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SCOPERTI I GENI COINVOLTI NELL’ANGIOGENESI TUMORALE

Tumori.ricercaE’ stato identificato presso i nuovi Laboratori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma (IRE) un gruppo di geni ed il loro meccanismo molecolare che consente di rendere i tumori più invasivi, grazie alla capacità di favorire la produzione di vasi sanguigni e di conseguenza la progressione e diffusione del tumore (metastasi). Tre i geni principali coinvolti nel meccanismo descritto nell’articolo: p53, E2F1, ID4, mentre sono 186 i casi di tumore al seno osservati a conferma dei risultati.
Il lavoro è stato svolto da un gruppo multidisciplinare dell’IRE, che comprende l’Anatomia Patologica, l’equipe di Giovanni Blandino, Direttore del laboratorio di Oncogenomica Traslazionale e alcune giovani ricercatrici contrattiste dell’Istituto Regina Elena tra le quali Giulia Fontemaggi, Stefania dell’Orso e Daniela Trisciuoglio. Lo studio è stato finanziato dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e dalla Comunità Europea.
“L’IRE da circa un anno – spiega la Prof.ssa Paola Muti, Direttore Scientifico dell’IRE – ha attivato i nuovi laboratori dell’Area di Medicina Molecolare per sviluppare e potenziare la ricerca traslazionale in campo oncologico. L’area, che allo stato attuale copre circa 2000 mq, comprende i laboratori di oncogenomica traslazionale, proteomica, epigenetica, farmacogenetica, farmacogenomica, e chemio prevenzione molecolare. Le nuove attrezzature di altissima tecnologia e l’ampliamento del gruppo di lavoro con giovani risorse, ci consente di svolgere molti progetti di ricerca rivolti alla identificazione di marker di espressione genica in grado di identificare metodologie innovative per la diagnosi precoce dei tumori, la terapia “individualizzata” per paziente e per caratterizzazione biologica molecolare, e la prevenzione oncologica individualizzata”.
Il tumore, sin dalle prime fasi della propria crescita, induce la formazione di nuove strutture vascolari a partire da quelle preesistenti nell’organismo. In questo modo le cellule tumorali riescono ad ottenere il sangue necessario alla loro sopravvivenza, riproduzione, invasione e diffusione (metastasi).
Sappiamo che i tumori con mutazioni del gene p53, in media il 50%, sono più aggressivi e più resistenti alle terapie e che il gene P53 mutato ha un’alta frequenza in alcuni sottotipi di tumore al seno. Lo studio pubblicato su “Nature Structure Molecular Biology” dimostra che nelle cellule tumorali dei 186 casi osservati la proteina mutata p53 ed E2F1 cooperano portando alla iper-produzione di un’altra proteina, la ID4; quest’ultima è in grado di legare e stabilizzare gli RNA necessari per la formazione di fattori pro-angiogenici (IL8 e GRO-alpha), aumentando in questo modo la capacità delle cellule tumorali di richiamare vasi sanguigni.
“La scoperta è stata possibile – spiega il Dott. Giovanni Blandino – anche grazie all’applicazione della tecnologia dei “microarray”, impiegata nell’analisi dei profili d’espressione genica, vale a dire nella valutazione di quali geni sono “accesi” e quali “spenti” in una determinata situazione. Questo sistema, disponibile nel nostro laboratorio di Oncogenomica Traslazionale, appartiene alla categoria delle così dette tecnologie ad “ampio spettro” e permette di studiare l’espressione di decine di migliaia di geni contemporaneamente e in tempi molto rapidi.” Ed è proprio utilizzando questo tipo di tecnologie che i ricercatori del Regina Elena intendono proseguire sulla stessa linea di ricerca. L’obiettivo è, infatti, quello di identificare altri RNA controllati da ID4 (già ne sono stati messi in evidenza 28) in modo da ampliare il più possibile la conoscenza dei meccanismi responsabili dell’angiogenesi tumorale nella mammella.
Il contributo del lavoro pubblicato oggi è di particolare rilievo poiché la caratterizzazione dei meccanismi alla base dell’angiogenesi tumorale è fondamentale per l’identificazione di molecole da utilizzare come nuovi bersagli terapeutici; le molecole identificate possono, ora, sia essere testate con agenti antitumorali già esistenti sia essere utilizzate per lo sviluppo di nuovi specifici farmaci.
La maggior parte dei più recenti e innovativi studi clinici in campo oncologico si basa proprio sull’impiego di farmaci anti-angiogenici, che interferiscono con i meccanismi di formazione del sistema vascolare del tumore, privandolo dell’ossigeno e del nutrimento portati dal sangue. Questi farmaci sono utilizzati in combinazione con agenti chemioterapici capaci di uccidere o di inibire la crescita delle cellule tumorali. In questo modo si esercita una doppia azione: la prima diretta all’eliminazione della principale fonte di sostentamento e di diffusione del tumore (la rete vascolare), la seconda volta all’inibizione della proliferazione del tumore stesso.
“E’ importante capire – sottolinea Blandino – perché una cellula diventa tumorale e si mantiene tale. Con questo studio abbiamo dimostrato che questo meccanismo è già presente nella cellula, non si attiva in risposta ad una terapia. Inoltre sono varie le tipologie di mutazione che sono in grado di dare questo effetto. Ci troviamo quindi di fronte a un meccanismo generale, non legato alla singola mutazione e al singolo paziente, ma osservabile in tanti tumori e su un numero esteso di pazienti. Dettagliando i vari meccanismi potremo prevenire “i movimenti” delle cellule tumorali e bloccare il comportamento della cellula prima della sua organizzazione e diffusione metastatica”.
“I risultati di questo importante studio – dichiara il Prof Francesco Bevere, Direttore Generale dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dell’Istituto Dermatologico San Gallicano – confermano l’elevato livello di competitività che i nostri ricercatori hanno raggiunto, anche grazie ai notevoli investimenti realizzati per rendere operativi i nuovi laboratori di ricerca presso gli Istituti Regina Elena e San Gallicano. Questa competitività è il frutto dell’elevato livello di traslazionalità che riusciamo ad esprimere, proprio grazie all’intensa collaborazione tra ricerca clinica e ricerca sperimentale. Entro il prossimo anno investiremo ulteriori risorse per continuare a crescere e per puntare sempre più in alto. Le Istituzioni devono sostenerci per trattenere i nostri ricercatori, capitale umano ed intellettuale prezioso ed insostituibile, ed ingrediente essenziale per rendere la ricerca competitiva anche a livello internazionale”.

Gravidanza: i sei mesi che cambiano il bimbo

bambino aggressivoA volte più dell’educazione, può l’ambiente. E quello dell’utero materno non è impermeabile. Gli stimoli negativi, infatti, arriverebbero al bambino, innescando persino delle reazioni genetiche. Risultato: il piccolo rischia di diventare più aggressivo.  È questo il quadro che emerge dallo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Montréal , secondo cui l’ambiente perinatale – che comprende i cinque mesi precedenti e un mese dopo il parto – sarebbe uno dei principali indiziati nella modificazione del Dna dei bimbi, rendendoli tendenzialmente aggressivi.

Piccoli e arrabbiati – Non solo predisposizione genetica, dunque, ma anche due genitori che fumano, lo stress, la malnutrizione, i conflitti familiari: tutti questi fattori possono influire negativamente sullo sviluppo del feto nel grembo materno ed essere, a volte, correlati anche a patologie cardiache, diabete e obesità infantile. I bambini fino ai due anni di età, in particolare i maschietti, tendono infatti a sviluppare un’aggressività spontanea, che nel 7% dei casi persiste fino a nove anni.

L’influenza sul Dna I ricercatori hanno scoperto che questa tendenza in alcuni casi può durare più a lungo ed entrare a far parte del corredo genetico del bambino. Lo studio avrebbe dimostrato che motivi di stress nei confronti del piccolo possono determinare una metilazione del Dna, cioè una modificazione dei geni deputati a regolare il sistema nervoso, che sarebbe una delle cause del persistere di un comportamento prepotente anche in età adulta. La metilazione del Dna, spiegano gli studiosi, è un processo che mira a proteggere il genoma dai microbi, ma potrebbe essere influenzato anche da abitudini alimentari scorrette, da stress, dall’uso di tabacco e da fattori esterni, quali appunto l’educazione dei genitori e l’inquinamento.

Contrastare la genetica – Non bisogna preoccuparsi, spiegano gli psicologi, se il bambino mostra un carattere irritabile, perché anche questo rientra nel percorso di “addestramento” alla vita. Far nascere il proprio figlio in un ambiente il più possibile sereno, evitare comportamenti alimentari inappropriati della mamma e mantenere un progetto educativo non soggetto agli sbalzi di umore restano per gli studiosi i mezzi migliori per contenere l’indole dei bambini. L’amore è in ogni caso più forte anche del Dna.

 

fonte SALUTE24.it


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