Posts Tagged 'fibrillazione atriale'

Un nuovo farmaco per la fibrillazione atriale

 

Il dronedarone, la nuova molecola da poco approvata in Italia per trattare la fibrillazione atriale, evita a un paziente su quattro l’ospedalizzazione per cause cardiovascolari, riduce del 34% il rischio di ictus cerebrale e abbassa la mortalità del 16%. Il farmaco si aggiunge all’armamentario terapeutico dei cardiologi come trattamento di prima linea in tutti i pazienti con fibrillazione atriale parossistica, un’aritmia che si manifesta in episodi acuti risolvibili spontaneamente o permanente. Lo studio Athena, che ha coinvolto oltre 4.600 pazienti con fibrillazione atriale e 29 centri italiani, ha dimostrato la riduzione del 26% delle ospedalizzazioni e può evitare la morte a un paziente su sei. Il nuovo farmaco inizialmente sarà prescritto da medici specialisti (cardiologi, geriatri, medici internisti e di medicina d’urgenza), e la terapia potrà poi essere proseguita dai medici di medicina generale.

 

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Fibrillazione atriale: in un gene la causa del battito irregolare

cuore-ecgIl malfunzionamento di un gene sarebbe la spiegazione della comparsa della fibrillazione atriale, la forma più comune e diffusa di aritmia cardiaca. Ad affermarlo sono i ricercatori della Cleveland Clinic che, sulla rivista Cell, affermano che la patologia sarebbe causata dalla mutazione del gene NUP155, coinvolto nel trasporto di diverse molecole dentro e fuori il nucleo cellulare.

“La convinzione comune – dice Wang Qing Kenneth, autore dell’articolo – era che la fibrillazione atriale fosse generata da un problema elettrico del cuore”. Al contrario, il team della Cleveland Clinic avrebbe invece dimostrato ora come la malattia sia causata dalla malformazione del gene NUP155. “È una scoperta inaspettata – continua Wang – non avremmo mai pensato che un gene di questo tipo potesse portare alla comparsa della fibrillazione atriale”.

La fibrillazione atriale, spiegano i ricercatori, è una malattia che interessa gli atri del cuore, ovvero le cavità superiori del muscolo cardiaco. In un normale ritmo cardiaco, l’impulso generato dal nodo seno-atriale, ovvero il pacemaker biologico del cuore, causa la contrazione del muscolo cardiaco permettendo il pompaggio del sangue. Nella fibrillazione atriale, invece, gli impulsi elettrici di questo pacemaker sono disorganizzati e originano battiti cardiaci irregolari. Se un cuore sano batte 70/80 volte al minuto, nel caso di fibrillazione atriale si può arrivare anche a 300 battiti cardiaci al minuto.

Nel 30% delle persone affette da tale patologia, scrivono i ricercatori su Cell, la malattia sarebbe legata direttamente alla deformazione del gene NUP155 tramandata di generazione in generazione. Gli scienziati di Cleveland hanno infatti studiato l’attività cardiaca di topi che presentavano la mutazione del gene, ed è emerso come tra i topi aventi due copie del gene modificato nel Dna vi fosse un più alto tasso di mortalità, mentre quelli che presentavano una sola copia avevano buone probabilità di  continuare a vivere nonostante la malattia.

Il gene NUP155 è responsabile del trasporto di numerose proteine dentro e fuori il nucleo cellulare. “In particolare – spiega Wang – la proteina Hsp70 ha un ruolo importante nel proteggere il cuore dall`insorgenza di malattie. Se il gene non funziona bene, si verifica una riduzione della presenza della proteina Hsp70 e il cuore non è più protetto. Questo può essere il motivo per cui compare la fibrillazione atriale”.

“Sapere che la malattia è causata dal malfunzionamento di questo gene – conclude Wang – potrebbe portare allo sviluppo di farmaci e trattamenti specifici contro la fibrillazione atriale. Ma non solo: aver individuato il NUP155 come principale responsabile della patologia apre la strada alla messa a punto di strumenti diagnostici per l’individuazione precoce della malattia”.

fonte SALUTE24.it

La molecola salvavita che sconfigge l’ictus

esc2009-logoOgni ora un ictus cerebrale in meno, ogni giorno 25, ogni anno novemila in meno solo in Italia, nel mondo oltre un milione. Questo il risparmio in vite salvate, in corpi paralizzati a metà per sempre evitati e relativi costi medici e sociali che porterà un farmaco, dabigatran etexilato il nome scientifico, i cui risultati sperimentali sono stati annunciati al Congresso Europeo di Cardiologia (ESC) tenutosi a Barcellona dal 29 agosto al 02 settembre 2009. Il farmaco agisce su cardiopatici colpiti da fibrillazione atriale e che sono per questo ad alto rischio di ictus. “Si tratta di una molecola destinata a cambiare radicalmente la prevenzione dell’ictus nei pazienti con fibrillazione atriale – afferma Roberto Ferrari, presidente dell’ESC – un problema che hanno 500.000 persone in Italia, cui si aggiungono 60.000 nuovi casi all’anno”.

La ricerca (nome in codice RE-LY, pubblicata in contemporanea sul New England Journal of Medicine), la più ampia in questo campo, ha coinvolto 18.113 pazienti in 44 paesi, Italia compresa (con 274 pazienti seguiti da 18 centri), confrontando la nuova molecola con la cura standard, in uso da circa 50 anni. Rispetto alla vecchia terapia, la nuova ha ridotto i casi di ictus 34% e del rischio di morte del 12%. La fibrillazione atriale è il più comune disturbo del ritmo cardiaco. E’, in pratica, la paralisi dell’atrio, la cavità del cuore posta sopra il ventricolo dove riversa il sangue che gli arriva dal corpo. Questo ristagno dell’atrio forma spesso dei piccoli coaguli che, entrando in circolo, vanno a chiudere piccole arterie. Quando il “tappo” si ferma nel cervello è l’ictus. che nei soggetti con fibrillazione atriale è 7 volte più frequente che nel resto della popolazione.

La strategia preventiva sinora è stata quella di somministrare costantemente e per tutta la vita farmaci che diminuiscono la capacità del sangue di coagulare, riducendo così la probabilità che si formino “tappi” nell’atrio fermo e poi se ne vadano nel cervello. Le vecchie terapie funzionano ma a un prezzo alto per il paziente. Il rischio di ictus si riduce di ben il 65%, in cambio il paziente deve fare, all’inizio della cura, un esame del sangue ogni pochi giorni e poi uno ogni tre settimane per stabilire prima e controllare poi che il potere di coagulazione sia ridotto entro certi limiti, ma non oltre, altrimenti si rischiamo emorragie interne, anche fatali. Il paziente inoltre deve evitare attività a rischio traumi, sempre per il rischio di emorragie interne, modificare la sua alimentazione perché molti cibi comuni interferiscono con il trattamento e a volte anche le cure per altre patologie per interferenze coi relativi farmaci. Tra analisi del sangue e cure delle complicazioni ogni paziente costa 3 mila euro l’anno. La nuova cura invece, oltre a ridurre ulteriormente il rischio, non richiede nulla di ciò: dosi fisse, due pillole al giorno, e non vi è bisogno di controlli ne interferisce con farmaci ed alimenti. Il dabigatran etexilato è già disponibile in tutta Europa dall’inizio del 2008 in seguito alle ricerche che ne dimostrarono l’efficacia contro la tromboflebite venosa. Bisognerà attendere i primi mesi del prossimo anno per l’autorizzazione al nuovo uso.

Ictus: presto disponibile una nuova molecola

ictusSono 200.000 gli italiani colpiti ogni anno da ictus cerebrale che, spesso, vanno incontro a grave disabilità permanente. Nel 25% dei casi, la causa è la fibrillazione atriale che si manifesta con sintomi di affaticamento, irregolarità del battito cardiaco, palpitazioni, dispnea. Arriverà presto una nuova molecola per prevenire l’ictus e combattere i danni della fibrillazione atriale. L’anticoagulante orale sarà disponibile entro l’estate per la profilassi del tromboembolismo venoso negli interventi di chirurgia protesica ortopedica maggiore di anca e ginocchio. “Il 5% dei pazienti con fibrillazione atriale – afferma il prof. Diego Ardissino, direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parmava incontro a un evento tromboembolico. La malattia colpisce in egual misura donne e uomini e tende a diventare sempre più frequente con l’aumentare dell’età: una persona su tre, superati gli 80 anni, ne soffre. Per anni la comunità cardiologica si è impegnata nella ricerca di un nuovo anticoagulante che potesse superare le difficoltà d’impiego e di gestione dell’attuale terapia anticoagulante con dicumarolici“. Entro l’estate 2009 sarà in commercio anche in Italia rivaroxaban, una molecola di nuova concezione, a somministrazione orale, con l’indicazione nella prevenzione del tromboembolismo venoso (TEV) in chirurgia ortopedica protesica maggiore di anca e ginocchio. Rivaroxaban, con l’efficacia dimostrata nel ridurre il rischio tromboembolico nella trombosi venosa profonda, ha la potenzialità di rivoluzionare anche la terapia dei pazienti a rischio tromboembolico nella fibrillazione atriale. “Infatti il meccanismo alla base della formazione del trombo venoso – spiega Antonio Carolei, professore ordinario di Neurologia all’Università degli Studi dell’Aquila – è identico a quello che porta alla formazione del trombo arterioso. La nuova molecola potra’ quindi garantire importanti vantaggi anche alle persone con fibrillazione atriale. Tale indicazione è attualmente in studio nel progetto ROCKET-AF“. Con rivaroxaban i pazienti colpiti da questo disturbo non dovranno più sottoporsi a controlli frequenti per “aggiustare la dose” e avranno a disposizione un anticoagulante orale efficace in dose fissa.

Fonte AGI Salute


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