Posts Tagged 'dolore addominale'

Soffrire di colite

La colite è uno stato di infiammazione del grosso intestino, che può essere causata dalla localizzazione e moltiplicazione di germi patogeni nella cavità intestinale o dall’azione di sostanze tossiche (provenienti dai germi stessi o prodotte da una cattiva digestione e scissione degli alimenti). L’insorgenza può essere favorita anche da altri fattori, come errori alimentari, raffreddamento o infezioni in sedi lontane, come un’otite, una tonsillite o una bronchite. I sintomi che si manifestano sono: dolori addominali, diarrea o stitichezza alternate, emissioni di gas, evacuazioni frequenti di feci poco formate, febbre più o meno elevata e vomito.

Prima di consultare un medico occorre controllare il numero e le caratteristiche delle evacuazioni per riferire al dottore se le feci sono liquide, verdi e se contengono muco o sangue; bisogna sospendere anche l’alimentazione nel caso si tratti di un lattante, dando però da bere abbondanti quantità di acqua o di tè con un pò di zucchero. La colite è un’affezione benigna con una evoluzione in genere favorevole in pochi giorni. Non va tuttavia trascurata a causa del rischio di ricadute o di cronicizzazione. La dieta e la somministrazione di farmaci ad azione antibatterica sono indicati per la terapia della colite acuta di origine infettiva. Quando le alterazioni del transito intestinale sono particolarmente fastidiose e persistenti, sono consigliabili anche farmaci che regolano l’intestino e riducono i processi fermentativi e la produzione di gas. Per quando riguarda la rialimentazione occorre molta prudenza per evitare le ricadute. Si dovranno somministrare cibi leggeri (riso in bianco, patate, carote, pollo lesso, carne ai ferri, mele passate) e in quantità ridotte, almeno per qualche giorno.

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Riconoscere l’appendicite? Diagnosi «in tempo reale» con lo smart phone

Appendicite: diagnosi più veloci grazie al dispositivo “mobile” da collegare al cellulare. È la nuova frontiera tecnologica presentata in occasione della conferenza annuale della Radiological Society of North America (RSNA) dai ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora.

La ricerca è stata condotta su 25 pazienti che lamentavano un dolore addominale, esaminati attraverso l’utilizzo di uno smart phone equipaggiato con lo strumento di visualizzazione di immagini chiamato OsiriX Mobile. È emerso che i pazienti effettivamente colpiti da appendicite (infiammazione, acuta o cronica, dell’appendice ileociecale) erano 15 e la diagnosi è risultata esatta nel 99% delle verifiche, con un solo caso di “falso negativo” – in cui il software non segnala la presenza della malattia – e nessun “falso positivo” – l’evento contrario. Inoltre il dispositivo ha identificato la reale esistenza di infiammazioni nel 96% delle osservazioni, la presenza di depositi calcificati in 8 pazienti nell’88% delle verifiche e l’esistenza di fluido vicino l’appendice in 10 soggetti con un’esattezza pari al 94%.

“Questo dispositivo – spiega Asim F. Choudhri, ricercatore della Johns Hopkins University – consente di accrescere la velocità e la precisione delle diagnosi mediche e quindi di accellerare i trattamenti. Lo studio ha infatti dimostrato che riduce i casi di rottura dell’appendice, le degenze ospedaliere più brevi e l’incidenza delle complicazioni”.

Fonte SALUTE24.it

Colite, una revisione degli studi sfata i luoghi comuni!

Dolore o fastidio addominale e alterazione dell’attività intestinale: è la sindrome del colon irritabile, comunemente colon irritabilechiamata colite. Chi ne soffre spesso adotta “regole” dietetiche basate solo sul sentito dire, ma ora un articolo pubblicato dal Journal of the American Dietetic Association ha fatto il punto, attraverso un’attenta revisione degli studi clinici più rilevanti.

CIBI «PROIBITI»? – Allora, latte, legumi, broccoli, caffè sono cibi “proibiti”? Secondo la revisione, in realtà, nessun cibo è “proibito” per tutti, perché l’effetto sulla colite è perlopiù individuale. Più corretto è parlare di alimenti “sospetti”. «La revisione conferma — dice Alessandro Casini, professore di Gastroenterologia dell’Università di Firenze — che il latte può avere effetti negativi. Per altri alimenti, come legumi, cipolle, broccoli o alcuni tipi di frutta come albicocche o banane, l’effetto negativo si manifesta con l’aumento di gas a livello intestinale. Anche il fruttosio può essere poco assorbito e dare lo stesso problema: sembra però “più innocuo” se è assunto attraverso lo zucchero da tavola, in cui una molecola di fruttosio è legata ad una molecola di glucosio, mentre sembra dare più problemi quando è presente in elevate quantità, come nel miele, nei datteri, nelle arance, in ciliegie, mele, pere. Per il caffé non ci sono evidenze che limitarlo giovi a chi soffre di colite, sebbene la caffeina stimoli la motilità gastrointestinale. Sono invece sicuramente da evitare i pasti abbondanti e i grassi, in particolare i piatti con ricco condimento e le fritture. Comunque, sembra che solo un quarto dei pazienti possa avere dei vantaggi da restrizioni dietetiche. E poiché non ci sono test validati per determinare quale restrizione dietetica può servire al singolo, occorre procedere caso per caso a un’eliminazione ragionata dei cibi “sospetti”, evitando inutili divieti che possono portare a diete squilibrate».

FIBRE SOLUBILI E INSOLUBILI- Qualche indicazione utile più in generale, però, dalla revisione è possibile trarla. La fibra solubile (10-20 gr al giorno con integratori di psillio o ispagula) può migliorare i sintomi soprattutto in chi soffre di stipsi. E’ probabile che si possano ottenere benefici anche aumentando gli apporti di questa fibra con la dieta (per es. con carciofi, orzo, avena), ma pochi studi se ne sono occupati. Potrebbe invece essere controproducente soprattutto nei pazienti senza stipsi aumentare il consumo di fibra insolubile, con crusca o alimenti ricchi di crusca. «La fibra insolubile — commenta Casini — riduce il tempo di transito intestinale e ha un minor effetto prebiotico (la capacità di nutrire la flora batterica intestinale con effetti benefici). Tutto ciò può causare un eccesso di produzione di gas a livello dell’intestino, peggiorando i sintomi del colon irritabile». Un ruolo positivo, infine, potrebbe avere l’olio essenziale di menta piperita. «La sua attività antispastica è conosciuta da tempo — dice Fabio Firenzuoli, direttore del Centro di Medicina Naturale dell’Ospedale di Empoli — e sono stati individuati i recettori sui quali agisce il mentolo. Però va usato con la guida di un esperto: quest’olio è controindicato se c’è ernia iatale e reflusso gastroesofageo e non va usato puro, ma in adeguate preparazioni, come in capsule resistenti agli attacchi dei succhi gastrici».

Parliamo di Cisti Ovariche con …

Tratteremo di CISTI OVARICHE con la dott.ssa Lucia Fiorella, medico specialista in Ostetricia e Ginecologia, presso la Casa di Cura Sant’Anna di Casa Santa ad Erice (TP), nostro Ospite in GALENOsalute.

sala ecografieLe cisti ovariche sono piccoli sacchetti circondati da una parete, di solito a contenuto liquido e localizzati su una o su entrambe le ovaie. Talvolta le cisti non contengono liquido ma corpuscoli ed in questo caso si presentano come formazioni solide. Le cisti ovariche rappresentano una delle patologie ginecologiche più diffuse e interessano soprattutto le donne in età fertile ma possono comparire anche durante l’adolescenza o dopo l’insorgenza della menopausa.

Esistono diverse forme di cisti ovariche con origini e manifestazioni diverse: per questo motivo, prima di procedere con il trattamento, il medico dovrà identificare il tipo di cisti che ha sviluppato la paziente.
Le cisti liquide più frequenti sono quelle denominate funzionali la cui formazione è correlata ad alterazioni ormonali del ciclo ovulatorio: queste cisti sono formazioni benigne e generalmente transitorie perché tendono a riassorbirsi spontaneamente nel giro di poche settimane.

Le cisti funzionali possono essere a loro volta suddivise in:

  • follicolari, che si formano quando un follicolo (particolare struttura localizzata nell’ovaio dove matura la cellula uovo) al momento dell’ovulazione non va incontro alla fisiologica rottura ma si accresce e si riempie di liquido
  • luteali, che si formano quando il corpo luteo, che si origina dalla trasformazione del follicolo dopo l’ovulazione, non si riassorbe ma si gonfia riempiendosi di liquido o di sangue.

Esistono anche cisti non funzionali, denominate organiche, le più comuni delle quali sono le cisti dermoidi, che si originano da un residuo di tessuto embrionale e che possono contenere al loro interno frammenti di pelle, di ossa, di capelli e di cartilagine.

Sintomi | Le cisti ovariche sono spesso asintomatiche ma in alcuni casi possono determinare l’insorgenza di alcuni sintomi, quali:

  • dolori addominali
  • ciclo mestruale non regolare
  • dolore durante i rapporti sessuali
  • difficoltà nell’urinare
  • sensazione di pesantezza al ventre.

Inoltre, quelle particolarmente grandi possono anche andare incontro a rottura creando nella paziente una condizione dolorosa e pericolosa. Naturalmente se una donna lamenta la comparsa di alcuni di questi sintomi è prudente che si rivolga tempestivamente al proprio medico. Proprio perché la presenza di cisti ovariche può frequentemente essere asintomatica e passare inosservata si raccomanda di sottoporsi regolarmente a specifici controlli medici.

Diagnosi e trattamento | Per una corretta diagnosi è sufficiente una visita ginecologica unitamente all’effettuazione di un’ecografia pelvica e/o transvaginale, esami fondamentali per ottenere preziose informazioni sulla natura della cisti.
Le cisti funzionali, molto frequenti e di natura benigna, non richiedono nella maggior parte dei casi nessun tipo di trattamento perché si riassorbono spontaneamente. Nel caso la cisti non venga eliminata spontaneamente si ricorre in genere alla somministrazione della pillola anticoncezionale la quale, arrestando il funzionamento delle ovaie, favorisce il riassorbimento della cisti. Se la cisti non scompare, se tende ad aumentare di dimensioni, se provoca nella paziente sintomi marcati e fastidiosi si procede all’asportazione chirurgica.

Nel caso in cui le indagini diagnostiche rivelino invece la presenza di una cisti non funzionale il medico potrebbe consigliare l’effettuazione dell’intervento chirurgico per rimuovere la cisti ed eliminare l’eventuale possibilità che nel tempo possa trasformarsi in una formazione maligna.

Quando è possibile, l’operazione per l’asportazione delle cisti ovariche viene eseguita in laparoscopia, intervento che prevede l’effettuazione di tre piccoli fori sotto l’ombelico attraverso i quali vengono inseriti gli strumenti chirurgici. In presenza di particolari condizioni (per esempio dimensioni notevoli della cisti, obesità della paziente, natura maligna della cisti) si preferisce eseguire una laparotomia che prevede l’esecuzione di un’incisione sull’addome con una tecnica simile a quella utilizzata per il parto cesareo.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Parliamo di Appendicite con …

Questa settimana tratteremo di APPENDICITE con il dott. Guido Ricevuto, medico specialista in Chirurgia Vascolare ed in Chirurgia Generale, nostro Ospite in GALENOsalute.

appendiceChe cos’è | L’appendicite è un’infiammazione dell’appendice, un sottile tubulo che parte dall’intestino cieco ed è posizionato nel quadrante inferiore destro dell’addome. L’appendice è parte del sistema immunitario, svolgendo un’importante funzione protettiva durante il primo anno di vita, per poi diventare però un organo bersaglio di infezioni. L’appendicite può presentarsi in forma acuta o cronica. L’appendicite acuta si manifesta principalmente tra i 6 e i 20 anni, mentre risulta meno comune nei bambini e negli adulti. Si manifesta quando l’appendice viene riempita da un corpo estraneo che ne causa il rigonfiamento (come ad esempio muco, feci o parassiti) e provoca la moltiplicazione virulenta della flora batterica intestinale. L’appendicite cronica è invece un’infiammazione cronica della appendice che si presenta il più delle volte come conseguenza di un’appendicite acuta non diagnosticata o non sottoposta ad intervento chirurgico. Si manifesta con dolore, inappetenza, nausea e nelle donne – a causa degli estesi collegamenti linfatici tra organi genitali interni ed appendice – è associata spesso a problemi ginecologici.

Cause | All’interno dell’appendice si trova la flora batterica intestinale: i batteri Escherichia Coli, Streptococchi e Stafilococchi normalmente sono innocui ma – in particolari condizioni – possono moltiplicarsi in modo anomalo e causarne l’infiammazione. La condizione scatenante solitamente è un’occlusione del lume dell’appendice che causa il ristagno dei batteri e provoca l’infezione. L’occlusione può avere varie cause: muco raggrumato, noccioli, parassiti, una posizione anomala dell’appendice causata dalla sua eccessiva lunghezza. Altre condizioni scatenati sono l’ingestione di cibi molto grassi o ricchi di coloranti e, in particolar modo, il fumo di tabacco.

Sintomi e diagnosi | L’appendicite si manifesta con un forte ed improvviso dolore addominale, accompagnato da fitte. L’area dolorante varia, estendendosi a tutto l’addome o dall’ombelico in giù; in casi più rari può interessare la coscia. Il dolore peggiora con il movimento, i respiri profondi, la palpazione, la tosse o lo starnutire. Altri sintomi sono nausea, vomito, febbre (anche molto alta), stipsi o diarrea. La diagnosi di appendicite viene fatta principalmente sulla base dell’esame clinico, ma possono essere utili alcuni esami del sangue (valore dei globuli bianchi, della velocità di sedimentazione, della proteina C reattiva) e una ecografia.

Complicazioni | L’appendice infiammata può rompersi o perforarsi, causando la contaminazione della cavità addominale da parte di materiale infetto e la conseguente produzione di pus: si parla in questi casi di peritonite.

Terapia | La terapia dell’appendicite consiste nell’asportazione chirurgica dell’appendice (appendicectomia). Il solo trattamento medico (“raffreddare” l’appendicite con antibiotici e borsa di ghiaccio) espone al rischio di ricadute, in forma spesso anche più virulenta, e cronicizzazione. Se l’appendice si è perforata, causando una peritonite, occorre sottoporre il paziente a una terapia antibiotica e praticare un drenaggio, inserendo un tubicino nella cavità addominale per consentire al pus di essere eliminato all’esterno; il tubo drenante viene rimosso dopo pochi giorni, quando non c’è più pericolo di un’infezione addominale.

 

Parliamo di colon irritabile con …

Questa settimana tratteremo di COLON IRRITABILE con il dott. Elio Sciarrino, docente della Scuola di Specializzazione in Gastroenterologia dell’Università di Palermo, nostro Ospite in GALENOsalute.

 

La sindrome del “colon irritabile” interessa circa il 25% della popolazione italiana, con una prevalenza doppia nel sesso femminile. La fascia di età più colpita è quella fra i 30 ed i 45 anni, probabilmente la più esposta ai fattori che provocano la sindrome: stile di vita frenetico, stress, ansia, alimentazione scorretta e disordinata. Non si tratta di una vera e propria “malattia”, ma di un disturbo “funzionale”, cioè di un insieme di fastidi legati ad alterata motilità del colon, in assenza di alterazione anatomica: gonfiore addominale, meteorismo, dolore, irregolarità nelle evacuazioni, stitichezza alternata a diarrea (o una sola di queste). L’entità dei sintomi è variabile, da una recente indagine su 7000 pazienti affetti da “colon irritabile” condotta dall’AIGO (Associazione Italiana Gastroenterologi Ospedalieri) risulta che nel 72% dei casi i disturbi condizionano la qualità della vita.

Questi sintomi possono nascondere una patologia più seria, di tipo “organico” ? Certamente sì, in particolare nei giovani si può ipotizzare la presenza di una malattia infiammatoria cronica dell’intestino all’esordio. Una attenta raccolta della storia clinica può comunque in alcuni casi consentire al medico di porre la diagnosi: esistono dei criteri formulati da un gruppo di esperti, riuniti a Roma nel 1992, e successivamente nel 1999 e nel 2005 (da qui il nome Criteri di Roma III), che consentono nelle persone in giovane età, in assenza di fattori di rischio e di sanguinamento rettale, di porre diagnosi senza ricorrere ad altre indagini. Nei casi dubbi, o sopra i 45 anni, è consigliabile eseguire una colonscopia per escludere altre forme patologiche o la presenza di tumori del colon.

Una volta posta la diagnosi, cosa fare ? Le armi da utilizzare in prima battuta sono la modificazione dello stile di vita e delle abitudini alimentari. E inutile eliminare questo o quel particolare alimento, perché è l’assunzione di cibo in sé a scatenare la sintomatologia nel momento in cui l’intestino viene stimolato. E’ invece opportuno seguire una alimentazione equilibrata, con un discreto apporto di fibre (frutta, verdure), bere almeno un litro e mezzo di acqua al giorno, consumare i pasti seduti senza fretta, aumentare l’attività fisica quotidiana. Solo se questi provvedimenti non sono sufficienti occorre passare alla terapia farmacologica.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager GALENOsalute

Parliamo di Patologie Colorettali con …

Questa settimana tratteremo di PATOLOGIE COLORETTALI con il dott. Elio Sciarrino, docente della Scuola di Specializzazione in Gastroenterologia dell’Università di Palermo, nostro Ospite in GALENOsalute.

 

Le patologie colorettali sono spesso sottovalutate dagli stessi pazienti: i pregiudizi e la scarsa informazione possono impedire a chi è affetto da tali patologie di parlare con tranquillità al proprio medico e di sottoporsi ad una visita accurata. Le patologie colorettali possono, così, svilire la qualità della vita del paziente ed obbligarlo a sopportare fastidi il più delle volte risolvibili attraverso un semplice accertamento colonproctologico. E’ fondamentale, quindi, conoscerle e saper valutare i disturbi ad esse legati: cambiamenti della consistenza delle feci, disordini intestinali e piccole perdite di sangue possono sembrare sintomi banali, ma spesso sono segnali d’allarme da non trascurare, soprattutto per evitare la degenerazione verso malattie più serie.

Le patologie colorettali comprendono tutti quei disturbi che colpiscono la zona dell’ano e del retto: Intestino irritabile, Malattia diverticolare del colon, Morbo di Crohn, Colite ulcerosa, Ragade anale.

Tra queste parleremo della seconda, riservandoci se richiesto l’approfondimento delle altre.

La diverticolosi del colon è una condizione comune che affligge circa il 50% della popolazione occidentale entro i 60 anni e quasi tutti all’età di 80 anni. Solo una piccola percentuale di persone che hanno diverticolosi presentano sintomi, e soltanto per alcuni sarà necessario un intervento.

I diverticoli sono tasche che si sviluppano nelle pareti del colon, di solito nel sigma, o nel colon sinistro, ma possono interessare anche tutto il colon. La diverticolosi descrive la presenza di queste tasche. La diverticolite rappresenta l’infiammazione o le complicazioni di queste tasche.

Quali sono i sintomi?

I principali sintomi della malattia diverticolare sono: dolore addominale (solitamente nel quadrante addominale inferiore sinistro), diarrea, spasmo colico, variazione dell’alvo ed occasionalmente una severa emorragia rettale. Questi sintomi compaiono in una piccola percentuale di pazienti con questa condizione e talvolta sono difficili da differenziare dai pazienti affetti da sindrome da colon irritabile. La diverticolite – un’infezione del diverticolo – potrebbe causare uno o più dei seguenti sintomi: dolore, brividi, febbre, alterazione dell’alvo. Una sintomatologia più importante è presente nelle complicazioni più gravi come la perforazione con accesso o formazione di una fistola.

Qual è la causa della malattia diverticolare?

Indicazioni fanno presupporre che una dieta povera di fibre, attuata per molti anni causa un aumento della pressione nel colon che porta alla diverticolosi.

Come si tratta la diverticolosi?

La diverticolosi e la malattia diverticolare, solitamente, vengono opportunamente trattate con una dieta adeguata, e alcune volte con medicine che aiutano a controllare il dolore, lo spasmo colico e le variazioni dell’alvo. Aumentando il contenuto di fibre nella dieta (cereali, legumi, verdure, etc.) e qualche volta riducendo alcuni alimenti si riduce la pressione nel colon e queste complicazioni si manifestano più raramente. La diverticolite richiede una gestione più accurata. Casi moderati possono essere controllati senza ricovero in ospedale; questa decisione deve essere presa dal medico curante.

Il trattamento consiste in antibiotici presi per via orale, restrizioni nella dieta e il possibile uso di prodotti che rendano le feci più morbide. Casi più gravi necessitano del ricovero ospedaliero, gli antibiotici verranno somministrati via endovenosa e la dieta sarà limitata.

La maggior parte degli attacchi acuti possono essere risolti in questo modo. Il trattamento chirurgico viene riservato ai pazienti con attacchi ripetuti, casi severi o complicati e quando si avverte una debole riposta o, addirittura, nessun miglioramento dopo la terapia medica. Nella pratica chirurgica, di solito una parte del colon quasi sempre la sinistra o il sigma viene asportata e il colon è agganciato e anastomizzato un’altra volta al retto. Un recupero totale può essere prevedibile. Il normale funzionamento dei movimenti intestinali, spesso recuperato dopo tre settimane, può essere prevedibile.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager GALENOsalute


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