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Sviluppato in Cina il primo vaccino contro l’epatite E

 

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Xiamen (Cina) ha realizzato il primo vaccino contro l’epatite E. A darne notizia è un articolo pubblicato sulla rivista The Lancet.

Si stima che fino a un terzo della popolazione mondiale potrebbe essere esposto o direttamente infettato dall’epatite E, un’infezione comunque rara nei Paesi ricchi che si trasmette principalmente attraverso il contatto con le acque di scarico. Il nuovo test ha coinvolto 100mila volontari con risultati, a detta dei ricercatori cinesi, “straordinari”: dei 50mila immunizzati non c’è stato un solo caso di epatite. Il vaccino viene iniettato in due dosi. Questo darebbe un margine di protezione al 100 per cento. In generale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), l’epatite E è una malattia che si cura da sola. Il tasso di mortalità varia tra lo 0,5 per cento e il 4 per cento, anche se nei Paesi poveri questa infezione è ancora poco conosciuta. La prossima sfida dei ricercatori è la produzione del vaccino su larga scala. Con lo svantaggio che, visto che la malattia colpisce soprattutto gli Stati del sud del mondo che non hanno a disposizione acqua affidabile, il prezzo del prodotto non puo’ essere troppo alto o dovrebbe essere sovvenzionato. 

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Ricerca staminali: Cina irrompe nella «top five» mondiale

Un altro primato pronto a sbriciolarsi. E la Cina macina altri successi. Non solo ora è il primo esportatore mondiale, davanti alla Germania, ma dopo aver riversato milioni di dollari nella ricerca sulle staminali è balzata al 5° posto tra i Paesi con il maggior numero di pubblicazioni nel campo della medicina rigenerativa. A dirlo uno studio pubblicato oggi sulla rivista Regenerative Medicine dai ricercatori canadesi del McLaughlin-Rotman Centre for Global Health.

I numeri – Negli ultimi 8 anni, gli studi firmati da scienziati cinesi sull’uso terapeutico delle staminali sono saliti dai 37 del 2000 ai 1.116 apparsi nel 2008 sulle riviste scientifiche di tutto il mondo. La super-potenza che produce circa 400mila laureati in Medicina all’anno e spende 44 miliardi di dollari in Ricerca e Sviluppo, nel campo delle staminali è ormai dietro soltanto a Stati Uniti, Germania, Giappone e Regno Unito. Non per molto. L’obiettivo dichiarato è diventare leader mondiale del settore, sintetizzano gli studiosi del McLaughlin-Rotman Centre. E questo spingendo sull’acceleratore delle applicazioni cliniche, per le quali spendono il 16,8% del budget, contro il 5,2% della ricerca di base. Applicazioni senza troppi vincoli. Etici, soprattutto.

Caccia ai cervelli – Per entrare di prepotenza nel “G-5” dei Paesi che stanno esplorando le applicazioni delle baby cellule – si va dalla rigenerazione di interi organi, alle ossa e ai denti, fino ai tessuti del cuore danneggiati dall’infarto e alle malattie congenite – le autorità cinesi hanno applicato una politica molto aggressiva, commentano gli studiosi canadesi, con investimenti massicci resi possibili grazie alla liquidità in dollari messa in cassaforte in questi anni, ma anche con una campagna acquisti globale che si è concretizzata in una caccia ai “cervelli” stranieri pagati a peso d’oro. Lo scenario che ne esce è pieno di luci e ombre, tanto che il direttore dell’Istituto canadese, Peter Singer, afferma che “quando si guarda alla questione delle staminali in Cina, si vede lo Yin e Yang di una potenza scientifica combinata con la controversa applicazione clinica delle cellule staminali”.

I dubbi bioetici – I ricercatori canadesi coordinati da Abdallah S. Daar sono riusciti intervistare 50 tra scienziati, politici, medici e manager cinesi e hanno trovato di tutto un pò. Un ospedale di Shangai coltiva fin dal 2002 cellule da un tessuto cerebrale umano a partire da campioni prelevati da una bacchetta per il riso finita accidentalmente nell’occhio dell’avventore di un ristorante. C’è poi il fenomeno-chimera: l’incubo del mix tra Dna umano e animale ha i contorni della realtà in un altro laboratorio cinese in cui il nucleo di una cellula di pelle umana è stato trasferito in ovuli di coniglio per aumentare la produzione di staminali. Neppure il numero di linee cellulari attive è certo: 25 secondo le stime ufficiali, circa 70 secondo altri osservatori.

Viaggio in Oriente – In Cina, nonostante i timidi tentativi di regolamentazione, attualmente sono oltre 200 gli ospedali che praticano iniezioni di staminali per moltissime malattie, dalla sclerosi multipla all’autismo, contro diabete e Parkinson, come terapie contro la paralisi. Uno dei maggiori centri, il Beike Biotechnology, ha trattato finora circa 5.000 pazienti, di cui 900 stranieri, mentre lo Stem Cell Center propone iniezioni di staminali neuronali contro il Parkinson, l’ictus e altre lesioni cerebrali. E parallelamente cresce anche il turismo delle staminali. Molte speranze, tante delusioni. Parcelle salatissime.

L’esperto – Fare attenzione ai viaggi della speranza. “Soprattutto quando non si sa cosa e come viene iniettato, con quali criteri e su quali basi scientifiche”, spiega a Salute24 Gianvito Martino, direttore della Divisione Neuroscienze del San Raffaele Milano e autore del libro La medicina che rigenera (Edizioni Fondazione San Raffaele). “Sono noti casi in cui cellule coltivate in maniera non adeguata hanno provocato infezioni”, aggiunge l’esperto italiano che ricorda come nel caso del midollo osseo “ci siano voluti 50 anni dalle prime ricerche per arrivare a trapianti efficaci”. Un atteggiamento prudente, ma anche positivo rispetto alla novità rappresentata dalla Cina “che se accetterà gli standard internazionali di ricerca, la verifica dei risultati e le garanzie nei confronti dei pazienti coinvolti nelle sperimentazioni, potrà – conclude Martino – dare un impulso importante ai progressi terapeutici su scala internazionale”.

Fonte SALUTE24.it


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