Posts Tagged 'diabete'

Diabete, un chip per tenere a bada gli zuccheri

Sempre più tecnologico l’approccio medico al trattamento del diabete. Un gruppo di scienziati americani dell’Università della California ha creato un microchip da inserire sotto la pelle per il controllo dei valori glicemici nei pazienti affetti da diabete.
Il sistema messo a punto dai bioingegneri di San Diego ha un’invasività molto inferiore ai prototipi realizzati finora e consente l’invio dei dati fisiologici a un ricevitore, regolando in tal modo il flusso di insulina da immettere nell’organismo con una piccola pompa. David Gough, che ha coordinato la sperimentazione, assicura sulle pagine della rivista Science Translational Medicine che il dispositivo sarà testato già nei prossimi mesi su alcuni pazienti diabetici: “la registrazione dei livelli di glucosio nelle cavie – ha commentato Gough – si è rivelata un successo, ora speriamo di iniziare i primi test sull’uomo entro pochi mesi. Se tutto va bene anche con queste prove cliniche, possiamo anticipare l’arrivo sul mercato del dispositivo di diversi anni, consentendo ai pazienti di acquistarlo dietro prescrizione del medico”.
La ricerca del team si è ispirata a sperimentazioni simili che percorrono la strada del pancreas artificiale, come quello realizzato da alcuni ricercatori dell’Università di Cambridge in Gran Bretagna. In questo caso, gli scienziati hanno testato un pancreas artificiale su un gruppo di 17 pazienti fra i 5 e i 18 anni di età.
Sono pazienti in cui è del tutto assente l’ormone insulinico prodotto dalla ghiandola pancreatica, il che provoca il malfunzionamento della sintesi glicemica all’interno dell’organismo. Per tale motivo, è necessaria l’assunzione quotidiana di insulina dall’esterno.
Il nuovo dispositivo può essere indossato giorno e notte dal paziente, essendo collegato a un software che gestisce il rilascio dell’insulina nell’organismo in base all’analisi in tempo reale di un algoritmo che verifica a intervalli regolari la presenza di glicemia nel sangue. Il pancreas computerizzato interpreta i dati e comanda a una pompa di rilasciare la percentuale di insulina necessaria di volta in volta per la sopravvivenza del paziente.
Grazie all’invenzione, gli insulino-dipendenti potranno così evitare l’iniezione quotidiana. I ricercatori dell’Institute of Metabolic Science dell’Università di Cambridge, guidati dal dott. Roman Hovorska, ma dei quali fanno parte anche gli italiani Alessandra De Palma e Carlo Acerini, hanno verificato livelli apprezzabili di glicemia per gli utilizzatori del pancreas artificiale, anche dopo aver mangiato in maniera abbondante o dopo aver compiuto uno sforzo fisico, situazioni che nella maggior parte dei casi avrebbero portato a un’alterazione della presenza di glucosio, a un accumulo di insulina e al conseguente e inevitabile shock ipoglicemico.


 

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La proteina che regola l’assorbimento dei grassi

Si punta sulla proteina VEGF-B per controllare l’accumulo di grassi nei muscoli. Un gruppo di ricercatori europei ha presentato uno studio che potrebbe aprire la strada a nuovi tipi di trattamento per la regolazione degli acidi grassi, il cui accumulo aumenta il pericolo di insorgenza del diabete di tipo 2 e di malattie cardiovascolari. Gli acidi grassi vengono assunti dall’organismo attraverso la carne, il pesce e i derivati del latte. Alcuni di essi, gli omega 3, sono ormai famosi perché contribuiscono a ridurre il rischio di ictus e patologie cardiovascolari. Per quanto riguarda gli altri tipi, tuttavia, la loro eccessiva presenza può generare insulino-resistenza e quindi il diabete di tipo 2. I ricercatori hanno perciò tentato di capire meglio i meccanismi alla base dell’assorbimento degli acidi grassi studiando in particolare una proteina, denominata VEGF-B (fattore di crescita dell’endotelio vascolare B), che ha il compito di trasmettere segnali dai muscoli ai vasi sanguigni. Fra i livelli della proteina e il contenuto mitocondriale, i livelli energetici dei muscoli, gli scienziati hanno trovato una correlazione. La VEGF-B sarebbe in grado anche di regolare il livello delle FATP (proteine di trasporto degli acidi grassi) nelle pareti vascolari. Uno dei partecipanti alla ricerca, Ulf Eriksson del Karolinska Institutet di Stoccolma, ha commentato: “i topi privi della proteina VEGF-B o dei suoi recettori nelle pareti dei vasi sanguigni avevano un assorbimento inferiore di grassi nei muscoli e nel cuore, e un minor accumulo di grassi nei diversi tessuti. Invece, abbiamo scoperto che il grasso residuo si accumula nel tessuto adiposo bianco, causando un lieve aumento di peso nei topi”. La scoperta più interessante sembra essere il legame fra l’assenza della proteina VEGF-B e il maggior assorbimento di zucchero nel cuore, verificato nei topi sottoposti ad analisi di laboratorio. Proprio questo fattore può dare il via a ricerche più approfondite che, sulla base del ruolo svolto da tale proteina, potrebbero trovare nuovi trattamenti in particolare del diabete di tipo 2.

Fonte ITALIAsalute

Il Super Pomodoro contro il cancro!

Un’arma in più per la prevenzione del cancro. È il frutto, è proprio il caso di dirlo, di una ricerca tutta italiana dell’Istituto di Chimica Biomolecolare CNR di Napoli, che ha creato una sorta di superpomodoro completamente naturale e non transgenico dall’alto valore nutrizionale. Erano già note le proprietà antiossidanti del pomodoro, in grado di proteggere la membrana cellulare dall’aggressione dei radicali liberi; proprio da questa base sono partiti i ricercatori italiani che hanno sviluppato queste caratteristiche, aumentandole grazie a una serie di incroci di varietà diverse. Le sue caratteristiche sono state illustrate durante una conferenza stampa di presentazione della Settimana di Prevenzione del tumore alla prostata. Mauro Dimitri, presidente della World Foundation of Urology, ha spiegato: “questo pomodoro, nato dalla fusione dei corredi genetici di alcune varietà di pomodori neri e linee pure di San Marzano, risponde perfettamente alle caratteristiche nutrizionali di prevenzione. Possiede infatti un’attività antiossidante totale superiore ad altri ibridi di pomodoro normalmente in commercio e contiene una nuova famiglia di antiossidanti chiamata Antocianine, riconosciute per il loro ruolo di protezione in alcune sindromi metaboliche come quelle cardiovascolari, diabete, obesità ed elevati livelli di colesterolo e trigliceridi. Degli esperimenti condotti hanno inoltre dimostrato la perdita di solo il 20% dell’attività antiossidante totale a 300 gradi per 5 minuti”. Il prodotto della ricerca, il nuovo pomodoro alleato della prevenzione, è già pronto per essere lanciato sul mercato.

Fonte ItaliaSalute.it

Fecondazione assistita, bimbi a rischio obesità e diabete

Secondo una ricerca pubblicata su Human Molecular Genetics journal, il Dna dei piccoli concepiti con la Fivet, la fecondazione in vitro, presenta alcune particolarità ed è proprio questo che li rende più vulnerabili quando crescono. Arriva dagli Stati Uniti la notizia che un bambino venuto al mondo grazie alla fecondazione assistita avrebbe più possibilità di ammalarsi di diabete o di diventare obeso rispetto a un piccolo nato in modo naturale. La ricerca è stata realizzata dalla Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti, e pubblicata su Human Molecular Genetics journal. Gli scienziati hanno scoperto che il Dna dei piccoli concepiti con la Fivet, la fecondazione in vitro, presenta alcune particolarità ed è proprio questo che li rende più vulnerabili quando crescono. Nei laboratori di Philadelphia è stata osservata per mesi l’epigenetica, l’attività di regolazione dei geni, dei piccoli nati “in provetta”. “Sono state messe in luce una serie di differenze che possono colpire lo sviluppo dell’embrione e questo alla lunga può portare, in presenza di determinate situazioni, a un aumento di alcune malattie come, ad esempio, il diabete e l’obesità”, spiega il professoressa Carmen Sapienza, genetista alla Temple University di Philadelphia, coordinatrice della ricerca. I ricercatori statunitensi hanno analizzato la placenta e il cordone ombelicale di 13 neonati nati “in modo naturale” e di 10 concepiti invece con la fecondazione assistita. Osservando il sangue si è registrato una differenza nel modo in cui viene replicato il Dna. Nei bimbi nati con la fecondazione in vitro il livello di “duplicazione delle cellule” è leggermente più lento. La conseguenza immediata è che le cellule diventano “attive” in ritardo. “Abbiamo dimostrato che la fecondazione in vitro porta a una serie di differenze nella replica del Dna e che questo può influire sui geni”, conclude Sapienza. Lo studio potrebbe inoltre dare una spiegazione al fatto che i bambini nati con la Fivet tendono a soffrire di perdita di peso alla nascita e di una serie di disordini metabolici. La ricerca statunitense non è riuscita però a dimostrare la causa precisa di questi mutamenti. Fra le ipotesi c’è quella che le coppie con problemi di fertilità potrebbero avere un’attività di regolazione genetica diversa (epigenetica).

Fonte LaRepubblica.it/salute (autore Valeria Pini)

Nel sonno il segreto per dimagrire!!

Se pensate al letto come sinonimo di pigrizia e quindi ostacolo per il dimagrimento, sbagliate di grosso. È ormai una realtà scientifica il rapporto fra metabolismo e ciclo naturale del sonno e della veglia, più precisamente fra gli ormoni e le fasi cerebrali. Una quantità di ricerche hanno stabilito una relazione tra la quantità e la qualità del sonno da una parte, e l’indice di massa corporea dall’altra. Sulla rivista specializzata Obesity, la ricercatrice Deanna Arble, che lavora per il Centro del sonno e della biologia circadiana della Northwestern University in Illinois, ha pubblicato uno studio che mette in luce dati interessanti. Analizzando topi da laboratorio, la dott.ssa Arble ha scoperto che una dieta ricca di grassi aumenta il peso in percentuali diverse a seconda dell’ora in cui vengono somministrati gli alimenti. Se durante gli orari diurni il peso sale del 20 per cento, gli stessi alimenti proposti ai topi durante le ore notturne produce un aumento di peso pari quasi al 50 per cento. Altri studi hanno ricavato dati coerenti con lo studio della Arble, anche se relativi alla possibilità di sviluppare il diabete. Secondo una ricerca dell’Università di Chicago, le persone sane costrette a un ritmo di vita che prevede soltanto cinque ore di sonno al giorno perdono progressivamente la sensibilità al glucosio, il che le predispone appunto al diabete, oltre che all’obesità. Un’altra ricerca, stavolta canadese, ha individuato nel cattivo funzionamento della melatonina, l’ormone che regola il rapporto fra le fasi di sonno e di veglia, un aumento del 20 per cento del rischio di insorgenza della malattia. Secondo la dott.ssa Arble, quindi, le prove di una profonda influenza dei ritmi circadiani – ovvero il ciclo dei processi fisiologici di un essere vivente nell’arco di 24 ore – sul metabolismo umano sono indubitabili: “tutti i principali elementi chiamati in causa nella regolazione del peso e dell’appetito sono influenzati dall’alternanza di sonno e veglia e hanno un andamento fluttuante nell’arco della giornata: il metabolismo dell’insulina, la funzionalità della leptina (l’ormone della sazietà), la regolazione della temperatura e molto altro. E questo significa che l’obesità può essere vista anche come una patologia derivante dalla perdita di armonia in questo delicato equilibrio”. A questo punto, quali potrebbero essere le strategie per riequilibrare questo rapporto? Al momento, non esistono farmaci in grado di regolare meccanismi tanto complessi e i medici suggeriscono pertanto di mettere in atto terapie comportamentali mirate, in poche parole di riprendere le vecchie e sane abitudini di una volta. La rivoluzione del tempo quotidiano indotta dalle nuove esigenze economiche che si sono presentate negli ultimi cento anni ha costretto il nostro organismo a far fronte a situazioni inedite. La mancanza del giusto riposo e la diminuzione complessiva delle ore di sonno sono andate di pari passo con l’aumento dei fenomeni di ipertensione, diabete, obesità, problemi cardiaci. Costretti a ritmi esasperati, la qualità della nostra vita peggiora e il nostro organismo alla fine presenta il proprio conto. Se si vuole veramente dimagrire, quindi, occorrerà che ognuno di noi operi una piccola rivoluzione nei comportamenti.

Fonte ITALIAsalute.it

Cuore più sano con i fianchi abbondanti

Se il vostro ideale è un corpo da top model, con curve femminili appena accennate, una ricerca inglese potrebbe farvi venire qualche dubbio. Secondo un’équipe di Oxford, infatti, avere un pò di grasso in eccesso localizzato nei fianchi, sulle cosce e sul sedere svolgerebbe un’azione protettiva riguardo potenziali patologie di carattere cardiaco e metabolico. Il grasso localizzato in queste aree del corpo femminile ha la capacità di respingere gli acidi grassi nocivi e contiene un agente anti-infiammatorio che aiuta a prevenire l’ostruzione delle arterie. Lo stesso non si può dire del grasso che invece si accumula sull’addome. In un futuro non troppo lontano, i medici potrebbero mettere a punto una redistribuzione del grasso corporeo aumentando quello dei fianchi per tenere a bada malattie quali il diabete, ad esempio. Oltretutto, come riferiscono i ricercatori inglesi, poco grasso intorno ai fianchi può agevolare l’insorgenza di patologie gravi come la sindrome di Cushing, vale a dire il quadro clinico derivante da un eccesso di produzione dell’ormone cortisolo da parte del surrene, la ghiandola endocrina situata sul polo superiore del rene. La ricerca sottolinea anche il rischio di regimi alimentari volti a un dimagrimento troppo rapido, che sarebbe deleterio per l’organismo in quanto il grasso eliminato troppo in fretta rilascia una percentuale di citochine che dà vita ad infiammazioni e conduce a malattie cardiovascolari, insulino-resistenza e diabete. Al contrario, bruciare grassi in maniera lenta ma costante favorisce il rilascio di adiponectina, un ormone che regola il controllo dello zucchero nel sangue. Il coordinatore della ricerca, Konstantinos Manolopoulos, sintetizza in una battuta l’esito della propria ricerca: “in un mondo ideale si dovrebbero avere cosce e sedere abbondanti e pancia piatta. Purtroppo, in genere si hanno abbondanti entrambe le parti o nessuna delle due”.

Fonte ITALIASALUTE.it

Lo yogurt combatte obesità e diabete

yogurtI fermenti lattici come preziosi alleati nel prevenire obesità e diabete. È la conclusione cui giunge una ricerca finlandese su una serie di bambini nutriti fin dai primi anni di vita con lo yogurt. I ricercatori, coordinati dal dott. Marko Kalliomaki, sono convinti della capacità dei fermenti lattici di ostacolare l’aumento del peso e l’insorgenza di complicazioni dovute a una cattiva alimentazione, come il diabete, appunto. I medici finlandesi hanno notato come, a distanza di alcuni anni, i bambini che avevano assunto regolarmente yogurt pesavano in media 4 chili in meno dei loro compagni e presentavano un intestino pressoché libero dai batteri cattivi, quali lo stafilococco. Nei soggetti obesi, infatti, la flora intestinale è più ricca di batteri produttori di tossine mentre, perdendo peso, la stessa flora batterica migliora. Qui entra in gioco lo yogurt e i suoi effetti positivi: il suo segreto consiste nella capacità di ridurre l’assorbimento di energia degli alimenti, fino al 2%.
Concorda con le conclusioni dello studio nordico anche la dott.ssa Rosalba Giacco, ricercatrice all’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del CNR di Avellino: “Credevamo che la flora intestinale avesse effetto solo a livello locale, proteggendo il colon da tumori e malattie infiammatorie croniche: non è così. I fermenti lattici, infatti, producono acido acetico, propionico e butirrico: i primi due vanno nel sangue e da qui nel fegato, dove regolano la produzione epatica di glucosio e grassi come colesterolo e trigliceridi; il butirrico invece resta nell’intestino a ‘nutrire’ le cellule dell’epitelio”.
I fermenti lattici possono essere assunti direttamente grazie a yogurt e prodotti simili, ma sarebbe bene favorirne lo sviluppo anche attraverso un’alimentazione complessivamente più sana e ricca di fibre, con una maggiore attenzione quindi per frutta, verdura e prodotti integrali quali pasta e pane. Prosegue la dott.ssa Giacco: “Le fibre favoriscono la crescita dei batteri buoni al posto dei cattivi, che invece proliferano se si mangia molta carne o altri prodotti di origine animale. Purtroppo anche in Italia abbiamo un po’ perso le sane abitudini della dieta mediterranea e consumiamo meno fibre rispetto al passato: ora siamo più o meno allineati ai consumi europei, che variano fra i 3 e gli 11 grammi di fibre al giorno. Poche: è bene aumentare l’introito di frutta, verdura, cereali, pasta e pane integrali, oltre che di prodotti come lo yogurt che contengono fermenti lattici. Serve a prevenire l’obesità e quindi il diabete, ma anche tumori, malattie cardiovascolari e molte malattie croniche intestinali”.
Da oggi, perciò, pare esserci un motivo in più per mangiare yogurt e pensare a un cambiamento delle nostre abitudini alimentari.

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