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ULTRA-TEST | Screening del primo trimestre di gravidanza

GALENOsalute in collaborazione con la Bi-Tech di Milano, unico laboratorio italiano riconosciuto dalla Fetal Medicine Foundation, ente inglese che rappresenta il riferimento a livello internazionale per la certificazione di qualità, sia dei laboratori che degli operatori ecografisti, nell’ambito dello screening della Sindrome di Down nel corso del primo trimestre di gravidanza, offre dal mese di febbraio a Marsala l’ULTRA-TEST l’esame prenatale non invasivo effettuabile durante il primo trimestre di gravidanza, in grado di evidenziare condizioni di rischio cromosomico del feto prima di procedere all’amniocentesi o alla villocentesi.

Ultra-Test è un’indagine semplice e affidabile composta da un esame ecografico e da un prelievo di sangue che, combinati, determinano il rischio specifico per la Sindrome di Down e la Trisomia 18.

Ultra-Test si basa su un esame ecografico effettuato tra l’11a e la 13a settimana di gravidanza. Durante il controllo ecografico viene verificata la vitalità dell’embrione e l’assenza di gravi malformazioni. Viene quindi valutata l’epoca gestazionale e misurata la traslucenza nucale, una zona evidenziabile ecograficamente compresa tra la cute e la colonna cervicale del feto. Maggiore è la misura di questo spazio, maggiore è il rischio di cromosomopatie. Nel campione di sangue, invece, si misura la quantità di due sostanze denominate Free-Beta HCG e PAPPA (plasma proteina A associata alla gravidanza), che sono presenti in tutte le gravidanze. Nella maggioranza dei casi anomali queste sostanze sono presenti in quantità alterata. Il risultato del test biochimico viene combinato, attraverso un particolare software, con quello dell’esame ecografico per formulare il rischio specifico per la Sindrome di Down e la Trisomia 18.  

La Sindrome di Down è un disordine genetico che causa il ritardo mentale e difetti che interessano generalmente il cuore e l’apparato digerente. La malattia interessa circa 1 neonato su 800, anche se il progredire dell’età materna aumenta sensibilmente le probabilità di avere un bambino ammalato. Se la madre ha 30 anni, infatti, la probabilità è di 1/500, mentre diviene 1/55 a 40 anni. Nei casi in cui il rischio è elevato viene consigliata la diagnosi tramite il prelievo dei villi coriali o l’amniocentesi.  

La Trisomia 18 è un disordine genetico che causa un severo ritardo mentale e altri difetti congeniti. La maggior parte dei bambini affetti da Trisomia 18 non supera l’anno di vita; fortunatamente la malattia è molto rara e interessa 1 bambino su ogni 5.000 nati.  

Cosa significa un’ULTRA-TEST positivo?

Non significa che il vostro bambino è malato, ma solamente che voi rientrate in una fascia di rischio uguale o superiore a quella di una donna che inizia una gravidanza dopo i 35 anni e che quindi può essere prudente sottoporsi a un’amniocentesi o a un prelievo dei villi per essere sicuri della normalità del bambino.  

I vantaggi di ULTRA-TEST.

Il test si effettua in un’epoca gestazionale precoce, con possibilità di un’eventuale successiva diagnosi prenatale con villocentesi o amniocentesi. Il prelievo di sangue viene eseguito in maniera indolore con un ago da insulina. Per il dosaggio biochimico è necessario un cc di sangue ripartito in due provette poste in un apposito contenitore. L’esame è in grado di individuare 9 casi di Sindrome di Down su 10 e la quasi totalità dei casi di Trisomia 18. È inoltre in grado di identificare molti altri tipi di anomalie dei cromosomi, di difetti genetici e di anomalie congenite.


Come sempre GALENOsalute si prende cura di Te!

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Il peso giusto in gravidanza

Un gruppo di esperti tedeschi mette in discussione le regole sull’aumento di peso per le donne incinte e afferma che, a seconda dei casi, si può anche guadagnare qualche chilo in più del previsto oppure qualche chilo in meno, senza conseguenze per il bambino. Negli Stati Uniti, l’Institute of Medicine (Iom) consiglia alle donne normopeso di aumentare tra le 25 e le 35 libbre in gravidanza (da 11 a 16 chili circa). Anche in Italia i medici raccomandano circa 12-15 chili in più rispetto al peso ideale. Secondo l’Iom, però, le donne sottopeso possono prendere fino a 18 chili, mentre quelle sovrappeso dovrebbero limitarsi a 7-11 chili e le donne obese a 5-9 chili. Nel nuovo studio, pubblicato dall’American Journal of Clinical Nutrition, i ricercatori di Monaco di Baviera hanno osservato che le donne normopeso hanno portato a termine senza problemi la gravidanza e dato alla luce bambini perfettamente normali anche mettendo su qualche chilo in meno rispetto a quanto consigliato dall’Iom. Addirittura, lo studio tedesco ha visto che per le donne sovrappeso e obese era possibile senza alcun rischio perdere peso in gravidanza. Al contrario, le donne sottopeso possono guadagnare in gravidanza più chili di quanti raccomandati dall’Iom senza che il bambino nasca di dimensioni sopra la norma. “E’ uno studio che riapre il dibattito su quale sia il peso ottimale per una gestazione sicura”, afferma il coordinatore della ricerca, dottor Andreas Beyerlein, della Ludwig Maximilians University of Munich. Già altri studi avevano indicato che le donne in sovrappeso o obese possono perdere peso in gravidanza, semplicemente con un’alimentazione più sana e l’attività fisica, senza danneggiare in alcun modo lo sviluppo del bambino. Il dibattito resta aperto, perchè negli Stati Uniti, oltre all’Iom, anche altre associazioni, come l’American College of Obstetricians and Gynecologists, consigliano alle donne di prendere peso in gravidanza, qualunque sia il peso di partenza. I ricercatori tedeschi hanno analizzato i dati di oltre 177.000 nascite avvenute in Baviera tra il 2004 e il 2006. Secondo le loro stime, le donne obese possono addirittura perdere 15 chili o aumentarne solo 2 in gravidanza e il bambino nascerà comunque di dimensioni normali. Le donne sovrappeso possono perdere fino a 7 chili o aumentare fino a 11; quelle normopeso possono aumentare da 2 a 18 chili, mentre le donne sottopeso possono prendere da 8 a 24 chili. Anche con queste linee guida, afferma l’equipe tedesca, la gravidanza e’ sicura, il bambino sano e il rischio di complicazioni del parto basso. “Non vogliamo cambiare le linee guida esistenti – sottolinea Beyerlein – ma solo invitare a nuove ricerche per capire qual è veramente il range ottimale di aumento di peso in gravidanza”.

Fonte AGIsalute 

Iperemesi gravidica

Nausea e vomito sono sintomi molto comuni in gravidanza, soprattutto durante il primo trimestre, e si stima possano verificarsi nel 70-85% delle donne. L’iperemesi gravidica (IG), al contrario, è una condizione altamente debilitante, in cui nausea e vomito compaiono e persistono in forma grave, e che colpisce una piccola percentuale (0,3-2% circa) di donne gravide. Nonostante sia il vomito il sintomo più preoccupante in corso di IG, una nausea persistente e debilitante può anch’essa condizionare negativamente la qualità della vita, con conseguenti assenze ripetute e protratte dal posto di lavoro. Rappresenta inoltre la principale causa di ospedalizzazione durante la gravidanza.

Studi epidemiologici hanno rivelato che le pazienti con IG sono più di frequente donne giovani, non fumatrici e di razza non caucasica; una storia precedente di IG, il diabete, uno stato di depressione o altre malattie psichiatriche, disturbi tiroidei, un’ulcera peptica e l’asma sono considerati fattori di rischio ulteriori. Numerosi studi hanno inoltre evidenziato una correlazione tra comparsa di IG e feto di sesso femminile. L’eziologia dell’IG non è stata ancora completamente chiarita, ma si ritiene sia il risultato di interazioni complesse tra fattori biologici, psicologici e socio-culturali. I meccanismi proposti sono numerosi e tra di essi si annoverano alti livelli sierici di gonadotropina corionica umana (hCG), l’azione degli estrogeni e degli ormoni tiroidei e l’infezione da Helicobacter pylori.

Al fine di porre una diagnosi corretta, ogni altra possibile causa di nausea e vomito (epatite, pancreatite, ostruzioni del tratto gastroenterico, patologie a carico della tiroide, ulcere, insufficienza adrenocorticale) deve essere esclusa, soprattutto quando i sintomi di IG iniziano dopo il primo trimestre di gravidanza. Non esiste infatti un esame specifico e diagnostico di IG: nella donna gravida, in presenza di vomito intrattabile, uno squilibrio di fluidi, elettroliti e del rapporto acido/basico associato a deficit nutrizionale e a perdita di peso permette di porre diagnosi di IG, una volta escluse altre patologie in atto. Al fine di evitare danni gravi e potenzialmente irreversibili, è necessario instaurare immediate terapie correttive nella paziente gravida iperemica. Non esiste un unico approccio terapeutico e l’iniziale gestione della paziente si deve basare sulla valutazione della gravità delle condizioni generali e sul grado di idratazione. La paziente dovrebbe innanzitutto assumere spontaneamente liquidi in quantità sufficienti a evitare la disidratazione, che determina a sua volta un peggioramento della nausea. Se la paziente è incapace di tollerare fluidi ingeriti per via orale, sono necessarie l’ospedalizzazione e la reidratazione parenterale. Un cambiamento nelle abitudini alimentari può essere di aiuto: piccoli pasti frequenti e asciutti, cibi salati, non rimanere mai a digiuno, mangiare qualcosa prima di alzarsi dal letto sono tutti trucchi utili. Anche lo zenzero, da sempre usato per il controllo di nausea e vomito dai popoli asiatici, sembrerebbe migliorare la sintomatologia senza alcun effetto dannoso sul feto; possono inoltre essere di giovamento sia l’agopuntura sia l’agopressione. Infine, se la terapia di supporto non è sufficiente, si può instaurare una terapia con antiemetici.

 

Bibliografia

  • Goodwin TM. Hyperemesis gravidarum. Obstet Gynecol Clin North Am 2008;35:401-417, VIII.
  • Ismail SK, Kenny L. Review on hyperemesis gravidarum. Best Pract Res Clin Gastroenterol 2007;21:755-769.
  • Sheehan P. Hyperemesis gravidarum – assessment and management. Aust Fam Physician 2007;36:698-701.

Tratto dal sito: http://www.benexolb12.bayer.it

Allattamento ed Alimentazione

Il regime alimentare seguito durante l’allattamento e ancor prima in gravidanza, condiziona fortemente la secrezione lattea, con ripercussioni psicologiche sia sulla madre che sul bambino. Un neonato allattato al seno godrà di tutti i princìpi nutritivi necessari, grazie alla completezza e all’equilibrio nutrizionale di questo alimento, che rappresenta, tra l’altro, anche il veicolo più efficace per il passaggio di anticorpi materni al lattante.
Di seguito è riportata la quantità puramente indicativa di latte che il bambino dovrebbe assumere dal primo al quinto mese: 1° mese: 600-650 grammi, 2° mese: 650-700 grammi, 3° mese: 700-750 grammi, 4° mese: 750-800 grammi, 5° mese: 800-850 grammi.
L’allattamento materno può essere protratto fino al sesto-settimo mese di vita. Successivamente la secrezione lattea, anche se sufficiente dal punto di vista quantitativo, non riesce più a sostenere da sola le aumentate esigenze di sviluppo del bambino.
 
In linea generale la dieta della nutrice dovrà avvalersi di alimenti proteici, come latte e latticini, ricchi, tra l’altro, di calcio, fosforo e vitamina A, elementi essenziali per la buona salute della madre e del neonato.
Pesce, uova e carne contribuiranno invece a coprire il fabbisogno di acidi grassi ed amminoacidi essenziali, ferro, minerali e alcune vitamine. Gli oli vegetali, da usare preferibilmente crudi, sono particolarmente utili, grazie al loro prezioso carico di acidi grassi e vitamine liposolubili. Frutta, verdura, legumi e cereali contribuiranno, infine, a completare il quadro nutrizionale, soddisfando le richieste di fibre, vitamine e oligoelementi. Da moderare, invece, la presenza di zuccheri nella dieta, ricchi sì di calorie ma “vuoti” dal punto di vista nutrizionale, perché troppo poveri di vitamine, minerali e amminoacidi essenziali.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il necessario apporto di liquidi, molto importante per la regolazione dell’equilibrio idro-salino e per l’eliminazione delle scorie azotate. Basti pensare che l’acqua costituisce più del 75%  in peso dell’intero organismo ed è presente nel latte in una percentuale che si aggira intorno all’80%. Per questo motivo durante l’allattamento si consiglia di assumere almeno 2  litri di acqua al giorno, generalmente a basso residuo fisso (oligominerale), alternandola con una a media mineralizzazione, preferibilmente calcica e comunque con una concentrazione di nitrati inferiore ai 10 mg/litro.

La raccomandazione di ricorrere ad un’acqua calcica trova spiegazione nell’aumentato fabbisogno di calcio che caratterizza l’intero periodo di allattamento (circa 1200 mg/die). Tale esigenza nutrizionale può comunque essere soddisfatta integrando la dieta con latte, yogurt o formaggi, alimenti notoriamente ricchi di questo minerale.

Alimentazione e allattamento, alcuni consigli

Poiché l’allattamento al seno richiede alla madre un costo energetico stimato intorno alle 500 calorie al giorno, è opportuno aumentare l’apporto calorico della propria dieta di un analogo valore. Bisogna comunque considerare che tale dato è fortemente influenzato dall’andamento dietetico e psicofisico della gravidanza. Per questo motivo è opportuno rivolgersi al proprio centro di assistenza per ricevere indicazioni alimentari personalizzate. 

Qualora non sia stata adeguata durante la gravidanza, l’alimentazione della nutrice dev’essere rivalutata sia sotto l’aspetto quantitativo che qualitativo. Non occorre semplicemente chiedersi quanto mangiare ma come farlo e cosa includere nella propria dieta per guadagnare in benessere. Alimenti freschi dunque, ma anche surgelati, preparati con metodi di cottura semplici (al vapore, al cartoccio ecc.), evitando quelli meno salutari come intingoli, fritture e grigliature (tanto più nocive quanto maggiori sono le parti carbonizzate dell’alimento). 

In cucina è bene limitare l’uso di spezie ed aromi vari. Nonostante la soggettività di tale aspetto, molti neonati sembrano non apprezzare il latte aromatizzato da sapori troppo forti, come quelli trasmessi da una madre che segue un’alimentazione troppo ricca di: aglio, acciughe, ketchup, asparagi, cavoli, cipolle, curry, formaggi dall’aroma intenso come il gorgonzola, peperoni, zenzero, etc. Considerata la variabilità di risposta del piccolo, è buona regola osservarne le reazioni ed adeguare ad esse la propria alimentazione.

Per lo stesso motivo è sconsigliato l’utilizzo di medicamenti che possono passare nel latte e che devono essere assunti soltanto sotto stretto controllo medico. Nella categoria rientrano anche medicinali di uso comune come l’aspirina, colliri, rabarbaro ed atri purganti o lassativi. 

Alcuni cibi come carni insaccate, selvaggina, crostacei, molluschi e uova o carni crude, possono dare disturbi intestinali al bambino. La carne conservata è spesso ricca di nitrati e talvolta anche di nitriti, sostanze potenzialmente pericolose per la madre ed il neonato; per questo motivo è bene consumarla con moderazione. 

Se il piccolo soffre di coliche, è buona regola evitare il consumo di cibi o bevande che favoriscono la formazione di gas nell’intestino, come fagioli, frullati, lieviti e latticini. 

Come ricordato nella parte introduttiva è fondamentale moderare il consumo di caffeina (al massimo tre tazzine al giorno) e alcol (al massimo un bicchiere di vino o birra a fine pasto, assolutamente vietati i superalcolici). 

L’integrazione vitaminica intrapresa durante la gravidanza viene spesso estesa a tutta la durata dell’allattamento. In ogni caso è bene ribadire la fondamentale importanza del preventivo consulto medico, specialmente quando si devono prendere iniziative di questo genere. 

Agrumi, frutta secca ed in particolare arachidi, dadi per brodo, frutti di bosco, pomodori, latticini, crostacei, molluschi e cioccolato devono essere consumati con moderazione, in quanto alimenti a possibile effetto allergizzante. Soprattutto se esiste una predisposizione familiare al problema, è buona regola osservare le reazioni del piccolo; qualora compaiono sintomi come gonfiore intestinale, diarrea ed eruzioni cutanee è bene escludere dalla propria dieta tali alimenti. Ovviamente in tali casi è d’obbligo un immediato consulto con il pediatra. 

L’allattamento non è certo il momento migliore per intraprendere una dieta dimagrante, prima di farlo pensate alla salute del piccolo. Oltre alle raccomandazioni nutrizionali presenti in questo articolo e a quelle fornite dal pediatra, considerate anche che, nella maggior parte dei casi, occorrono circa 10-12 mesi per recuperare il peso e la forma fisica antecedenti la gravidanza.

fonte: my-personaltrainer.it 

 

UN ORMONE PER SCONFIGGERE L’ABORTO SPONTANEO

gravidanzaOgni anno, in Italia, un numero molto alto di donne, circa 20.000, subisce un aborto spontaneo. Si tratta di una vera e propria patologia che prende il nome di sindrome da aborto ricorrente sine causa. Chi ne è affetta, incorre in almeno tre casi consecutivi di aborto spontaneo prima della tredicesima settimana di gravidanza. La causa rimane misteriosa in oltre la metà dei casi.
Due medici specialisti italiani, il dott. Fabio Scarpellini e il dott. Marco Sbracia, hanno portato a compimento uno studio lungo 12 anni pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Human Reproduction. La ricerca si basa sull’utilizzo di un ormone, il G-CSF, prodotto dai leucociti che viene usato, solitamente, dopo un ciclo di chemioterapia nel quadro di una riduzione dei globuli bianchi.
Gli scienziati italiani hanno preso in esame due gruppi di donne, somministrando al primo l’ormone e al secondo placebo. Le donne del primo gruppo riuscivano, nella maggior parte dei casi, a portare a termine la gestazione, mentre le percentuali scendevano drasticamente fra le donne trattate con placebo. Questo nuovo tipo di trattamento rappresenta una grande speranza per tutte quelle donne colpite da tale sindrome, che finora si è rivelata assai difficile da contrastare proprio per la mancanza di cause evidenti.
Si tratta del primo trattamento in grado di influire sul metabolismo della placenta, generando una moltiplicazione delle cellule placentari.

In passato, un gruppo di scienziati australiani aveva scoperto una proteina nella placenta delle donne incinte che consente di prevedere se avranno un aborto spontaneo. I livelli della proteina del sistema immunitario detta MIC 1 (macrophage inhibitory cytotine 1), erano risultati sostanzialmente più bassi sin dall’inizio della gravidanza, nel sangue delle donne che in seguito avrebbero abortito.
Gli studiosi dell’Università Monash di Melbourne e dell’ospedale St Vincent’s di Sydney, la cui ricerca è pubblicata dalla rivista medica Lancet, hanno misurato i livelli di MIC 1 in 300 donne incinte e hanno trovato che questi sono di circa un terzo più bassi in quelle che più tardi avrebbero abortito, rispetto a quelle che hanno portato a termine la gravidanza. Nella maggior parte dei casi, le basse concentrazioni della proteina nei campioni di sangue prelevati durante le prime 6-12 settimane di gravidanza sono state seguite da un aborto spontaneo diverse settimane dopo. Secondo il prof. Stephen Tong dell’Università Monash, che aveva guidato il progetto, la MIC 1, concentrata nella placenta, potrebbe aver la funzione di aiutare l’organismo materno a mantenere la gravidanza.

fonte italiasalute.it   Segnala questo post su Facebook

Il sesso del nascituro si scopre a due mesi

fetoSe finora era possibile conoscere il sesso del futuro figlio alla ventesima settimana di gravidanza, grazie all’osservazione con l’ecografia degli organi genitali del feto, da oggi si potrà avere un risultato sicuro già al secondo mese.

E’ sufficiente un semplice prelievo del sangue della mamma per vedere se il nascituro avrà i cromosomi XX oppure XY.
La Fondazione madrilena Jime’nez-Diaz sta commercializzando il test del quale faceva già uso da alcuni anni. La tecnica viene anche utilizzata per scoprire se il feto soffra di qualche patologia come la sindrome di Down e se il gruppo sanguigno di nascituro sara’ Rh positivo o negativo.

“Un anno fa decidemmo di avviare lo studio per sapere se questo metodo poteva essere utilizzato come tecnica diagnostica – ha spiegato Ana Bustante, del laboratorio della Fondazione Jime’nez-Diaz – e il test dava risultati certi al 100 per cento dalla settima settimana di gravidanza”. Dopo essere stato messo a punto il test è stato eseguito su 120 donne incinte ed è risultato molto più affidabile di un’ecografia, inoltre è anche molto meno invasivo degli altri metodi esistenti per verificare il sesso come l’amniocentesi o l’analisi dei villi coriali.
Il costo del test va dai 120 ai 130 euro ed per eseguirlo è necessario rivolgersi ad una clinica ginecologica dove verrà prelevato un campione di sangue. Dopodichè sarà necessario attendere circa 48 ore per ottenere il risultato.

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Screening del Secondo Trimestre

Nel sangue della gravida sono presenti alcune sostanze che derivano dalla placenta o dal feto. Alcune di queste sostanze sono presenti in quantità alterate qualora il feto sia affetto da una anomalia dei cromosomi come la S. di Down o la Trisomia 18. Per potere quindi effettuare il calcolo delle probabilità che il feto possa essere affetto da una di tali anomalie bisogna dosare queste sostanze nel sangue materno.

E’ inoltre necessaria una accurata ecografia per accertare l’epoca gestazionale, dato che la concentrazione di tali sostanze varia con il progredire della gravidanza. Le sostanze che si sono rivelate utili sono l’alfa-feto proteina, prodotta dal feto ed utile anche per la ricerca dei difetti di chiusura del tubo neurale, l‘HCG intera e l’Estriolo non coniugato. In questo caso il test si definisce Tri-Test, qualora invece si utilizzino soltanto l’alfa-feto proteina e la frazione libera Beta dell’HCG il test si chiama Duo-Test.

L’esame viene eseguito dalla quattordicesima settimana in avanti ed è in grado di individuare il 60% degli anomali (Tri-Test), o il 70% nel caso del Duo-Test, con un 5% di falsi positivi, cioè di casi da considerare a rischio elevato in cui invece il feto è sano.

La validità dell’esame è fortemente legata all’esecuzione del test biochimico e dovrebbe rispondere a precisi requisiti di qualità che purtroppo non sempre vengono rispettati.

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Cosa è la Sindrome di Down ?

s.downLa Sindrome di Down, conosciuta anche come Trisomia 21, è una anomalia genetica presente quando, invece della normale coppia di cromosomi 21 contenuti nelle cellule del nostro organismo, si hanno tre cromosomi 21. In questo caso si parla anche di Trisomia (Trisomia 21 in questo caso). Questa condizione interferisce nello sviluppo del feto causando difetti congeniti. La maggior parte degli individui ha un totale di 46 cromosomi disposti in 23 coppie omologhe, numerate dal numero 1 al 22, mentre il 23° paio determina il sesso del bambino (XX la femmina, XY il maschio). 23 di questi cromosomi derivano dalla madre e 23 dal padre e si uniscono al momento della fecondazione della cellula uovo. Un errore intervenuto in questa fase può determinare delle anomalie nel numero o nella struttura dei cromosomi.

Cosa è la Trisomia 18 ?

trisomia18La Trisomia 18 è un’altra anomalia dei cromosomi in cui, accanto alla coppia di cromosomi 18 normalmente presenti, vi è un terzo cromosoma 18. Questa trisomia ha un quadro clinico molto più grave della S. di Down : circa il 30% dei nati muore entro il primo mese di vita, il 50% entro i due mesi, il 70% entro i tre mesi ed il 90% entro l’anno. I sopravvissuti sono severamente ritardati sia nello sviluppo fisico che mentale, tanto che nessuno di loro è in grado di parlare e camminare. La ricorrenza della Trisomia 18 è di circa 1 su 6.600 nati ed anche in questo caso il pericolo aumenta con il progredire dell’età materna.


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