Posts Tagged 'infezione'

Mirtillo rosso, un aiuto contro le infezioni urinarie

Con il caldo, le possibilità di incappare in un’infezione del tratto urinario aumentano. Spesso l’infezione è generata dal colibatterio Escherichia Coli e viene trattata con gli antibiotici, ma una ricerca inglese del Worchester Polytechnic Institute esalta le qualità dei mirtilli. Il succo di mirtilli infatti impedisce al batterio di aggredire l’epitelio di uretra e vescica. I ricercatori affermano che i risultati dipendono anche dalle dosi, ovvero più mirtillo si consuma più viene indebolito il batterio responsabile dell’infezione. L’attività benefica del mirtillo rosso nella prevenzione e nel trattamento delle infezioni urinarie recidivanti è dovuta alla presenza delle proantocianidine (PAC) specifiche del mirtillo, le quali impediscono ai batteri patogeni di aderire alla mucosa delle vie urinarie, evitando in questo modo lo sviluppo dell’infezione. Un’incredibile quantità di batteri convive con noi. L’apparato urinario non fa eccezione; infatti, anche in condizioni normali l’uretra (basse vie urinarie) ne ospita alcuni del tutto innocui. In particolari condizioni, però, i batteri presenti nelle feci (i più comuni sono l’Escherichia coli, lo Streptococco fecale, lo Staphilococco epidermidis e la Klebsiella) possono contaminare l’uretra, colonizzarla e risalire verso la vescica, provocando l’infezione. La cistite è una patologia molto diffusa; è molto elevata la frequenza nelle donne (a causa della diversa conformazione dell’apparato urinario rispetto a quello maschile), soprattutto se sessualmente attive. La cistite si può presentare in due diverse forme: acuta e recidivante. La sintomatologia è la stessa, ma a differire è la loro tendenza a ripetersi nel tempo.

In ogni caso è possibile prevenire seguendo alcuni semplici consigli pratici:

  1. Bere molto, almeno 2 litri di acqua al giorno, per permettere una diluizione ed un’eliminazione degli agenti patogeni.
  2. Mantenere una corretta igiene intima; l’uso di saponi o agenti cosmetici troppo aggressivi può, al contrario, favorire l’attacco da parte di agenti infetti.
  3. Urinare quando si avverte lo stimolo; è assolutamente sconsigliato trattenere l’urina perché gli agenti patogeni sensibili possono proliferare più facilmente.
  4. Cambiare regolarmente gli indumenti intimi, perché questi ultimi possono essere una sorgente d’agenti infetti.
  5. Curare tutti i problemi di stitichezza; la stitichezza, infatti, può favorire un fermento intestinale che diventa fonte di propagazione di batteri verso le vie urinarie.
  6. La secchezza vaginale sintomatica della menopausa può favorire le infezioni urinarie. Risulta opportuno, in questo caso, chiedere consiglio al proprio medico.

 

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Tumore alla prostata, diagnosi in dieci minuti

Da oggi in soli dieci minuti è possibile dignosticare precocemente il tumore alla prostata. È merito di un nuovo esame del sangue denominato “PsaWatch” in grado di rilevare, nel giro di pochi minuti, la presenza nel sangue di un indicatore del cancro, chiamato “antigene prostatico specifico” o, appunto, Psa.

Il particolare antigene è una proteina, prodotta dalle cellule della prostata, che si riversa nel sangue quando l’organo è danneggiato. Nel caso di un’elevata quantità di Psa c’è maggior rischio di ammalarsi di tumore, ma la causa potrebbe essere legata anche a una più semplice infezione prostatica: per questo è necessario sottoporsi ad altri esami per appurare se effettivamente si è in presenza di un carcinoma.

Rispetto al tradizionale esame del sangue, il test “PsaWatch” consente la conoscenza del responso in soli dieci minuti in quanto necessita soltanto di una goccia di sangue e di un dispositivo portatile per analizzarla. Questo esame, secondo Tim Larner, urologo della Brighton e Sussex University Hospitals Nhs Trust, è particolarmente indicato “per i pazienti che vogliono monitorare attivamente i loro livelli di Psa e per i pazienti che necessitano di questo monitoraggio regolare per misurare la progressione della malattia e l’efficacia dei trattamenti”.

Fonte SALUTE24.it

Puntura accidentale con ago abbandonato nell’ambiente

siringaLa puntura o ferita con aghi abbandonati nell’ambiente (strada, spiaggia, giardini, spazzatura), è causa tutt’altro che rara di accesso alle strutture sanitarie, specie di Pronto Soccorso. Essa può avvenire sia in ambito occupazionale, per esempio negli operatori ecologici, che, in ambito non occupazionale, ed è solitamente associata ad inquietudine e preoccupazione nell’esposto o, in caso di bambini, nei genitori.

Nonostante la plausibilità biologica e la possibilità sperimentale di isolare virus dal sangue contenuto nei sistemi ago-siringa (anche dopo un periodo di alcuni giorni e a diverse temperature o gradi di umidità), non è mai stato documentato alcun caso di infezione da HIV, ed in realtà neanche da HBV o HCV, in seguito ad esposizione con aghi abbandonati nell’ambiente.

Dal punto di vista teorico il rischio di infezione attraverso questa modalità dipende dalla probabilità che l’ago in questione sia stato utilizzato da una persona infetta (praticamente dalla prevalenza di infezione tra i tossicodipendenti) e dalla carica virale in grado di trasmettere l’infezione che residua nel tempo nel sangue contenuto nell’ago. La bassa probabilità che il sangue coagulato eventualmente contenuto nell’ago contenga particelle virali ancora infettanti è la principale spiegazione della mancanza di casi documentati attraverso questa modalità di trasmissione. Nella valutazione epidemiologica, va inoltre considerato l’effetto “meccanico” di rimozione del materiale contaminato che l’ago spesso subisce nell’attraversare indumenti prima di penetrare la cute.

Per tali motivi la Profilassi Post-Esposizione dopo questo tipo di esposizione non è generalmente presa in considerazione e il counselling degli esposti attraverso questa modalità deve pertanto tendere essenzialmente a rassicurare.

La ricerca dell’HIV e il test anticorpale sul materiale residuo nella siringa non sono raccomandati.

Fanno eccezione le raccomandazioni del Gruppo pediatrico SIDA e della Sottocommissione clinica della Commissione federale per i problemi inerenti l’AIDS della Federazione Svizzera, Cantone Italiano, nelle quali si suggerisce il ricorso alla Profilassi Post-Esposizione quando la siringa contenga “sangue fresco visibile e la ferita sia profonda o l’utilizzatore sia noto come soggetto con infezione da HIV“.

TESTS DA ESEGUIRE

– entro una settimana dalla puntura, anti-HIV, HBsAg, anti-HBs, anti-HBc [immunoglobulina M (IgM) ed immunoglobulina G (IgG)], anti-HCV e transaminasi (per escludere una infezione da HCV o HBV preesistente);

– a 30 giorni dalla puntura HCV RNA qualitativo (per cogliere in fase precoce una eventuale infezione da HCV);

– a 3-4 mesi dalla puntura, anti-HIV, anti-HCV e transaminasi (per escludere definitivamente l’infezione da HIV e HCV);

– a 6 mesi dalla puntura, HBsAg, anti-HBs, anti-HBc (per escludere definitivamente l’infezione da HBV);

RISULTATI

Il soggetto è considerato infetto da virus dell’epatite C se risulta anti-HCV positivo;

il soggetto è considerato infetto da virus dell’AIDS se risulta anti-HIV positivo;

il soggetto è considerato infetto da virus dell’epatite B se risulta HBsAg positivo, anti-HBs negativo e anti-HBc positivo. Il soggetto è considerato come non infetto e non protetto se risulta: HBsAg negativo, anti-HBs negativo e anti-HBc negativo. Il soggetto è considerato come protetto (dalla vaccinazione) se risulta: HBsAg negativo, anti-HBs positivo e anti-HBc negativo, e come protetto (dal superamento dell’infezione) se risulta: HBsAg negativo, anti-HBs positivo e anti-HBc positivo.

PROFILASSI POST-ESPOSIZIONE (PPE)

Se il soggetto è HBsAg positivo e non è vaccinato, la PEP prevede una somministrazione di immunoglobuline (Ig) entro 48-72 h dall’incidente e, contemporaneamente, la somministrazione della prima dose di vaccino.

Se il soggetto è HIV positivo, la profilassi post-esposizione deve essere iniziata al più presto possibile, possibilmente entro 4 ore dall’infortunio e, comunque, non oltre le 72 ore. Grazie alla profilassi, c’è una buona probabilità che il virus non riesca a diffondersi a sufficienza per sopravvivere e venga eliminato dall’organismo. La profilassi consiste in un trattamento farmacologico simile alla HAART (Highly Active Antiretroviral Therapy), la terapia antiretrovirale seguita dalle persone già contagiate da HIV, ma che, invece, ha lo scopo di ridurre la probabilità di contagio dopo una possibile esposizione.

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