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Dieta, il corpo si abitua e reagisce

Com’è difficile dimagrire. Lo sanno bene tante persone che provano innumerevoli volte a perdere peso senza riuscirci o raggiungendo risultati effimeri. Il problema è che l’organismo reagisce alle nuove abitudini alimentari compensando in fretta la perdita di energia dovuta alle rinunce alimentari e complicando la vita a chi cerca di rimettersi in forma. Tutto ciò emerge da un articolo scientifico a firma di Martijn Katan e David Ludwig, due scienziati olandesi che hanno pubblicato la loro teoria sul Journal of American Medical Association.

Il meccanismo appare semplice: una persona rinuncia a una determinata abitudine alimentare che provoca un’assunzione di calorie non necessaria, come nel caso di un gelato ad esempio, e comincia a perdere peso. Il corpo però reagisce in breve tempo e, a causa di cambiamenti ormonali, bloccherà la perdita di peso, adattandosi alle nuove abitudini. Per perdere di nuovo peso, senza il supporto di un’adeguata attività fisica, il soggetto in questione dovrà diminuire ancora le entrate caloriche. Se c’è un lato positivo, sta nel fatto che il meccanismo funziona anche in maniera inversa: se si aggiunge un dolce quotidiano al proprio regime alimentare, inizialmente si prenderà qualche chilo, ma in seguito quello stesso dolce servirà soltanto a mantenere il grasso accumulato fino a quel punto. Gli autori della ricerca sostengono quindi che sono proprio tali meccanismi a rendere così difficile l’impresa di perdere peso e tornare in forma: “qualunque cambiamento singolo nella dieta o nell’attività fisica, anche se permanente, provocherà meccanismi di compenso che limitano l’effetto a lungo termine sul peso corporeo“. La conclusione è che il controllo sul proprio peso può essere raggiunto solo grazie a un cambiamento permanente del proprio stile di vita che si basi certamente sull’alimentazione, ma anche sull’apporto di un dispendio energetico costante e quotidiano. Per chi ormai dispera di dimagrire, però, arriva la notizia di uno studio sulle arance rosse della Sicilia come alleate nella lotta ai chili di troppo. La ricerca dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano è stata coordinata da Marco Giorgio e pubblicata su Obesity, e si è concentrata sulle arance a polpa rossa, nello specifico la varietà Moro, ricca di antocianine, sostanze dalle qualità antiossidanti e dalla funzione inibitoria dell’accumulo di trigliceridi nei tessuti. L’arancia rossa è stata messa a confronto con quella chiara e con una soluzione sintetica di antocianine, mostrandosi alla fine la più efficace nel riuscire a inibire i processi che portano all’aumento del peso corporeo e al deposito di grasso in eccesso. Secondo i ricercatori, il motivo andrebbe ricercato nella composizione chimica del frutto, ricco, oltre che di antocianine, di vitamina C, flavonoidi e acidi idrossicinnamici. Oltre ad aiutare nelle diete, le antocianine svolgono un ruolo di protezione dell’organismo, agendo in particolare come una sorta di killer di radicali liberi, fattori fondamentali nel processo di invecchiamento e coinvolti anche nell’insorgenza di malattie gravi come i tumori.

Fonte ITALIAsalute

Conosci le intolleranze alimentari?

Le intolleranze alimentari possono essere dovute a fattori di diversa origine. Alcune intolleranze alimentari sono causate da problemi intestinali (alterazioni della flora batterica, infiammazione della mucosa) altre da motivi infettivi (batteri e virus), chimici (additivi, farmaci), fisici (traumi o meteoropatie), ormonali (menopausa, disfunzioni ormonali in genere), ambientali (inquinamento, rumori), psichici (ansia, stress, forti emozioni). Quando uno o più di questi agenti stressanti si aggiungono a uno squilibrio “di terreno”, cioè a un’alterazione, anche minima, dell’organismo, si può determinare un indebolimento del sistema immunitario che porta alle intolleranze alimentari. Una volta individuate, le intolleranze alimentari non devono essere combattute eliminando gli alimenti che hanno originato le stesse intolleranze alimentari, al fine di non esasperare la condizione di sensibilità a quegli alimenti. Infatti, nel caso in cui ciò dovesse accadere, si potrebbero determinare reazioni molto intense qualora si volessero reintrodurre nella dieta, anche in minime quantità. Se le intolleranze alimentari riguardano i lieviti o il latte si potrebbe decidere di consumare un cibo (brioche, pane ecc.) che li contenga a colazione, il momento della giornata in cui l’organismo fa meno fatica ad accettarlo. Oppure, si può procedere con la dieta a rotazione ed eliminarlo dalla propria alimentazione quotidiana solo per tre giorni. Dopo di che si può reintrodurre nel quarto giorno (“libero”), a cui fanno seguito altri tre giorni di assoluta eliminazione del cibo incriminato. Dopo un paio di mesi di questo controllo alimentare (ricordiamo che occorre tenere un diario dove annotare gli eventuali sintomi o la loro assenza…), si può aumentare il numero di giorni “liberi”, e attraverso una lenta e graduale reintroduzione si arriva a fare sì che l’organismo ricrei in modo naturale la tolleranza verso quei cibi che prima erano associati proprio alle intolleranze alimentari.

Fonte RIZA.it

Non esistono diete miracolose, bisogna solo mangiar meno!

Le diete miracolose non esistono. L’unico modo per dimagrire e’ mangiare di meno“. Lo affermano gli esperti della British dietetic association (Bda). Dopo gli stravizi di Natale e Capodanno, molte persone si ritrovano con qualche chilo in piu’ e si lasciano attrarre da regimi dietetici che promettono di bruciare i grassi e far perdere peso rapidamente. La British dietetic association mette in guardia i consumatori: attenzione alle diete di moda ma senza alcun fondamento scientifico e spesso poco salutari, che promettono risultati miracolosi. L’unico modo per perdere peso e’ ridurre le calorie e svolgere attivita’ fisica. “Purtroppo non c’e’ altro modo per dimagrire e mantenere il peso raggiunto: mangiare in modo sano, muoversi e in generale cambiare le proprie abitudini”, afferma Rachel Cooke, dietologa del St Martins’ Hospital di Bath e portavoce della Bda. Proprio perche’ in questo periodo tornano alla ribalta una serie di diete piu’ o meno “alla moda”, la Bda ha pensato di pubblicare una lista di “diete da evitare nel nuovo anno”, tra cui quelle del gruppo sanguigno, del minestrone di cavolo, della banana, dello sciroppo di acero o del guerriero. Si tratta di regimi spesso basati su “pseudo scienza”, dice la Bda, che possono anche causare gravi deficit nutrizionali, se seguiti a lungo. “Tanto per cominciare, nessun cibo brucia i grassi, solo l’attivita’ fisica puo’ riuscirci”, nota la Bda. Bando anche ai severi programmi disintossicanti: la Bda assicura che il corpo umano e’ in grado di disintossicarsi da solo. “Il fegato lavora ogni giorno per liberare l’organismo dalle tossine, non e’ necessario eliminare dei cibi o vivere solo di frutta, verdura e acqua”, afferma l’associazione britannica. “Dopo gli eccessi di Natale, basta tornare a un regime sano, riducendo le calorie e mangiando piu’ frutta e verdura. Anche cosi’ si perde peso”, assicura la Bda. In particolare, l’associazione dei professionisti britannici della nutrizione attacca due diete molto famose. La prima e’ la Atkins, “che contraddice completamente tutti i messaggi sul mangiar sano che cerchiamo di dare ai nostri pazienti”; la seconda e’ la dieta a zona, anche questa non in linea con le raccomandazioni degli esperti. La versione piu’ rigida della Atkins privilegia grassi e proteine, portando a un eccessivo consumo di grassi saturi, ed elimina pane, patate, pasta, riso e cereali, ammettendo solo piccole porzioni di frutta e verdura, mentre questi alimenti dovrebbero costituire la gran parte dell’apporto calorico della giornata. Il gruppo che promuove questa dieta ha respinto tuttavia le critiche della Bda sostendo che la nuova Atkins e’ del tutto sana e implica solo una riduzione dei carboidrati e degli zuccheri semplici, incoraggiando il consumo di proteine magre, fibre, frutta e verdura. Anche i promotori della dieta a zona hanno risposto alle critiche della Bda facendo notare che il loro programma alimentare segue le nuove indicazioni per combattere diabete e obesita’. Ma la Bda e’ ferma nelle sue conclusioni: non esiste un regime miracoloso. Mangiate di meno e dimagrirete. 

Fonte AGIsalute

La dieta per il cervello? Meglio non abusare di carne, uova e cipolla

Carni rosse, cipolla,  merluzzo, uova, parmigiano, semi di soia: per limitare il rischio di Alzheimer, bisogna tenere sotto controllo l’alimentazione. Questo il suggerimento di un team di ricercatori della Temple University di Philadelphia che hanno scoperto che una dieta ricca di metionina, un aminoacido presente tanto nelle carni rosse quanto nel pesce, sembrerebbe essere collegata ad un maggiore rischio di insorgenza della patologia. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Current Alzheimer Research.

La metionina è un aminoacido essenziale, che l’organismo non è in grado di sintetizzare da solo e la cui funzione  quella di aiutare il fegato a metabolizzare i grassi. “Quando la metionina però raggiunge livelli troppo alti – afferma Domenico Praticò, responsabile della ricerca – il nostro corpo attua una strategia di protezione che comporta la trasformazione dell’aminoacido in omocisteina e i risultati di studi precedenti indicano un’alta concentrazione di quest’ultimo aminoacido nel sangue è collegata al rischio di insorgenza di demenza senile”.

“La nostra ricerca – continua Praticò – ha permesso di evidenziare che il morbo di Alzheimer si sviluppa più velocemente nel caso di una dieta ad elevato contenuto di metionina“. Nelle cavie che avevano seguito un’alimentazione a base di cibi ricchi di questo aminoacido è stato riscontrato tra i neuroni del cervello il 40% in più di placche amiloidi, la cui presenza è riconducibile allo sviluppo della patologia neurodegenerativa.

Eliminare dalla dieta tutti i cibi che contengono metionina, precisano infine gli studiosi, non serve a prevenire l’Alzheimer. Riequilibrare, invece, il consumo di carni rosse, qualora sia elevato, può costituire un vantaggio non solo per la salute del cervello, ma anche per quella di cuore e arterie.

Fonte SALUTE24.it

Omotossicologia e Dieta contro la Menopausa

Temuta da ogni donna come una ineluttabile rivoluzione, in realtà la menopausa può segnare un piacevole periodo nuovo, un reinizio nella vita femminile. E anche l’attività sessuale può proseguire, anzi acquistando nuove sfumature. Sono però da mettere in conto alcuni innegabili disagi, perchè col decrescere dell’attività delle ovaie, diminuisce la produzione degli ormoni estrogeni e del progesterone. Ed ecco allora le vampate di calore, l’ansia, l’irritabilità, il nervosismo, la depressione, i disturbi del sonno ed il temuto aumento di peso. L’alterazione ormonale legata alla menopausa comporta anche, fra l’altro: cute disidratata, secchezza vaginale, dolori muscolari, alterazioni della massa ossea, aumento della pressione arteriosa ed altre alterazioni metaboliche.

Tutta questa sintomatologia, secondo le ultime ricerche dell’endocrinologo e omotossicologo Salvatore Ripa, può essere contrastata efficacemente utilizzando i farmaci omotossicologici e la Medicina Fisiologica di Regolazione.

Determinante in parallelo è una adeguata alimentazione: il dottor Ripa ha studiato una dieta specifica e bilanciata per le donne in menopausa, una dieta a colori. Il dott. Salvatore Ripa ne è convinto: utilizzando Beta–estradiolo D6 e/o Progesterone D6 (che non hanno né gli effetti collaterali né le controindicazioni della terapia ormonale sostitutiva), è possibile far diminuire in modo graduale la secrezione dei vari ormoni ed attenuare o cancellare del tutto la sintomatologia collegata alla menopausa. Ignatia Homaccord e Ignatia Heel agiscono poi efficacemente nelle sindromi ansioso-depressive. Per combattere, poi, il sovrappeso e l’obesità, esiste una terapia biologica che stimola il metabolismo, modulando i meccanismi della fame e della sazietà. I farmaci omotossicologici hanno inoltre il potere di indurre una bio-rivitalizzazione delle strutture colpite dall’invecchiamento cutaneo: stimolano la formazione endogena di collagene, elastina, acido ialuronico. Trattando per esempio viso e collo, le rughe si attenuano, la pelle appare rimpolpata e più luminosa. Per quanto attiene alle alterazioni osteo-articolari e muscolari, la terapia omotossicologia utilizza preparati che associano l’efficacia alla totale assenza dei pesanti effetti collaterali presenti nei farmaci tradizionali usati in queste situazioni. I farmaci omotossicologici inducono il ripristino di un equilibrato metabolismo lipidico e glucidico, riducendo di conseguenza i rischi cardiovascolari. La Omotossicologia e la Medicina Fisiologica di Regolazione, dice il dottor Salvatore Ripa, stimolano i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo, senza effetti collaterali. Lo attestano gli obiettivi esami clinici di routine (dalle analisi di laboratorio alle MOC).

fonte                                                

Chi mangia in fretta ingrassa di più

Masticare con calma aiuta a non mangiare troppo: il merito è degli ormoni della sazietà.

Chi va piano va sano e va lontano. Adattato alla dieta, il vecchio detto potrebbe suonare più o meno così: chi mastica piano resta sano e mangia poco. Che mangiare con calma sia meglio di trangugiare un pasto intero in cinque minuti non è precisamente una novità, ma oggi c’è uno studio, di prossima pubblicazione sulle pagine di Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, che mette il «sigillo» scientifico a tutto questo con un esperimento a cui molti si sarebbero forse sottoposti assai volentieri.

Il cibo-test usato dagli autori, un gruppo di ricercatori del Laiko General Hospital di Atene, in Grecia, è stato infatti un ghiotto gelato da 300 grammi. Ai volontari sono stati dati ben trenta minuti per gustarselo: alcuni lo hanno spazzolato in pochi minuti, altri si son presi tutto il tempo per mangiarlo. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue prima del gelato e poi ogni 30 minuti, fino a tre ore e mezzo dopo l’inizio del pasto; nel sangue sono stati dosati glucosio, insulina, grassi e i livelli di due ormoni, il peptide YY e il peptide simile al glucagone. Questi ormoni, che vengono prodotti dall’intestino, agiscono sul cervello inducendo sazietà e segnalando che il pasto deve interrompersi; ebbene, chi aveva impiegato più tempo a mangiare il gelato aveva mediamente livelli più elevati nel sangue di peptide YY e peptide simile al glucagone, e non a caso riferiva di sentirsi più sazio.

«Molti di noi hanno sentito dire che mangiare veloce porta a esagerare e perfino a diventare obesi; già altri studi di osservazione hanno confermato questa idea – dice Alexander Kokkinos, il responsabile della ricerca –. I nostri dati offrono una spiegazione per tutto ciò: la velocità a cui si mangia, infatti, incide non poco sulla sintesi di ormoni fondamentali per segnalare al cervello la sazietà e quindi dare lo stop al pasto». Se non si dà il tempo agli ormoni di essere prodotti e arrivare al cervello (e occorrono almeno dieci, venti minuti dall’inizio del pasto perché succeda), non riceviamo il segnale di stop: chi spazzola un tavolo prima che si inneschi la comunicazione stomaco-cervello è destinato perciò a esagerare e mangiare qualcosa di troppo. Non a caso esistono studi che rivelano come la carenza dei due ormoni intestinali porti a stra-mangiare. «Quando diciamo ai bambini di non abbuffarsi come lupi abbiamo più che ragione: proprio ai più piccoli è fondamentale insegnare l’importanza di masticare con calma, prendendosi tutto il tempo necessario per gustare il pasto – considera il ricercatore –. Il problema ovviamente riguarda anche gli adulti: molti oggi, pressati dagli orari di lavoro e da una vita frenetica, finiscono per trangugiare in fretta i pasti. E spesso proprio per questo mangiano più del necessario: è ora di riprendersi il tempo adeguato per consumare pranzo e cena, dando la possibilità al nostro organismo di sentire la sazietà».

fonte CorrieredellaSera.it   

OBESITA’: BIOMARCATORI PER DIETE PERSONALIZZATE

Una banca di biomarcatori, geni e proteine, in grado di predire la risposta di una persona obesa a una dieta specifica. E’ al lavoro un gruppo di ricercatori dell’Universita’ di Navarra, coordinati da Estibaliz Goyenechea Soto, una scienziata della Scuola di Farmacia dello stesso ateneo spagnolo. I ricercatori hanno dimostrato che la presenza massiccia di grasso corporeo, e quindi di livelli piu’ elevati di sostanze infiammatorie nel sangue, impedisce la perdita o il mantenimento del peso corporeo. Lo studio ha esaminato come la genetica personale dei pazienti obesi possa aiutare od ostacolare la perdita di peso. Alcune persone in sovrappeso od obese hanno geni mutati o alterati che, inizialmente, rendono difficile perdere peso e poi rendono piu’ facile riacquistare i chili persi in sei mesi o in un anno. Lo stesso problema si verifica nei pazienti che hanno livelli piu’ elevati di sostanze infiammatorie nel loro sangue. Questa predisposizione genetica, insieme a fattori esterni e personali (come inadeguate abitudini alimentari o inattivita’ fisica), predispone i pazienti all’obesita’ e alle complicazioni che ne derivano (diabete, ipercolesterolemia e ipertensione arteriosa) che a loro volta aumentano il rischio cardiovascolare. Lo studio ha fornito nuovi dati sulla genetica e sui biomarcatori plasmatici che predicono la risposta dei pazienti obesi a diete specifiche. L’obiettivo e’ quello di sviluppare strategie terapeutiche personalizzate nel futuro sulla base delle caratteristiche genetiche di ogni persona. Una banca di biomarcatori in grado di predire la risposta di una persona alla perdita di peso potrebbe consentire ai medici di conoscere, con un semplice esame del sangue, come ogni paziente dovrebbe reagire a diversi tipi di intervento nutrizionale. Lo studio ha coinvolto 180 pazienti in sovrappeso od obesi che hanno seguito una dieta ipo-calorica (a basso consumo energetico) per 8 settimane e sono stati valutati dopo sei mesi e di nuovo un anno dopo la fine del l’intervento dietetico.

fonte AGIsalute 

Allattamento ed Alimentazione

Il regime alimentare seguito durante l’allattamento e ancor prima in gravidanza, condiziona fortemente la secrezione lattea, con ripercussioni psicologiche sia sulla madre che sul bambino. Un neonato allattato al seno godrà di tutti i princìpi nutritivi necessari, grazie alla completezza e all’equilibrio nutrizionale di questo alimento, che rappresenta, tra l’altro, anche il veicolo più efficace per il passaggio di anticorpi materni al lattante.
Di seguito è riportata la quantità puramente indicativa di latte che il bambino dovrebbe assumere dal primo al quinto mese: 1° mese: 600-650 grammi, 2° mese: 650-700 grammi, 3° mese: 700-750 grammi, 4° mese: 750-800 grammi, 5° mese: 800-850 grammi.
L’allattamento materno può essere protratto fino al sesto-settimo mese di vita. Successivamente la secrezione lattea, anche se sufficiente dal punto di vista quantitativo, non riesce più a sostenere da sola le aumentate esigenze di sviluppo del bambino.
 
In linea generale la dieta della nutrice dovrà avvalersi di alimenti proteici, come latte e latticini, ricchi, tra l’altro, di calcio, fosforo e vitamina A, elementi essenziali per la buona salute della madre e del neonato.
Pesce, uova e carne contribuiranno invece a coprire il fabbisogno di acidi grassi ed amminoacidi essenziali, ferro, minerali e alcune vitamine. Gli oli vegetali, da usare preferibilmente crudi, sono particolarmente utili, grazie al loro prezioso carico di acidi grassi e vitamine liposolubili. Frutta, verdura, legumi e cereali contribuiranno, infine, a completare il quadro nutrizionale, soddisfando le richieste di fibre, vitamine e oligoelementi. Da moderare, invece, la presenza di zuccheri nella dieta, ricchi sì di calorie ma “vuoti” dal punto di vista nutrizionale, perché troppo poveri di vitamine, minerali e amminoacidi essenziali.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il necessario apporto di liquidi, molto importante per la regolazione dell’equilibrio idro-salino e per l’eliminazione delle scorie azotate. Basti pensare che l’acqua costituisce più del 75%  in peso dell’intero organismo ed è presente nel latte in una percentuale che si aggira intorno all’80%. Per questo motivo durante l’allattamento si consiglia di assumere almeno 2  litri di acqua al giorno, generalmente a basso residuo fisso (oligominerale), alternandola con una a media mineralizzazione, preferibilmente calcica e comunque con una concentrazione di nitrati inferiore ai 10 mg/litro.

La raccomandazione di ricorrere ad un’acqua calcica trova spiegazione nell’aumentato fabbisogno di calcio che caratterizza l’intero periodo di allattamento (circa 1200 mg/die). Tale esigenza nutrizionale può comunque essere soddisfatta integrando la dieta con latte, yogurt o formaggi, alimenti notoriamente ricchi di questo minerale.

Alimentazione e allattamento, alcuni consigli

Poiché l’allattamento al seno richiede alla madre un costo energetico stimato intorno alle 500 calorie al giorno, è opportuno aumentare l’apporto calorico della propria dieta di un analogo valore. Bisogna comunque considerare che tale dato è fortemente influenzato dall’andamento dietetico e psicofisico della gravidanza. Per questo motivo è opportuno rivolgersi al proprio centro di assistenza per ricevere indicazioni alimentari personalizzate. 

Qualora non sia stata adeguata durante la gravidanza, l’alimentazione della nutrice dev’essere rivalutata sia sotto l’aspetto quantitativo che qualitativo. Non occorre semplicemente chiedersi quanto mangiare ma come farlo e cosa includere nella propria dieta per guadagnare in benessere. Alimenti freschi dunque, ma anche surgelati, preparati con metodi di cottura semplici (al vapore, al cartoccio ecc.), evitando quelli meno salutari come intingoli, fritture e grigliature (tanto più nocive quanto maggiori sono le parti carbonizzate dell’alimento). 

In cucina è bene limitare l’uso di spezie ed aromi vari. Nonostante la soggettività di tale aspetto, molti neonati sembrano non apprezzare il latte aromatizzato da sapori troppo forti, come quelli trasmessi da una madre che segue un’alimentazione troppo ricca di: aglio, acciughe, ketchup, asparagi, cavoli, cipolle, curry, formaggi dall’aroma intenso come il gorgonzola, peperoni, zenzero, etc. Considerata la variabilità di risposta del piccolo, è buona regola osservarne le reazioni ed adeguare ad esse la propria alimentazione.

Per lo stesso motivo è sconsigliato l’utilizzo di medicamenti che possono passare nel latte e che devono essere assunti soltanto sotto stretto controllo medico. Nella categoria rientrano anche medicinali di uso comune come l’aspirina, colliri, rabarbaro ed atri purganti o lassativi. 

Alcuni cibi come carni insaccate, selvaggina, crostacei, molluschi e uova o carni crude, possono dare disturbi intestinali al bambino. La carne conservata è spesso ricca di nitrati e talvolta anche di nitriti, sostanze potenzialmente pericolose per la madre ed il neonato; per questo motivo è bene consumarla con moderazione. 

Se il piccolo soffre di coliche, è buona regola evitare il consumo di cibi o bevande che favoriscono la formazione di gas nell’intestino, come fagioli, frullati, lieviti e latticini. 

Come ricordato nella parte introduttiva è fondamentale moderare il consumo di caffeina (al massimo tre tazzine al giorno) e alcol (al massimo un bicchiere di vino o birra a fine pasto, assolutamente vietati i superalcolici). 

L’integrazione vitaminica intrapresa durante la gravidanza viene spesso estesa a tutta la durata dell’allattamento. In ogni caso è bene ribadire la fondamentale importanza del preventivo consulto medico, specialmente quando si devono prendere iniziative di questo genere. 

Agrumi, frutta secca ed in particolare arachidi, dadi per brodo, frutti di bosco, pomodori, latticini, crostacei, molluschi e cioccolato devono essere consumati con moderazione, in quanto alimenti a possibile effetto allergizzante. Soprattutto se esiste una predisposizione familiare al problema, è buona regola osservare le reazioni del piccolo; qualora compaiono sintomi come gonfiore intestinale, diarrea ed eruzioni cutanee è bene escludere dalla propria dieta tali alimenti. Ovviamente in tali casi è d’obbligo un immediato consulto con il pediatra. 

L’allattamento non è certo il momento migliore per intraprendere una dieta dimagrante, prima di farlo pensate alla salute del piccolo. Oltre alle raccomandazioni nutrizionali presenti in questo articolo e a quelle fornite dal pediatra, considerate anche che, nella maggior parte dei casi, occorrono circa 10-12 mesi per recuperare il peso e la forma fisica antecedenti la gravidanza.

fonte: my-personaltrainer.it 

 


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