Posts Tagged 'ictus cerebrale'

Scoperti biomarcatori che rivelano in menopausa il rischio di ictus

Due molecole potrebbero aiutare in futuro nella diagnosi precoce dei problemi cardiocircolatori per le donne in menopausa. A scoprirle nel sangue di 800 pazienti è stato uno studio pubblicato da Genome Medicine. I ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Centre di Seattle hanno analizzato campioni di sangue di 800 donne che avevano sviluppato problemi alle coronarie dopo la menopausa, di 800 donne che avevano avuto un ictus e di un gruppo di controllo di donne sane. Dalle analisi è emerso che alti livelli della proteina beta-2 microglobulina (B2M) sono associati al problema alle coronarie, mentre un eccesso di una proteina chiamata IGFBP4 è legata agli ictus. “Questi biomarcatori appaiono mesi o anni prima che ci sia la diagnosi delle malattie – hanno spiegato i ricercatori – e possono essere usati sia per una diagnosi precoce che per capire meglio i meccanismi con cui queste malattie si presentano”. 


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Un test genetico potrà predire l’ictus cerebrale nei diabetici

E’ stato identificato nelle persone con diabete di tipo 2 un profilo genetico, costituito dalla combinazione di polimorfismi di 5 geni infiammatori, in grado di predire in maniera altamente significativa il rischio di sviluppare un ictus ischemico, in un arco di tempo superiore ai 6 anni. È il risultato di uno studio italo- scozzese coordinato dal Dr. Roberto Pola, ricercatore dell’Istituto di Medicina Interna e Geriatria dell’Università Cattolica-Policlinico “A. Gemelli” di Roma. Lo studio condotto in collaborazione con un gruppo di ricercatori scozzesi dell’University of Dundee, guidati dal Prof. Colin Palmer, “Chair of Pharmacogenomics”, è stato pubblicato su Diabetes. Hanno collaborato Eleonora Gaetani dell’Istituto di Patologia Speciale Medica e Semeiotica Medica e Miriam Quarta. La ricerca è stata eseguita su più individui affetti da diabete mellito tipo 2, partecipanti allo studio prospettico Go-DARTS, che viene condotto da quasi 20 anni nella regione Tayside della Scozia e arruola tutti i pazienti diabetici della regione. Dal 1992, questi soggetti sono stati seguiti dal punto di vista clinico, con particolare attenzione allo sviluppo di complicanze cardiovascolari del diabete, come ad esempio l’ictus.
“Abbiamo studiato oltre 2.100 soggetti che, in un periodo di tempo superiore ai 6 anni, hanno presentato un ictus ischemico con una percentuale di circa il 7% – spiega il Dr. Pola – per i quali era disponibile il DNA per l’esecuzione di test genetici. E’ stato individuato un profilo genetico, costituito dalla combinazione di polimorfismi di 5 geni infiammatori (Interleuchina-6, ICAM-1, MCP-1, E-selectina e MMP-3), che è in grado di predire in maniera altamente significativa il rischio di sviluppare un ictus ischemico, in un arco di tempo superiore ai 6 anni“. In effetti, coloro che posseggono almeno 4 di queste mutazioni presentano un’incidenza di ictus ischemico che è 10 volte superiore a quella che si riscontra nei soggetti che non hanno nessuna di questa mutazioni. Il rischio di ictus aumenta in maniera progressiva con il numero di mutazioni (da 0 a 5) presentate nel singolo soggetto.
“È importante sottolineare – continua il ricercatore della Cattolica di Roma – che nessuno di questi 5 polimorfismi è in grado di predire il rischio di ictus quando analizzato da solo. E’ soltanto la particolare combinazione di questi 5 polimorfismi genici, che conferisce l’aumentato rischio di ictus nei pazienti diabetici”.
La ricerca apre la strada alla possibile realizzazione di un test diagnostico per i soggetti diabetici, che hanno un rischio raddoppiato rispetto alla popolazione generale di essere colpiti da malattie cardiovascolari (infarti o ictus). “Il nostro obiettivo – dice Pola – è l’esecuzione di un test genetico, facilmente eseguibile e relativamente economico in grado di individuare quali soggetti diabetici hanno maggiore rischio di avere un ictus ischemico nel futuro. Una volta individuati, questi soggetti potrebbero essere sottoposti a più aggressive terapie di prevenzione degli eventi cardiovascolari, oltre che a uno screening diagnostico più intenso, quale, per esempio, l’esecuzione di eco-doppler delle arterie carotidi a intervalli di tempo più ravvicinati. Inoltre, dato che questo profilo genetico è costituito da variazioni di geni infiammatori, è anche possibile ipotizzare che questi individui possano trarre beneficio da un terapia anti-infiammatoria cronica”.
Lo studio nelle intenzioni dei ricercatori si aprirà a nuovi scenari di applicazione diagnostica. “Insieme ai più importanti ricercatori sull’ictus a livello mondiale appartenenti a centri universitari in Inghilterra, Scozia, Germania, Spagna, Portogallo e USA, oltre che in Italia testeremo se questo profilo genetico è in grado di predire il rischio di ictus non solo nei diabetici, ma anche nella popolazione generale”, afferma il Dr. Pola, coordinatore e responsabile di questo gruppo di ricerca internazionale. Il Dr. Pola ha ottenuto il permesso di analizzare i dati genetici di tre importanti studi internazionali (il Go-DARTS in Scozia, il WTCCC2 in Inghilterra e Germania e l’Health ABC negli USA). Inoltre, verranno studiati ulteriori casistiche di provenienza italiana, spagnola e portoghese. In totale, lo studio comprendera’ circa 18.000 individui. “Il prossimo step – conclude il ricercatore della Cattolica – è di testare questo modello genetico di rischio di ictus in varie popolazioni in differenti Paesi, e anche di individuare ulteriori modelli genetici in grado di predire non solo il rischio di ictus ischemico, ma anche quello di altre malattie cardiovascolari, quali l’infarto del miocardio, l’ischemia degli arti inferiori, e la nefropatia vascolare e diabetica”.

 

Nasce il fisioterapista-robot

Un vero e proprio fisioterapista-robot è stato messo a punto dall’Università Campus Biomedico di Roma. Il progetto si chiama Motus2, e ne sta per partire la sperimentazione su pazienti colpiti da ictus che hanno problemi motori agli arti superiori. Un prototipo è stato presentato oggi a Roma durante la manifestazione RomeCup.

Nato da un progetto di collaborazione tra l’Università Campus Bio-Medico di Roma e la DAS srl, il Motus2 è un robot pensato per la riabilitazione di persone che hanno subito danni al sistema nervoso centrale o periferico conseguentemente a lesioni cerebro-vascolari, traumi cranici, lesioni al midollo spinale e ictus. E’ composto da un manipolatore planare e un avanzato sistema di controllo dedicato dell’interazione uomo-macchina. Attraverso le sue funzionalità il neuro-fisioterapista può controllare, direttamente dal centro riabilitativo, il corretto svolgimento di alcuni esercizi riabilitativi effettuati dal paziente nella propria abitazione. La fase di sperimentazione su alcuni pazienti è già iniziata, e il dispositivo potrebbe essere disponibile nel giro di due anni.

Fonte AGIsalute

 

Il cioccolato salva dall’ictus? …

Da una metanalisi di tre studi sono emerse diverse indicazioni: può diminuire il rischio di ictus o il tasso di mortalità in caso di un simile evento.

Il consumo di cioccolato può abbassare il rischio di avere un ictus, secondo un’analisi della letteratura disponibile presentata nel corso dell’annuale convegno dell’American Academy of Neurology in corso a Toronto, in Canada. Un secondo studio, inoltre, ha mostrato che mangiare cioccolato può diminuire il rischio di morte dopo un ictus.

“Occorrono altri studi per capire se effettivamente le sostanze contenute nel cacao influiscano sul rischio di ictus o se le persone in buona salute siano più portate al consumo delle altre”, ha commentato Sarah Sahib, primo autore dello studio e ricercatrice della McMaster University in Hamilton, Ontario, Canada.

Com’è noto, il cioccolato è ricco di una classe antiossidanti chiamati flavonoidi, che possono avere un effetto protettivo nei confronti dell’ictus. Il primo studio ha preso in considerazione più di 44.000 soggetti che hanno consumato una porzione di cioccolato alla settimana, riscontrando che questi avevano il 22 per cento di probabilità in meno di andare incontro a un ictus rispetto alle persone che non hanno mai avuto questa abitudine alimentare.

Nel secondo, sono state considerate quasi 1200 persone che hanno consumato 50 grammi di cioccolato una volta al giorno, dimostrando una diminuzione del 46 per cento nel tasso di mortalità in seguito a un ictus rispetto a quelli che non ne avevano mangiato in tali quantità. Il terzo studio considerato, infine, non ha trovato alcun collegamento tra consumo di cioccolato e rischio di ictus e di morte.

Fonte LeScienze

Herpes zoster e sangue: con il virus rischio-ictus aumenta del 30%

sangueIl rischio di incorrere in un ictus sale del 30% se nel corso dell’anno precedente si è sofferto di Herpes zoster: è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Stroke, secondo cui in particolare il rischio di ictus quadruplica soprattutto per i soggetti ai quali l’infezione da Herpes ha interessato gli occhi. L’herpes zoster è causato dal virus della varicella che, terminato il suo corso, rimane latente nelle terminazioni nervose del cervello e gangli delle radici dorsali dei nervi spinali; può restare inattivo per molto tempo, ma in casi di debolezza o immunodepressione può riattivarsi e diffondersi lungo il nervo, provocando dolore nella zona interessata dalle vescicole. Lo studio ha coinvolto 7.760 persone dai 18 anni in su, che avevano sofferto di Herpes zoster, e un gruppo di controllo di 23.280 persone, dall’età media di 47 anni, che non avevano mai contratto il virus. Dopo un anno, l’ictus si era verificato nell’1,7% dei pazienti con Herpes zoster e nell’1,3% del gruppo di controllo, con un 31% in più di rischio per chi aveva sofferto del virus. In particolare, per coloro che avevano avuto lo zoster intorno agli occhi il rischio era risultato 4,3 volte maggiore.

IL TIA PRIMA DELL’ICTUS HA UN EFFETTO PROTETTIVO

ictusUno studio diretto da Daniel Hackam della University of Western Ontario di Londra pubblicato sulla rivista Neurology ha dimostrato che un ictus su otto e’ segnalato da un evento ischemico meno grave che puo’ essere considerato un preallarme e fare in modo che l’ictus stesso quando arriva sia meno grave.
Il segnale di preallarme e’ dato dal cosiddetto attacco ischemico transitorio (TIA) che ha gli stessi sintomi dell’ictus vero e proprio, ma che dura per un tempo di non piu’ di 24 ore.
Gli esperti hanno coinvolto nello studio 16.400 pazienti andati incontro a un ictus e ricoverati per questo motivo nella struttura londinese nell’arco di quattro anni. Di questi 2032, ovvero il 12,4%, hanno avuto un TIA precedentemente all’ictus.
I neurologi hanno rilevato che gli ictus che si verificano senza essere preceduti da un TIA sono piu’ gravi e invalidanti. Quando infatti l’ictus si presenta senza preavviso e’ piu’ probabile il decesso del paziente (15,2% contro il 12,7%), i soggetti colpiti sono piu’ a rischio di arresto cardiaco mentre sono in ospedale (4,8% contro il 3,1%) ed hanno minore probabilita’ di essere dimessi e maggior rischio di aver bisogno di un ricovero in lunga degenza per la riabilitazione, (40,1% contro il 43,1).
Secondo gli esperti, i TIA preparano i vasi sanguigni cerebrali dell’individuo a sopportare l’attacco ischemico piu’ forte che si presentera’ in seguito e quindi, di fatto, sono eventi protettivi.

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La molecola salvavita che sconfigge l’ictus

esc2009-logoOgni ora un ictus cerebrale in meno, ogni giorno 25, ogni anno novemila in meno solo in Italia, nel mondo oltre un milione. Questo il risparmio in vite salvate, in corpi paralizzati a metà per sempre evitati e relativi costi medici e sociali che porterà un farmaco, dabigatran etexilato il nome scientifico, i cui risultati sperimentali sono stati annunciati al Congresso Europeo di Cardiologia (ESC) tenutosi a Barcellona dal 29 agosto al 02 settembre 2009. Il farmaco agisce su cardiopatici colpiti da fibrillazione atriale e che sono per questo ad alto rischio di ictus. “Si tratta di una molecola destinata a cambiare radicalmente la prevenzione dell’ictus nei pazienti con fibrillazione atriale – afferma Roberto Ferrari, presidente dell’ESC – un problema che hanno 500.000 persone in Italia, cui si aggiungono 60.000 nuovi casi all’anno”.

La ricerca (nome in codice RE-LY, pubblicata in contemporanea sul New England Journal of Medicine), la più ampia in questo campo, ha coinvolto 18.113 pazienti in 44 paesi, Italia compresa (con 274 pazienti seguiti da 18 centri), confrontando la nuova molecola con la cura standard, in uso da circa 50 anni. Rispetto alla vecchia terapia, la nuova ha ridotto i casi di ictus 34% e del rischio di morte del 12%. La fibrillazione atriale è il più comune disturbo del ritmo cardiaco. E’, in pratica, la paralisi dell’atrio, la cavità del cuore posta sopra il ventricolo dove riversa il sangue che gli arriva dal corpo. Questo ristagno dell’atrio forma spesso dei piccoli coaguli che, entrando in circolo, vanno a chiudere piccole arterie. Quando il “tappo” si ferma nel cervello è l’ictus. che nei soggetti con fibrillazione atriale è 7 volte più frequente che nel resto della popolazione.

La strategia preventiva sinora è stata quella di somministrare costantemente e per tutta la vita farmaci che diminuiscono la capacità del sangue di coagulare, riducendo così la probabilità che si formino “tappi” nell’atrio fermo e poi se ne vadano nel cervello. Le vecchie terapie funzionano ma a un prezzo alto per il paziente. Il rischio di ictus si riduce di ben il 65%, in cambio il paziente deve fare, all’inizio della cura, un esame del sangue ogni pochi giorni e poi uno ogni tre settimane per stabilire prima e controllare poi che il potere di coagulazione sia ridotto entro certi limiti, ma non oltre, altrimenti si rischiamo emorragie interne, anche fatali. Il paziente inoltre deve evitare attività a rischio traumi, sempre per il rischio di emorragie interne, modificare la sua alimentazione perché molti cibi comuni interferiscono con il trattamento e a volte anche le cure per altre patologie per interferenze coi relativi farmaci. Tra analisi del sangue e cure delle complicazioni ogni paziente costa 3 mila euro l’anno. La nuova cura invece, oltre a ridurre ulteriormente il rischio, non richiede nulla di ciò: dosi fisse, due pillole al giorno, e non vi è bisogno di controlli ne interferisce con farmaci ed alimenti. Il dabigatran etexilato è già disponibile in tutta Europa dall’inizio del 2008 in seguito alle ricerche che ne dimostrarono l’efficacia contro la tromboflebite venosa. Bisognerà attendere i primi mesi del prossimo anno per l’autorizzazione al nuovo uso.


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