Posts Tagged 'infarto del miocardio'

“Sindrome da crepacuore”

Sembra infarto, ma non è. Si chiama sindrome di Tako-Tsubo, o cardiomiopatia da stress, ed è una malattia rara che all’inizio veniva confusa con l’assai più comune (e più pericoloso) infarto del miocardio. I pazienti arrivano in pronto soccorso con i caratteristici sintomi dell’infarto: dolore acuto al petto, un elettrocardiogramma con le alterazioni tipiche e il rilascio di quegli enzimi associati con la frequente malattia del cuore. Ma appena si effettua una coronarografia per cercare il punto in cui si è creata l’occlusione che impedisce al sangue di arrivare al cuore, cosa che nell’infarto provoca la morte di molte cellule, non si trova nulla. Molti l’hanno anche definita “sindrome da crepacuore“, o da cuore spezzato: colpisce soprattutto le donne in un periodo successivo alla menopausa, quando non sono più protette dall’ombrello ormonale estrogenico, e si associa nell’80% dei casi a forti stress emotivi, come per esempio dei lutti. E’ per questo motivo che spesso viene assimilata al “crepacuore”. Un team di cardiologi, Leda Galiuto, Alberto Ranieri De Caterina, Angelo Porfidia, Lazzaro Paraggio, Sabrina Barchetta, Gabriella Locorotondo, Antonio G. Rebuzzi del dipartimento di Medicina Cardiovascolare dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, guidato da Filippo Crea, hanno individuato il meccanismo che è alla base di questa curiosa patologia e hanno appena pubblicato un articolo sullo European Heart Journal, rivista della European Society of Cardiology. Un articolo che è già fra i cinquanta più letti nel settore. “Nell’80% dei pazienti i sintomi rientrano spontaneamente dopo un paio di settimane senza lasciare traccia – spiega Filippo Crea – mentre negli altri casi il danno persiste. Il punto è che il danno causato dalla sindrome è nel cuore, ma non nelle coronarie. Quello che noi abbiamo cercato di spiegare è il meccanismo che porta all’insorgenza di questi sintomi”. Per effettuare questo studio il gruppo guidato da Crea ha studiato quindici donne di età media 68 anni per un mese. Grazie a questo studio, per la prima volta si è riusciti a individuare il meccanismo fisiopatologico della malattia. “Ci siamo concentrati sulla regione apicale del cuore – spiega la prima autrice Leda Galiuto, ricercatrice presso l’Istituto di Cardiologia della Cattolica – perchè è lì che è ubicata la disfunzione, tanto che il cuore assume la caratteristica forma a palloncino o, come hanno osservato i giapponesi, a forma di cesta per raccogliere i polipi, il Tako-Tsubo è appunto il nome di questa cesta in giapponese”. L’ipotesi dei ricercatori era che il meccanismo che condiziona la disfunzione risiede nello spasmo dei piccoli vasi coronarici, il cosiddetto microcircolo coronario. “Per dimostrare la veridicità della nostra ipotesi abbiamo utilizzato l’ecocontrastografia miocardica, una metodica di cui siamo pionieri e che consente di studiare in modo selettivo, sicuro, poco costoso e a letto del paziente proprio il microcircolo coronario”, spiega Galiuto. “Il microcircolo gioca un ruolo importante nelle malattie cardiache – aggiunge l’ordinario di Cardiologia della Cattolica Filippo Crea – e l’intensa vaso costrizione di questi piccoli vasi non si può normalmente apprezzare in una coronarografia”. I ricercatori sono riusciti anche a dimostrare che questo spasmo microvascolare è reversibile e che una volta superata la fase acuta, si risolve anche la disfunzione microvascolare alla base dei sintomi osservati. “Nel paziente normalmente non rimangono danni perchè la riduzione nell’apporto di sangue è sì abbastanza grave da non fornire energia sufficiente al cuore per contrarsi, e di qui la forma ‘a palloncino’, ma non così grave da determinare la morte delle cellule cardiache come invece avviene in un infarto“, conclude Crea.

Fonte AGIsalute

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Infarto cardiaco

Infarto cardiacoCos’è? | Si verifica quando l’irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco (miocardio) diminuisce o viene a mancare in seguito all’occlusione di una o più arterie coronariche. L’infarto miocardico è una malattia che colpisce più di duecentomila italiani all’anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte. Se l’infarto colpisce solo una zona limitata del muscolo cardiaco, le conseguenze non sono gravi. Se la lesione del muscolo cardiaco è molto estesa, può provocare la morte o un’invalidità (di grado variabile).

Quali sono le cause? | Le arterie coronarie normali appaiono come dei tubi puliti. Ma vi sono dei fattori di rischio che predisporre alla formazione di lesioni aterosclerotiche che alterano le arterie.

Molti sono i fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di infarto miocardico:

1.Età | L’aterosclerosi coronarica, come quella degli altri distretti vascolari, è una malattia di tipo degenerativo, dovuta essenzialmente alla inevitabile senescenza dei vasi; per cui si dice comunemente, non a torto, che abbiamo l’età dei nostri vasi; ed a dispetto di ogni disperata ricerca di ringiovanimento esteriore ed estetico, nessuno può venderci la pillola della giovinezza;

2.Precedenti familiari di infarti | Le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei familiari, per cui si finisce con l’ereditare la predisposizione ad ammalare, ed i discendenti di coronaropatici vanno guardati con particolare attenzione; 

3.Sesso | Per quanto riguarda il sesso, le donne, soprattutto in età feconda, sono relativamente protette rispetto agli uomini dalla aterosclerosi coronarica. Gli indici tendono poi gradualmente a livellarsi dopo la menopausa. Con una Ebct (tomografia a fascio di elettroni) sono state analizzate 541 donne con età media di 48 anni. Quelle in cui l’esame aveva rivelato calcificazioni iniziali (non visibili con esami radiografici tradizionali) dell’aorta e delle arterie coronarie sono andate incontro ad infarto od altra malattia coronarica nei 15 anni successivi l’esame. Un risultato inquietante questa capacità predittiva dell’esame che, proprio per questo, è una formidabile arma di prevenzione. Tutte le donne che hanno modificato il loro stile di vita a rischio (alimentazione ipercalorica e con eccesso di grassi animali) e hanno riportato nei limiti di sicurezza i valori di colesterolo cattivo (LDL) ed elevato quelli del buono (HDL) hanno abbassato il rischio di malattia cardiaca. Va anche detto, però, che l’infarto nelle donne tende ad essere in genere più grave rispetto a quello dei maschi.

4.Livello di colesterolo elevato | I grassi sotto accusa sono il colesterolo totale, la sua frazione LDL ei trigliceridi, il cui tasso aumentato nel sangue è un sicuro fattore di rischio; è un rischio anche la diminuzione del tasso di un’altra frazione del colesterolo, l’ HDL, che ha funzioni protettive. L’ipercolesterolemia di per sé non è una malattia, ma solo un fattore di rischio ed il colesterolo non è un veleno, ma anzi è un costituente fondamentale di tutte le cellule dell’organismo. Il guaio è che per cattive abitudini alimentari il suo livello risulta abnormemente elevato; ciò, sul lungo periodo, può risultare dannoso. I livelli desiderabili di colesterolo sono intorno ai 200 mg/ml ed il dosaggio della colesterolemia rientra in una buona prassi di medicina preventiva, soprattutto nelle fasce di età a rischio (fra i 40 ed i 70 anni), anche se oggi sembra opportuno porsi il problema del suo controllo fin dall’infanzia. E’ dubbio, invece, se valga la pena di effettuare ripetute e frequenti determinazioni del colesterolo in soggetti ultrasettantenni e spesso ottuagenari, anche se è dimostrato che la riduzione della colesterolemia è utile anche in età avanzata. Quello che va evitato è lo stato di ansia e di preoccupazione con cui taluni soggetti in tarda età e spesso abbondantemente di là del rischio “inseguono” affannosamente il loro tasso di colesterolo.

5.Ipertensione
 
6.Diabete 

7.Obesità | Piuttosto che di obesità è meglio parlare di eccesso ponderale. L’eccesso ponderale si accompagna con grande frequenza ad aumento della pressione, della glicemia, dei grassi nel sangue, ed a riduzione dell’attività fisica; inoltre, è un grosso fardello che affatica inutilmente il cuore. Secondo dati recenti nel mondo occidentale circa il 30% della popolazione avrebbe un eccesso ponderale di varia entità. Va precisato, a questo proposito, che si parla di obesità quando il peso corporeo superi del 15% il peso ideale.
La determinazione del peso ideale si ottiene con varie formule. Un criterio abbastanza diffuso definisce come peso ideale il numero di chili pari ai centimetri oltre il metro di statura (quindi, per un uomo alto 1,80 m. il peso ideale sarebbe 80 chili), ma questo criterio è forse più adatto al ventenne che svolga attività fisica; per un sessantenne sedentario appare eccessivamente generoso, e sarebbe consigliabile una riduzione di almeno il 10%. E’ stato anche sicuramente dimostrato che l’aumento del peso del 20% rispetto a quello ideale nei soggetti di media età raddoppia l’incidenza di malattie delle coronarie, e la triplica se l’obesità si accompagna a ipercolesterolemia o ipertensione. Gli obesi malati di cuore vivono in media 4 anni di meno del cardiopatico di peso regolare. L’essere fortemente sovrappeso anticipa poi di 7 anni l’inizio della malattia in chi è predisposto. Negli Stati Uniti è stato anche calcolato che se si riuscisse a debellare il cancro la vita si allungherebbe di meno di due anni, mentre se si eliminasse l’obesità si allungherebbe di 5 anni.

8.Fumo

9.Stress | L’importanza dello stress è generalmente sopravvalutata dai pazienti. In gran parte ciò è dovuto al fatto che è un termine che ha trovato grande successo e diffusione, essendo chiamato in causa per situazioni molto diverse. Essendo utopistico e irrealizzabile l’intento di modificare positivamente l’ambiente in maniera sostanziale, è chiaro che i nostri sforzi sono diretti alla individuazione ed alla eventuale modificazione di quei tratti della personalità che, sottoposti all’influenza ambientale, possano costituire un fattore di rischio per gli eventi coronarici. Numerosi ed approfonditi studi hanno individuato uno specifico atteggiamento comportamentale, definito come personalità di tipo A, che costituisce un sicuro fattore di rischio coronarico. Gli elementi costitutivi del comportamento di tipo A sono rappresentati da una costellazione di atteggiamenti caratteriali che contribuiscono nel loro insieme a determinare uno specifico tipo di personalità.
In sintesi, i tratti distintivi del comportamento di tipo A sono la fretta, l’impazienza, l’eccessiva competitività ed un certo grado di ostilità verso l’ambiente sociale, lavorativo e familiare. Nell’ambito di una strategia riabilitativa globale, in cui gli atteggiamenti psicologici hanno un ruolo fondamentale, la ripresa graduale delle proprie attività, con un’ottica diversa e con una mentalità diversa, favorisce il totale reinserimento sociale, la chiusura di un periodo della vita difficile ed oscuro, culminato con un grave “incidente”, e l’inizio della ricostruzione psico-fisica del paziente, su nuove basi. Sul piano pratico è consigliabile adottare una serie di atteggiamenti di difesa, che potrebbero essere riassunti nei seguenti consigli: eliminare l’eccesso di lavoro; affrontare e risolvere un problema alla volta; crearsi se è possibile un hobby.

10.Sedentarietà | Il tema della sedentarietà, intesa come ridotta attività fisica, è strettamente connesso con quello dell’eccesso ponderale. Una riduzione del dispendio calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un accumulo di grasso ed aumento di peso.”. Accurate indagini statistiche effettuate in un numero rilevante di pazienti hanno consentito di verificare che l’attività fisica si traduce in una diminuzione significativa del rischio cardiovascolare, sia nella prevenzione primaria, cioè nell’evitare un primo infarto, sia, e soprattutto, nella prevenzione secondaria, cioè nell’evitare un secondo infarto in chi ne abbia già subito uno. I meccanismi attraverso i quali l’attività fisica induce effetti benefici sono ben noti, e sono sia diretti che indiretti. Direttamente, l’allenamento fisico, cioè un’attività fisica regolare e costante, produce effetti benefici mediante la riduzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa sotto sforzo, con conseguente risparmio del consumo di ossigeno del muscolo cardiaco, una migliore utilizzazione dell’ossigeno da parte dei muscoli scheletrici, un miglioramento della capacità lavorativa globale, uno spostamento del controllo nervoso del cuore a vantaggio del vago, sistema frenatore e di risparmio, a discapito del simpatico, sistema acceleratore e dispendioso, un innalzamento della soglia a cui compaiono ischemia ed angina durante lo sforzo, ed aritmie minacciose. Indirettamente, l’attività fisica ha effetti benefici attraverso un aumento del colesterolo protettivo HDL, una riduzione dell’aggregabilità delle piastrine, una riduzione della pressione arteriosa, degli ormoni circolanti che stimolano il cuore, della glicemia nel diabete e dei trigliceridi, dell’obesità, dell’abitudine al fumo. Non c’è dubbio, quindi, che l’attività fisica vada incoraggiata ed incrementata e che al contrario la vita sedentaria vada evitata invertendo, così, la radicata tendenza che imponeva periodi di lunga e pressoché completa, e talora definitiva inattività agli infartuati.

Nella maggior parte dei casi, l’infarto miocardico è dovuto alla formazione di un grumo di sangue (coagulo) che ostruisce un’arteria coronarica. Si tratta in questo caso di una trombosi coronaria. E’ più raro che la contrazione temporanea (spasmo), di un’arteria coronaria possa scatenare un infarto.

Quando si verifica | L’infarto è in genere la conseguenza drammatica di una malattia che è iniziata molti anni prima senza manifestarsi fino a quel momento; le cause scatenanti, che in un determinato momento fanno bruscamente precipitare una situazione mantenuta in equilibrio fino ad un istante prima sono assai variabili e non sempre identificabili. Talora il dolore si verifica durante un intenso sforzo fisico compiuto da un soggetto non allenato: la partita di calcio “scapoli-ammogliati” effettuata magari dopo un anno di lavoro a tavolino e magari sotto il solleone e dopo abbondanti libagioni, è responsabile di molte precoci vedovanze. A volte, in associazione ad uno stress psicologico intenso e prolungato, come conflitti o litigi nell’ambito familiare o lavorativo; talora si tratta di forti ed improvvise emozioni a contenuto sgradevole, come aggressioni, rapine, coinvolgimento in incidenti stradali ed in disastri come terremoti, alluvioni, incendi, etc. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi non si riesce ad individuare il meccanismo scatenante dell’evento infartuale, e va anzi ricordato che studi ormai numerosi di cronobiologia hanno dimostrato in maniera inconfutabile che il maggior numero di infarti si verifica nelle primissime ore del mattino quando il paziente è in completo riposo. Gli infarti fatali avrebbero, inoltre, una stagionalità tra dicembre e gennaio.

Quali sono i sintomi? | La parola angina introduce l’elemento soggettivo della sofferenza ischemica del muscolo cardiaco: il sintomo dolore. Sia l’ischemia che l’infarto generalmente provocano dolore anginoso, ed in genere il dolore dell’infarto è più intenso e soprattutto più prolungato. Il primo sintomo dell’infarto cardiaco è il dolore, si manifesta come un senso di fastidio al petto. La sensazione di oppressione, compressione, dolore o peso nel centro del petto si può irradiare alle spalle, al collo, alle braccia o alla schiena. Spesso l’infarto si rivela con l’insieme dei seguenti sintomi: Abbondante sudorazione fredda nella parte superiore del corpo, stordimento, mancanza di fiato e nausea.  La mancanza di fiato è dovuta all’impossibilità del cuore di pompare in modo efficace e determina, in alcuni pazienti, una sensazione di oppressione al petto come una corda che stringe. Se si è in grado di riconoscere i sintomi dell’angina e dell’infarto, si potrà essere in grado di salvare la vita a se stessi o agli altri. Se invece non si riconoscono i sintomi o si attribuiscono ad un altro disturbo (un’indigestione…) il trattamento dell’infarto arriverà troppo tardi. Purtroppo, in una buona percentuale di casi, sia l’ischemia che l’infarto possono non accompagnarsi a dolore: condizioni queste rispettivamente definite ischemia silente ed infarto silente. La prognosi, il decorso ed il rischio dell’ischemia e dell’infarto silente non differiscono sostanzialmente dalle forme che si accompagnano a dolore; non si tratta di forme “lievi” della malattia; anzi, l’assenza di un campanello di allarme come il dolore può esporre in definitiva il paziente ad un rischio maggiore.

Qual è la differenza tra infarto ed ischemia? | S’intende per ischemia lo stato di sofferenza del muscolo cardiaco non sufficientemente irrorato. C’è una differenza fondamentale tra infarto ed ischemia. L’infarto è un’interruzione totale del flusso del sangue al cuore, i cui sintomi durano più di 15 minuti, non scompaiono con il riposo o con i farmaci (con la nitroglicerina sono solo alleviati) ed una parte del muscolo cardiaco incomincia a morire. E’, quindi, una condizione stabile ed irreversibile. L’ischemia è transitoria e reversibile; consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue ossigenato al cuore; i sintomi durano pochi minuti e si possono alleviare con il riposo o con i farmaci. Ciò che determina il punto di passaggio fra ischemia ed infarto è la durata dell’assenza di flusso; infatti, il muscolo cardiaco riesce a tollerare l’assenza di irrorazione per un tempo limitato (meno di 30 minuti), al di là del quale comincia ad andare in necrosi, a morire. Nella maggioranza dei casi, l’ischemia si determina quando, a fronte di una maggiore richiesta di ossigeno e materiali nutritivi, e quindi di un aumento di flusso, determinata da un’attività fisica più o meno intensa, questa richiesta non può essere soddisfatta a causa dei restringimenti (stenosi) prodotti all’interno delle arterie coronarie dalla malattia aterosclerotica. Si crea così una discrepanza transitoria fra necessità di apporto e possibilità di adeguamento dei flussi; questa è la condizione detta “angina da sforzo”.

Cosa succede nella zona del cuore in cui le cellule sono morte? | In alcuni casi di infarto la porzione di parete del muscolo cardiaco non più contrattile, cicatriziale ed assottigliata, protrude durante la contrazione (in sistole), dando luogo a quello che si definisce aneurisma ventricolare. Questa, comunque è una conseguenza abbastanza rara dell’infarto; generalmente, invece, l’assottigliamento della zona infartuata, pur senza dar luogo all’aneurisma, finisce col provocare un’alterazione più o meno grave della geometria ventricolare, che risponde a precise e rigorose leggi fisiche, ed un deterioramento della funzione meccanica della pompa. E’ intuitivo che le conseguenze “meccaniche” dell’infarto saranno tanto più gravi quanto più estesa è la zona assottigliata e non contrattile; generalmente, si ritiene che l’infarto sia più o meno grave in relazione alla sede (anteriore, o posteriore o inferiore). Tradizionalmente si ritiene che l’infarto posteriore o inferiore sia meno grave di quello anteriore; questo potrà anche essere vero, ma la cosa più importante nel determinare la prognosi sia immediata sia a distanza dell’infarto non è tanto la sua sede, quanto la sua estensione. È meglio, quindi, sotto questo aspetto, distinguere infarti piccoli e circoscritti da infarti estesi. Inoltre, i danni meccanici prodotti da un eventuale secondo infarto, soprattutto se questo interessa una zona diversa dal precedente, si sommano a quelli provocati dal primo.

Quando consultare il medico? | Ogni sintomo che segnali l’inizio di un infarto impone l’immediata consultazione del medico. Se il medico non è rintracciabile, chiamare un’ ambulanza e raggiungere immediatamente il pronto soccorso dell’ospedale più vicino.

Cosa fanno al pronto soccorso? | Una volta chiarito che il confine fra ischemia ed infarto è solo temporale, e che vi sono dei tempi, anche se ristretti, e dei mezzi che consentono di arrestare l’evoluzione dell’ischemia in infarto, si capisce bene l’importanza del fattore tempo. Gli specialisti del pronto soccorso, dopo un elettrocardiogramma di conferma, avvieranno subito le analisi del sangue per dosare gli enzimi liberatisi durante l’infarto dal muscolo cardiaco (mioglobina, troponina, GOT, GPT, LDH, CK, CKMB).

Qual è la terapia per l’infarto miocardico? | Fino a poco tempo fa la terapia consisteva essenzialmente nell’alleviare il dolore e nel trattare le complicanze precoci. La moderna terapia della malattia coronarica si basa su tre cardini: le cure mediche (nuovi farmaci, conosciuti con il nome di trombolitici, permettono oggi di sciogliere rapidamente i grumi di sangue all’origine della maggior parte degli infarti), la chirurgia del bypass aorto-coronarico, e la dilatazione con palloncino delle coronarie stenotiche (angioplastica coronarica).

Come evitare l’infarto miocardico?

  • Smettere di fumare;
  • Mantenere il peso ideale;
  • Alimentarsi con cibi poveri di grassi animali;
  • Praticare un esercizio fisico regolare e senza eccessi;
  • Mantenere a livelli normali la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia.

Si può ritornare ad una vita normale?

Un infarto piccolo non ha conseguenze gravi. La riabilitazione ed una terapia appropriata permetterà al muscolo cardiaco di riprendere la propria funzione e lascerà solo strascichi trascurabili. Il 50% delle persone colpite da un infarto miocardico ritornano ad una vita normale nel giro di pochi mesi.

I numeri del cuore italiano
300: casi di infarto ogni 100.000 abitanti;80.000: infarti diagnosticati ogni anno;8%:casi di reinfarto ad un anno dal primo evento;

200.000: persone con fibrillazione atriale… delle quali;

Il 5-7%: lamenta, ogni anno, embolie cerebrali con decadimento delle funzioni cognitive sino alla demenza;

250: casi di ictus ogni 100.000 abitanti;

35-40%: casi di ictus in meno con la riduzione di 5-6 mmHg di pressione sistolica;

1.000.000: sopravvissuti ad almeno un infarto.

a cura del Centro per la Lotta Contro l’Infarto

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Infarto cardiaco acuto, test supersensibile

CuoreIntervenire presto, si sa, è il mezzo migliore per limitare i danni prodotti al muscolo cardiaco da un infarto e assicurare un recupero ottimale. Tuttavia ciò non è sempre possibile, non soltanto a causa del ritardo con cui il paziente spesso arriva in ospedale, ma anche per la sensibilità elevata, ma non assoluta, del test della troponina T, convenzionalmente usato per la diagnosi specifica dell’evento acuto. Un nuovo metodo analitico sviluppato nei laboratori Roche, basato sulla troponina T cardiaca o “a sensibilità molto elevata” (troponina T-hs), potrebbe a breve aiutare a superare l’impasse, aumentando l’accuratezza diagnostica fin dalle primissime fasi e consentendo una migliore stratificazione del rischio individuale nel periodo successivo. Secondo i dati presentati da Micheal Weber della Kerckhoff Clinic–Heart and thorax center di Ban Nauheim (Germania) all’Esc 2009 (Barcellona, Spagna, 29 agosto-2 settembre; Weber M et al. Abstract 282), il test della troponina T-hs sarebbe mediamente in grado di riconoscere la presenza di infarto miocardico con una sensibilità del 96%: superiore del 15% rispetto al test classico (81%). E se ci si concentra sui pazienti valutati nelle prime quattro ore dall’evento lo scarto diventa eclatante: 83% contro 49% di diagnosi corrette per i due test rispettivamente. Lo studio tedesco ha evidenziato, inoltre, come valori particolarmente elevati di troponina T-hs costituiscano un forte indicatore di aumentata mortalità a sei mesi.

fonte ESC 2009

Ateronon pillola al pomodoro anti-infarto

pomodoriUna compressa che promette di prevenire l’infarto grazie a un contenuto di licopene, prezioso antiossidante, pari a quello che si potrebbe assumere mangiando 3 kg di pomodori. Si chiamerà Ateronon. A mettere a punto il nuovo integratore, per ora allo studio in Gran Bretagna, è stato un gruppo di ricercatori della Cambridge Theranostics, una branca biotecnologica dell’università inglese di Cambridge, che ha estratto il licopene contenuto nei pomodori per realizzare una pastiglia capace di far assorbire più facilmente dall’organismo il prezioso antiossidante. Inoltre basterebbe una sola compressa al dì per assumere tanto licopene quanto quello contenuto in 3 chilogrammi di pomodori della variante “tangerine tomato”, coltivata anche in Italia. L’integratore è mirato a eliminare gli accumuli di grasso nei vasi sanguigni, combattendo il colesterolo cattivo Ldl e prevenendo, di conseguenza, infarti e ictus. La sperimentazione su Ateronon è stata illustrata nel corso di un convegno a Londra: gli scienziati hanno fatto assumere una pasticca al giorno per 8 settimane a 150 volontari, riscontrando, alla fine del periodo di test, che nei soggetti del campione era quasi completamente stato eliminato il grasso nelle arterie e si era arrestato il processo di accumulo dei lipidi nel sangue. Certamente questi risultati incoraggianti vanno confermati in più ampi studi, che provino l’efficacia e la sicurezza del prodotto farmaceutico su molte più persone: lo ammettono per primi gli stessi ricercatori. Il dott. Peter Kirkpatrick condurrà altre ricerche su Ateronon all’Addenbrooke’s Hospital di Cambridge e ritiene che le nuove compresse anti-infarto potrebbero in futuro soppiantare le statine come rimedio chimico anti-colesterolo. Il nuovo preparato farmaceutico, contenendo solo sostanze naturali come il licopene, potrebbe in futuro essere venduto nei supermercati, aggirando le procedure più lunghe e complesse d’autorizzazione dei nuovi farmaci: per il ricercatore Gunter Schmidt, tuttavia, le proprietà della pastiglia vanno prese sul serio e non la si deve considerare un integratore alimentare. Il mercato degli integratori e dei supplementi chimici alla dieta è molto florido anche in Italia, dove il fatturato di tali prodotti supera il miliardo di euro considerando le sole vendite delle farmacie. Il rischio di questi preparati chimici, oltre quelli connessi a qualunque pasticca che si ingerisca, è che si sostituiscano a un regime alimentare e a uno stile di vita sani: infatti ben un italiano su tre non segue la dieta mediterranea sostituendola con l’assunzione di integratori alimentari e un mangiare nutrizionalmente scorretto. I nutrizionisti sono, in genere, molto scettici su questa nuova “pasticca al pomodoro”, ritenendo che sia decisamente preferibile affidarsi alla natura piuttosto che alla chimica: le classiche cinque porzioni di frutta e verdura fresche al giorno sono in grado di proteggerci dal colesterolo alto, dall’ictus, dall’infarto e dai più comuni danni cardiovascolari. Per Carlo Cannella, famoso nutrizionista dell’Università la Sapienza di Roma, gli integratori non servono a nulla da soli e, in associazione col cibo, hanno effetti trascurabili. Insomma, anche per una questione di gusto e di soddisfazione nel nutrirsi, è meglio decisamente una bella pizza con la “pummarola” fresca sopra che qualsiasi pillola chimica. Anche dal Centro di medicina Naturale, dell’Ospedale San Giuseppe di Empoli, dicono “no, grazie” al pomodoro in pillole e, in un loro comunicato, dichiarano: “Il pigmento rosso abbondante nel pomodoro, così come in altri vegetali, è già presente in integratori notificati al Ministero. I ricercatori di Cambridge quindi non avrebbero inventato niente di nuovo affermando di aver tradotto in pillole i nostri pomodori. Di interessante c’è invece la ricerca che stanno conducendo, i cui risultati sono solo preliminari, circa la protezione di questo pigmento sull’insorgenza di malattie cardiovascolari. A noi certo fa piacere che siano stati utilizzati pomodori italiani per tale ricerca. Fanno invece meno piacere i toni trionfalistici, che preludono a sbocchi commerciali, con i quali è stata annunciata la “scoperta”. Anche perché la valutazione dei risultati su questo tipo di patologia necessita non solo di grandi numeri ma soprattutto di lunghi tempi di osservazione. Non solo, ma anche di studi osservazionali di carattere epidemiologico, e non solo di clinical trials. Sì, perché solo così potranno essere noti i dati circa gli eventuali rischi di una supplementazione di licopene. Ricordiamo che il licopene è un carotenoide, che si accumula nell’organismo, e che già esistono studi che confermano il rischio di maggiore incidenza di tumori polmonari dovuti all’integrazione di beta carotene”. “Un consiglio estivo? Consumate molti pomodori freschi, in insalata o in succo, certamente italiani, ottimi per la pelle, per la prevenzione dell’acne, per una migliore abbronzatura, e non solo, e mettete in stand by gli integratori di licopene”.

Un virus può causare l’ipertensione

citomegalovirusIl citomegalovirus CMV, un virus molto comune che arriva ad infettare dal 60 al 99% degli adulti, potrebbe favorire l’insorgenza dell’ipertensione: è quanto sostiene uno studio condotto presso l’Harvard Medical School.

Secondo lo studio il virus CMV potrebbe aumentare l’infiammazione dei vasi sanguigni causando ipertensione e se il virus infetta persone che prediligono diete ricche di grassi può favorire l’indurimento delle arterie.

Quando le arterie si induriscono aumenta la probabilità di attacco cardiaco, infarto e malattie renali.
Se come sostiene questo studio, l’ipertensione è causata dal CMV, si può pensare di affrontare l’ipertensione anche con antivirali e vaccini.

Gli autori dello studio hanno lavorato su 4 tipi di topi di laboratorio: 2 gruppi sono stati alimentati con una dieta equilibrata mentre 2 gruppi sono stati alimentati con una dieta molto ricca di grassi. Dopo 4 settimane di questo regime alimentare i ricercatori hanno inoculato il CMV a metà dei topolini della dieta normale e a metà dei topolini dalla dieta ricca di grassi. Dopo 6 settimane, tutti i topolini esposti al virus, di entrambi i gruppi hanno mostrato ipertensione, ma il 30% dei topolini dalla dieta grassa oltre all’ipertensione hanno mostrato anche chiari segni di aterosclerosi.

Fonte Sanihelp.it

Per un pugno di ceci: colesterolo abbassato e cuore protetto.

ceciChi non riesce a tenersi “un cece in bocca” non metterà a rischio solo i segreti altrui ma anche il proprio cuore. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Nutrition and Metabolism, secondo cui i ceci sarebbero in grado di abbassare i livelli del cosiddetto colesterolo “cattivo”.

I risultati. Lo studio australiano ha diviso 47 adulti in due gruppi: al primo è stata assegnata una dieta ricca di ceci, il secondo ha invece seguito una normale dieta di mantenimento. Dopo cinque settimane, i pazienti alimentati con i ceci hanno visto diminuire del 3,9% il colesterolo totale e, dato più importante, del 4,6% i livelli di Ldl, cioè di colesterolo cattivo.

Piatto povero, elementi ricchi. A conferire ai ceci le loro proprietà anti-colesterolo (e quindi la loro capacità di proteggere il cuore) sarebbero non solo le fibre, ma soprattutto magnesio e folato. Questo legume, infatti, pur essendo uno dei piatti poveri della tradizione contadina, di povero ha in realtà ben poco: è ricchissimo di folato, un elemento che contribuisce ad abbassare i livelli di omocisteina, un amminoacido che, quando è in eccesso nel sangue, aumenta il rischio di infarto e ictus. Chi consuma la razione giornaliera consigliata di folato potrebbe ridurre il rischio-infarto del 10% e un solo piatto di ceci fornisce il 70,5% della razione giornaliera di folato. Ma non è tutto: l’abbondanza di magnesio migliora la circolazione sanguigna, l’apporto di ossigeno e sostanze nutritive, mentre una sua carenza è associata all’incidenza di infarti. È anche diminuita l’assunzione di proteine e grassi monoinsaturi, mentre è cresciuta quella di carboidrati. Tutto grazie a un povero pugno di ceci.

fonte SALUTE24.it

Meno sale = più vita!

Tre grammi in meno di sale al giorno determinerebbe una riduzione del 20% nel numero di morti per ictus e del 15% dei morti per infarto. Poiché ogni anno sono 17,5 milioni i morti per infarto e ictus, mezzo cucchiaino di sale in meno al giorno potrebbe permettere di salvare milioni di vite. E’ il messaggio della Federazione cuore. Testimonial d’eccezione il maratoneta Stefano Baldini: ‘il cuore e’ il mio muscolo più forte, avere una dieta sana mi aiuterà a mantenerlo giovane’.

Fonte ANSA – ROMA, 23 SETTEMBRE 2008


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