaminico-minerali naturali a base di Rosa canina, germe di Grano, Carota, Alfa-alfa, Romice, e di sostanze antiossidanti come la Papaya, il Tè verde, il Tè rosso Rooibos, il succo di Melagrana, il Noni, la Cùrcuma, l’Aloe, i semi d’Uva, che aiutano a contrastare l’invecchiamento e l’azione deleteria dei radicali liberi. In caso di sovrappeso, è possibile aiutare l’organismo a perdere i chili in eccesso, coadiuvando l’alimentazione, che necessariamente dovrà prevedere una riduzione delle abituali calorie, con piante officinali o estratti di piante che riducono l’assorbimento calorico, come l’Opuntia (Nopal), l’Acacia, il Glucomannano, il Guar, la Gymnema, la faseolamina, o che stimolano il metabolismo promuovendo un maggior dispendio calorico da parte dell’organismo, come il Fucus (Alga bruna), l’alga Wakame, il Citrus aurantium (Arancio amaro), il Piper nigrum.

Fonte L’erboristeria.com della dott.ssa Multineddu

Consigli pratici per dimagrire senza rinunciare al piacere

Le piccole abitudini per dimagrire e restare in linea | Vino bianco come base del soffritto al posto dell’olio, ricotta anziché panna, piatti più piccoli e caraffe d’acqua al posto di alcolici e bevande gassate. Ma i consigli per chi non vuole ingrassare o ha bisogno di perdere peso sono infiniti. Scopriamone insieme alcuni dei più efficaci

I consigli pratici per dimagrire

* Masticare con calma il cibo, senza pensare ad altro, fa sentire più sazi. Il segnale di sazietà infatti giunge dallo stomaco al cervello dopo circa 20 minuti dall’inizio del pasto.

* Per vincere l’appetito improvviso e non rischiare di mettere in bocca qualsiasi cosa sia a portata di mano, tenere in frigorifero qualcosa di buono ma ipocalorico come: yogurt magro, qualche fettina di mela, misto di frutti di bosco, insalata di mare o gamberetti lessati, verdure grigliate o crude.

* I cibi integrali aiutano a ritrovare la linea. Non hanno proprietà dimagranti, ma essendo ricchi di fibra, saziano più in fretta e tengono sotto controllo la fame.

* Bere acqua durante la giornata (circa 1 litro e 1⁄2) facilita la diuresi. L’acqua inoltre se bevuta a tavola, contrariamente a quando si pensi, aiuta a saziarsi più in fretta e non rallenta affatto l’azione dei succhi gastrici durante la digestione.

* Gli “sgarri alimentari” non si recuperano con il digiuno. Saltando un pasto si arriva a quello successivo con un eccesso di fame: è meglio recuperare mangiando solo una minestra non ricca e pesce o tofu.

* Cucinare più porzioni in una volta sola e dividere poi il tutto in porzioni ridotte che verranno messe in singole vaschette nel freezer. In questo modo non ci sarà il rischio di eccessi dovuti al fatto di non voler avanzare una pietanza, che penalizzano la dieta.

* Un invito a cena? Fare prima uno spuntino. Mangiucchiare qualcosa prima di uscire permette di tamponare i morsi della fame e non rischiare a tavola di abbuffarsi di antipasti e crostini serviti prima della cena. Bastano uno yogurt magro e della verdura cruda.

* Cucinare gli alimenti possibilmente in pezzi grossi. Quanto più piccolo viene tagliato un alimento per essere cucinato con i grassi, tanto più aumenta la sua superficie di assorbimento e, di conseguenza, il numero di calorie.

* Il momento del pasto va vissuto come un rito. È importante concentrarsi sul cibo, per alzarsi soddisfatti e con la sensazione di aver mangiato a sufficienza.

* Per non farsi tentare dai cibi calorici quando si fa la spesa è consigliato non andare a stomaco vuoto. Inoltre un vecchio trucco è quello di fare il giro del supermercato al contrario, in modo che gli articoli più voluminosi, solitamente esposti verso l’uscita, siano messi subito nel carrello e diano un’idea di abbondanza. Bisogna poi abituarsi a guardare gli scaffali in basso e in alto in quanto in quelli centrali solitamente vengono esposti i cibi non adatti a chi è a dieta.

* Non saltare mai la prima colazione. Saltarla significa esporsi al classico calo di zuccheri (e del rendimento psicofisico) delle ore 11. Un bicchiere di latte, un cucchiaino di zucchero, due fette di pane integrale con miele e un frutto è la colazione ideale.

* Sapori e profumi giocano un ruolo importante nella sensazione di sazietà. Contrariamente a quello che si può pensare, con un piatto gustoso è più difficile eccedere, perché si è presto soddisfatti. Un cibo troppo semplice a volte induce a esagerare in quantità perché dà l’idea di essere meno calorico.

* Privilegiare cibi da mordere e sgranocchiare perché in genere sono quelli più gustosi e più appaganti, richiedono più tempo per essere consumati e quindi danno maggiore sazietà e inoltre aiutano a scaricare lo stress.

Herpes Zoster o Fuoco di Sant’antonio: sintomi, contagio e cura

Il Fuoco di Sant’Antonio è un virus, chiamato in gergo tecnico  Herpes Zoster.

Esso insorge frequentemente nelle persone anziane e/o in persone affette da malattie del sistema immunitario o sottoposte a cure farmacologiche che danneggiano le difese dell’organismo.

Tuttavia questo virus può colpire anche  persone del tutto sane, che a seguito di forti stress, o anche abrasioni e scottature solari, indeboliscono il loro sistema immunitario diventando così suscettibili al virus. Nei giovani, invece, si manifesta di rado.

Come si trasmette il virus dell’Herpes  Zoster?

Questo si trasmette via etere, per cui è sufficiente respirare l’aria contagiata del malato per contrarlo. Tuattavia è bene precisare che chi viene contagiato  non contrarrà il fuoco di Sant’Antonio, bensì la Varicella, se non la si è avuta in precedenza.

Sintomi  del Fuoco di Sant’Antonio

Il fuoco di sant’antonio si manifesta in primis con un formicolio, concentrato in una determinata zona dl corpo. Fa seguito la comparsa di bollicine, raggruppate tra loro a grappoli, che si distribuiscono i nervi, in cui il virus vive. Le zone maggiormente colpite sono solitamente il torace, le coste, la schiena edd il collo. Si forma così una mezza cintura, dalla quale prende il nome il virus:  Zoster (dal greco antico).

Le bollicine provocano dolore e bruciore (ecco perchè viene chiamato “fuoco di sant’antonio“) e possono causare l’insorgere della febbre. Attenzione perchè è quando le bolle si rompono, formando delle croste, che diventano altamente infettive.

Come curare il Fuoco di Sant’Antonio?

E’ bene farsi visitare dal proprio medico e farsi prescrivere la cura adatta. Normalmente per curare qesto virus è necessaria una protezione cutanea (garze sterili), lozioni e unguenti da applicare, antistaminici ed antivirali.

 

I farmaci antivirali usati, se assunti precocemente, possono accelerare la guarigione e aiutare a prevenire una temibile complicazione della malattia: la nevralgia post-erpetica. Gli antibiotici vengono prescritti a seconda dei casi.

Decorso dell’Herpes Zoster

Occorrono dalle 3 alle 5 settimane perchè il sistema immunitario riesca a debellare il virus. Se s’interviene tempestivamente la guarigione avviene prima. Normalmente il soggetto guarito dall’Herpes Zoster è completamente immunizzato, ossia protetto nei confronti di un possibile nuovo risveglio del virus, tuttavia ci sono casi in cui una persona abbia contratto più volte questo virus nella propria vita.

 

Tratto da Benessere.atuttonet.it

Dolore artrosico cervicale

Introduzione | L’osteoartrosi (OA) o artrosi è una malattia articolare cronica caratterizzata da lesioni degenerative e produttive a carico della cartilagine delle articolazioni diartrodiali, ovvero articolazioni fornite di cartilagine, membrana e liquido sinoviale. Poiché l’eziopatogenesi è complessa e multifattoriale, risulta ragionevole suddividere l’OA in una forma primaria o idiopatica ed una secondaria. L’OA rappresenta senza dubbio l’artropatia più frequente nella popolazione, è diffusa in tutti i Paesi con una maggiore prevalenza in quelli economicamente più evoluti e con una più alta media di vita. Secondo i dati ISTAT pubblicati nel 2007, l’OA risulta la malattia cronica nettamente più frequente nella popolazione; in Italia ne sarebbe affetta il 20% della popolazione, con una prevalenza maggiore nel sesso femminile (22%) rispetto al maschile (14%). Il dolore è il sintomo principale dell’artrosi; esso è definito di tipo meccanico, in quanto si aggrava con il movimento e migliora col riposo. 

Generalmente manca il dolore notturno, tranne i casi con infiammazione sinoviale (specie al ginocchio) o di contrattura muscolare che impedisce una reale posizione di riposo (specialmente all’anca). Il dolore è in genere sordo, raggiungendo l’acuzie solo in caso di particolari alterazioni posturali (contrattura dolorosa) o quando si instaurano reazioni flogistiche. La rigidità articolare mattutina è presente dopo inattività, ma è di breve durata (meno di 15-30 minuti) e migliora con il movimento. La limitazione funzionale è progressiva e talvolta può comparire solo negli stati più avanzati di malattia. Caratteristico segno dell’OA è il crepitio, che si avverte con la palpazione durante il movimento dell’articolazione, dovuto all’irregolarità delle superfici articolari, tra loro ravvicinate e poco lubrificate.

L’artrosi della colonna, o spondiloartrosi, è una malattia molto diffusa che interessa in particolare i segmenti del rachide dotati di maggiore motilità, come quelli cervicale e lombare. Segni radiologici di spondiloartrosi sono presenti dopo i 30 anni e nel 70-80% della popolazione dopo i 70 anni. L’artrosi cervicale (o cervicoartrosi) è un patologia degenerativa a carico delle vertebre del collo, spesso legata a discopatie di questo tratto, ovvero a degenerazione dei dischi intervertebrali. Le cause della cervicoartrosi possono essere le più svariate; i fattori di rischio più rilevanti sono l’età avanzata, i lavori sedentari, gli atteggiamenti posturali (ad es. legati all’utilizzo prolungato di videoterminali), la pratica di sport particolarmente traumatici (boxe, rugby), attività lavorative particolarmente pesanti (facchini, traslocatori, scaricatori), lesioni traumatiche da flesso-estensione del rachide cervicale (il cosiddetto “colpo di frusta”).

Sintomi | La sintomatologia dell’OA cervicale è caratterizzata dal dolore associato a rigidità del collo, per la contrattura della muscolatura paravertebrale, con limitazione funzionale (torcicollo classico). Il dolore, che è abitualmente riferito alla nuca e può irradiarsi verso il vertice o verso la regione del trapezio e interscapolare, è sordo, continuo e acutizzato dai movimenti di flessione. La compromissione alta del rachide cervicale fino a C3-C4 si accompagna soprattutto a cefalea, mentre la compromissione di C5-C7 a rachialgia. In alcuni casi può presentarsi una cefalea “a casco” con iperestesia del cuoio capelluto con le caratteristiche della “galea capitis”, o nevralgia di Arnold, per la compromissione del nervo occipitale. 

Cefalea occipitale, vertigini e instabilità, acufeni, scotomi e riduzione del visus caratterizzano la sindrome di Neri-Barrè-Lieu (o sindrome del simpatico cervicale posteriore), attribuita alla verosimile compressione dell’arteria vertebrale da parte degli osteofiti. Nei casi di deformazione o restringimento del forame trasversario può manifestarsi una insufficienza vertebrobasilare, caratterizzata da episodi di offuscamento del visus fino alla comparsa del “drop attack”, cioè di perdita del controllo degli arti inferiori senza alterazioni dello stato di coscienza, in seguito a movimenti di rotazione o iperestensione del capo.

Nei casi in cui osteofitosi e discopatia cervicale determinino un restringimento del canale midollare può manifestarsi il quadro clinico della mielopatia cervicale, in cui vi è una associazione di disturbi radicolari e midollari, con la comparsa di una sindrome piramidale con paraparesi spastica degli arti inferiori, ipereflessia e positività del segno di Babinsky. Spesso, quando si mobilizza il rachide cervicale, un rumore come di “sabbia” nel collo accompagna i suddetti sintomi.

Diagnosi | Formulare una corretta diagnosi risulta fondamentale per scegliere la terapia più opportuna da intraprendere. La diagnosi differenziale va posta nei confronti della periartrite di spalla, sindrome fibromialgica, sindrome del tunnel carpale, tumori cervicali compressivi, artrite psoriasica, artrite reattiva, sindrome di Forestier (o DISH). A scopo diagnostico, previo esame anamnestico clinico e neurologico, si ricorre solitamente a radiografie del tratto cervicale, alla TAC, alla RMN ed alla elettromiografia, a seconda del sospetto clinico. 

L’ausilio della TAC e della RMN hanno reso possibili lo studio dettagliato del midollo spinale, delle strutture ossee e dei diametri del canale vertebrale, dei dischi e delle strutture dei tessuti molli del rachide cervicale. In generale, sebbene entrambe le tecniche siano in grado di fornire preziose informazioni nell’iter clinico di un paziente portatore di una delle varie sindromi cervicali, la RMN è da preferire per lo studio della degenerazione discale, in quanto consente di evidenziare le caratteristiche modificazioni dell’intensità del segnale del disco intervertebrale ed il concomitante interessamento dei corpi vertebrali adiacenti. Essa consente inoltre di individuare precocemente le fessurazioni dell’anello fibroso e le migrazioni del nucleo, così come la stenosi del canale vertebrale. La RMN si è dimostrata anche più sensibile della TC nello studio delle alterazioni midollari e delle radici nervose.

Massimiliano De Simone | Divisione di Reumatologia, Complesso Integrato Columbus, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma

Auguri di Buon Natale ai nostri Lettori!


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