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L’Emicrania aumenta il rischio di morte per infarto

 

Le persone che soffrono di una grave forma di emicrania hanno maggiori probabilità di morire a causa di una malattia cardiaca e di un infarto. E’ quanto emerge da uno studio dell’Università dell’Islanda pubblicato sulla rivista British Medical Journal. Si tratta del primo studio ad aver trovato un nesso tra emicrania con aura – un tipo di emicrania che può durare 72 ore causando disturbi visivi, vertigini e nausea – e specifiche cause di morte. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno seguito 18.725 persone, a cui è stato chiesto se soffrivano di emicrania, per 40 anni. Ebbene, dai risultati è emerso che coloro che avevano l’emicrania con aura alla fine hanno avuto il 27 per cento di probabilità in più di morire per malattie cardiovascolari, tra cui patologia cardiache e infarto. I soggetti affetti da emicrania con aura, in particolare, hanno il 28 per cento di probabilità in più di morire per malattia coronarica e il 40 per cento di probabilità in più di morire per un infarto. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che l’emicrania aumenta il rischio mortalità in generale, anche se di poco. 


L’incubo del lunedì mattina: consigli per l’inizio di una nuova settimana in ufficio

E adesso alzi la mano chi, di lunedì mattina alle 7, magari quando fuori piove e cominciano ad avvertirsi i primi freddi, è in grado di trovare le forze per trascinarsi fuori dal letto ed iniziare una nuova settimana di lavoro. E’ un dato di fatto: il lunedì mattina, il rientro nella routine settimanale appare assai faticoso, il pensiero di tutti gli impegni che ci attendono, ci buttano letteralmente a terra ed il confronto con il relax ed il divertimento del weekend, di certo non sembra darci un mano. Lo stato di malessere fisico e mentale, che ci assale allo scoccare del primo giorno della settimana, è così comune da dare origine ad un vera e propria “sindrome del lunedì mattina“, studiata da specialisti della salute, ma anche da esperti del mondo del lavoro, con l’obiettivo principale di alleviarne i disturbi e migliorare il benessere durante le ore di lavoro.

I motivi che ci buttano a terra

Quali sono i sintomi più comuni di tale sindrome e quali sono le cause che più frequentemente la scatenano?

I sintomi, ahimè, sono tristemente conosciuti ai più: sonnolenza, cefalea, difficoltà di concentrazione, irritabilità e malumore, disturbi intestinali, inappetenza, sono i segnali comuni. A volte compaiono sporadicamente, altre volte, invece, sono ripetuti e particolarmente intensi, soprattutto durante il cambio di stagione o nei periodi di maggior stress ed affaticamento.

Secondo gli studi compiuti in Inghilterra, tra le cause scatenanti della condizione di malessere vanno senza dubbio citate, le differenti abitudini di vita e l’alternanza dei nostri bioritmi tra settimana ordinaria e weekend, la tendenza a trasgredire, facendo le ore piccole durante il fine settimana, l’abitudine mentale che ci porta a considerare globalmente, proprio di lunedì, tutti gli impegni e le attività della settimana.

Secondo le ricerche pare inoltre che la sindrome ci assalga già dalla domenica sera, causando senso di disagio, malessere e perturbando anche il nostro riposo notturno; secondo il 60% degli intervistati non ci sono dubbi: il sonno peggiore appartiene alla domenica notte, mentre il sonno più pacifico e rigenerante apparterrebbe al venerdì notte, quando si allentano le tensioni lavorative di tutta le settimana e mentalmente ci si predispone al relax del weekend.

I trucchi per alzarci più volentieri

1. Gli esperti di psicologia del lavoro, sostengono che per superare la “sindrome del lunedì mattina” bisogna elaborare una vera e propria strategia. Il rapporto con il nostro lavoro, un po’ come una relazione di coppia, deve essere costantemente ravvivato, reso piacevole e stimolante, così da affrontare ogni rientro settimanale nella maniera più serena possibile. E’ necessario capire quali sono le cose del nostro lavoro che ci piacciono di più, stare a contatto con le persone a noi più congeniali, o che riteniamo più stimolanti e darsi, ad ogni nuovo inizio settimana, un valido obiettivo, che dobbiamo impegnarci a raggiungere allo scadere del venerdì.

2. Evitiamo di fare le ore piccole la domenica sera: per affrontare al meglio tutti gli impegni della settimana, occorre riposare al meglio, almeno 8 ore, per svegliarsi in forma e carichi di tutte le energie necessarie.

3. Dedichiamo, almeno 20 minuti, (che vanno calcolati sul nostro orario di sveglia) ad un colazione ricca e piacevole. Anche se ci sembrerà di sacrificare tempo prezioso al nostro sonno, questa piccola coccola al mattino aiuta corpo e mente a risvegliarsi lentamente, appagando i nostri sensi e contribuendo a ritrovare il sorriso giusto per affrontare il rientro in ufficio.

4. Evitiamo di pensare agli impegni della settimana, cercando di sbrigarli tutti contemporaneamente; ci ritroveremo presto afflitti da un senso crescente di claustrofobia ed impotenza. Meglio organizzare la nostra agenda, suddividendo gli impegni nel corso dei giorni, in base alle nostre possibilità e, perchè no, in base al nostro umore.

5. Cerchiamo di fare un po’ di attività fisica. Anche se ci sentiamo più pigri e stanchi del solito, lo sport aiuta a ritrovare più in fretta il nostro livello di attivismo consueto ed è, inoltre, un ottimo mezzo per ritrovare motivazione personale ed entusiasmo.

6. Infine, cercate di concentrare proprio nel lunedì, il giorno più odiato della settimana, le attività che più vi soddisfano.

Al vostro risveglio fate una bella doccia, accompagnati dalla vostra musica preferita e da qualche esercizio di stretching; concedetevi una pausa caffè con la vostra amica, per due chiacchiere in relax; a sera, optate per un bella passeggiata, oppure un bel film accompagnato da qualche cioccolatino extra, che vi aiuterà a rilassarvi ed addolcirà il rientro alla dura settimana lavorativa.

Prolattina alta: cause, sintomi e cure

 

La prolattina alta è un problema che riguarda molte donne ma a volte anche gli uomini, questo ormone è molto capriccioso infatti non è facile capire i suoi valori, è influenzato da molti fattori come stress e stanchezza e nel giro di due ore il suo livello nel sangue può anche raddoppiare.

La funzione della prolattina è stimolare gli acini ghiandolari della mammella a produrre il latte, infatti è un ormone importantissimo in gravidanza e durante l’allattamento. La prolattina alta, detta iperprolattinemia, si ha quando i valori superano quelli “normali” compresi tra 0 e 20 ng/ml.
 

La prolattina alta è associata alle seguenti condizioni (riscontrabili con una ecografia pelvica alle ovaie) e che ne sono la causa:

  • Utero un pò più piccolo della norma
  • Endometrio tendente al sottile e di aspetto lineare
  • Ovaie più piccole della norma con pochi follicoli piccoli (max 5 mm)
  • Policistosi ovarica 
     

I sintomi che potrebbero condurre alla prolattina alta sono:

Le cure della prolattina alta sono due: il Dostinex (prescrivibile SSN) sicuro ed efficace e il Parlodel. In gravidanza gli alti livelli di prolattina sono normali ed arrivano anche a 300 ng/ml. 

Se invece se si assume la pillola anticoncezionale i valori possono aumentare leggermente, ed è proprio questo che causa cefalea. 

Per quanto riguarda la prolattina alta negli uomini è associata a difficoltà dell’erezione, sperma con poco potere fecondante e aumento del volume della ghiandola mammaria.

Le erbe giuste contro il mal di testa

Esiste una terapia efficace per curare l’insorgere del mal di testa: la fitoterapia, cioè la cura a base di erbe medicinali. Così come il mal di testa è causato da fattori molto diversi tra loro (tensioni muscolari, nevralgie, tossine) così anche le piante da utilizzare devono essere scelte in base alla “simpatia” legata allo specifico meccanismo di insorgenza. Occorre tenere in considerazione le caratteristiche specifiche di ogni erba, poiché la fitoterapia non cura solo eliminando il dolore, ma riequilibrando in modo  la persona che soffre di mal di testa.

Analizzando il mondo vegetale in modo approfondito si è scoperto che ogni pianta possiede delle peculiarità, che potremmo definire come il “carattere” della pianta stessa. Si tratta di attributi particolari che, se somministrati alla persona da “curare” sotto forma di rimedi fitoterapici, possono integrare e rigenerare le mancanze psicofisiche.  Prendiamo come esempio una persona rigida, bloccata emotivamente nella vita sociale e affettiva per una carenza di energia. Per il mal di testa di questa persona potrebbe essere efficace un fiore come la primula, chiamato anche “piccolo sole” perché compare all’inizio della primavera subito dopo il disgelo, ed è capace di riaccendere quell’energia che manca nella vita. È dunque fondamentale capire che la fitoterapia non si basa solo sulle sostanze curative che un’erba contiene, ma anche sulla similitudine che la stessa ha con il soggetto che la utilizzerà.


Vediamo insieme alcuni dei rimedi fitoterapici per il mal di testa, in base alla “personalità” di ogni pianta.

– Lavanda riaccende l’emozione trattenuta che causa il dolore

Usata nell’antichità per le malattie del cervello e nei disturbi di fegato, la lavanda è una pianta i cui fiori sono raccolti ancora in boccio, cioè quando devono fiorire ed “esplodere”: per questo è utilissima in tutti i quei casi in cui il soggetto non riesce a valorizzarsi e a esprimersi come vorrebbe.  Consigliata l’assunzione in tintura madre (TM): 25-30 gocce per tre volte al giorno.

– Ginepro, adatto alle persone “contorte”

Il ginepro è una pianta complessa, con una crescita difficile e con sembianze “contorte”: allo stesso modo è adatta a persone complicate, che usano la testa per “rimuginare” continuamente sforzandosi su ogni minima questione. Sono individui che possiedono un carattere serio e taciturno, che si consuma in pensieri “negativi” su quanto è accaduto in passato. Questo continuo lavoro mentale fa trascurare il fisico, che a sua volta rallenta la sua funzionalità (sono presenti problemi digestivi associati al mal di testa). La pelle di queste persone è spenta e l’intestino pigro: il sistema immunitario è piuttosto debole (sono molto frequenti bronchiti, raffreddamenti, sinusiti e mal di testa conseguente). Si consiglia l’assunzione in infuso (1 cucchiaino di erba in una tazza di acqua calda, dopo cena) o l’utilizzo della tintura (3-5 gocce della TM) per frizionare leggermente testa e collo.

– Valeriana, efficace contro il mal di testa di chi è chiuso in se stesso

È celebre per le sue proprietà calmanti e per curare il sistema nervoso. La parte che viene utilizzata è la radice, che nutre la pianta e che è nascosta sotto terra. Analogamente tutti noi abbiamo una dimensione “sotterranea”, l’inconscio, che è importante non trascurare. Per questo la valeriana è utile a un soggetto che possiede una scarsa confidenza con le parti più intime di sé e che lo porta a essere nervoso, ansioso e con disturbi del sonno. Le dosi: durante gli attacchi 10 gocce di TM per un massimo di tre settimane.

Melissa, lo scudo che difende da freddo e critiche

Questa pianta è un rimedio che dà benessere alle persone ipersensibili agli stimoli esterni di ogni tipo (critiche, mancanza d’affetto…), ma anche a specifici fenomeni fisici come il freddo, gli squilibri alimentari o la stanchezza (che possono portare insonnia e mal di testa). In questo caso, oltre all’infuso (2 cucchiaini in una tazza di acqua bollente, infusione per 5-10 minuti) si consiglia l’estratto fluido (20 gocce, 2-3 volte al giorno). Se il mal di testa è accompagnato da pesantezza di stomaco ed eruttazioni, sarà bene utilizzare l’Acqua di melissa (2 cucchiaini dopo i pasti) in cui sono presenti anche angelica, coriandolo e limone, che possiedono virtù digestive.

Alchemilla libera le emozioni soffocate

Pianta indicata come antinfiammatorio e antidolorifico, è adatta soprattutto a donne chiuse in se stesse, dedite agli aspetti pratici della vita e che danno poco spazio alla dimensione sentimentale. In verità tutte queste persone sentono il bisogno di vivere intensamente le emozioni che tuttavia rischiano di rimanere inespresse. La cefalea mestruale, accompagnata spesso da un flusso in genere abbondante, segnala proprio questo “ingorgo” emotivo. L’alchemilla può essere assunta come decotto da bere prima dei pasti principali (far bollire qualche foglia in un litro d’acqua e lasciare riposare per dieci minuti) ma anche come uso esterno (qualche goccia in acqua tiepida per impacchi sul capo).

Nuovo farmaco antiemicrania efficace in un decimo di secondo

 

Al IV Congresso dell’Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee [ANIRCEF] (Genova, 2-5 Giugno 2010) – Associazione Scientifica costituita per la massima parte da Neurologi ed affiliata alla SIN, Società Italiana di Neurologia, è stato presentato un nuovo farmaco contro l’emicrania.

L’elemento innovativo sta nella rapidità della sua diffusione nell’organismo che avviene attraverso un flusso compresso di azoto in un decimo di secondo attraverso la pelle, senza nessun dolore o sensazione di puntura. Il nuovo metodo è particolarmente efficace per i pazienti gravati da una pesante componente gastrica con nausea e vomito e per i pazienti affetti da cefalea a grappolo. Entrambi i tipi di pazienti trovano giovamento dal trattamento per via iniettiva, i primi perchè fa evitare il malassorbimento gastrico che rende inefficaci i farmaci per bocca e i secondi perchè questa via ha un effetto più rapido e li libera subito dal dolore. Ma mentre questi ultimi sono disposti a provare qualsiasi cosa pur di stare meglio, dalla stimolazione cerebrale profonda (DBS) a quella vagale (VNS), gli emicranici spesso rinunciano alla puntura per paura.

Il nuovo dispositivo, presentato dal prof. Alan Rapoport della UCLA University di Los Angeles , già in uso negli Stati Uniti si chiama sumavel: agisce entro 10 minuti e libera almeno metà dei pazienti dal dolore entro mezz’ora. Il principio attivo della puntura senz’ago è il sumatriptan, capostipite dei triptani, farmaci di riferimento in questa patologia. Già disponibile anche in Italia da anni come classica puntura e come pastiglia, è stato il primo fra i sette triptani che in molti Paesi sono recentemente diventati generici e così molte aziende farmaceutiche hanno potuto sviluppare nuove modalità di utilizzo per venire incontro alle esigenze irrisolte di molti pazienti come appunto i problemi di assorbimento gastrico. Il sumavel è solo uno dei nuovi trattamenti, sia acuti che di prevenzione, in via di avanzata valutazione – ha detto Rapoport – e ritengo che anche altri rimedi di cui si è parlato a Genova, magari più tradizionali, entreranno presto a far parte anche dell’armamentario terapeutico italiano.

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Insonnia e dolore

L’insonnia come manifestazione di una condizione medica | La Classificazione Internazionale dei Disordini del Sonno [1] prevede una diagnosi di “insonnia dovuta a una condizione medica” che racchiude un gruppo eterogeneo e ampio di condizioni mediche nell’ambito delle quali l’insonnia è un sintomo frequente e importante. Per questi motivi, le caratteristiche di questa insonnia non sembrano essere specifiche ma ricalcano quelle generali di questo disturbo: difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli notturni, risveglio precoce con impossibilità a riaddormentarsi, sonno non ristoratore e conseguenze sulle performance diurne. I criteri diagnostici, per questo tipo d’insonnia sono:

  1. I sintomi presentati dal paziente soddisfano i criteri per la diagnosi d’insonnia.
  2. L’insonnia perdura da almeno un mese.
  3. Il paziente ha una condizione medica o fisiologica che è nota essere disturbante per il sonno.
  4. L’insonnia è chiaramente associata alla condizione medica o fisiologica. L’insonnia è iniziata all’incirca in concomitanza con la condizione medica o fisiologica o è correlata a un suo peggioramento clinico significativo o varia di intensità in accordo con le fluttuazioni cliniche della condizione medica o fisiologica.
  5. Il disturbo del sonno non può essere spiegato meglio da un altro disordine del sonno, mentale o uso di farmaci o sostanze.

Un posto importante, tra le insonnie dovute a una condizione medica, spetta all’insonnia causata dal dolore | E’ facile comprendere come qualsiasi disturbo che provochi dolore sia potenzialmente in grado, qualora il dolore persista di notte, di disturbare il sonno in modo significativo e indurre una insonnia. Tuttavia bisogna ricordare che, come dettagliato nei criteri per la diagnosi d’insonnia da condizione medica, è necessario che il disturbo perduri da almeno un mese per poter parlare di una vera insonnia. Quindi, pur essendo il disturbo del sonno frequente in qualsiasi sindrome dolorosa, esso può assumere spesso un carattere transitorio, correlato alla durata della sindrome dolorosa e non richiedere un’attenzione particolare in quanto sappiamo che l’insonnia scomparirà con la regressione del dolore (ad esempio, in un caso di mal di denti, prima di ricorrere al dentista o a un’adeguata terapia farmacologica). Diversi e molto più importanti sono i problemi posti dal dolore cronico che spesso viene accompagnato da insonnia. Per questi motivi, la letteratura scientifica si è occupata in modo particolare di queste condizioni in cui la durata della sindrome dolorosa è prolungata e spesso accompagna il soggetto per tutto il resto della vita. E’ anche interessante notare come tra tutte le condizioni mediche, il dolore cronico è il disturbo più frequentemente accompagnato da insonnia. Taylor et al. [2] hanno riportato che il dolore cronico era presente nel 50.4% dei pazienti con insonnia, contro il 18.2% di quelli senza insonnia; questa percentuale era più alta di quella dell’ipertensione (43.1% contro 18.7%), problemi gastrointestinali (33.6% contro 9.2%), disordini del respiro (24.8% contro 5.7%), cardiopatia (21.9% contro 9.5%), problemi urinari (19.7% contro 9.5%), e malattie neurologiche (7.3% contro 1.2%). Esaminiamo qui di seguito, come esempi, alcune delle più importanti condizioni che causano dolore cronico e insonnia.

La fibromialgia | Secondo l’American College of Rheumatology [3], la fibromialgia è un dolore diffuso che dura da almeno 3 mesi che si manifesta in combinazione con dolore ad almeno 11 di 18 punti specifici di sensibilità sul corpo. Molte persone con fibromialgia hanno comorbidità psichiatrica, con sintomi di depressione e ansia. Inoltre, i disturbi del sonno sono riportati molto frequentemente da questi pazienti, con difficoltà ad addormentarsi e a mantenere il sonno. Tuttavia, il problema più importante è la sensazione di stanchezza al risveglio che causa le conseguenze più pesanti per il paziente [4,5]. E’ comunque interessante notare come uno studio polisonnografico, cioè oggettivo, del sonno non sia riuscito a mostrare sostanziali differenze tra pazienti con fibromialgia e controlli normali, se non nei parametri di variabilità della frequenza cardiaca che indicavano un incremento dell’attività simpatica e una diminuzione della complessità della funzione autonomica [6]. Una caratteristica dell’EEG del sonno di questi pazienti è un’importante intrusione di attività alfa all’interno dei ritmi lenti delta del sonno nonREM [7], chiamata pattern alfa-delta. L’attività alfa-delta è accompagnata anche da una riduzione dei fusi del sonno nonREM [8] e probabilmente correla significativamente con i sintomi della fibromialgia [9]. Pertanto, appare sempre più evidente che esiste un’anomalia della microstruttura del sonno in questi pazienti e questa ipotesi è stata confermata dallo studio di Rizzi et al. [10] sul “cyclic alternating pattern”, un tipo di analisi che valuta con precisione i brevi e numerosi eventi neurofisiologici che caratterizzano la microstruttura del sonno nREM.

La ricerca epidemiologica ha mostrato che i disordini del sonno sono associati a cefalea più frequente e grave | E’ noto da tempo che il sonno sia in grado sia di provocare che di dare sollievo alla cefalea e l’epidemiologia ci suggerisce che i disordini del sonno sono associati a cefalea più frequente e grave. L’insonnia, i disturbi del respiro in sonno, i disordini del ritmo circadiano e le parasonnie sono i disturbi del sonno più frequentemente associati a cefalea [11, 12]. Un esempio importante è la cefalea presentata dai soggetti con apnee del sonno che regredisce con la correzione del disturbo del respiro in sonno. Oltre all’associazione con i disturbi del sonno, alcuni tipi specifici di cefalea, come l’emicrania, la cefalea muscolo-tensiva e quella a grappolo, mostrano un chiaro pattern crono biologico correlato anche ai processi del sonno; probabilmente questo è dovuto a strutture neuro anatomiche e processi neurochimici comuni coinvolti nella regolazione del sonno e nel determinismo della sintomatologia algica del capo. E’ opportuno ricordare che la Classificazione Internazionale dei Disordini del Sonno [1] comprende una diagnosi di “cefalea correlata al sonno”, anche nota come cefalea ipnica, che include un gruppo molto eterogeneo di sindromi algiche del capo che hanno l’unica caratteristica comune di verificarsi prevalentemente durante sonno o al risveglio. E’ molto probabile che ognuna delle condizioni comprese da questa diagnosi generica sia sovrapponibile alla stessa forma che si verifica di giorno e che quindi non si tratti di forme specifiche.

Tutti questi dati portano alla raccomandazione per gli esperti che curano pazienti con cefalea o emicrania di valutare attentamente il pattern ipnico dei pazienti per identificare e trattare adeguatamente i loro disordini.

L’insonnia in oncologia | La difficoltà di addormentamento e di mantenimento del sonno, la bassa efficienza di sonno, il risveglio precoce e l’eccessiva sonnolenza diurna sono disturbi molto frequenti nel paziente oncologico. E’ pure molto frequente la cronicizzazione di questi problemi che possono persistere anche per mesi o anni dopo la fine del trattamento antiblastico [13]. I fattori che possono influenzare il sonno di questi pazienti sono molteplici, come le alterazioni biochimiche indotte dalla proliferazione neoplastica e dai trattamenti antineoplastici, ma anche la presenza di dolore, deperimento e depressione sono altrettanto importanti. Il trattamento dell’insonnia in questi pazienti può essere importante per la possibilità di migliorarne la qualità di vita ma è spesso complesso per la necessità di considerare una serie di fattori interferenti correlati al trattamento della patologia di base. Il trattamento dell’insonnia può avere una grande importanza anche nella strategia palliativa per i malati terminali.

Curare l’insonnia potrebbe migliorare la sindrome dolorosa? | Il trattamento dell’insonnia nelle sindromi dolorose si basa prima di tutto, ove possibile, sul trattamento della sintomatologia algica; tuttavia, esistono situazioni in cui il controllo del dolore non può essere raggiunto o non è in grado di ripristinare il pattern normale di sonno. D’altra parte, il trattamento dell’insonnia potrebbe avere effetti positivi sulla comorbidità. Infatti, se da un lato è noto che la presenza d’insonnia può esacerbare il dolore, è logico pensare che una terapia efficace dell’insonnia sia potenzialmente in grado di attenuare la sintomatologia dolorosa. A questo scopo è possibile ipotizzare l’uso di strategie farmacologiche e non farmacologiche (terapia cognitivo-comportamentale), o una combinazione di queste. Tuttavia, non esistono dati sufficienti in letteratura per rispondere in modo sicuro al quesito e sono necessari studi e approfondimenti che probabilmente vedremo in un futuro vicino [14].

Bibliografia

  1. American Academy of Sleep Medicine. International Classification of Sleep Disorders, 2nd ed.: Diagnostic and Coding Manual. American Academy of Sleep Medicine. Westchester, Illinois, 2005.
  2. Comorbidity of chronic insomnia with medical problems. Taylor DJ, Mallory LJ, Lichstein KL, Durrence HH, Riedel BW, Bush AJ. Sleep. 2007;30(2):213-218.
  3. The American College of Rheumatology 1990 criteria for the classification of fibromyalgia: report of the Multicenter Criteria Committee. Wolfe F, Smythe HA, Yunus MB, et al.  
    Arthritis Rheum 1990;33:160-172.
  4. Prevalence and correlates of nonrestorative sleep complaints. Ohayon MM. Arch Intern Med 2005;165:35-41.
  5. The significance, assessment, and management of nonrestorative sleep in fibromyalgia syndrome. Moldofsky H. CNS Spectr 2008;13(Suppl 5):22-26.
  6. Objective measures of disordered sleep in fibromyalgia. Chervin RD, Teodorescu M, Kushwaha R, Deline AM, Brucksch CB, Ribbens-Grimm C, Ruzicka DL, Stein PK, Clauw DJ, Crofford LJ.
    J Rheumatol 2009;36:2009-2016.
  7. Musculosketal symptoms and non-REM sleep disturbance in patients with ”fibrositis syndrome” and healthy subjects. Moldofsky H, Scarisbrick P, England R, et al. Psychosom Med 1975;37:341-351.
  8. Decreased sleep spindles and spindle activity in midlife women with fibromyalgia and pain. Landis CA, Lentz MJ, Rothermel J, et al.  Sleep 2004;27:741-750.
  9. Alpha sleep characteristics in fibromyalgia. Roizenblatt S, Moldofsky H, Benedito-Silva AA, et al.  Arthritis Rheum 2001;44:222-230.
  10. Cyclic alternating pattern: a new marker of sleep alteration in patients with fibromyalgia? Rizzi M, Sarzi-Puttini P, Atzeni F, et al. J Rheumatol 2004;31:1193-1199.
  11. Sleep and headaches. Rains JC, Poceta JS, Penzien DB. Curr Neurol Neurosci Rep 2008;8:167-175.
  12. Headache and sleep. Alberti A.  Sleep Med Rev 2006;10:431-437.
  13. Cancer-related fatigue and sleep disorders. Roscoe JA, Kaufman ME, Matteson-Rusby SE, Palesh OG, Ryan JL, Kohli S, Perlis ML, Morrow GR.  Oncologist 2007;12 (Suppl 1):35-42.
  14. Does effective management of sleep disorders improve pain symptoms? Roehrs TA, Workshop Participants. Drugs 2009;69 (Suppl 2):5-11. 

Depositato all’AIFA in data 07/03/2010 – autore dott. Raffaele Ferri – Centro per lo Studio del Sonno e dei suoi Disturbi, Dipartimento per l’Involuzione Cerebrale, IRCCS Oasi “Maria SS”, Troina (EN).

Mal di testa, giovani a rischio con troppa musica

Gli adolescenti che ascoltano la musica per piu’ di un’ora al giorno hanno molte piu’ probabilita’ di soffrire di mal di testa. A dimostrarlo e’ stato un gruppo di ricercatori dell’Universita’ Ludwig-Maximilians di monaco (Germania) in uno studio pubblicato sulla rivista BMC Neurology. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno confrontato le abitudini di 1.025 adolescenti di eta’ compresa tra i 13 e i 17 anni. Dai risultati e’ emerso che l’ascolto di uno o due ore di musica ogni giorno e’ associato al mal di testa. Su tutti gli adolescenti intervistati, 489 hanno dichiarato di soffrire di mal di testa e 536 no. Tuttavia, i ricercatori non sono riusciti a trovare prove inconfutabili sul rapporto di causa-effetto della musica e del mal di testa. Inoltre, dallo studio e’ emerso che l’uso del cellulare, la televisione e il computer non sono associati al mal di testa. Ma, secondo i ricercatori, andrebbero condotti ulteriori studi per meglio capire eventuali associazioni. “Studi sulla comparsa dei mal di testa – ha detto Astrid Milde-Busch che ha coordinato lo studio – hanno avuto risultati contrastanti e per alcuni media, in particolare i giochi per computer, sono del tutto assenti”. 

Fonte AGIsalute

Sindrome premestruale

Oggi, con il termine di sindrome premestruale (PMS = Pre Mestrual Sindrome) si indica un insieme, piuttosto complesso ed eterogeneo, di alterazioni sia biologiche, sia psicologiche, estremamente variabili da un caso all’altro, ma sempre con una ben precisa localizzazione temporale rispetto al ciclo mestruale. La ricorrenza dei sintomi nella stessa fase del ciclo per almeno tre cicli consecutivi e la presenza, durante la fase follicolare (prima metà del ciclo), di un periodo libero da sintomi di almeno sette giorni, sono condizioni essenziali per poter porre la diagnosi di sindrome premestruale. È inoltre importante valutare la natura dei sintomi, la loro gravità, ed il tipo di sintomi di base, presenti già in fase follicolare, ai quali la sindrome premestruale si sovrappone. Circa l’80% delle donne potrà lamentare sintomi più o meno sgradevoli in prossimità del flusso mestruale. Approssimativamente, nel 10-40% delle donne, questi disturbi avranno una qualche ripercussione sulla loro attività lavorativa e sul loro stile di vita, mentre solo nel 5% delle donne in età riproduttiva si potrà configurare il quadro tipico della sindrome premestruale. Il ruolo più importante per porre diagnosi di PMS è svolto dalla gravità dei sintomi che si manifestano nella fase premestruale e dall’entità della loro remissione dopo il flusso mestruale.

I sintomi, che di solito compaiono da 7 a 10 giorni prima dell’inizio del flusso, sono estremamente variabili e difficili da valutare nella loro entità; vanno dalla depressione alla tensione mammaria, dalla cefalea al gonfiore addominale, dall’edema (gonfiore) delle estremità (gambe e meno frequentemente braccia) all’instabilità del comportamento. In alcune pazienti si aggravano progressivamente mentre in altre raggiungono punte di notevole intensità intervallate da periodi di benessere. La sindrome premestruale può avere ripercussioni a livello sociale e coniugale. Infatti, nei casi più gravi, possono riscontrarsi uno scarso rendimento nel lavoro fino all’assenteismo, alterazioni del desiderio sessuale, isolamento sociale. Eccezionalmente, le donne affette da questa sindrome si rendono responsabili di comportamenti psicotici (suicidio ecc.) o, addirittura, di atti criminali. Proprio per questa eventualità, la sindrome premestruale viene riconosciuta dalla legislazione di alcuni paesi (Inghilterra, Francia) come una condizione attenuante. La sindrome premestruale può manifestarsi in qualunque momento della vita riproduttiva della donna; più comunemente compare negli anni più tardivi, ed in quelle pazienti che riferiscono una storia di lunghi periodi di cicli mestruali naturali, cioè senza l’uso di contraccettivi orali. Per lo più non si manifesta in maniera acuta, ma i sintomi vanno incontro ad un progressivo peggioramento con il passare degli anni. Di solito la sindrome non scompare da sola ma modificando lo stile di vita od utilizzando una qualche forma di terapia. Non esistono dati sul comportamento della sindrome al momento del passaggio verso la menopausa, ma sembra che l’approssimarsi della fine delle mestruazioni possa influenzarla positivamente. Non ci sono prove che dimostrino che la sindrome premestruale inizi o si aggravi dopo una gravidanza, né che la sua frequenza aumenti dopo la legatura delle tube. Esistono poche informazioni circa l’influenza dell’ereditarietà sulla sindrome, anche se alcuni dati sembrerebbero provare l’esistenza di fattori genetici.

Cause | Nonostante siano state avanzate numerose ipotesi, non si conoscono con certezza i fattori coinvolti nell’origine dei vari disturbi legati alla sindrome premestruale. Tra le varie teorie proposte, hanno riscosso i maggiori consensi:

  1. Quella ormonale, consistente in un alterato rapporto estrogeni-progesterone a causa di un deficit di progesterone in fase luteinica (la seconda metà del ciclo);
  2. Quella di un alterato ricambio idro-salino (acqua-sali) determinato dall’eccesso o dal difetto di vari ormoni che hanno un’azione sul bilancio idroelettrolitico: estrogeni e progesterone, ormone antidiuretico (ADH o vasopressina), prolattina, aldosterone;
  3. Quella della disfunzione della tiroide, basata sulla constatazione che alcune donne con sindrome premestruale presentano segni evidenti o subclinici di ipotiroidismo e che in queste pazienti la somministrazione di ormoni tiroidei determina un miglioramento della sindrome premestruale;
  4. Quella della deficienza di vitamina B6, basata sui rapporti tra i livelli di questa vitamina ed alcune funzioni endocrine;
  5. Quella dell’ipoglicemia, basata sulle somiglianze esistenti tra il quadro classico della sindrome premestruale e quello della condizione ipoglicemica, e sulla dimostrazione che gli ormoni sessuali sono in grado di influenzare il metabolismo del glucosio;
  6. Quella di deficit di prostaglandine E1, che sono sostanza coinvolte nella percezione del dolore;
  7. Quella psicosomatica, che si basa su considerazioni di ordine psicologico, comportamentale e sociale, e sulla constatazione di un’associazione, anche se non frequente, della sindrome premestruale con vere e proprie patologie psichiatriche.  

E’ importante comunque tener presente che fino ad oggi non è stato possibile dimostrare differenze nei livelli circolanti dei vari ormoni (inclusi estrogeni, progesterone, testosterone, FSH, LH, prolattina) durante il ciclo mestruale tra le donne con sindrome premestruale e quelle senza; lo stesso dicasi per le sostanze coinvolte nella regolazione del metabolismo idroelettrico come l’aldosterone. Non sono state registrate differenze nemmeno rispetto all’aumento di peso. Più recentemente sono state avanzate teorie che si basano sul fatto dimostrato che gli ormoni sessuali prodotti dalle ovaie modulano la risposta allo stress. Perciò, si pensa che, nell’insorgenza della sindrome premestruale, durante la fase luteinica, si verifichi una riduzione delle concentrazioni degli oppiodi endogeni, cioè quegli ormoni del “benessere” che normalmente vengono prodotti dall’organismo (le endorfine per esempio, o la serotonina), e che questo provochi un aumento dello stress psicologico.

Cure | La dimostrazione che gli ormoni ovarici possono influenzare l’attività degli oppioidi endogeni rappresenta il legame tra modificazioni cicliche dell’attività ovarica e le diverse alterazioni dell’umore, del comportamento, dell’appetito e delle funzioni intestinali tipiche della sindrome premestruale, a loro volta più o meno direttamente modulate dagli oppioidi endogeni stessi. Le variazioni nelle concentrazioni degli oppioidi endogeni e la rapidità con cui scompaiono, possono spiegare, insieme con i diversi fattori ambientali, le differenze riscontrate nella gravità dei sintomi della sindrome premestruale da una paziente all’altra. Infine, la constatazione di una diminuzione dei suoi livelli nel sangue durante la fase luteinica e l’evidenza dei suoi rapporti con la depressione, ha portato taluni ad avanzare l’ipotesi che la sindrome premestruale possa essere dovuta ad una riduzione dei livelli di serotonina. Anche se l’utilizzo di farmaci con la stessa funzione della serotonina o di inibitori del suo riassorbimento ha dimostrato un qualche beneficio in donne affette da sindrome premestruale, il preciso meccanismo con il quale il deficit di serotonina può contribuire alla sua comparsa rimane del tutto ignoto.

In conclusione, qualunque sia la sua causa, è evidente la necessità di legare i sintomi della sindrome premestruale alle fluttuazioni ormonali del ciclo mestruale. Infatti :

  1. La sindrome premestruale non compare prima dell’attivazione della pubertà, quando ancora non avviene la produzione di ormoni da parte delle ovaie;
  2. I sintomi a metà ciclo sono strettamente legati a picchi ormonali;
  3. La PMS scompare sia durante brevi periodo anovulatori (senza ovulazione), sia durante intervalli più lunghi di amenorrea (mancanza di mestruazioni), sia durante la gravidanza;
  4. La sindrome premestruale non scompare dopo l’isterectomia (asportazione dell’utero) se le ovaie vengono conservate;
  5. Le terapie mediche e chirurgiche che sopprimono la funzione ovarica eliminano la sindrome premestruale.  

Del tutto recentemente è stata avanzata una nuova ipotesi secondo la quale le donne affette da sindrome premestruale differiscono dalle altre nel metabolismo del progesterone. Più precisamente, presentano più bassi livelli sanguigni di allopregnenolone nella fase luteinica del ciclo. Le cellule nervose delle donne con PMS trasformano preferenzialmente il progesterone prodotto dal corpo luteo in pregnenolone, un ormone che aumenta l’ansietà, piuttosto che in allopregnenolone, che invece è dotato di effetto calmante. Se questa ipotesi è esatta, è logico immaginare che la somministrazione di progesterone alle donne con sindrome premestruale può aggravare la loro sintomatologia, in quanto fornisce maggiori quantità di substrato da metabolizzare a pregnenolone. Non è possibile, oggi, sapere con certezza perché alcune pazienti sviluppino la sindrome premestruale ed altre no, ma sicuramente sono molto importanti i fattori legati all’ereditarietà ed allo stile di vita capaci di influenzare il sistema neuroendocrino (nervoso ed endocrino). È probabile anche che la PMS non sia un singolo disordine ma piuttosto un insieme di diversi problemi.

Terapia | I trattamenti proposti, data la varietà delle teorie, sono assai numerosi e tra loro diversi. Il progesterone ed i progestinici, la vitamina B6, i diuretici, sono stati in passato tra i farmaci più frequentemente utilizzati. Nei casi in cui la donna non desidera figli e non esistano controindicazioni, viene anche utilizzata, talora con successo, la pillola contraccettiva, in particolare quella ad alti dosaggi di progesterone, contenuto soprattutto nelle pillole trifasiche. È comunque opportuno ricordare che la pillola può anche provocare un peggioramento dei sintomi. Nelle pazienti con mastodinia (dolore al seno) accentuata si hanno vantaggi somministrando 1 milligrammo di carbegolina (dostinex) alla settimana per ridurre i livelli di prolattina (responsabile del dolore e della tensione mammaria) oppure 2,5-5 milligrammi di bromocriptina (anch’essa inibisce i livelli di prolattina), controllandone la tolleranza, oppure una terapia topica con gel al progesterone. Se prevalgono l’edema, il senso di gonfiore e la ritenzione idrica si può utilizzare lo spironolattone (un antiandrogeno diuretico che riduce i livelli del testosterone) che ha il vantaggio, rispetto ad altri diuretici, di evitare eccessive perdite di potassio. La somministrazione di inibitori delle prostaglandine (i comuni farmaci antinfiammatori) può alleviare i dolori pelvici, la cefalea e la diarrea. Del tutto recentemente, con l’affermarsi della teoria secondo la quale la sindrome premestruale è dovuta ad un’alterazione delle normali modificazioni cicliche delle attività degli oppioidi endogeni durante la fase luteinica, sono stati proposti nuovi trattamenti, in particolare costituiti da ormoni che abbiano un effetto sopprimente sulla funzione dell’ovaio. In ogni caso, occorre valutare attentamente il rischio ed il beneficio che ogni trattamento farmacologico può comportare ed occorre tenere presente che in molte di queste pazienti si ha una cattiva tolleranza di quasi tutte le terapie, per cui la cosa migliore è quella di cercare di eliminare i meccanismi psicologici che favoriscono o complicano la sindrome. Talora è anche utile ottimizzare l’alimentazione della paziente eliminando la caffeina, diminuendo l’assunzione di cloruro di sodio (sale) nella settimana che precede la mestruazione, ricorrendo a piccoli pasti più volte al giorno supplementati con vitamine, calcio e minerali, in particolare modo il magnesio, che sembrerebbe avere un’azione blandamente antidepressiva, limitandosi, dal punto di vista farmacologico, e solo per sintomatologie gravi, a somministrare piccole dosi di tranquillanti od antidepressivi (Prozac, Xanax), oppure diuretici che provochino una scarsa perdita di potassio. Infine, per le pazienti che lamentano sintomi molto gravi e che non rispondono a nessun tipo di trattamento medico, c’è chi propone la rimozione chirurgica delle ovaie in laparoscopia, sempre che la paziente non desideri più figli. Tra i trattamenti non farmacologici, appropriati per le forme lievi di sindrome premestruale, si possono ricordare: l’assunzione di bevande ricche di carboidrati (zuccherate) nella fase luteale tardiva del ciclo, l’esercizio fisico, terapie comportamentali, training autogeno, biofeed-back ecc. I medici omeopati consigliano anche l’assunzione di un preparato a base di Agnocasto nella settimana che precede il ciclo mestruale.

Fonte MYPERSONALTRAINER

 


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