Posts Tagged 'ictus'

Il cuore è protetto grazie al potassio di banane e patate

Consumare regolarmente alimenti ricchi di potassio protegge il cuore dal rischio di ictus e malattie coronariche, secondo quanto emerge dallo studio presentato nel corso dell’American Heart Association’s 2010 Conference on Nutrition, Physical Activity and Metabolism dai ricercatori dell’Università degli Studi di Napoli, guidati da Pasquale Strazzullo. La ricerca, condotta sui dati provenienti da 10 diversi studi che hanno coinvolto 280 mila persone seguite per un periodo di 19 anni, ha dimostrato che il consumo regolare di potassio riduce il rischio di ictus del 19% e di coronaropatie dell’8%. Secondo gli studiosi, i risultati dimostrano che consumare cibi ricchi di potassio – come banane, patate, verdura, soia, albicocche, avocado, yogurt magro, succo di prugna, fagioli e piselli – aiuta dunque a prevenire le malattie cardiovascolari.

Fonte SALUTE24.it

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Troppo sale fa venire infarti e ictus: un eccesso di 5 grammi al giorno aumenta il rischio di circa il 20 per cento

«Togliete almeno la saliera dalla tavola». È l’accorata richiesta di Pasquale Strazzullo, del Centro per l’Ipertensione al Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università Federico II di Napoli. Strazzullo parla a ragion veduta: ha appena dato alle stampe, sul British Medical Journal un poderoso studio che ha dimostrato in maniera inequivocabile un legame consistente fra il consumo di sale e malattie cardiovascolari come ictus e infarti.

REVISIONE – L’esperto napoletano, assieme a colleghi del Centro Collaborativo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dell’Università inglese di Warwick, ha passato al setaccio 13 studi che in passato hanno messo in relazione il consumo di sale con il rischio di malattie cardiovascolari, mettendo sotto esame un totale di oltre 170 mila persone. Verdetto senza appello: 5 grammi di troppo rispetto al consumo quotidiano raccomandato dall’OMS (pari a 5 grammi) aumentano del 23 per cento il pericolo di ictus, del 17 per cento la probabilità di infarto. «Per di più i dati arrivano da ricerche in cui spesso l’introito di sale è stato valutato attraverso questionari alimentari, cioè con un metodo non troppo preciso – fa notare Strazzullo –. La statistica ci insegna che a una scarsa accuratezza nella raccolta dati si associa una minor capacità di dimostrare l’effettiva esistenza di una correlazione. Noi l’associazione l’abbiamo vista eccome, nonostante le imprecisioni: significa che molto probabilmente l’effetto reale è ancora più marcato».

DIMEZZARE IL SALE – Nel mondo occidentale, dice ancora l’esperto, in media ingoiamo 10 o più grammi di sale al giorno: visti gli effetti, bisognerebbe almeno dimezzarlo. Ma come? Oltre al trucco della saliera, Strazzullo suggerisce: «A livello del singolo è bene usare la minor quantità di sale possibile durante la preparazione dei cibi: meno sale nell’acqua della pasta, nell’insalata, sulla carne e così via. Consiglio di farlo con gradualità, in maniera da abituare pian piano il gusto». Poi però c’è il sale “nascosto” nei cibi che compriamo: due terzi di quello che introduciamo arriva da lì. «Quando facciamo la spesa sarebbe opportuno far caso ai contenuti di sale dei prodotti che acquistiamo: se ne trova anche nei dolci, nei cereali, nei formaggi, nelle carni preparate, negli insaccati – consiglia ancora Strazzullo –. Purtroppo non sempre viene segnalato nelle etichette nutrizionali, ma si è aperta una fase di collaborazione e negoziazione fra le autorità sanitarie del Paese e le aziende produttrici per fare maggiore chiarezza e anche per arrivare a una riduzione dell’uso del sale nella preparazione dei cibi industriali: ad esempio, si sta discutendo con i panificatori per ottenere un taglio del sale nel pane, alimento fondamentale e anche simbolico nell’alimentazione italiana. Se non si arriverà ad accordi positivi, credo che bisognerebbe intervenire per legge per ridurre le quantità di sale permesso negli alimenti: gli effetti sulla salute sono troppo evidenti per ignorarli».

PAZIENTI – Anche perché c’è un piccolo dettaglio che fa riflettere: le persone coinvolte nelle ricerche appena analizzate erano sane. «Chi già ha un fattore di rischio cardiovascolare rischia presumibilmente ancora di più – dice l’esperto –. D’altro canto, un paziente può ricevere benefici più ampi e rapidi da una riduzione del sale nella dieta». Non bisogna por tempo in mezzo, insomma: al prossimo pasto, niente saliera sul tavolo.

Nuova ricerca sull’ischemia cerebrale

Un test predice la possibilità di recupero motorio in caso di ischemia cerebrale.

ictusAi danni provocati da un’ischemia cerebrale potrebbe rispondere ora un test che dovrebbe consentire di valutare gli effetti dell’ictus e quantificare le possibilità di miglioramento di ogni organismo.
L’ictus compromette frequentemente la funzione motoria di una metà del corpo. In alcuni pazienti nel corso dei mesi successivi all’evento cerebrale si verifica un progressivo recupero motorio, che può essere anche completo. Altri malati con infarti cerebrali di paragonabile entità non migliorano nonostante la riabilitazione. Da cosa dipende il recupero? È possibile prevederlo fin dai primi giorni dopo l’esordio della malattia?
In uno studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Cerebral Cortex”, un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, guidati dal prof. Vincenzo Di Lazzaro, ha messo a punto un test in grado di predire precocemente il recupero della funzione motoria dopo ischemia cerebrale, misurando la capacità del cervello di modificarsi in risposta a stimoli esterni.
Nello studio, presentato a Torino nel corso del IX Congresso nazionale della Società italiana per lo studio dello Stroke (SISS), pazienti affetti da ischemia cerebrale sono stati sottoposti a un test neurofisiologico in grado di valutare la plasticità del cervello, una caratteristica alla base dei fenomeni di memoria, apprendimento e di recupero dopo una lesione cerebrale. Si tratta di un test indolore e non invasivo che si esegue valutando le modificazioni di eccitabilità della corteccia cerebrale motoria indotte da una stimolazione magnetica ripetitiva ad alta frequenza della stessa area cerebrale. Tali modificazioni di eccitabilità rappresentano una misura della plasticità del cervello.
I ricercatori hanno applicato questo test a 17 pazienti affetti da ischemia cerebrale nei primissimi giorni dopo la comparsa dei sintomi. I risultati dello studio hanno dimostrato che, quanto maggiore è l’incremento di eccitabilità indotto dalla stimolazione sull’emisfero cerebrale colpito dall’ischemia, tanto maggiore sarà il recupero motorio, misurato con una scala di invalidità, a sei mesi di distanza dall’ictus. Pertanto le modificazioni di eccitabilità osservate in fase acuta sembrano rappresentare un indice affidabile del potenziale di recupero del cervello colpito da ischemia cerebrale.
“Le informazioni fornite dal nostro studio – commenta il neurologo della Cattolica Di Lazzaro – hanno non soltanto una rilevanza prognostica in fase precoce, ma possono rappresentare uno strumento utile per misurare gli effetti di nuove strategie di trattamento farmacologico-riabilitativo per l’ictus”. Secondo i ricercatori, infatti, “tale test neurofisiologico potrebbe essere utile per valutare l’impatto di trattamenti farmacologici o riabilitativi sulla plasticità cerebrale e pertanto sui meccanismi che portano al recupero. Inoltre, la conoscenza di tali meccanismi apre interessanti prospettive terapeutiche basate sulle stesse tecniche di stimolazione cerebrale transcranica, utilizzate in associazione con la riabilitazione, con l’obiettivo di incrementare il recupero della funzione lesa”.

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Nodi da sciogliere per antiaggreganti orali

pilloleSino al 40 per cento dei pazienti con Sindrome coronarica acuta (Sca) in terapia antiaggregante piastrinica orale presenta un rischio elevato di incorrere in un nuovo evento cardiovascolare fatale, come infarto o ictus. È questo il parere del 96% degli intervistati nel corso di un’indagine condotta da Harris Interactive per conto di Schering-Plough Corporation, che ha visto coinvolti 500 cardiologi in Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna, presentata a Barcellona durante il Congresso annuale della Società Europea di Cardiologia (Esc). Nonostante il 90% degli intervistati concordi sul fatto che gli antiaggreganti piastrinici rappresentino la terapia standard, il 79% afferma che alcuni pazienti vanno incontro a nuovi eventi cardiovascolari per via della scarsa risposta al trattamento. Tre cardiologi su quattro, inoltre, sono in parte o del tutto convinti che gli eventi emorragici rappresentino uno degli svantaggi della terapia antiaggregante orale nel trattamento della Sca.
«Se da un lato questi risultati confermano che i cardiologi in tutta l’Europa occidentale utilizzano abitualmente le terapie antiaggreganti orali per proteggere i propri pazienti con Sca da nuovi eventi, dall’altro mettono anche in luce il bisogno di trattamenti maggiormente efficaci» afferma Frans Van de Werf, del dipartimento di Cardiologia dell’Università di Lovanio, in Belgio. «Inoltre, benché vi sia un’ampia consapevolezza del rischio residuo cui questi pazienti sono esposti, quando si guardano i dati dei più importanti trial clinici in materia di Sca appare evidente che il rischio immediato può essere decisamente superiore a quanto stimato dalla maggior parte dei medici».

fonte ESC 2009

Cuore di mamma: meno infarti e ictus per chi allatta al seno

allattamentoE poi dicono che i figli non sono riconoscenti. Il latte materno dona ai neonati forza e nutrimento, e i bebè, mammoni sin da piccoli, decidono di sdebitarsi: le mamme che allattano al seno hanno infatti meno probabilità di avere attacchi cardiaci, rischi cardiovascolari o ictus. Lo afferma un studio dell’Università di Pittsburgh che sarà pubblicato su Obstetrics and Gynaecology. 

Toccatemi tutto, ma non la mia mamma – La ricerca ha analizzato quasi 140mila donna in menopausa, scoprendo che i figli sono la migliore medicina possibile. Allattare al seno per oltre un anno abbassa il rischio di infarto o ictus del 10%, riduce del 12% il  pericolo di ipertensione e addirittura del 20% quello di diabete e colesterolo alto rispetto a chi ha usato il biberon. E ancora, l’allattamento protegge da tumori ovarici e mammari, e anche dall’osteoporosi. Vantaggi sorprendenti, anche perché capaci di incidere profondamente per decenni: le donne osservate avevano infatti avuto l’ultimo figlio almeno 35 anni prima dello studio.

 

Mammoni è meglio – “Sapevamo che allattare al seno era importante per la salute del bambino – afferma Eleanor Bimla Schwarz, tra gli autori della ricerca -. Ora sappiamo che lo è anche per il benessere della madre. Il nostro studio dimostra infatti che le donne sono più vulnerabili ad alcuni problemi di salute se dopo la gravidanza smettono troppo presto di allattare”. Perciò, prosegue Schwarz “sarebbe opportuno incoraggiare le donne ad allattare i propri figli più a lungo possibile: sarebbe un vantaggio sia per loro che per i piccoli”.

 

fonte SALUTE24.it

Oggi si celebra la Nona Giornata Mondiale del Cuore

Ogni 26 secondi un uomo ha un ‘evento coronarico’ ed ogni minuto muore una persona per un ‘evento coronarico’: è solo uno dei dati forniti dalla presentazione della Nona Giornata del Cuore che si terrà in 100 paesi del mondo. L’iniziativa è stata ideata dalla World Heart Federation e promossa in Italia dalla Fondazione Italiana per il Cuore con la collaborazione della Federazione Italiana di Cardiologia e di Conacuore.

“Il 38% dei sopravvissuti ad un attacco cardiaco – sottolinea Roberto Ferrari, Presidente della Società Europea di Cardiologia (ESC) – perisce nell’arco di un anno. L’ESC lavora a vari livelli per far sì che tutto ciò non avvenga. Negli ultimi 30 anni la vita media della popolazione è aumentata grazie alla medicina di ben 10 anni. La cardiologia ha contribuito per oltre 6 anni di vita. Un primato, per esempio, rispetto al contributo di 2,4 mesi di oncologia. Ne consegue che la cardiologia può fare molto, ma i cittadini debbono collaborare ed aiutare i cardiologi”.

Purtroppo, i numeri “cattivi” forniti danno un quadro preoccupante della situazione italiana: una donna su quattro e un uomo su cinque hanno livelli di colesterolo troppo alti e, nella maggior parte dei casi, non fanno nulla per ridurli. Il 62% degli uomini e il 61% delle donne hanno un livello troppo elevato di colesterolo “cattivo”, il C-LDL. Il 31% delle donne adulte e il 33% degli uomini (uno su tre) soffrono di ipertensione arteriosa, spesso non curata. Il 22% delle donne e il 18% degli uomini (uno ogni cinque) sono obesi e hanno un indice di massa corporea (IMC), rispettivamente attorno a 26 e a 27 Kg/m2, con una circonferenza-vita media di 85 e 95 cm. Il 6% delle donne e il 9% degli uomini sono diabetici, più di metà dei quali non sottoposti ad alcun trattamento farmacologico. E, tra gli over 65, una donna e un uomo ogni tre sono affetti da sindrome metabolica.

Ne consegue, dicono i medici, che gli italiani il più delle volte sono malati e non sanno di esserlo. Conoscere i propri numeri può, dunque, essere molto utile, e “conoscere i numeri giusti fa bene al cuore” come recita lo slogan che accompagna la Giornata, che vuole essere da stimolo perchè la gente scopra in tempo eventuali fattori di rischio per la salute del nostro cuore e dei nostri vasi.

Infarto e ictus sono patologie in aumento, informano i medici, che colpiscono un grande numero di persone e sono il killer n 1 nel mondo. E ritornando ai numeri, soltanto in Italia, per una patologia cardio-cerebro-vascolare sono in cura più di 800.000 persone e il 42% delle morti registrate nel nostro paese sono dovute a queste malattie, che possono diminuire sensibilmente riducendo l’esposizione ai fattori che aumentano il rischio di subire un infarto o un ictus.

Secondo Andrea Peracino, Vice Presidente della Fondazione Italiana per il Cuore – entro il 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede un incremento di una volta e mezzo dei casi di infarto miocardico e quasi il raddoppio dei casi di ictus. E nei casi di infarto, secondo gli studi più recenti, il 90% della responsabilità va attribuita al cattivo controllo dei fattori di rischio ‘classici’, come le dislipidemie, l’abitudine al fumo di sigaretta, l’ipertensione arteriosa, il sovrappeso e obesità e il diabete. Anche lo stress, l’insoddisfazione nel lavoro e nella famiglia e l’inquinamento atmosferico cominciano ad avere un significato tra i fattori di rischio.

Ma c’è una buona notizia: queste patologie possono essere in buona parte prevenute. Anzi, la prevenzione è senz’altro ‘l’arma’ migliore a nostra disposizione affermano i medici, a patto che questa non cali dall’alto, siamo noi che ci dobbiamo attivare per difendere la nostra salute, ricordandoci che è una nostra responsabilità individuale.

Un fumatore in casa aumenta il rischio di ictus per il coniuge non fumatore

Essere sposati con un fumatore aumenta il rischio di essere colpiti da un ictus. È questo il risultato di uno studio pubblicato recentemente sull’American Journal of Preventative Medicine e condotto da un team di ricercatori della Harvard University.

Gli studiosi statunitensi hanno arruolato circa 16.000 persone con più di 50 anni e i loro coniugi e hanno seguito questi soggetti per ben nove anni: la conclusione è stata che se una persona non aveva mai acceso una sigaretta in vita sua il rischio saliva del 42%, ma se per un certo periodo aveva fumato e poi aveva smesso, questa percentuale poteva raggiungere anche il 72%.

Smettere di fumare, quindi, non fa bene solo ala propria salute ma anche a quella del proprio coniuge che magari non fuma ma è costretto a respirare comunque sostanze dannose che aumentano il suo rischio cardiovascolare, e questo a prescindere dai fattori di rischio già noti” ha spiegato la coordinatrice della ricerca, Maria Glymour.


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