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Fermenti lattici per prevenire l’obesità e il diabete

I probiotici e i cibi che ne favoriscono lo sviluppo riducono il rischio di ingrassare e ammalarsi di diabete.

YOGURTUno yogurt al giorno toglie obesità e diabete di torno. Così si potrebbe riadattare il vecchio detto alla luce di quanto si è discusso a Riccione, al congresso Panorama Diabete della Società Italiana di Diabetologia: secondo gli esperti infatti non c’è alcun dubbio, la flora intestinale conta, eccome, nel decidere il nostro peso sulla bilancia e pure nel proteggerci o meno dal diabete.

STUDI – La convinzione deriva dalle ricerche più recenti: una, pubblicata poco tempo fa da ricercatori finlandesi, ha scoperto che i batteri che stazionano nell’intestino fin dalla prima infanzia condizionano il peso dei bambini. Marko Kalliomaki, dell’università di Turku in Finlandia, ha studiato 49 bimbi valutandone la flora batterica intestinale a un anno di vita; dopo 6 anni ha rivisto i piccoli e ha scoperto che quelli in cui abbondavano i probiotici (i famosi bifidobatteri che si trovano anche nello yogurt) pesavano in media 4 chili di meno rispetto ai coetanei che da neonati avevano l’intestino più ricco di batteri «cattivi», come lo stafilococco. Un dato che si somma ad altri e fa dire ai diabetologi che la flora intestinale «buona», cioè i probiotici o fermenti lattici, aiuta a prevenire l’obesità e il diabete, a questa strettamente correlato. «Credevamo che la flora intestinale avesse effetto solo a livello locale, proteggendo il colon da tumori e malattie infiammatorie croniche: non è così – spiega Rosalba Giacco, relatrice alla sessione del convegno su alimentazione e diabete e ricercatrice all’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del CNR di Avellino –. I fermenti lattici infatti producono acido acetico, propionico e butirrico: i primi due vanno nel sangue e da qui nel fegato, dove regolano la produzione epatica di glucosio e grassi come colesterolo e trigliceridi; il butirrico invece resta nell’intestino a “nutrire” le cellule dell’epitelio».

PROBIOTICI – Quando la flora «buona» scarseggia e prendono il sopravvento altri batteri, allo stesso modo gli effetti si fanno sentire anche altrove: «I batteri cattivi producono tossine che favoriscono l’infiammazione e l’aterosclerosi, riducono l’attività dell’insulina e promuovono la sintesi di colesterolo e trigliceridi», dice Giacco. Così non stupisce scoprire che negli obesi la flora intestinale è molto diversa rispetto a quella dei magri e che perdendo peso anche i batteri nell’intestino si modificano. «I batteri intestinali buoni regolano l’assorbimento dell’energia dagli alimenti: riducono del 2 per cento l’introito energetico, e ciò nell’arco di anni può fare la differenza fra essere normopeso o sovrappeso – continua la ricercatrice –. Inoltre, i probiotici hanno anche effetto stimolante su ormoni intestinali che portano a un aumento del senso di sazietà, e quindi a mangiare di meno».

PREBIOTICI – I fermenti lattici si possono introdurre da soli attraverso yogurt o simili, ma è utile anche favorirne lo sviluppo mangiando cibi che sono «graditi» ai batteri buoni, i cosiddetti prebiotici: per lo più si tratta di fibre provenienti da frutta e verdura. «Le fibre favoriscono la crescita dei batteri buoni al posto dei cattivi, che invece proliferano se si mangia molta carne o altri prodotti di origine animale – spiega Giacco –. Purtroppo anche in Italia abbiamo un po’ perso le sane abitudini della dieta mediterranea e consumiamo meno fibre rispetto al passato: ora siamo più o meno allineati ai consumi europei, che variano fra i 3 e gli 11 grammi di fibre al giorno. Poche: è bene aumentare l’introito di frutta, verdura, cereali, pasta e pane integrali, oltre che di prodotti come lo yogurt che contengono fermenti lattici. Serve a prevenire l’obesità e quindi il diabete, ma anche tumori, malattie cardiovascolari e molte malattie croniche intestinali», conclude l’esperta.

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Parliamo di DEFICIT ERETTILE con …

Tratteremo di DEFICIT ERETTILE con il dott. Antonino Pipitone, medico specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio, Responsabile del Servizio di Diabetologia ed Endocrinologia dell’Ospedale di Adria (Rovigo), Esperto in Diabetologia, Diabete Gestazionale, Obesità, Disturbi dell’Alimentazione, Dislipidemie, Impotenza Sessuale, nostro Ospite in GALENOsalute.

Il deficit erettile è presente in molti pazienti diabetici sopratutto se associato all’ipertensione. Le cause e i modi con cui l’impotenza si manifesta possono essere diversi a seconda dei pazienti e dello stato di avanzamento della malattia diabetica.

Inizialmente si tratta di deficit erettile transitorio o temporaneo dovuto principalmente a problemi psicologici (il dover accettare la malattia, le cure, le paure per il futuro) che determinano calo dell’autostima (il paziente per ovvi motivi si sente menomato e ha scarsa fiducia nel futuro), si chiude, è depresso e si distacca dalle attività della vita personale e di relazione. Questa fase coincide solitamente con il periodo di difficile controllo metabolico a cui conseguono stati di grave iperglicemia. Il buon controllo terapeutico della glicemia, la stabilizzazione e l’accettazione della malattia consentono in questa fase il ripristino della attività sessuale spontanea ed è quindi fondamentale la tempestività nella diagnosi di malattia diabetica, il supporto psicologico e il controllo terapeutico del metabolismo glicidico.

In una fase più avanzata della malattia diabetica il deficit erettile diviene persistente a causa della neuro-angiopatia diabetica che determina una graduale e irreversibile compromissione vascolare e neurologica (ridotta elasticità dei vasi specialmente quelli dei microcircoli periferici e compromissione nervosa) con alterate risposte ai test di trasmissione e percezione nervosa centrale e periferica e agli esami dinamici per lo studio dei distretti vascolari.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con il nostro Ospite Specialista.

Infarto cardiaco

Infarto cardiacoCos’è? | Si verifica quando l’irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco (miocardio) diminuisce o viene a mancare in seguito all’occlusione di una o più arterie coronariche. L’infarto miocardico è una malattia che colpisce più di duecentomila italiani all’anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte. Se l’infarto colpisce solo una zona limitata del muscolo cardiaco, le conseguenze non sono gravi. Se la lesione del muscolo cardiaco è molto estesa, può provocare la morte o un’invalidità (di grado variabile).

Quali sono le cause? | Le arterie coronarie normali appaiono come dei tubi puliti. Ma vi sono dei fattori di rischio che predisporre alla formazione di lesioni aterosclerotiche che alterano le arterie.

Molti sono i fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di infarto miocardico:

1.Età | L’aterosclerosi coronarica, come quella degli altri distretti vascolari, è una malattia di tipo degenerativo, dovuta essenzialmente alla inevitabile senescenza dei vasi; per cui si dice comunemente, non a torto, che abbiamo l’età dei nostri vasi; ed a dispetto di ogni disperata ricerca di ringiovanimento esteriore ed estetico, nessuno può venderci la pillola della giovinezza;

2.Precedenti familiari di infarti | Le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei familiari, per cui si finisce con l’ereditare la predisposizione ad ammalare, ed i discendenti di coronaropatici vanno guardati con particolare attenzione; 

3.Sesso | Per quanto riguarda il sesso, le donne, soprattutto in età feconda, sono relativamente protette rispetto agli uomini dalla aterosclerosi coronarica. Gli indici tendono poi gradualmente a livellarsi dopo la menopausa. Con una Ebct (tomografia a fascio di elettroni) sono state analizzate 541 donne con età media di 48 anni. Quelle in cui l’esame aveva rivelato calcificazioni iniziali (non visibili con esami radiografici tradizionali) dell’aorta e delle arterie coronarie sono andate incontro ad infarto od altra malattia coronarica nei 15 anni successivi l’esame. Un risultato inquietante questa capacità predittiva dell’esame che, proprio per questo, è una formidabile arma di prevenzione. Tutte le donne che hanno modificato il loro stile di vita a rischio (alimentazione ipercalorica e con eccesso di grassi animali) e hanno riportato nei limiti di sicurezza i valori di colesterolo cattivo (LDL) ed elevato quelli del buono (HDL) hanno abbassato il rischio di malattia cardiaca. Va anche detto, però, che l’infarto nelle donne tende ad essere in genere più grave rispetto a quello dei maschi.

4.Livello di colesterolo elevato | I grassi sotto accusa sono il colesterolo totale, la sua frazione LDL ei trigliceridi, il cui tasso aumentato nel sangue è un sicuro fattore di rischio; è un rischio anche la diminuzione del tasso di un’altra frazione del colesterolo, l’ HDL, che ha funzioni protettive. L’ipercolesterolemia di per sé non è una malattia, ma solo un fattore di rischio ed il colesterolo non è un veleno, ma anzi è un costituente fondamentale di tutte le cellule dell’organismo. Il guaio è che per cattive abitudini alimentari il suo livello risulta abnormemente elevato; ciò, sul lungo periodo, può risultare dannoso. I livelli desiderabili di colesterolo sono intorno ai 200 mg/ml ed il dosaggio della colesterolemia rientra in una buona prassi di medicina preventiva, soprattutto nelle fasce di età a rischio (fra i 40 ed i 70 anni), anche se oggi sembra opportuno porsi il problema del suo controllo fin dall’infanzia. E’ dubbio, invece, se valga la pena di effettuare ripetute e frequenti determinazioni del colesterolo in soggetti ultrasettantenni e spesso ottuagenari, anche se è dimostrato che la riduzione della colesterolemia è utile anche in età avanzata. Quello che va evitato è lo stato di ansia e di preoccupazione con cui taluni soggetti in tarda età e spesso abbondantemente di là del rischio “inseguono” affannosamente il loro tasso di colesterolo.

5.Ipertensione
 
6.Diabete 

7.Obesità | Piuttosto che di obesità è meglio parlare di eccesso ponderale. L’eccesso ponderale si accompagna con grande frequenza ad aumento della pressione, della glicemia, dei grassi nel sangue, ed a riduzione dell’attività fisica; inoltre, è un grosso fardello che affatica inutilmente il cuore. Secondo dati recenti nel mondo occidentale circa il 30% della popolazione avrebbe un eccesso ponderale di varia entità. Va precisato, a questo proposito, che si parla di obesità quando il peso corporeo superi del 15% il peso ideale.
La determinazione del peso ideale si ottiene con varie formule. Un criterio abbastanza diffuso definisce come peso ideale il numero di chili pari ai centimetri oltre il metro di statura (quindi, per un uomo alto 1,80 m. il peso ideale sarebbe 80 chili), ma questo criterio è forse più adatto al ventenne che svolga attività fisica; per un sessantenne sedentario appare eccessivamente generoso, e sarebbe consigliabile una riduzione di almeno il 10%. E’ stato anche sicuramente dimostrato che l’aumento del peso del 20% rispetto a quello ideale nei soggetti di media età raddoppia l’incidenza di malattie delle coronarie, e la triplica se l’obesità si accompagna a ipercolesterolemia o ipertensione. Gli obesi malati di cuore vivono in media 4 anni di meno del cardiopatico di peso regolare. L’essere fortemente sovrappeso anticipa poi di 7 anni l’inizio della malattia in chi è predisposto. Negli Stati Uniti è stato anche calcolato che se si riuscisse a debellare il cancro la vita si allungherebbe di meno di due anni, mentre se si eliminasse l’obesità si allungherebbe di 5 anni.

8.Fumo

9.Stress | L’importanza dello stress è generalmente sopravvalutata dai pazienti. In gran parte ciò è dovuto al fatto che è un termine che ha trovato grande successo e diffusione, essendo chiamato in causa per situazioni molto diverse. Essendo utopistico e irrealizzabile l’intento di modificare positivamente l’ambiente in maniera sostanziale, è chiaro che i nostri sforzi sono diretti alla individuazione ed alla eventuale modificazione di quei tratti della personalità che, sottoposti all’influenza ambientale, possano costituire un fattore di rischio per gli eventi coronarici. Numerosi ed approfonditi studi hanno individuato uno specifico atteggiamento comportamentale, definito come personalità di tipo A, che costituisce un sicuro fattore di rischio coronarico. Gli elementi costitutivi del comportamento di tipo A sono rappresentati da una costellazione di atteggiamenti caratteriali che contribuiscono nel loro insieme a determinare uno specifico tipo di personalità.
In sintesi, i tratti distintivi del comportamento di tipo A sono la fretta, l’impazienza, l’eccessiva competitività ed un certo grado di ostilità verso l’ambiente sociale, lavorativo e familiare. Nell’ambito di una strategia riabilitativa globale, in cui gli atteggiamenti psicologici hanno un ruolo fondamentale, la ripresa graduale delle proprie attività, con un’ottica diversa e con una mentalità diversa, favorisce il totale reinserimento sociale, la chiusura di un periodo della vita difficile ed oscuro, culminato con un grave “incidente”, e l’inizio della ricostruzione psico-fisica del paziente, su nuove basi. Sul piano pratico è consigliabile adottare una serie di atteggiamenti di difesa, che potrebbero essere riassunti nei seguenti consigli: eliminare l’eccesso di lavoro; affrontare e risolvere un problema alla volta; crearsi se è possibile un hobby.

10.Sedentarietà | Il tema della sedentarietà, intesa come ridotta attività fisica, è strettamente connesso con quello dell’eccesso ponderale. Una riduzione del dispendio calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un accumulo di grasso ed aumento di peso.”. Accurate indagini statistiche effettuate in un numero rilevante di pazienti hanno consentito di verificare che l’attività fisica si traduce in una diminuzione significativa del rischio cardiovascolare, sia nella prevenzione primaria, cioè nell’evitare un primo infarto, sia, e soprattutto, nella prevenzione secondaria, cioè nell’evitare un secondo infarto in chi ne abbia già subito uno. I meccanismi attraverso i quali l’attività fisica induce effetti benefici sono ben noti, e sono sia diretti che indiretti. Direttamente, l’allenamento fisico, cioè un’attività fisica regolare e costante, produce effetti benefici mediante la riduzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa sotto sforzo, con conseguente risparmio del consumo di ossigeno del muscolo cardiaco, una migliore utilizzazione dell’ossigeno da parte dei muscoli scheletrici, un miglioramento della capacità lavorativa globale, uno spostamento del controllo nervoso del cuore a vantaggio del vago, sistema frenatore e di risparmio, a discapito del simpatico, sistema acceleratore e dispendioso, un innalzamento della soglia a cui compaiono ischemia ed angina durante lo sforzo, ed aritmie minacciose. Indirettamente, l’attività fisica ha effetti benefici attraverso un aumento del colesterolo protettivo HDL, una riduzione dell’aggregabilità delle piastrine, una riduzione della pressione arteriosa, degli ormoni circolanti che stimolano il cuore, della glicemia nel diabete e dei trigliceridi, dell’obesità, dell’abitudine al fumo. Non c’è dubbio, quindi, che l’attività fisica vada incoraggiata ed incrementata e che al contrario la vita sedentaria vada evitata invertendo, così, la radicata tendenza che imponeva periodi di lunga e pressoché completa, e talora definitiva inattività agli infartuati.

Nella maggior parte dei casi, l’infarto miocardico è dovuto alla formazione di un grumo di sangue (coagulo) che ostruisce un’arteria coronarica. Si tratta in questo caso di una trombosi coronaria. E’ più raro che la contrazione temporanea (spasmo), di un’arteria coronaria possa scatenare un infarto.

Quando si verifica | L’infarto è in genere la conseguenza drammatica di una malattia che è iniziata molti anni prima senza manifestarsi fino a quel momento; le cause scatenanti, che in un determinato momento fanno bruscamente precipitare una situazione mantenuta in equilibrio fino ad un istante prima sono assai variabili e non sempre identificabili. Talora il dolore si verifica durante un intenso sforzo fisico compiuto da un soggetto non allenato: la partita di calcio “scapoli-ammogliati” effettuata magari dopo un anno di lavoro a tavolino e magari sotto il solleone e dopo abbondanti libagioni, è responsabile di molte precoci vedovanze. A volte, in associazione ad uno stress psicologico intenso e prolungato, come conflitti o litigi nell’ambito familiare o lavorativo; talora si tratta di forti ed improvvise emozioni a contenuto sgradevole, come aggressioni, rapine, coinvolgimento in incidenti stradali ed in disastri come terremoti, alluvioni, incendi, etc. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi non si riesce ad individuare il meccanismo scatenante dell’evento infartuale, e va anzi ricordato che studi ormai numerosi di cronobiologia hanno dimostrato in maniera inconfutabile che il maggior numero di infarti si verifica nelle primissime ore del mattino quando il paziente è in completo riposo. Gli infarti fatali avrebbero, inoltre, una stagionalità tra dicembre e gennaio.

Quali sono i sintomi? | La parola angina introduce l’elemento soggettivo della sofferenza ischemica del muscolo cardiaco: il sintomo dolore. Sia l’ischemia che l’infarto generalmente provocano dolore anginoso, ed in genere il dolore dell’infarto è più intenso e soprattutto più prolungato. Il primo sintomo dell’infarto cardiaco è il dolore, si manifesta come un senso di fastidio al petto. La sensazione di oppressione, compressione, dolore o peso nel centro del petto si può irradiare alle spalle, al collo, alle braccia o alla schiena. Spesso l’infarto si rivela con l’insieme dei seguenti sintomi: Abbondante sudorazione fredda nella parte superiore del corpo, stordimento, mancanza di fiato e nausea.  La mancanza di fiato è dovuta all’impossibilità del cuore di pompare in modo efficace e determina, in alcuni pazienti, una sensazione di oppressione al petto come una corda che stringe. Se si è in grado di riconoscere i sintomi dell’angina e dell’infarto, si potrà essere in grado di salvare la vita a se stessi o agli altri. Se invece non si riconoscono i sintomi o si attribuiscono ad un altro disturbo (un’indigestione…) il trattamento dell’infarto arriverà troppo tardi. Purtroppo, in una buona percentuale di casi, sia l’ischemia che l’infarto possono non accompagnarsi a dolore: condizioni queste rispettivamente definite ischemia silente ed infarto silente. La prognosi, il decorso ed il rischio dell’ischemia e dell’infarto silente non differiscono sostanzialmente dalle forme che si accompagnano a dolore; non si tratta di forme “lievi” della malattia; anzi, l’assenza di un campanello di allarme come il dolore può esporre in definitiva il paziente ad un rischio maggiore.

Qual è la differenza tra infarto ed ischemia? | S’intende per ischemia lo stato di sofferenza del muscolo cardiaco non sufficientemente irrorato. C’è una differenza fondamentale tra infarto ed ischemia. L’infarto è un’interruzione totale del flusso del sangue al cuore, i cui sintomi durano più di 15 minuti, non scompaiono con il riposo o con i farmaci (con la nitroglicerina sono solo alleviati) ed una parte del muscolo cardiaco incomincia a morire. E’, quindi, una condizione stabile ed irreversibile. L’ischemia è transitoria e reversibile; consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue ossigenato al cuore; i sintomi durano pochi minuti e si possono alleviare con il riposo o con i farmaci. Ciò che determina il punto di passaggio fra ischemia ed infarto è la durata dell’assenza di flusso; infatti, il muscolo cardiaco riesce a tollerare l’assenza di irrorazione per un tempo limitato (meno di 30 minuti), al di là del quale comincia ad andare in necrosi, a morire. Nella maggioranza dei casi, l’ischemia si determina quando, a fronte di una maggiore richiesta di ossigeno e materiali nutritivi, e quindi di un aumento di flusso, determinata da un’attività fisica più o meno intensa, questa richiesta non può essere soddisfatta a causa dei restringimenti (stenosi) prodotti all’interno delle arterie coronarie dalla malattia aterosclerotica. Si crea così una discrepanza transitoria fra necessità di apporto e possibilità di adeguamento dei flussi; questa è la condizione detta “angina da sforzo”.

Cosa succede nella zona del cuore in cui le cellule sono morte? | In alcuni casi di infarto la porzione di parete del muscolo cardiaco non più contrattile, cicatriziale ed assottigliata, protrude durante la contrazione (in sistole), dando luogo a quello che si definisce aneurisma ventricolare. Questa, comunque è una conseguenza abbastanza rara dell’infarto; generalmente, invece, l’assottigliamento della zona infartuata, pur senza dar luogo all’aneurisma, finisce col provocare un’alterazione più o meno grave della geometria ventricolare, che risponde a precise e rigorose leggi fisiche, ed un deterioramento della funzione meccanica della pompa. E’ intuitivo che le conseguenze “meccaniche” dell’infarto saranno tanto più gravi quanto più estesa è la zona assottigliata e non contrattile; generalmente, si ritiene che l’infarto sia più o meno grave in relazione alla sede (anteriore, o posteriore o inferiore). Tradizionalmente si ritiene che l’infarto posteriore o inferiore sia meno grave di quello anteriore; questo potrà anche essere vero, ma la cosa più importante nel determinare la prognosi sia immediata sia a distanza dell’infarto non è tanto la sua sede, quanto la sua estensione. È meglio, quindi, sotto questo aspetto, distinguere infarti piccoli e circoscritti da infarti estesi. Inoltre, i danni meccanici prodotti da un eventuale secondo infarto, soprattutto se questo interessa una zona diversa dal precedente, si sommano a quelli provocati dal primo.

Quando consultare il medico? | Ogni sintomo che segnali l’inizio di un infarto impone l’immediata consultazione del medico. Se il medico non è rintracciabile, chiamare un’ ambulanza e raggiungere immediatamente il pronto soccorso dell’ospedale più vicino.

Cosa fanno al pronto soccorso? | Una volta chiarito che il confine fra ischemia ed infarto è solo temporale, e che vi sono dei tempi, anche se ristretti, e dei mezzi che consentono di arrestare l’evoluzione dell’ischemia in infarto, si capisce bene l’importanza del fattore tempo. Gli specialisti del pronto soccorso, dopo un elettrocardiogramma di conferma, avvieranno subito le analisi del sangue per dosare gli enzimi liberatisi durante l’infarto dal muscolo cardiaco (mioglobina, troponina, GOT, GPT, LDH, CK, CKMB).

Qual è la terapia per l’infarto miocardico? | Fino a poco tempo fa la terapia consisteva essenzialmente nell’alleviare il dolore e nel trattare le complicanze precoci. La moderna terapia della malattia coronarica si basa su tre cardini: le cure mediche (nuovi farmaci, conosciuti con il nome di trombolitici, permettono oggi di sciogliere rapidamente i grumi di sangue all’origine della maggior parte degli infarti), la chirurgia del bypass aorto-coronarico, e la dilatazione con palloncino delle coronarie stenotiche (angioplastica coronarica).

Come evitare l’infarto miocardico?

  • Smettere di fumare;
  • Mantenere il peso ideale;
  • Alimentarsi con cibi poveri di grassi animali;
  • Praticare un esercizio fisico regolare e senza eccessi;
  • Mantenere a livelli normali la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia.

Si può ritornare ad una vita normale?

Un infarto piccolo non ha conseguenze gravi. La riabilitazione ed una terapia appropriata permetterà al muscolo cardiaco di riprendere la propria funzione e lascerà solo strascichi trascurabili. Il 50% delle persone colpite da un infarto miocardico ritornano ad una vita normale nel giro di pochi mesi.

I numeri del cuore italiano
300: casi di infarto ogni 100.000 abitanti;80.000: infarti diagnosticati ogni anno;8%:casi di reinfarto ad un anno dal primo evento;

200.000: persone con fibrillazione atriale… delle quali;

Il 5-7%: lamenta, ogni anno, embolie cerebrali con decadimento delle funzioni cognitive sino alla demenza;

250: casi di ictus ogni 100.000 abitanti;

35-40%: casi di ictus in meno con la riduzione di 5-6 mmHg di pressione sistolica;

1.000.000: sopravvissuti ad almeno un infarto.

a cura del Centro per la Lotta Contro l’Infarto

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Omega3 cardioprotettivi ma senza esagerare con le quantità

SalmonePer un cuore protetto bastano 200 mg di omega 3 al giorno. Ad affermarlo sono i ricercatori dell’Università di Lione che, nell’articolo pubblicato su The FASEB Journal, sostengono sia la dose “giusta” per allontanare il rischio di incorrere in diversi problemi cardiaci, nell’aterosclerosi e nel diabete. La ricerca è stata condotta su 12 uomini di età compresa tra i 53 e i 65 anni, in buona salute, suddivisi in quattro gruppi che avevano il compito di consumare rispettivamente 200, 400, 800 o 1600 mg di omega 3 al giorno per un periodo di due settimane. Al termine dell’esperimento gli scienziati hanno rilevato che soltanto la dose pari a 200 mg aveva ottenuto l’effetto antiossidante, mentre quantità maggiori risultavano essere controproducenti per la circolazione sanguigna. “Il nostro studio – spiega Michel Lagarde,  ricercatore dell’Università di Lione – dimostra che il consumo regolare di piccole quantità di omega 3 è in grado di migliorare lo stato di salute delle persone, soprattutto a livello cardiovascolare”. Il passo successivo, affermano gli studiosi, consisterà nel realizzare una ricerca su un campione più vasto per confermare i risultati ottenuti.

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Probiotici gusto frutta: il succo per i diabetici arriva dalla Cina

succo di fruttaUn mix di zucca, pere, carote e cipolle, lavorate con i fermenti lattici: la ricetta, che arriva direttamente dalla Cina, permetterà ai diabetici di bere il succo di frutta. La bevanda, che del succo di frutta ordinario conserva il gusto, le vitamine e le altre sostanze nutritive, è caratterizzata da un basso apporto di calorie per consentirne il consumo ai malati di diabete, sensibili all`assunzione degli zuccheri. La ricerca che ha portato alla realizzazione della nuova bevanda è stata presentata da un gruppo di scienziati cinesi nel corso della 237° Assemblea Nazionale dell`American Chemical Society svoltasi nei giorni scorsi a Salt Lake City, nello Utah (Stati Uniti).

La ricerca – Il segreto è tutto nei fermenti lattici, spiegano i ricercatori Heqin Xing, e Xiuqi Liu di Jilin dell`University of Changchun (Cina). La produzione del succo si basa quindi sull`uso dei lactobacilli (in particolare il lactobacillus acidophilus e il l. plantarum), batteri che producono acido lattico come risultato della fermentazione – processo già utilizzato nella produzione di altri alimenti come yogurt, formaggi e salsicce – per eliminare i carboidrati, pur mantenendo inalterati sapore, vitamine, minerali e altre sostanze nutritive. “Questo è uno sviluppo entusiasmante – ha detto Liu -. Il processo di produzione rimuove la presenza degli zuccheri in maniera significativa, ma mantiene il contenuto nutrizionale delle materie prime che compongono il succo”.

Più economico, meno costoso – I tradizionali metodi di depurazione del succo dagli zuccheri sono più costosi e molto più complessi rispetto al processo a base di lactobacilli, spiega Liu: “Questo procedimento migliora il metodo di preparazione delle bevande vegetali adatte ai diabetici, essendo più semplice da realizzare e meno costoso dei procedimenti già esistenti”.

Ma quale prezzo paga il sapore del nuovo succo? – Grazie all`aggiunta di xilitolo, un dolcificante adatto ai diabetici, Xing spiega che il succo di frutta ha un buon sapore agrodolce, come molti altri succhi di frutta già in commercio. “Il gusto è buono, e le calorie sono ridotte grazie al ridotto contenuto di carboidrati – conclude Xing -. Probabilmente entro un anno saremo in grado di metterlo sul mercato“.

fonte SALUTE24.it

Pizze e panini: poco magnesio, e il corpo soffre

paninoUn panino, patatine fritte, una bibita gassata e via. Mentre il girovita, vittima dei ritmi frenetici della città, si allarga, l’assunzione giornaliera di magnesio si riduce. Più del 20% degli italiani, infatti, seguirebbe giornalmente una dieta povera di questo oligoelemento fondamentale per il nostro benessere. E il conto da pagare per la salute risulterebbe molto salato: dall’insonnia fino al diabete, dal mal di testa fino alla tachicardia, arrivando all’osteoporosi.

Regista silenzioso della salute metabolica – Così Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell`ospedale San Raffaele di Milano, definisce il magnesio. Si tratta infatti di un macrominerale che si comporterebbe come uno ‘starter’ in grado di catalizzare ben “oltre trecento reazioni enzimatiche” all’interno dell’organismo. Ecco perché non assumerne abbastanza potrebbe comportare numerosi problemi per il nostro benessere psicofisico. Sfera neuro-psichica, neuro-vegetativa e gastrointestinale: queste le tre principali maxi-aree colpite da una assunzione giornaliera di magnesio al di sotto dei 350 milligrammi (quantità raccomandata) .

Osteoporosi e sindrome metabolica – Essere a corto di magnesio, secondo i risultati delle ultime ricerche, aumenterebbe il rischio di ammalarsi di osteoporosi e di sindrome metabolica: “Insieme al calcio – spiega Graziottin – il magnesio è un fattore attivo nella formazione di osteoblasti, le cellule specializzate nella costruzione del tessuto osseo. Per questo, assumere la quantità di magnesio raccomandata può aiutare a prevenire l’osteoporosi”.

Diabete e ipertensione – La carenza di magnesio sarebbe stata riscontrata nei diabetici di tipo 2 in misura significativamente superiore rispetto alle persone sane (13-48% circa contro 2-15%). Coloro che presentano uno squilibrio nell’assunzione di magnesio sarebbero, dicono gli esperti, anche meno sensibili all’insulina, avrebbero la glicemia più alta e una forte tendenza a essere ipertesi.  

Sindrome pre-ciclo – Irritabilità, fame nervosa, sonno agitato, pensieri negativi, umore nero e scatti improvvisi di rabbia o di tristezza: ogni mese più di 6 italiane su 10 sono costrette a fare i conti con la sindrome premestruale. E nel 60% dei casi, soprattutto nella fascia fra i 30 e 45 anni, la sindrome pre-ciclo sarebbe associata a un deficit di magnesio, minerale chiave nella regolazione dei delicati meccanismi del metabolismo femminile.

Da evitare – Le diete sbilanciate, tanto diffuse nelle città e soprattutto tra i più giovani, disposti a consumare pizze e panini farciti più volte nell’arco della giornata, portano ad assumere poche proteine, tanti carboidrati e pochissimi sali minerali. Da tenere alla larga sono anche l’alcol, i lassativi (spesso usati nelle diete dimagranti) e i diuretici (utilizzati dagli anziani).

Mangiare bene – Cereali integrali, legumi, verdura a foglie verdi e frutta secca, ma anche latte, yogurt e cioccolato sono gli alimenti più ricchi di magnesio. “Via libera poi agli integratori – dice Graziottin – ma con intelligenza. Se il problema sono lo stress, la stanchezza di stagione, oppure un intenso carico di attività fisica, allora può andar bene anche l`autosomministrazione, ma sempre controllata. Ma se i sintomi sono più seri, l`assunzione di magnesio va inserita in un piano terapeutico studiato con il proprio medico”.

fonte salute24.it

«Effetto espresso»: con quattro tazzine il cervello corre

Il pensiero di una tazzina di caffè fumante riesce spesso a “smuovere” dal letto anche chi ci resterebbe per ore e da oggi sappiamo che può produrre effetti positivi anche a lungo termine. È quanto emerge dalla ricerca pubblicata su Journal of Alzheimer`s Disease dai ricercatori dell’University of Kuopio in Finlandia, secondo cui, negli adulti, assumere da tre a cinque caffè al giorno allontana il rischio di demenza.

La ricerca, durata 21 anni, è stata condotta su 1409 finlandesi che nel 1998, alla fine dello studio, avevano un’età compresa tra i 65 e i 79. Gli studiosi hanno sottoposto i soggetti a diverse visite di controllo, durante le quali il loro stato di salute è stato associato al consumo di caffè, al loro stile di vita, a fattori socio-demografici, ad eventuali disturbi vascolari e sintomi depressivi. Al termine della ricerca, gli esperti hanno rilevato che i soggetti abituati a bere da tre a cinque tazzine di caffè al giorno, correvano un rischio inferiore del 65% di sviluppare patologie legate alla demenza – fra cui il morbo di Alzheimer – rispetto a chi ne assumeva poco o non ne prendeva affatto. Inoltre, secondo i ricercatori i bevitori di caffè correrebbero minori rischi di incorrere in diverse patologie, tra le quali il morbo di Parkinson, alcuni tumori e il diabete.

Gli studiosi non sanno indicare la causa precisa di questi risultati, le ipotesi sono diverse: per esempio, la bevanda riduce il rischio di diabete mellito che, a sua volta, è legato ad un alto pericolo di demenza. Inoltre la pianta del caffè contiene alcune sostanze chimiche, come l’acido clorogenico, che agiscono come antiossidanti e possono proteggere le cellule dai danni provocati dal tempo. Anche la caffeina potrebbe svolgere un ruolo positivo, in quanto blocca i recettori dell’adenosina, una sostanza che ha effetti depressivi sul sistema nervoso centrale.

Gli esperti ritengono dunque opportuno affrontare nuove ricerche sull’argomento, per comprenderne meglio i meccanismi, al fine di avviare una sperimentazione di nuove terapie in grado di prevenire il rischio di demenza.


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