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Nuove prospettive per il trattamento dell’Epatite C

 

E’ in fase di studio un nuovo farmaco capace di sopprimere il virus dell’Epatite C senza causare gravi effetti collaterali e senza generare resistenza. Si tratta di SPC3649, un oligonucleotide che inibisce la replicazione virale dell’HCV. Il nuovo trattamento viene ora sperimentato sull’uomo dopo i buoni risultati ottenuti su modello animale.

Un gruppo di ricercatori del Department of Virology and Immunology – Southwest National Primate Research Center, Southwest Foundation for Biomedical Research in collaborazione con i colleghi danesi del Copenhagen Institute of Technology presso Aalborg University e con la casa farmaceutica Santaris, stanno sviluppando un farmaco innovativo per il trattamento dei pazienti affetti da Epatite C che possa controllare in modo efficace l’infezione virale.

SPC3649 è un oligonucleotide modificato che risulta complementare al microRNA miR-122 espresso a livello epatico e necessario per la replicazione del virus dell’Epatite C.

SPC3649 agisce inibendo miR-122 e questo permette una riduzione significativa della viremia senza comportare resistenza virale o effetti collaterali negli animali trattati.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science.

I ricercatori hanno iniettato il nuovo farmaco in scimpanzé (Pan troglodytes) affetti da Epatite C. Gli animali sono stati trattati una volta a settimana con dosi da 1mg/kg o 5 mg/kg di SPC3649 per 12 settimane. La dose di 5 mg/kg ha consentito una riduzione significativa della viremia con una diminuzione dose dipendente del numero di virus presenti in circolo per una durata di 2 – 3 mesi dopo l’ultima iniezione eseguita.

La ricerca dimostra che il nuovo preparato risulta efficace, non sembra avere gravi effetti collaterali ed ha numerosi vantaggi rispetto ad altre molecole in fase di sviluppo, primo fra tutti la capacità di svolgere il proprio effetto terapeutico senza creare forme del virus resistenti – uno tra i principali problemi dei farmaci per l’Epatite C.

Il trattamento è efficace per gli scimpanzé, ma non è ancora chiaro se sarà altrettanto efficace sull’uomo dove il virus dell’Epatite C provoca danni epatici a lungo termine e quindi i farmaci potrebbero agire in modo diverso su cellule epatiche malate da tempo.

Fino ad oggi i test sono stati effettuati con successo su esemplari di scimpanzé (Pan troglodytes), unico primate oltre all’uomo suscettibile all’HCV.

Allo stato attuale il nuovo trattamento è in fase di sperimentazione sull’uomo in gruppi di volontari sani e i risultati saranno pubblicati nel corso dei prossimi mesi. Solo dopo sarà possibile valutare se proseguire i test su pazienti affetti da HCV.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa il 3% della popolazione mondiale è stata infettata dall’HCV. Sono 170 milioni i portatori cronici, di cui circa 4 milioni in Europa, a rischio di sviluppare in futuro cirrosi e/o tumore al fegato.

Attualmente non esiste un vaccino e i farmaci disponibili per il trattamento della malattia comportano seri effetti collaterali e non sono sempre efficaci.

“Il trattamento è molto duro e richiede una terapia di 48 settimane che molti pazienti non tollerano facilmente soprattutto se hanno già sviluppato malattie epatiche.

I trattamenti attuali, basati sull’impiego di interferone e ribavirina funzionano solo nel 50% dei pazienti e causano numerosi effetti collaterali. Il meccanismo di azione di SPC3649 e la buona tollerabilità del trattamento potrebbero far si che questa nuova terapia vada in futuro a rimpiazzare l’interferone o venire associato ad esso nella cura dell’Epatite C” spiega Robert Lanford, ricercatore presso la Southwest Foundation for Biomedical Research e coordinatore dello studio.

SPC3649 ha altre caratteristiche che lo rendono particolarmente promettente nella terapia per l’HCV: le analisi condotte dimostrano che si ha una down-regulation dei geni coinvolti nella regolazione dell’interferone pertanto i dati mostrano che i cambiamenti nell’espressione genica potrebbero risultare utili per migliorare la risposta all’interferone nei pazienti che attualmente non rispondono al trattamento o non riescono a tollerare le terapie.

I farmaci oggi in uso sono messi a dura prova dalle continue mutazioni del virus dell’Epatite C con il conseguente sviluppo di resistenza, mentre il nuovo trattamento mira direttamente al virus dell’Epatite C riducendo la sua capacità di replicare e sembra che si riesca a bloccare la fase di replicazione senza apparentemente selezionare mutanti.

SPC3649 è un oligonucleotide sviluppato in Danimarca da Santaris mediante l’uso della tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid).

La tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid) sviluppa versioni chimicamente modificate dei normali acidi nucleici. Queste versioni sintetiche, chiamate LNAs, migliorano le qualità degli oligonucleotidi che vanno a formare, essi infatti risultano più affini al loro RNA target, più facilmente assorbiti dai tessuti e più difficilmente metabolizzati.

Questo studio fa parte di un ampio progetto di ricerca sull’impiego dell’RNA come strumento per individuare e sviluppare metodi e trattamenti per numerose patologie.
L’approccio si basa sull’inserimento di sequenze antisenso in specifici tratti di RNA o di DNA così da bloccarne la funzione.

Uno dei principali obiettivi della ricerca è sviluppare molecole stabili e capaci di restare nel circolo sanguigno fino a raggiungere il tessuto da trattare.
Per raggiungere questo obiettivo i ricercatori danesi della Santaris hanno sviluppato un nuovo metodo che permette di creare molecole di DNA stabili che possono essere iniettate nel circolo sanguigno e restare abbastanza tempo per essere assorbite a livello epatico, dove risiede il virus dell’Epatite C.
Per creare questo tipo di molecola i ricercatori hanno alterato la struttura di una corta sequenza di DNA (locked nucleic-acid chemistry) rendendola altamente stabile e migliorandone fortemente l’affinità per il suo RNA complementare, in questo caso un microRNA chiamato miR-122 che viene sintetizzato dal genoma umano e serve al virus per replicare.

Il trattamento farmacologico basato sull’uso di oligonucleotidi per la terapia genica del fegato dimostra che questo tipo di molecole può essere introdotto nel circolo sanguigno e raggiungere il fegato senza la necessità di ricorrere all’inserimento in particolari capsule che ne consentano il rilascio.

Questo studio apre nuove e interessanti prospettive per il trattamento dell’Epatite C, ma servirà ancora molto tempo per mettere a punto il nuovo metodo e verificare con la dovuta cautela gli effetti a lungo termine e la sicurezza del farmaco.

MiR-122 controlla l’espressione di numerosi geni a livello epatico, tra cui quelli coinvolti nella regolazione del colesterolo e quindi, in teoria, il nuovo trattamento potrebbe indurre anche una benefica riduzione dei livelli di colesterolo.

Tuttavia non è ancora nota la funzione di altri geni che potrebbero risultare alterati dall’impiego del nuovo farmaco e che quindi potrebbero indurre, ad esempio, lo sviluppo di tumori. 

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Pipistrelli e epatite C, cosa hanno in comune?

Il virus dell’epatite C e i pipistrelli potrebbero avere qualcosa in comune.

A suggerirlo è uno studio statunitense pubblicato dalla rivista Plos Pathogens. Attravero indagini genetiche i ricercatori hanno scoperto che materiale genetico di un virus correlato a quello dell’epatite nella saliva di 98 pipistrelli del paese asiatico, e secondo l’articolo il fatto che i campioni contenessero Dna virale suggerisce un meccanismo per la trasmissione da questi animali ad altri, fino ad arrivare all’uomo.

Prima di questo studio tracce del virus erano state trovate nei primati, ma secondo i ricercatori l’origine potrebbe essere proprio nei pipistrelli. “Oltre a fornire una prova dell’origine dell’epatite – ha spiegato Ian Lipkin del Center for Infection and Immunity della Columbia University – questo studio conferma l’importanza di monitorare la presenza di virus negli ‘hotspots’ come quello dell’Asia, per prevenire future epidemie”.

Una mutazione genetica che protegge dall’epatite C

 

Una piccola mutazione genetica a carico di un gene che codifica per una citochina antivirale denominata interferone lambda consente di prevedere in che modo i pazienti infettati da epatite C reagiscono al trattamento, aprendo la strada alla personalizzazione della terapia di questa patologia difficile da trattare. È questo il risultato presentato nel corso dell’annuale conferenza della European Society of Human Genetics da Zoltan Kutalik, del dipartimento di genetica medica dell’ Università di Losanna, in Svizzera.

L’epatite C è una patologia del fegato causata dal virus denominato HCV che può essere contratta per abuso di sostanze, trasfusioni di sangue o per via sessuale. Circa il 10 per cento di tutti i pazienti non hanno cause identificabili di infezione.

Il virus produce un’infezione cronica in circa l’80 per cento dei soggetti infettati, e metà di essi non rispondono alle terapie esistenti. L’attuale trattamento prevede la combinazione di un interferone e di una antivirale, il ribavirin. Gli effetti indesiderati sono tuttavia diffusi e di una certa importanza, al punto che molti pazienti non sono in grado di proseguire la terapia.

L’analisi dei ricercatori di Losanna ha ora mostrato che un polimorfismo di singolo nucleotide, o SNP, a carico del gene IL28B, che codifica per l’interferone lambda, è associato in modo significativo con la capacità dell’organismo di eliminare il virus dell’epatite C.

In particolare, gli individui portatori dell’allele protettivo in questo locus genetico hanno una probabilità di eliminare l’infezione del virus doppia ai non portatori, e anche se non riescono a sconfiggerlo rispondono alla terapia in modo molto più efficace.

“Grazie ai nostri risultati, possiamo ipotizzare che il gene per l’interferone lambda sia cruciale per incrementare il successo della terapia, e i risultati dei trial attualmente in corso sembrano essere incoraggianti”, ha concluso Kutalik.

 

 

Se la cura dipendesse dal sesso?

Gli studi dimostrano che le malattie dei maschi e quelle delle femmine sono diverse. Dall’infarto al tumore del polmone, al dolore. Ecco come cambiano le terapie.

E se le medicine fossero due? Prendiamo il farmaco più famoso al mondo, l’aspirina. E prendiamo l’uso che ne fanno decine di milioni persone nel mondo come strumento preventivo, per ridurre il rischio di infarto del miocardio. Milioni di ‘aspirinette’ deglutite ogni mattina da milioni di uomini e donne nel mondo. Giusto? Fino a un certo punto, perché un grande studio pubblicato da Todd Yerman della University of British Columbia, esaminando 23 sperimentazioni condotte per quarant’anni, ha scoperto che la terapia a base di aspirina potrebbe essere inutile nelle donne. E, quindi, che milioni di pillole vengono ingerite inutilmente col loro inevitabile carico di inutili effetti collaterali.

Il lavoro di Yerman è uno dei tanti che stanno cambiando le carte in tavola. Il fatto è che una stessa malattia può manifestarsi in modo molto diverso negli uomini e nelle donne, e le terapie possono essere del tutto dissimili. E se per secoli la scienza medica si è esercitata su un corpo-modello, nei fatti quello dell’uomo, migliaia di ricerche oggi indicano che le cose sono assai più complesse. E soprattutto che la ricerca clinica deve cambiare registro, cominciando a differenziare gli studi sui farmaci: lo sottolinea con forza il numero di marzo della rivista ‘Science‘, l’organo dell’American Association for the Advancement of Science che punta il dito sull’uso quasi esclusivo di cavie maschili nelle sperimentazioni precliniche che indagano come i farmaci vengono assorbiti dall’organismo e se sono sicuri. Per questo a ottobre, Padova ospiterà il secondo congresso nazionale sulla medicina di genere, organizzato dal Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere e dalla Fondazione Giovanni Lorenzini.

È una rivoluzione silenziosa quella delle due medicine, che va avanti da alcuni anni, accumulando evidenze scientifiche e dando anche indicazioni precise ai medici su come comportarsi. La racconta un libro in arrivo ‘Il Fattore X’ di Letizia Gabaglio ed Elisa Manacorda, con una prefazione di Marianne Legato. 

Ecco i risultati scientifici che hanno cambiato la faccia di molte patologie.

Lo stomaco | Cominciamo da una delle malattie più diffuse: sono due i tipi di ulcera che colpiscono il tratto digerente superiore, uno è tipico del sesso femminile l’altro del sesso maschile. Le donne sono più soggette all’ulcera gastrica (in cui la lesione si forma nello stomaco a causa dell’azione dei succhi gastrici), gli uomini soffrono soprattutto di ulcera duodenale (che interessa, cioè, il primo tratto dell’intestino). E la loro prognosi è peggiore: la probabilità che l’ulcera guarisca è maggiore nelle donne che non negli uomini. Grazie agli ormoni: lo dimostra il fatto che l’incidenza dell’ulcera duodenale, per esempio, aumenta notevolmente dopo la menopausa, quando l’azione protettiva cessa, mentre diminuisce in gravidanza, quando gli ormoni sono massimamente espressi. In questo caso all’azione del progesterone, che inibisce la formazione dei succhi gastrici, si aggiunge anche quella degli estrogeni, che potenziano le difese della mucosa. 

I polmoni | La progressione del tumore al polmone, la mortalità, le reazioni alle terapie: sono tutti fattori che influenzati dal sesso, come mostrano i dati dall’Associazione Italiana Registri Tumori. E persino la sigaretta fa più danni nella donna che non nell’uomo, meno sensibile agli agenti cancerogeni. Non se ne conoscono ancora le cause, ma alcuni ricercatori stanno cercando di fare un po’ di luce. Carolyn Dresler dell’International Agency for Research on Cancer di Lione (Francia) ha trovato che una specifica combinazione dei livelli di due enzimi è legata a un maggior rischio di sviluppare il cancro al polmone, e che tale condizione è più pericolosa per il sesso femminile. Non solo: le donne portano più frequentemente degli uomini mutazioni genetiche che influiscono negativamente sia sul rischio di sviluppare la malattia, sia su alcuni meccanismi di riparazione del Dna. Ma è proprio questo deficit della macchina riparativa del Dna che paradossalmente aiuta l’organismo femminile a rispondere meglio ai farmaci: sia al platino, l’elemento più utilizzato nelle chemioterapie per i tumori al polmone, che alle terapie con erlotinib e gefitinib , due molecole che colpiscono il recettore del fattore di crescita epiteliale (EGFR). Tutte prove che dimostrano l’urgenza di indagare meglio l’efficacia dei trattamenti nella popolazione femminile. 

Il cuore | Gli ultimi dati pubblicati sul ‘Journal of the American Medical Association’ (Jama), a firma dei ricercatori della New York University School of Medicine (Usa), indicano che il rischio di morte per una sindrome coronarica acuta o un attacco cardiaco è superiore nelle donne che negli uomini. Così, in Italia, restano vittime di un attacco di cuore circa 33 mila donne ogni anno (cifra tre volte superiore a quella dei decessi per tumore al seno). “La protezione contro le malattie cardiovascolari conferita dagli estrogeni durante l’età fertile ha un prezzo”, spiega Maria Grazia Modena, direttore dell’Istituto di Cardiologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia: “Negli uomini, la malattia coronarica comincia prima, e questo dà loro la possibilità di adattarsi, rispondendo ai piccoli insulti ischemici con bypass naturali, piccoli passaggi laterali nei vasi sanguigni. Questo è un vantaggio, perché in caso di un attacco cardiaco, il loro organismo è in grado di attivare questi microcircoli secondari”. Con l’arrivo della menopausa, la donna si trova invece esposta improvvisamente a tutta una serie di fattori di rischio – ereditari, dovuti agli stili di vita (come fumo e stress) e fisiologici (come l’aumento del grasso addominale, l’ipertensione o il diabete) – e con una situazione aggravata da questa ‘mancanza di allenamento”. 

L’epatite C | Il virus dell’epatite C (HCV) sembra avere una predilezione per le donne. Queste sono infatti più colpite degli uomini dall’infezione, che è una delle cause del tumore al fegato. Però, non solo rispondono di più al vaccino, ma il cancro ha dimensioni più ridotte, è meno aggressivo e progredisce più lentamente. Inoltre, sebbene si ammalino in media a un’età più avanzata, sopravvivono più a lungo, come conferma lo studio Ita.Li.Ca (Italian Liver Cancer) guidato dall’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna e pubblicato sull”American Journal of Gastroenterology‘. Il vantaggio non è dato solo da una minore esposizione ai fattori di rischio – primo fra tutti l’abitudine al bere – ma anche dai geni che regolano la risposta immunitaria. Molti di questi si trovano infatti sul cromosoma X, presente in doppia copia nelle femmine e solo in singola copia nei maschi. L’ipotesi è confermata dal fatto che l’epatite autoimmune e la cirrosi biliare primitiva, malattie del fegato che colpiscono maggiormente le signore, hanno origine autoimmune. 

Il dolore | Uno studio epidemiologico svolto dall’Efic (Federazione Europea dei circoli Iasp) pubblicato sullo ‘European Journal of Pain‘, mostra che il dolore cronico in Italia interessa il 26 per cento della popolazione, di cui il 56 è rappresentato da donne. Sotto i 18 anni la patologia interessa il 19,5 per cento dei ragazzi e ben il 30,4 delle ragazze. Non solo la prevalenza, ma anche il tipo di dolore cambia tra i due generi. Emicrania, cefalea muscolotensiva, artrite reumatoide, fibromialgia sono tutti esempi di patologie dolorose molto più frequenti nel sesso femminile che non in quello maschile. Che invece sembra più predisposto a soffrire cefalea a grappolo. Tra le cause, ancora una volta gli ormoni. La prova è arrivata da uno studio italiano condotto da Anna Maria Aloisi dell’Università di Siena. Che ha dimostrato come gli animali maschi trattati con estrogeni diventano sensibili al dolore quanto le femmine. Allo stesso modo, in queste ultime la sensibilità diminuisce se si somministra loro l’ormone maschile testosterone. 

La memoria | Colpisce una donna su sei, e un uomo su dieci. Perché le donne vivono in media sei anni più degli uomini, e la patologia colpisce soprattutto gli over 65. Ma non solo: uno studio pubblicato a gennaio sul ‘Journal of Alzheimer’s Disease‘ dai ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia e Biostatistica dell’Erasmus University Medical Center di Rotterdam suggerisce che la menopausa precoce possa essere legata a un rischio più alto di sviluppare la malattia e che gli ormoni femminili possano giocare un ruolo determinante.  

E poi ci sono le differenze nella sintomatologia: i pazienti maschi presentano più spesso problemi comportamentali, con atteggiamenti non adeguati alle circostanze; dall’altra, le donne sembrano emotivamente più instabili e riportano deficit maggiori a livello del linguaggio, mostrando grande difficoltà quando devono attribuire un nome agli oggetti o un significato alle parole. E anche i pochi studi condotti sino a oggi sulle differenze di efficacia delle terapie nei due sessi mostrano risultati non completamente compatibili: alcuni indicano che gli inibitori delle acetilcolin-esterasi siano più efficaci nei pazienti maschi. 

 (Autore Tiziana Morioni)

La terapia per l’Epatite C è in declino negli USA: vi saranno più decessi!

Solo una frazione dei 3,9 milioni di americani infettati dal virus dell’epatite C (HCV) – 663.000 persone – sono stati sottoposti a terapia antivirale tra il 2002 ed il 2007, e le percentuali di trattamento stanno diminuendo. In base ad una recente ricerca pubblicata online il 24 novembre dalla rivista Hepatology, se questa tendenza dovesse continuare tra oggi ed il 2030, si potranno prevenire solo il 14,5% dei decessi dovuti a problemi epatici correlati con l’epatite C. Michael I. Volk dell’Università del Michigan, Ann Arbor, ed altri scrivono: “Nelle ultime due decadi vi sono stati dei miglioramenti significativi nei trattamenti per l’HCV. La terapia di combinazione con Interferone Peghilato e Ribavirina può ora ottenere un tasso di risposta virologica mantenuto nel tempo (SVR) nel 50% dei pazienti, contro il 17% ottenuto con il solo interferone. I pazienti che presentano una risposta virologica mantenuta nel tempo (SVR) possono beneficiare di una remissione a lungo termine della malattia, con una mortalità correlata a cause epatiche comparabile a quella della popolazione generale. Le problematiche causate in futuro dal HCV potrebbero essere ridotte dalla terapia antivirale, ma tuttavia il suo utilizzo rimane limitato. Gli obiettivi di questo studio sono stati di determinare quanti pazienti con infezione da HCV sono sottoposti ad una terapia antivirale negli Stati Uniti, di stimare l’effetto sulla salute pubblica di questi tassi di trattamento, e di identificare le barriere per il trattamento. I ricercatori hanno prima ottenuto dalla Wolters Kluwer Inc. (che gestisce un audit elettronico delle farmacie negli USA) i dati sul numero di nuove prescrizioni per interferone peghilato effettuate negli anni dal 2002 al 2007. Hanno quindi utilizzato un modello markoviano dell’epatite C cronica negli USA dal 2002 al 2030 per stimare il numero di decessi correlati a cause epatiche che saranno prevenuti dall’attuale tasso di trattamento. Hanno infine utilizzato i dati del questionario di follow-up sull’epatite C forniti dall’indagine nazionale sulla salute e la nutrizione (National Health and Nutrition Evaluation Survey – NHANES Hepatitis C Follow-Up Questionnaire) per studiare le ragioni per cui non viene effettuato il trattamento. I ricercatori hanno trovato che sono state effettuate 126.000 nuove prescrizioni per prodotti di interferone peghilato nel 2002 ma che negli anni seguenti fino al 2007 tale numero è diminuito fino ad 83.000 prescrizioni all’anno. Gli autori dello studio hanno effettuato delle proiezioni che stimano che, se questo trend dovesse continuare, i pazienti trattati da qui al 2030 saranno meno di meno di 1,4 milioni. I risultati del questionario NHANES mostrano che la principale barriera al trattamento è la mancata diagnosi del HCV. Dei 166 intervistati, 69 hanno riferito di non essere al corrente di avere una epatite C. 12 degli intervistati non hanno consultato un medico ed 8 hanno rifiutato il trattamento. Solo 11 sono stati sottoposti a trattamento. Gli autori dello studio scrivono che: “Questo suggerisce che la principale barriera al trattamento è l’insuccesso nella diagnosi del HCV; la seconda pare essere la mancanza di un’indicazione da parte di un medico di sottoporsi a trattamento”. Vi è una prevalenza di maschi rispetto alle femmine tra coloro che non sono coscienti della loro diagnosi di infezione (rischio relativo [OR] 2,2; intervallo di confidenza [CI] 95%, 1,06 – 4,5), ed i maschi sono anche meno frequentemente consigliati di iniziare una terapia da parte del loro medico (OR, 0.36; 95% CI, 0.16 – 0.80). Comunque, maschi e femmine hanno avuto identiche percentuali di trattamento.
Gli autori dello studio riferiscono che la mancanza di assicurazione sanitaria è una importante barriera sia alla diagnosi che al trattamento. Gli intervistati senza assicurazione sanitaria sono quelli che hanno meno probabilità di essere coscienti della loro diagnosi (OR 4.8; 95% CI, 1.8 – 12.7) e quelli che hanno meno probabilità di essere sottoposti a trattamento (OR 0.3; 95% CI 0.03 – 2.6). Gli autori scrivono che tale mancanza di assicurazione sanitaria pone una “ovvia” barriera alla diagnosi ed al trattamento. “Nel 2001, il 30% dei pazienti con HCV erano non assicurati, e questo numero è probabilmente aumentato da allora”. Gli autori suggeriscono che un altro fattore che potrebbe limitare la presa di coscienza dell’infezione da HCV è la mancanza di raccomandazioni (linne guida) da parte della US Preventive Services Task Force sulla necessità di effettuare uno screening di routine. Per questa ragione i medici potrebbero considerare di bassa priorità l’identificazione dei fattori di rischio ed il test per l”HCV. I ricercatori notano anche che la conoscenza della malattia è limitata tra i medici di base e scrivono che “Per questa ragione, l’aumento del numero dei pazienti diagnosticati richiederà allo stesso tempo una educazione sia del pubblico che dei medici, così come richiederà l’attenzione al peggioramento del problema delle persone senza assicurazione sanitaria negli USA”. Le limitazioni dello studio includono l’utilizzo di una singola base dati, che potrebbe causare una sottostima del reale numero di pazienti sottoposti a trattamento per l’HCV, ed il fatto che il questionario NHANES di follow up sull’epatite C non fornisce adeguate informazioni a riguardo dei test diagnostici e dei trattamenti per l’epatite C. Gli autori aggiungono inoltre che le previsioni sugli andamenti futuri possono essere poco accurate. Gli autori concludono che lo sviluppo futuro o il miglioramento dei farmaci non avrà molto effetto sugli esiti dell’infezione da HCV a meno che non vi sia una maggiore percentuale di pazienti diagnosticati e indirizzati al trattamento. “Sono necessari degli sforzi maggiori da parte della sanità pubblica per aumentare l’accesso alla terapia antivirale per i pazienti con HCV“.

 (Info 220410)

Italiani svelano segreto epatite, cellule ‘killer’ difettose

epatiti-virusUno studio italiano svela il segreto delle epatiti croniche B e C: un difetto alle cellule ‘natural killer’ del sistema immunitario, i ‘sicari’ che nel nostro organismo hanno il compito di neutralizzare i virus. La ricerca – pubblicata su ‘Gastroenterology’, organo ufficiale della American Gastroenterological Association – è coordinata da Mario Mondelli della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia. La scoperta apre la strada a nuove terapie, assicurano gli scienziati. “Lo studio del nostro gruppo di ricerca – spiega in una nota Modelli, del Laboratorio sperimentale di ricerca interno al Dipartimento di malattie infettive – si è concentrato sulle cellule dell’immunità innata denominate ‘natural killer’ (uccisori naturali)”. Sono battezzate così “perché intervengono rapidamente per contrastare l’invasione dei virus patogeni con cui veniamo a contatto tutti i giorni. Abbiamo dimostrato che esiste un difetto funzionale di queste cellule nelle epatiti virali croniche: presentano una normale o addirittura una maggiore capacità di ‘uccidere’ le cellule infette, ma sono incapaci di produrre una sufficiente quantità di interferone gamma”. Pertanto i virus dell’epatite B e C persistono “indisturbati nel fegato dei pazienti che non sono in grado di eliminarli”, precisa. I virus – ricordano infatti gli esperti – vengono contrastati molto più efficacemente attraverso sostanze solubili come l’interferone gamma, che ha la possibilità di agire su un ampio numero di cellule del fegato infette. L’attività di ‘killing’ o uccisione, invece, è un rapporto diretto fra cellula natural killer e cellula bersaglio. Permette dunque di eliminare solo una cellula infetta alla volta: un processo molto più lento e inefficiente. La scoperta di Mondelli e colleghi “è estremamente importante e apre nuovi scenari terapeutici. La terapia antivirale delle epatiti croniche potrebbe infatti giovarsi del supplemento di immunostimolanti come l’interferone gamma e altre citochine ‘protettive’, allo scopo di correggere il difetto identificato e di eliminare così stabilmente i virus dal fegato”, concludono gli autori. Hanno collaborato alla ricerca Barbara Oliviero e Stefania Varchetta.

fonte Adnkronos Salute

Triplicati negli ultimi 30 anni i tumori epatici

fegatoNegli ultimi tre decenni i casi di cancro primario al fegato, una malattia spesso prevenibile, sono triplicati. Lo hanno rilevato le statistiche del Cancer Research britannico, pubblicate sulla rivista Plos One. Secondo gli esperti, le infezioni da epatite C, così come il consumo di alcol e l’obesità, avrebbero contribuito ad alimentare il picco di casi di cancro al fegato. I tumori primari sono spesso causati dell’insorgenza di cirrosi epatica che a sua volta e’ associata a questi fattori di rischio. “Stiamo vedendo piu’ pazienti con cirrosi e, a sua volta, piu’ pazienti con cancro primario al fegato”, ha detto Matt Setmour, docente di cancro gastrointestinale all’Universita’ di Leeds. “Non passa molto tempo – ha continuato – tra l’esposizione a fattori di rischio e l’insorgenza del cancro”. L’epatite C, invece, e’ un virus che si trasmette attraverso il contatto con sangue infetto. Prima del 1991 le trasfusioni erano la principale fonte di infezione, ma attualmente la trasmissione avviene di frequente tra gli utilizzatori di droghe per via endovenosa. “Potrebbero passare tra i 20 e i 40 anni – ha spiegato Seymour – prima di sviluppare il cancro al fegato dopo esser stati infettati dal virus dell’epatite C. Cosi’, anche se i nuovi casi di infezione sono fermi, il numero di casi continuera’ ad aumentare per alcuni anni”.


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