Archive for the 'ricerca' Category



Fibromialgia: le emozioni negative peggiorano i sintomi

Rabbia e tristezza acuiscono i sintomi dalla fibromialgia: una sindrome caratterizzata da dolore muscolare cronico diffuso, associato a rigidità dei tessuti. Le sensazioni e i sentimenti negativi accentuano il dolore e abbassano la soglia di tolleranza. Effetti simili sono riscontrabili anche nei soggetti sani. E’ quanto emerso da un’indagine condotta dai ricercatori dell’Università olandese di Utrcht, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista specializzata Arthritis Care and Reasearch.

Ai fini dello studio, i ricercatori hanno preso in esame oltre centoventi donne: 62 erano affette da fibromialgia, 59 in perfetta salute. Tutte le esaminate sono state sottoposte a un singolare test per la valutazione del grado di tolleranza al dolore. In particolare, è stato chiesto alle donne di pensare a esperienze neutrali vissute in passato o a situazioni in cui avessero provato rabbia o tristezza. Contemporaneamente i ricercatori hanno sottoposto le donne a una scossa elettrica, che diveniva man mano più dolorosa: le partecipanti dovevano segnalare quando iniziavano a sentire il dolore e quando il fastidio stava divenendo insopportabile.

Il risultato? “Quanto più le donne si facevano travolgere da rabbia o tristezza, tanto più riferivano di provare un dolore maggiore” ha spiegato dott.ssa van Middendorp, coordinatrice della ricerca, per poi concludere “I dati dimostrano che nelle pazienti con fibromialgia la sensibilità alle emozioni è analoga a quella delle donne sane; partendo però da una condizione di base in cui il dolore è maggiore, gli effetti delle emozioni negative sono naturalmente ancora più deleteri”. Visti i risultati della ricerca, i pazienti affetti da fibromialgia, più di chiunque altro, dovrebbero imparare a controllare le proprie emozioni.

Le banane per curare i problemi di fertilità

Se gli uomini soffrono di problemi di fertilità dovrebbero provare a mangiare banane regolarmente. Un medico urologo di Singapore ha scoperto che la fertilità può aumentare mangiando banane ogni 3 giorni. Le banane contengono magnesio, vitamina A, B1, C e proteine, aminoacido L-arginina e L-carnitina, tutte sostanze che possono migliorare e stimolare la produzione di spermatozoi. Ovviamente non è l’unico alimento con queste proprietà. Utili possono essere anche cereali, verdure a foglie verdi, piselli, carne senza grasso (filetto) per il suo contenuto in zinco, e le fonti di vitamina D del latte e salmone. Se poi a questa terapia si aggiunge quella di non bere alcolici, fumare, niente stress, niente docce con acqua calda e poche saune si aumenterà ancora di più la possibilità di diventare papà.

Nuovo cerotto hi-tech elimina l’acne in tre giorni

Addio imbarazzanti brufoletti dal viso. Presto gli adolescenti alle prese con l’acne potrebbero risolvere il problema utilizzando un cerotto hi-tech che produce una piccola scarica elettrica in grado di uccidere i batteri associati alla condizione. La nuova soluzione è stata messa a punto dalla società tecnologica israeliana Oplon ed è stata descritta dal quotidiano britannico ‘Daily Mail’. I risultati dei primi test sperimentali dimostrano che il cerotto è in grado di eliminare i segni dell’acne in 3 giorni, migliorando le condizioni generali della zona colpita. L’acne è una comune malattia della pelle che colpisce soprattutto gli adolescenti, ma in alcuni casi dura anche anche una volta diventati adulti: una donna su 20 e un uomo su 100 ne soffre anche dopo i 25 anni d’età. Anche se di solito si sviluppa sul viso, può apparire sulla schiena e sul petto. Si pensa che l’acne sia causata dall’attività degli ormoni che stimolano le ghiandole sebacee a produrre troppo sebo, una sostanza grassa che normalmente protegge la pelle dagli attacchi dei fattori ambientali. Le ghiandole sebacee, che si trovano vicino alla superficie della pelle, sono attaccate ai follicoli piliferi. Quando però viene prodotto troppo sebo questi follicoli vengono ‘tappati’ da pelle morta e infettati dai batteri. I trattamenti tradizionali consistono in creme che prevengono il blocco dei follicoli e in antibiotici che uccidono i batteri. Anche la pillola anticoncezionale può essere utile per bilanciare l’attività degli ormoni. Tuttavia, molti di questi trattamenti richiedono settimane per essere efficaci e possono avere fastidiosi effetti collaterli, come nausea, pelle secca, aumento di peso e cambiamenti di umore. Il nuovo trattamento, invece, viene usato una volta sola e produce risultati durante la notte. Il cerotto è una sorta di tessuto fatto di molecole. A contatto con la pelle, creano un campo elettrico piccolissimo in cui i batteri non possono sopravvivere. Il cerotto ha anche un effetto più esteso contribuendo alla ‘pulizia’ delle zone circostanti. Il nuovo trattamento contiene acido salicilico, che rimuove la pelle morta che blocca i follicoli piliferi, e acido azelaico, che uccide i batteri nei pori. I risultati completi dello studio sull’efficacia del cerotto sono attesi per fine anno, e gli scienziati sperano di poter mettere in commercio il nuovo cerotto entro due anni.


C’è una relazione stretta tra Celiachia e Aborto

I ricercatori dell’Università Cattolica di Roma hanno scoperto il meccanismo che si cela dietro a questa relazione.

Si è scoperto che gli anticorpi “impazziti” alla base della celiachia, l’intolleranza al glutine che è la proteina del grano, si intrufolano sin nella placenta, andando a distruggere le cellule placentari che permettono al feto di annidarsi in utero e nutrirsi.

Questo meccanismo autoimmune è stato decifrato in una ricerca pubblicata sulla rivista The American Journal of Gastroenterology.

Spesso la Celiachia non viene riconosciuta perché da’ scarsa o nulla sintomatologia. Ciò significa che molte persone ne soffrono senza saperlo. Questa situazione può essere molto pericolosa per le donne, perché “è ormai certo che la celiachia è collegabile a molti problemi ginecologici (dagli aborti ricorrenti, a problemi e ritardi di sviluppo fetale, dai parti prematuri alla menopausa precoce e all’osteoporosi)”.

Gli studiosi della Cattolica di Roma hanno per primi dimostrato come anticorpi anti-transglutaminasi siano in grado di determinare un danno alla funzionalità placentare con inibizione della capacità invasiva delle cellule placentari, essenziale per permettere l’impianto dell’embrione.

Inoltre, poichè precedenti studi avevano dimostrato che a livello placentare in donne celiache si formano dei depositi di gliadina, i ricercatori dell’Università Cattolica hanno valutato l’effetto della gliadina su campioni di placenta di donne celiache in cura (cioè a dieta senza glutine), che avevano portato normalmente a termine una gravidanza. I ricercatori hanno rilevato una forte risposta immunitaria con infiltrazione linfocitaria tissutale e al tempo stesso infiammatoria che ha portato a morte le cellule placentari.

Tenendo sotto controllo la malattia con la dieta il tasso di aborti delle donne celiache diventa pari a quello delle donne sane.

Parkinson, basterà un prelievo per scoprirlo

Un team di ricercatori italiani ha scoperto un gruppo di marcatori in grado di segnalare precocemente l’insorgenza della malattia di Parkinson. Si tratta di uno studio traslazionale condotto da neurologi e biochimici guidati dal prof. Leonardo Lopiano dell’ospedale Molinette di Torino e dal prof. Mauro Fasano dell’Università dell’Insubria. La ricerca ha adottato un approccio di proteomica, ovvero la scienza che studia le modificazioni dell’espressione delle proteine, in base al quale sono stati identificati alcuni marcatori utili per distinguere i malati di Parkinson sia dai soggetti sani sia da soggetti affetti da altre patologie neurodegenerative. Ciò potrebbe portare a breve alla messa a punto di un esame del sangue che riesca a individuare in anticipo sui tempi standard la presenza del morbo di Parkinson. Il carattere innovativo di questo approccio sta nel cercare i marker nei linfociti, le cellule del sistema immunitario nel sangue. Queste cellule condividono alcune caratteristiche peculiari con i neuroni che sono soggetti a degenerazione nella malattia di Parkinson e potrebbero riflettere a livello periferico alcune delle alterazioni biochimiche caratteristiche della malattia. A cosa servono i marker precoci? Al momento la malattia si manifesta quando la degenerazione non permette più terapie in grado di rallentare la progressione, ma solo di contrastare i sintomi. Se si potesse arrivare prima alla diagnosi, quando ancora i sintomi classici non si sono ancora manifestati, si potrebbero provare diversi farmaci che si ritiene possano avere un’azione protettiva in grado di modificare il decorso cronico–progressivo della malattia, ma che non hanno più efficacia se la diagnosi è tardiva. La Malattia di Parkinson è una patologia neurologica cronico – progressiva dei disturbi del movimento (movimenti involontari eccessivi, blocchi motori improvvisi, tremore, rigidità) e in alcuni casi dei disturbi della parola (difficoltà di esprimersi in modo chiaro) e psichici (depressione, allucinazioni). Nei casi più complessi può portare a gravi forme di disabilità e disautonomia dei malati, incidendo sulla qualità della loro vita e di quella dei familiari che li assistono. In Italia i malati di Parkinson sono stimati in oltre 220.000. La ricerca è stata finanziata dall’AAPP (Associazione Amici Parkinsoniani Piemonte onlus) e verrà presentata nei dettagli nel corso del Convegno annuale sulla malattia di Parkinson organizzato dalla stessa AAPP, dall’Associazione italiana parkinsoniani e dal Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino dell’ospedale Molinette.

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Un gel al posto della pillola contraccettiva

 

La pillola contraccettiva del futuro potrebbe essere un gel che si spalma sulla pelle e che non ha effetti collaterali. Lo afferma uno studio presentato al meeting della American Society for Reproductive Medicine, secondo cui i primi risultati dei test sul farmaco sono stati molto positivi. La crema realizzata dall’azienda Antares Pharma puo’ essere spalmata ogni giorno sulle braccia, sull’addome o sui fianchi, viene assorbita dalla pelle e rilascia nell’organismo il Nestorone, il suo principio attivo. 

Il primo test ha riguardato 18 donne tra i 20 e i 30 anni, che dopo sette mesi di sperimentazione con 30 milligrammi di gel al giorno non hanno avuto nè gravidanze nè gli effetti collaterali comuni legati alla pillola. “Ovviamente i soggetti sono pochi, ma i risultati sono ottimi – ha spiegato Ruth Merkatz dell’organizzazione no profit Population Councilche ha condotto il test – ora proveremo il gel su un numero maggiore di persone”. 

Nuove prospettive per il trattamento dell’Epatite C

 

E’ in fase di studio un nuovo farmaco capace di sopprimere il virus dell’Epatite C senza causare gravi effetti collaterali e senza generare resistenza. Si tratta di SPC3649, un oligonucleotide che inibisce la replicazione virale dell’HCV. Il nuovo trattamento viene ora sperimentato sull’uomo dopo i buoni risultati ottenuti su modello animale.

Un gruppo di ricercatori del Department of Virology and Immunology – Southwest National Primate Research Center, Southwest Foundation for Biomedical Research in collaborazione con i colleghi danesi del Copenhagen Institute of Technology presso Aalborg University e con la casa farmaceutica Santaris, stanno sviluppando un farmaco innovativo per il trattamento dei pazienti affetti da Epatite C che possa controllare in modo efficace l’infezione virale.

SPC3649 è un oligonucleotide modificato che risulta complementare al microRNA miR-122 espresso a livello epatico e necessario per la replicazione del virus dell’Epatite C.

SPC3649 agisce inibendo miR-122 e questo permette una riduzione significativa della viremia senza comportare resistenza virale o effetti collaterali negli animali trattati.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science.

I ricercatori hanno iniettato il nuovo farmaco in scimpanzé (Pan troglodytes) affetti da Epatite C. Gli animali sono stati trattati una volta a settimana con dosi da 1mg/kg o 5 mg/kg di SPC3649 per 12 settimane. La dose di 5 mg/kg ha consentito una riduzione significativa della viremia con una diminuzione dose dipendente del numero di virus presenti in circolo per una durata di 2 – 3 mesi dopo l’ultima iniezione eseguita.

La ricerca dimostra che il nuovo preparato risulta efficace, non sembra avere gravi effetti collaterali ed ha numerosi vantaggi rispetto ad altre molecole in fase di sviluppo, primo fra tutti la capacità di svolgere il proprio effetto terapeutico senza creare forme del virus resistenti – uno tra i principali problemi dei farmaci per l’Epatite C.

Il trattamento è efficace per gli scimpanzé, ma non è ancora chiaro se sarà altrettanto efficace sull’uomo dove il virus dell’Epatite C provoca danni epatici a lungo termine e quindi i farmaci potrebbero agire in modo diverso su cellule epatiche malate da tempo.

Fino ad oggi i test sono stati effettuati con successo su esemplari di scimpanzé (Pan troglodytes), unico primate oltre all’uomo suscettibile all’HCV.

Allo stato attuale il nuovo trattamento è in fase di sperimentazione sull’uomo in gruppi di volontari sani e i risultati saranno pubblicati nel corso dei prossimi mesi. Solo dopo sarà possibile valutare se proseguire i test su pazienti affetti da HCV.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa il 3% della popolazione mondiale è stata infettata dall’HCV. Sono 170 milioni i portatori cronici, di cui circa 4 milioni in Europa, a rischio di sviluppare in futuro cirrosi e/o tumore al fegato.

Attualmente non esiste un vaccino e i farmaci disponibili per il trattamento della malattia comportano seri effetti collaterali e non sono sempre efficaci.

“Il trattamento è molto duro e richiede una terapia di 48 settimane che molti pazienti non tollerano facilmente soprattutto se hanno già sviluppato malattie epatiche.

I trattamenti attuali, basati sull’impiego di interferone e ribavirina funzionano solo nel 50% dei pazienti e causano numerosi effetti collaterali. Il meccanismo di azione di SPC3649 e la buona tollerabilità del trattamento potrebbero far si che questa nuova terapia vada in futuro a rimpiazzare l’interferone o venire associato ad esso nella cura dell’Epatite C” spiega Robert Lanford, ricercatore presso la Southwest Foundation for Biomedical Research e coordinatore dello studio.

SPC3649 ha altre caratteristiche che lo rendono particolarmente promettente nella terapia per l’HCV: le analisi condotte dimostrano che si ha una down-regulation dei geni coinvolti nella regolazione dell’interferone pertanto i dati mostrano che i cambiamenti nell’espressione genica potrebbero risultare utili per migliorare la risposta all’interferone nei pazienti che attualmente non rispondono al trattamento o non riescono a tollerare le terapie.

I farmaci oggi in uso sono messi a dura prova dalle continue mutazioni del virus dell’Epatite C con il conseguente sviluppo di resistenza, mentre il nuovo trattamento mira direttamente al virus dell’Epatite C riducendo la sua capacità di replicare e sembra che si riesca a bloccare la fase di replicazione senza apparentemente selezionare mutanti.

SPC3649 è un oligonucleotide sviluppato in Danimarca da Santaris mediante l’uso della tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid).

La tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid) sviluppa versioni chimicamente modificate dei normali acidi nucleici. Queste versioni sintetiche, chiamate LNAs, migliorano le qualità degli oligonucleotidi che vanno a formare, essi infatti risultano più affini al loro RNA target, più facilmente assorbiti dai tessuti e più difficilmente metabolizzati.

Questo studio fa parte di un ampio progetto di ricerca sull’impiego dell’RNA come strumento per individuare e sviluppare metodi e trattamenti per numerose patologie.
L’approccio si basa sull’inserimento di sequenze antisenso in specifici tratti di RNA o di DNA così da bloccarne la funzione.

Uno dei principali obiettivi della ricerca è sviluppare molecole stabili e capaci di restare nel circolo sanguigno fino a raggiungere il tessuto da trattare.
Per raggiungere questo obiettivo i ricercatori danesi della Santaris hanno sviluppato un nuovo metodo che permette di creare molecole di DNA stabili che possono essere iniettate nel circolo sanguigno e restare abbastanza tempo per essere assorbite a livello epatico, dove risiede il virus dell’Epatite C.
Per creare questo tipo di molecola i ricercatori hanno alterato la struttura di una corta sequenza di DNA (locked nucleic-acid chemistry) rendendola altamente stabile e migliorandone fortemente l’affinità per il suo RNA complementare, in questo caso un microRNA chiamato miR-122 che viene sintetizzato dal genoma umano e serve al virus per replicare.

Il trattamento farmacologico basato sull’uso di oligonucleotidi per la terapia genica del fegato dimostra che questo tipo di molecole può essere introdotto nel circolo sanguigno e raggiungere il fegato senza la necessità di ricorrere all’inserimento in particolari capsule che ne consentano il rilascio.

Questo studio apre nuove e interessanti prospettive per il trattamento dell’Epatite C, ma servirà ancora molto tempo per mettere a punto il nuovo metodo e verificare con la dovuta cautela gli effetti a lungo termine e la sicurezza del farmaco.

MiR-122 controlla l’espressione di numerosi geni a livello epatico, tra cui quelli coinvolti nella regolazione del colesterolo e quindi, in teoria, il nuovo trattamento potrebbe indurre anche una benefica riduzione dei livelli di colesterolo.

Tuttavia non è ancora nota la funzione di altri geni che potrebbero risultare alterati dall’impiego del nuovo farmaco e che quindi potrebbero indurre, ad esempio, lo sviluppo di tumori. 


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