Posts Tagged 'dolore'

La fine di un amore può danneggiare il cervello

Essere lasciati dal proprio partner è una brutta esperienza di vita. Sul Journal of Neurophysiology si legge di uno studio di Helen E. Fisher che spiega come la fine di un amore può agire sul cervello come una droga e dare dipendenza al pari di alcol, nicotina e cocaina. Lo studio è stato effettuato su alcuni studenti universitari uomini e donne, appena piantati in asso dal partner. La scansione con la risonanza magnetica funzionale ha rivelato che i “cuori spezzati” subiscono delle ferite nel cervello, corrispondenti ad alterazioni in meccanismi cerebrali legati alle aree del piacere e della ricompensa, le stesse implicate nella dipendenza da sostanze stupefacenti come la cocaina. Ai volontari, usciti da poche settimane da una relazione di due anni, sono state sottoposte foto dei vecchi amori, mentre eseguivano un compito al computer. Una tortura ben visibile grazie alle immagini radiografiche raccolte nella testa del rifiutato. “Abbiamo osservato un vero dolore fisico, che si manifesta nel tentativo di capire cosa è accaduto – spiega Fisher – e può ricominciare anche molto tempo dopo l’addio”. I ricercatori cercheranno di capire di più sui meccanismi interni alla materia grigia. L’abbandono genera, infatti, scariche di dopamina che “lavano” il cervello, innescando sentimenti di disperazione con comportamenti che possono andare dallo stalking a reazioni più gravi e patologiche, tali da sfociare in omicidi e suicidi.


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Ecco perché il placebo funziona

Come mai molte persone guariscono grazie a pillole che non hanno dentro nulla, solo con la suggestione? Una serie di nuovi studi spiegano che cosa succede nel cervello.

 Pillole di zucchero che cancellano colite o mal di testa, acqua distillata antidolore, finta agopuntura – con aghi retrattili che non lasciano il segno – efficace quanto quella vera: e se l’effetto placebo fosse una terapia? Se potesse ispirare un modo nuovo di fare medicina? A lanciare il sasso è un’ampia rassegna pubblicata su “Lancet“, in cui un gruppo di ricercatori, tra cui Damien Finniss dell’Università di Sidney e il neurofisiologo italiano Fabrizio Benedetti, suggeriscono che il “niente” possa davvero curare. Come sembra oggi confermare uno studio realizzato da Carlo Porro dell’Università di Modena e Reggio Emilia – oggetto di un articolo di prossima pubblicazione – dal quale emerge che l’effetto placebo riduce la percezione del dolore intervenendo direttamente sui circuiti cerebrali che ne stanno alla base. “Abbiamo cominciato da poco a studiare le basi neurali dell’effetto placebo”, spiega Porro. E molti ricercatori non amano sentirsi ricordare che ogni farmaco, anche il più efficace, può agire almeno in parte grazie all’effetto placebo. “Anche se spesso nelle sperimentazioni i ricercatori tengono conto di questa possibilità”, spiega Benedetti. Che all’argomento ha dedicato un saggio pubblicato da Oxford Università Press, “Placebo Effects. Understanding the mechanisms in health and disease”.
Ma l’impatto vero del placebo emerge quando si esce dal mondo dei laboratori e delle sperimentazioni. Per valutarne – come negli studi di cui si rende conto su “Lancet” – l’effetto sui pazienti. “Che nasce da una contraddizione intrinseca, dato che per definizione”, osserva Benedetti, “il placebo è un elemento inerte“. Rappresentato da una sostanza – pillole di zucchero o fiale di acqua distillata – una manovra chirurgica, un finto ago da agopuntura. Ma anche, o soprattutto, dallo scenario che si costruisce intorno al trattamento, e dal rapporto medico paziente. “Le interazioni psico-sociali sono fondamentali per l’evoluzione della modulazione cognitiva del dolore, e quindi per l’esito clinico”, spiega Porro: “Non possiamo pensare che un distributore automatico di farmaci funzioni come un medico attento e premuroso in camice bianco”. A confermarlo, una serie di studi che mostrano come una terapia antidolorifica somministrata all’insaputa del paziente risulti molto meno efficace della stessa terapia, ma assunta con il supporto e la presenza attenta del personale sanitario. Non solo: durante alcune sperimentazioni è stato detto ai pazienti che la sostanza che assumevano avrebbe potuto essere indifferentemente un placebo o un farmaco, e si è visto che questa informazione ha condizionato la risposta alla terapia. “Sappiamo che più il paziente riceve spiegazioni convincenti, più la terapia è efficace. Anche quando si tratta di un vero farmaco”, ricorda Porro. “Oggi la medicina tende a concentrarsi sulle cause molecolari e biochimiche della malattia, guarda meno all’aspetto umano e psicologico. Ma stiamo cominciando a capire che la psiche gioca un ruolo importante sulla malattia”, prosegue Benedetti. Secondo Ellen Langer, docente di psicologia ad Harvard e un’autorità degli studi sulla mente e la consapevolezza, il placebo è “un meccanismo che, convincendoci che staremo meglio, attiva le potenzialità del nostro organismo”. Gli studi sul dolore aiutano a capire come questo possa accadere.”L’analgesia da placebo mostra come aspettative o credenze possono influenzare la percezione del dolore”, spiega Porro:”Abbiamo visto chiaramente che l’assunzione del placebo riduce l’attività di aree cerebrali che rispondono agli stimoli dolorosi, in modo coerente con la riduzione di dolore riportata dal soggetto”. È la prima volta che da uno studio emerge così chiaramente il parallelo tra riduzione del processo sensoriale che genera i segnali alla base del dolore (effetto del placebo), e riduzione dell’intensità percepita del dolore stesso”.
Altri studi mostrano che il niente che cura funziona anche attraverso l’apprendimento sociale, grazie a un meccanismo neuronale che i ricercatori definiscono “specchio”: se vediamo qualcuno che trae beneficio da una terapia, quando ci viene somministrato qualcosa di apparentemente identico ci sentiamo meglio, anche se si tratta di un placebo. E gli scienziati hanno osservato che questo accade grazie all’attivazione delle stesse aree della corteccia cerebrale che si è scoperto essere responsabili dell’effetto placebo. Per questo, spiega Porro, “la seduta del dentista o le medicazioni in ambulatorio sono più dolorose se mentre aspettiamo in sala di attesa sentiamo che qualcuno urla o si lamenta. Un dato di cui medici e personale sanitario dovrebbero tenere conto”.
 

 (di Paola Emilia Cicerone)

Scoperto il meccanismo analgesico dell’agopuntura

Il dott. Giorgio Ciaccio durante una seduta di Agopuntura

Svelato uno dei meccanismi molecolari che sta dietro gli effetti antidolore dell’agopuntura: gli aghi hanno il potere di indurre il rilascio, a livello del tessuto trattato, di una sostanza, l’adenosina, che agisce come antidolorifico naturale. La scoperta è dell’equipe di Maiken Nedergaard dell’Università di Rochester.

Sulla base di essa i ricercatori sono anche riusciti triplicare gli effetti antidolore dell’agopuntura, per ora sui topolini, aumentando localmente la concentrazione di adenosina. Resa nota sulla rivista Nature Neuroscience, la notizia, che arriva proprio in concomitanza con la IX Giornata Nazionale del Sollievo, sembra avere la forza per sfatare alcune ‘maldicenze’ sul conto dell’agopuntura, la cui reale efficacia non è riconosciuta da tutti. Vecchia 5 mila anni almeno, l’agopuntura, di certo una delle più diffuse tipologie di medicina non convenzionale, viene usata ormai in tutto il mondo per la cura di molte patologie ma soprattutto come trattamento contro il dolore acuto e cronico.

Secondo dati riportati online dall’Associazione Italiana Agopuntura sarebbero circa 6 milioni gli italiani che ogni anno ricorrono agli aghi per i motivi più disparati e, secondo i dati emersi da un recente incontro promosso dalla Società italiana di Farmacognosia (Siphar), sarebbero circa 12 mila i medici agopuntori, numero che pone l’Italia al terzo posto dopo Cina e Giappone. Molto si è detto a favore e contro l’agopuntura e negli ultimi anni è stato un susseguirsi di ricerche scientifiche che pretendevano di dimostrare efficacia o, al contrario, inutilità di questa pratica.

I ricercatori Usa sono andati a vedere cosa fa l’agopuntura a livello molecolare e studiando le zampine dolenti di topolini hanno scoperto che uno dei modi (é probabile non sia l’unico) con cui l’agopuntura sortisce i suoi effetti antidolore è quello di indurre il tessuto stimolato dagli aghi a rilasciare una sostanza finora nota più che altro per i suoi effetti favorenti il sonno, l’adenosina. Gli esperti hanno dimostrato sui topolini che un trattamento classico di agopuntura induce in poco tempo il rilascio di adenosina nella parte dolente, la cui concentrazione aumenta di ben 24 volte durante l’applicazione degli aghi; a ciò corrisponde la riduzione del dolore avvertito dagli animali.

Come controprova dell’attendibilità della loro scoperta gli esperti hanno eliminato nel tessuto trattato con agopuntura i recettori che si attivano in risposta all’adenosina: senza recettori l’adenosina non può più agire e l’effetto degli aghi svanisce. Infine gli esperti hanno dimostrato che si può potenziare l’effetto dell’agopuntura dando ai topi, in concomitanza col trattamento, un farmaco che prolunga l’azione dell’adenosina.

In pratica, cioé, questo farmaco non fa altro che impedire la ‘digestione’ fisiologica dell’adenosina lasciando che la molecola resti in circolo più a lungo e quindi prolungando e intensificando (di un fattore tre) l’effetto degli aghi. Favorevoli o contrari che siate a qusta terapia non convenzionale, in ogni caso questi esperimenti danno una prova certa di un meccanismo d’azione dell’agopuntura, anche se certamente l’adenosina non è l’unico attore in gioco.


Insonnia e dolore

L’insonnia come manifestazione di una condizione medica | La Classificazione Internazionale dei Disordini del Sonno [1] prevede una diagnosi di “insonnia dovuta a una condizione medica” che racchiude un gruppo eterogeneo e ampio di condizioni mediche nell’ambito delle quali l’insonnia è un sintomo frequente e importante. Per questi motivi, le caratteristiche di questa insonnia non sembrano essere specifiche ma ricalcano quelle generali di questo disturbo: difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli notturni, risveglio precoce con impossibilità a riaddormentarsi, sonno non ristoratore e conseguenze sulle performance diurne. I criteri diagnostici, per questo tipo d’insonnia sono:

  1. I sintomi presentati dal paziente soddisfano i criteri per la diagnosi d’insonnia.
  2. L’insonnia perdura da almeno un mese.
  3. Il paziente ha una condizione medica o fisiologica che è nota essere disturbante per il sonno.
  4. L’insonnia è chiaramente associata alla condizione medica o fisiologica. L’insonnia è iniziata all’incirca in concomitanza con la condizione medica o fisiologica o è correlata a un suo peggioramento clinico significativo o varia di intensità in accordo con le fluttuazioni cliniche della condizione medica o fisiologica.
  5. Il disturbo del sonno non può essere spiegato meglio da un altro disordine del sonno, mentale o uso di farmaci o sostanze.

Un posto importante, tra le insonnie dovute a una condizione medica, spetta all’insonnia causata dal dolore | E’ facile comprendere come qualsiasi disturbo che provochi dolore sia potenzialmente in grado, qualora il dolore persista di notte, di disturbare il sonno in modo significativo e indurre una insonnia. Tuttavia bisogna ricordare che, come dettagliato nei criteri per la diagnosi d’insonnia da condizione medica, è necessario che il disturbo perduri da almeno un mese per poter parlare di una vera insonnia. Quindi, pur essendo il disturbo del sonno frequente in qualsiasi sindrome dolorosa, esso può assumere spesso un carattere transitorio, correlato alla durata della sindrome dolorosa e non richiedere un’attenzione particolare in quanto sappiamo che l’insonnia scomparirà con la regressione del dolore (ad esempio, in un caso di mal di denti, prima di ricorrere al dentista o a un’adeguata terapia farmacologica). Diversi e molto più importanti sono i problemi posti dal dolore cronico che spesso viene accompagnato da insonnia. Per questi motivi, la letteratura scientifica si è occupata in modo particolare di queste condizioni in cui la durata della sindrome dolorosa è prolungata e spesso accompagna il soggetto per tutto il resto della vita. E’ anche interessante notare come tra tutte le condizioni mediche, il dolore cronico è il disturbo più frequentemente accompagnato da insonnia. Taylor et al. [2] hanno riportato che il dolore cronico era presente nel 50.4% dei pazienti con insonnia, contro il 18.2% di quelli senza insonnia; questa percentuale era più alta di quella dell’ipertensione (43.1% contro 18.7%), problemi gastrointestinali (33.6% contro 9.2%), disordini del respiro (24.8% contro 5.7%), cardiopatia (21.9% contro 9.5%), problemi urinari (19.7% contro 9.5%), e malattie neurologiche (7.3% contro 1.2%). Esaminiamo qui di seguito, come esempi, alcune delle più importanti condizioni che causano dolore cronico e insonnia.

La fibromialgia | Secondo l’American College of Rheumatology [3], la fibromialgia è un dolore diffuso che dura da almeno 3 mesi che si manifesta in combinazione con dolore ad almeno 11 di 18 punti specifici di sensibilità sul corpo. Molte persone con fibromialgia hanno comorbidità psichiatrica, con sintomi di depressione e ansia. Inoltre, i disturbi del sonno sono riportati molto frequentemente da questi pazienti, con difficoltà ad addormentarsi e a mantenere il sonno. Tuttavia, il problema più importante è la sensazione di stanchezza al risveglio che causa le conseguenze più pesanti per il paziente [4,5]. E’ comunque interessante notare come uno studio polisonnografico, cioè oggettivo, del sonno non sia riuscito a mostrare sostanziali differenze tra pazienti con fibromialgia e controlli normali, se non nei parametri di variabilità della frequenza cardiaca che indicavano un incremento dell’attività simpatica e una diminuzione della complessità della funzione autonomica [6]. Una caratteristica dell’EEG del sonno di questi pazienti è un’importante intrusione di attività alfa all’interno dei ritmi lenti delta del sonno nonREM [7], chiamata pattern alfa-delta. L’attività alfa-delta è accompagnata anche da una riduzione dei fusi del sonno nonREM [8] e probabilmente correla significativamente con i sintomi della fibromialgia [9]. Pertanto, appare sempre più evidente che esiste un’anomalia della microstruttura del sonno in questi pazienti e questa ipotesi è stata confermata dallo studio di Rizzi et al. [10] sul “cyclic alternating pattern”, un tipo di analisi che valuta con precisione i brevi e numerosi eventi neurofisiologici che caratterizzano la microstruttura del sonno nREM.

La ricerca epidemiologica ha mostrato che i disordini del sonno sono associati a cefalea più frequente e grave | E’ noto da tempo che il sonno sia in grado sia di provocare che di dare sollievo alla cefalea e l’epidemiologia ci suggerisce che i disordini del sonno sono associati a cefalea più frequente e grave. L’insonnia, i disturbi del respiro in sonno, i disordini del ritmo circadiano e le parasonnie sono i disturbi del sonno più frequentemente associati a cefalea [11, 12]. Un esempio importante è la cefalea presentata dai soggetti con apnee del sonno che regredisce con la correzione del disturbo del respiro in sonno. Oltre all’associazione con i disturbi del sonno, alcuni tipi specifici di cefalea, come l’emicrania, la cefalea muscolo-tensiva e quella a grappolo, mostrano un chiaro pattern crono biologico correlato anche ai processi del sonno; probabilmente questo è dovuto a strutture neuro anatomiche e processi neurochimici comuni coinvolti nella regolazione del sonno e nel determinismo della sintomatologia algica del capo. E’ opportuno ricordare che la Classificazione Internazionale dei Disordini del Sonno [1] comprende una diagnosi di “cefalea correlata al sonno”, anche nota come cefalea ipnica, che include un gruppo molto eterogeneo di sindromi algiche del capo che hanno l’unica caratteristica comune di verificarsi prevalentemente durante sonno o al risveglio. E’ molto probabile che ognuna delle condizioni comprese da questa diagnosi generica sia sovrapponibile alla stessa forma che si verifica di giorno e che quindi non si tratti di forme specifiche.

Tutti questi dati portano alla raccomandazione per gli esperti che curano pazienti con cefalea o emicrania di valutare attentamente il pattern ipnico dei pazienti per identificare e trattare adeguatamente i loro disordini.

L’insonnia in oncologia | La difficoltà di addormentamento e di mantenimento del sonno, la bassa efficienza di sonno, il risveglio precoce e l’eccessiva sonnolenza diurna sono disturbi molto frequenti nel paziente oncologico. E’ pure molto frequente la cronicizzazione di questi problemi che possono persistere anche per mesi o anni dopo la fine del trattamento antiblastico [13]. I fattori che possono influenzare il sonno di questi pazienti sono molteplici, come le alterazioni biochimiche indotte dalla proliferazione neoplastica e dai trattamenti antineoplastici, ma anche la presenza di dolore, deperimento e depressione sono altrettanto importanti. Il trattamento dell’insonnia in questi pazienti può essere importante per la possibilità di migliorarne la qualità di vita ma è spesso complesso per la necessità di considerare una serie di fattori interferenti correlati al trattamento della patologia di base. Il trattamento dell’insonnia può avere una grande importanza anche nella strategia palliativa per i malati terminali.

Curare l’insonnia potrebbe migliorare la sindrome dolorosa? | Il trattamento dell’insonnia nelle sindromi dolorose si basa prima di tutto, ove possibile, sul trattamento della sintomatologia algica; tuttavia, esistono situazioni in cui il controllo del dolore non può essere raggiunto o non è in grado di ripristinare il pattern normale di sonno. D’altra parte, il trattamento dell’insonnia potrebbe avere effetti positivi sulla comorbidità. Infatti, se da un lato è noto che la presenza d’insonnia può esacerbare il dolore, è logico pensare che una terapia efficace dell’insonnia sia potenzialmente in grado di attenuare la sintomatologia dolorosa. A questo scopo è possibile ipotizzare l’uso di strategie farmacologiche e non farmacologiche (terapia cognitivo-comportamentale), o una combinazione di queste. Tuttavia, non esistono dati sufficienti in letteratura per rispondere in modo sicuro al quesito e sono necessari studi e approfondimenti che probabilmente vedremo in un futuro vicino [14].

Bibliografia

  1. American Academy of Sleep Medicine. International Classification of Sleep Disorders, 2nd ed.: Diagnostic and Coding Manual. American Academy of Sleep Medicine. Westchester, Illinois, 2005.
  2. Comorbidity of chronic insomnia with medical problems. Taylor DJ, Mallory LJ, Lichstein KL, Durrence HH, Riedel BW, Bush AJ. Sleep. 2007;30(2):213-218.
  3. The American College of Rheumatology 1990 criteria for the classification of fibromyalgia: report of the Multicenter Criteria Committee. Wolfe F, Smythe HA, Yunus MB, et al.  
    Arthritis Rheum 1990;33:160-172.
  4. Prevalence and correlates of nonrestorative sleep complaints. Ohayon MM. Arch Intern Med 2005;165:35-41.
  5. The significance, assessment, and management of nonrestorative sleep in fibromyalgia syndrome. Moldofsky H. CNS Spectr 2008;13(Suppl 5):22-26.
  6. Objective measures of disordered sleep in fibromyalgia. Chervin RD, Teodorescu M, Kushwaha R, Deline AM, Brucksch CB, Ribbens-Grimm C, Ruzicka DL, Stein PK, Clauw DJ, Crofford LJ.
    J Rheumatol 2009;36:2009-2016.
  7. Musculosketal symptoms and non-REM sleep disturbance in patients with ”fibrositis syndrome” and healthy subjects. Moldofsky H, Scarisbrick P, England R, et al. Psychosom Med 1975;37:341-351.
  8. Decreased sleep spindles and spindle activity in midlife women with fibromyalgia and pain. Landis CA, Lentz MJ, Rothermel J, et al.  Sleep 2004;27:741-750.
  9. Alpha sleep characteristics in fibromyalgia. Roizenblatt S, Moldofsky H, Benedito-Silva AA, et al.  Arthritis Rheum 2001;44:222-230.
  10. Cyclic alternating pattern: a new marker of sleep alteration in patients with fibromyalgia? Rizzi M, Sarzi-Puttini P, Atzeni F, et al. J Rheumatol 2004;31:1193-1199.
  11. Sleep and headaches. Rains JC, Poceta JS, Penzien DB. Curr Neurol Neurosci Rep 2008;8:167-175.
  12. Headache and sleep. Alberti A.  Sleep Med Rev 2006;10:431-437.
  13. Cancer-related fatigue and sleep disorders. Roscoe JA, Kaufman ME, Matteson-Rusby SE, Palesh OG, Ryan JL, Kohli S, Perlis ML, Morrow GR.  Oncologist 2007;12 (Suppl 1):35-42.
  14. Does effective management of sleep disorders improve pain symptoms? Roehrs TA, Workshop Participants. Drugs 2009;69 (Suppl 2):5-11. 

Depositato all’AIFA in data 07/03/2010 – autore dott. Raffaele Ferri – Centro per lo Studio del Sonno e dei suoi Disturbi, Dipartimento per l’Involuzione Cerebrale, IRCCS Oasi “Maria SS”, Troina (EN).

Scoperto un antinfiammatorio 100 volte più sicuro

Un nuovo farmaco antinfiammatorio sviluppato dall’Università canadese McMaster ha mostrato buoni risultati senza produrre gli effetti collaterali tipici di quelli usati normalmente, come l’aspirina e l’ibuprofene. Lo afferma uno studio pubblicato dal ‘British Journal of Pharmacology‘ che mette a confronto i comuni antinfiammatori con l’Atb 346, un derivato del naprossene che rilascia solfuro di idrogeno, una sostanza che in piccole quantità protegge lo stomaco dalle ulcere. Per esaminare l’efficacia del farmaco, i ricercatori l’hanno testato su cavie sane e con artrite e altre infiammazioni. Il risultato è stato che il naprossene modificato riesce a ridurre le infiammazioni quanto i farmaci tradizionali, ma con una protezione 100 volte superiore per l’apparato gastrico, dove non ha causato alcun danno. Usato su cavie che avevano ulcere preesistenti, simili a quelle causate dall’uso prolungato dei Fans, l’Abt 346 ha migliorato il recupero dalle lesioni. “Ho lavorato per 20 anni con gli antinfiammatori – ha spiegato al sito ‘ScienceDaily‘ John Wallace, che ha guidato lo studio – e questo farmaco sembra essere perfetto fino a questo momento, ha dato risultati eccezionali su tutti i modelli su cui lo abbiamo usato”.

Fonte AGIsalute

Menta brasiliana (Hyptis crenata), antidolorifico naturale lo afferma una ricerca inglese.


 Una tisana a base di menta brasiliana e passa il dolore. La pianta medicinale sudamericana, dall’esoterico nome scientifico di Hyptis crenata, è utilizzata da secoli in Brasile per il trattamento di vari disturbi. Ora una ricerca inglese della Newcastle University attribuisce una validità scientifica alla convinzione popolare, riconoscendo nella pianta un’alternativa efficace e del tutto priva di controindicazioni nelle terapie del dolore. Il problema principale degli antidolorifici sintetici è rappresentato infatti dalle conseguenze che a volte si fanno sentire sul nostro organismo, e sullo stomaco in particolare, il quale soggetto a un’esposizione prolungata può trovarsi in difficoltà. La pianta viene comunemente usata per alleviare i dolori muscolari a seguito di un’influenza, le emicranie e il mal di stomaco. I ricercatori inglesi, guidati dalla dott.ssa di origini brasiliane Graciela Rocha, hanno condotto un esperimento su un gruppo di topi, dimostrando l’efficacia nel ridurre il dolore dell’Hyptis crenata, in grado di avvicinare se non uguagliare i livelli di un normale antidolorifico. La menta brasiliana è stata messa a confronto con l’indometacina, un farmaco antiinfiammatorio non steroideo (FANS), in sostanza una forma sintetica di aspirina, e i risultati hanno dato una spiegazione scientifica al comportamento di milioni di brasiliani. I risultati dello studio sono stati presentati alla seconda edizione dell’International Symposium on Medicinal and Nutraceutical Plants, in corso di svolgimento a New Delhi in India, e commentati in questi termini dalla responsabile della ricerca, la dott.ssa Rocha: “si stima che oltre 50.000 piante vengono utilizzate in tutto il mondo per scopi medicinali. Oltre l’uso tradizionale, più della metà di tutti i farmaci sono basati su una molecola che si trova in natura in una pianta. Quello che abbiamo fatto è stato prendere una pianta ampiamente utilizzata per il trattamento del dolore in modo sicuro e scientificamente provato e che funziona al pari di alcuni farmaci sintetici e analizzarne il potenziale. Ora il passo successivo è quello di scoprire come e perché questa pianta operi”. In attesa di risultati definitivi, quel che è certo è che i brasiliani continueranno a preferire la loro menta ai normali antidolorifici, risparmiando denaro ed evitando effetti collaterali.

Fonte |                              

Dolore: studio inglese, le parolacce aiutano a sopportarlo

martellata sul ditoA tutti sarà capitato di dire qualche parolaccia in seguito a una martellata sul dito. Questa reazione comune potrebbe aver trovato una spiegazione ben diversa dal semplice sfogo. Uno studio della Keele University’s School of Psychology (Gran Bretagna) ha rivelato infatti che dire le parolacce aiuta a sopportare il dolore fisico. Le persone che bestemmiano riescono infatti a sopportare il dolore per il 50 per cento più a lungo rispetto a quelli che non dicono parolacce in seguito ad un forte dolore. “Pensavamo che le parolacce fossero un segnale di bassa sopportazione al dolore”, ha detto Richard Stephens, a capo della ricerca. “Ma dopo aver svolto degli esperimenti su dei volontari – ha aggiunto – abbiamo scoperto che invece hanno un effetto benefico“. I volontari hanno immerso le mani in acqua ghiacciata e ripetuto una parolaccia a loro scelta in seguito alla reazione di dolore. In seguito hanno ripetuto l’esperimento, ma non dovevano bestemmiare. “Se si dicevano parolacce, si poteva sopportare il dolore provocato dall’acqua ghiacciata per 2 minuti. Senza bestemmiare, si resisteva solo per 1 minuto e 15 secondi“, hanno spiegato i ricercatori. “Probabilmente le reazioni ‘aggressive’ di chi bestemmia aumentano la sopportazione del dolore fisico“, hanno concluso. Per gli scienziati, questo è il primo studio che è riuscito a dimostrare gli effetti benefici della parolaccia. “Spiegherebbe come mai la pratica di bestemmiare in reazione al dolore si sia originata e sia diventata cosi’ comune. Anche alle persone piu’ educate capita di farsene sfuggire una. In questi casi: il nostro studio ne da’ una ragione“.

Fonte AGI Salute


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