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Infarto cardiaco

Infarto cardiacoCos’è? | Si verifica quando l’irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco (miocardio) diminuisce o viene a mancare in seguito all’occlusione di una o più arterie coronariche. L’infarto miocardico è una malattia che colpisce più di duecentomila italiani all’anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte. Se l’infarto colpisce solo una zona limitata del muscolo cardiaco, le conseguenze non sono gravi. Se la lesione del muscolo cardiaco è molto estesa, può provocare la morte o un’invalidità (di grado variabile).

Quali sono le cause? | Le arterie coronarie normali appaiono come dei tubi puliti. Ma vi sono dei fattori di rischio che predisporre alla formazione di lesioni aterosclerotiche che alterano le arterie.

Molti sono i fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di infarto miocardico:

1.Età | L’aterosclerosi coronarica, come quella degli altri distretti vascolari, è una malattia di tipo degenerativo, dovuta essenzialmente alla inevitabile senescenza dei vasi; per cui si dice comunemente, non a torto, che abbiamo l’età dei nostri vasi; ed a dispetto di ogni disperata ricerca di ringiovanimento esteriore ed estetico, nessuno può venderci la pillola della giovinezza;

2.Precedenti familiari di infarti | Le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei familiari, per cui si finisce con l’ereditare la predisposizione ad ammalare, ed i discendenti di coronaropatici vanno guardati con particolare attenzione; 

3.Sesso | Per quanto riguarda il sesso, le donne, soprattutto in età feconda, sono relativamente protette rispetto agli uomini dalla aterosclerosi coronarica. Gli indici tendono poi gradualmente a livellarsi dopo la menopausa. Con una Ebct (tomografia a fascio di elettroni) sono state analizzate 541 donne con età media di 48 anni. Quelle in cui l’esame aveva rivelato calcificazioni iniziali (non visibili con esami radiografici tradizionali) dell’aorta e delle arterie coronarie sono andate incontro ad infarto od altra malattia coronarica nei 15 anni successivi l’esame. Un risultato inquietante questa capacità predittiva dell’esame che, proprio per questo, è una formidabile arma di prevenzione. Tutte le donne che hanno modificato il loro stile di vita a rischio (alimentazione ipercalorica e con eccesso di grassi animali) e hanno riportato nei limiti di sicurezza i valori di colesterolo cattivo (LDL) ed elevato quelli del buono (HDL) hanno abbassato il rischio di malattia cardiaca. Va anche detto, però, che l’infarto nelle donne tende ad essere in genere più grave rispetto a quello dei maschi.

4.Livello di colesterolo elevato | I grassi sotto accusa sono il colesterolo totale, la sua frazione LDL ei trigliceridi, il cui tasso aumentato nel sangue è un sicuro fattore di rischio; è un rischio anche la diminuzione del tasso di un’altra frazione del colesterolo, l’ HDL, che ha funzioni protettive. L’ipercolesterolemia di per sé non è una malattia, ma solo un fattore di rischio ed il colesterolo non è un veleno, ma anzi è un costituente fondamentale di tutte le cellule dell’organismo. Il guaio è che per cattive abitudini alimentari il suo livello risulta abnormemente elevato; ciò, sul lungo periodo, può risultare dannoso. I livelli desiderabili di colesterolo sono intorno ai 200 mg/ml ed il dosaggio della colesterolemia rientra in una buona prassi di medicina preventiva, soprattutto nelle fasce di età a rischio (fra i 40 ed i 70 anni), anche se oggi sembra opportuno porsi il problema del suo controllo fin dall’infanzia. E’ dubbio, invece, se valga la pena di effettuare ripetute e frequenti determinazioni del colesterolo in soggetti ultrasettantenni e spesso ottuagenari, anche se è dimostrato che la riduzione della colesterolemia è utile anche in età avanzata. Quello che va evitato è lo stato di ansia e di preoccupazione con cui taluni soggetti in tarda età e spesso abbondantemente di là del rischio “inseguono” affannosamente il loro tasso di colesterolo.

5.Ipertensione
 
6.Diabete 

7.Obesità | Piuttosto che di obesità è meglio parlare di eccesso ponderale. L’eccesso ponderale si accompagna con grande frequenza ad aumento della pressione, della glicemia, dei grassi nel sangue, ed a riduzione dell’attività fisica; inoltre, è un grosso fardello che affatica inutilmente il cuore. Secondo dati recenti nel mondo occidentale circa il 30% della popolazione avrebbe un eccesso ponderale di varia entità. Va precisato, a questo proposito, che si parla di obesità quando il peso corporeo superi del 15% il peso ideale.
La determinazione del peso ideale si ottiene con varie formule. Un criterio abbastanza diffuso definisce come peso ideale il numero di chili pari ai centimetri oltre il metro di statura (quindi, per un uomo alto 1,80 m. il peso ideale sarebbe 80 chili), ma questo criterio è forse più adatto al ventenne che svolga attività fisica; per un sessantenne sedentario appare eccessivamente generoso, e sarebbe consigliabile una riduzione di almeno il 10%. E’ stato anche sicuramente dimostrato che l’aumento del peso del 20% rispetto a quello ideale nei soggetti di media età raddoppia l’incidenza di malattie delle coronarie, e la triplica se l’obesità si accompagna a ipercolesterolemia o ipertensione. Gli obesi malati di cuore vivono in media 4 anni di meno del cardiopatico di peso regolare. L’essere fortemente sovrappeso anticipa poi di 7 anni l’inizio della malattia in chi è predisposto. Negli Stati Uniti è stato anche calcolato che se si riuscisse a debellare il cancro la vita si allungherebbe di meno di due anni, mentre se si eliminasse l’obesità si allungherebbe di 5 anni.

8.Fumo

9.Stress | L’importanza dello stress è generalmente sopravvalutata dai pazienti. In gran parte ciò è dovuto al fatto che è un termine che ha trovato grande successo e diffusione, essendo chiamato in causa per situazioni molto diverse. Essendo utopistico e irrealizzabile l’intento di modificare positivamente l’ambiente in maniera sostanziale, è chiaro che i nostri sforzi sono diretti alla individuazione ed alla eventuale modificazione di quei tratti della personalità che, sottoposti all’influenza ambientale, possano costituire un fattore di rischio per gli eventi coronarici. Numerosi ed approfonditi studi hanno individuato uno specifico atteggiamento comportamentale, definito come personalità di tipo A, che costituisce un sicuro fattore di rischio coronarico. Gli elementi costitutivi del comportamento di tipo A sono rappresentati da una costellazione di atteggiamenti caratteriali che contribuiscono nel loro insieme a determinare uno specifico tipo di personalità.
In sintesi, i tratti distintivi del comportamento di tipo A sono la fretta, l’impazienza, l’eccessiva competitività ed un certo grado di ostilità verso l’ambiente sociale, lavorativo e familiare. Nell’ambito di una strategia riabilitativa globale, in cui gli atteggiamenti psicologici hanno un ruolo fondamentale, la ripresa graduale delle proprie attività, con un’ottica diversa e con una mentalità diversa, favorisce il totale reinserimento sociale, la chiusura di un periodo della vita difficile ed oscuro, culminato con un grave “incidente”, e l’inizio della ricostruzione psico-fisica del paziente, su nuove basi. Sul piano pratico è consigliabile adottare una serie di atteggiamenti di difesa, che potrebbero essere riassunti nei seguenti consigli: eliminare l’eccesso di lavoro; affrontare e risolvere un problema alla volta; crearsi se è possibile un hobby.

10.Sedentarietà | Il tema della sedentarietà, intesa come ridotta attività fisica, è strettamente connesso con quello dell’eccesso ponderale. Una riduzione del dispendio calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un accumulo di grasso ed aumento di peso.”. Accurate indagini statistiche effettuate in un numero rilevante di pazienti hanno consentito di verificare che l’attività fisica si traduce in una diminuzione significativa del rischio cardiovascolare, sia nella prevenzione primaria, cioè nell’evitare un primo infarto, sia, e soprattutto, nella prevenzione secondaria, cioè nell’evitare un secondo infarto in chi ne abbia già subito uno. I meccanismi attraverso i quali l’attività fisica induce effetti benefici sono ben noti, e sono sia diretti che indiretti. Direttamente, l’allenamento fisico, cioè un’attività fisica regolare e costante, produce effetti benefici mediante la riduzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa sotto sforzo, con conseguente risparmio del consumo di ossigeno del muscolo cardiaco, una migliore utilizzazione dell’ossigeno da parte dei muscoli scheletrici, un miglioramento della capacità lavorativa globale, uno spostamento del controllo nervoso del cuore a vantaggio del vago, sistema frenatore e di risparmio, a discapito del simpatico, sistema acceleratore e dispendioso, un innalzamento della soglia a cui compaiono ischemia ed angina durante lo sforzo, ed aritmie minacciose. Indirettamente, l’attività fisica ha effetti benefici attraverso un aumento del colesterolo protettivo HDL, una riduzione dell’aggregabilità delle piastrine, una riduzione della pressione arteriosa, degli ormoni circolanti che stimolano il cuore, della glicemia nel diabete e dei trigliceridi, dell’obesità, dell’abitudine al fumo. Non c’è dubbio, quindi, che l’attività fisica vada incoraggiata ed incrementata e che al contrario la vita sedentaria vada evitata invertendo, così, la radicata tendenza che imponeva periodi di lunga e pressoché completa, e talora definitiva inattività agli infartuati.

Nella maggior parte dei casi, l’infarto miocardico è dovuto alla formazione di un grumo di sangue (coagulo) che ostruisce un’arteria coronarica. Si tratta in questo caso di una trombosi coronaria. E’ più raro che la contrazione temporanea (spasmo), di un’arteria coronaria possa scatenare un infarto.

Quando si verifica | L’infarto è in genere la conseguenza drammatica di una malattia che è iniziata molti anni prima senza manifestarsi fino a quel momento; le cause scatenanti, che in un determinato momento fanno bruscamente precipitare una situazione mantenuta in equilibrio fino ad un istante prima sono assai variabili e non sempre identificabili. Talora il dolore si verifica durante un intenso sforzo fisico compiuto da un soggetto non allenato: la partita di calcio “scapoli-ammogliati” effettuata magari dopo un anno di lavoro a tavolino e magari sotto il solleone e dopo abbondanti libagioni, è responsabile di molte precoci vedovanze. A volte, in associazione ad uno stress psicologico intenso e prolungato, come conflitti o litigi nell’ambito familiare o lavorativo; talora si tratta di forti ed improvvise emozioni a contenuto sgradevole, come aggressioni, rapine, coinvolgimento in incidenti stradali ed in disastri come terremoti, alluvioni, incendi, etc. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi non si riesce ad individuare il meccanismo scatenante dell’evento infartuale, e va anzi ricordato che studi ormai numerosi di cronobiologia hanno dimostrato in maniera inconfutabile che il maggior numero di infarti si verifica nelle primissime ore del mattino quando il paziente è in completo riposo. Gli infarti fatali avrebbero, inoltre, una stagionalità tra dicembre e gennaio.

Quali sono i sintomi? | La parola angina introduce l’elemento soggettivo della sofferenza ischemica del muscolo cardiaco: il sintomo dolore. Sia l’ischemia che l’infarto generalmente provocano dolore anginoso, ed in genere il dolore dell’infarto è più intenso e soprattutto più prolungato. Il primo sintomo dell’infarto cardiaco è il dolore, si manifesta come un senso di fastidio al petto. La sensazione di oppressione, compressione, dolore o peso nel centro del petto si può irradiare alle spalle, al collo, alle braccia o alla schiena. Spesso l’infarto si rivela con l’insieme dei seguenti sintomi: Abbondante sudorazione fredda nella parte superiore del corpo, stordimento, mancanza di fiato e nausea.  La mancanza di fiato è dovuta all’impossibilità del cuore di pompare in modo efficace e determina, in alcuni pazienti, una sensazione di oppressione al petto come una corda che stringe. Se si è in grado di riconoscere i sintomi dell’angina e dell’infarto, si potrà essere in grado di salvare la vita a se stessi o agli altri. Se invece non si riconoscono i sintomi o si attribuiscono ad un altro disturbo (un’indigestione…) il trattamento dell’infarto arriverà troppo tardi. Purtroppo, in una buona percentuale di casi, sia l’ischemia che l’infarto possono non accompagnarsi a dolore: condizioni queste rispettivamente definite ischemia silente ed infarto silente. La prognosi, il decorso ed il rischio dell’ischemia e dell’infarto silente non differiscono sostanzialmente dalle forme che si accompagnano a dolore; non si tratta di forme “lievi” della malattia; anzi, l’assenza di un campanello di allarme come il dolore può esporre in definitiva il paziente ad un rischio maggiore.

Qual è la differenza tra infarto ed ischemia? | S’intende per ischemia lo stato di sofferenza del muscolo cardiaco non sufficientemente irrorato. C’è una differenza fondamentale tra infarto ed ischemia. L’infarto è un’interruzione totale del flusso del sangue al cuore, i cui sintomi durano più di 15 minuti, non scompaiono con il riposo o con i farmaci (con la nitroglicerina sono solo alleviati) ed una parte del muscolo cardiaco incomincia a morire. E’, quindi, una condizione stabile ed irreversibile. L’ischemia è transitoria e reversibile; consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue ossigenato al cuore; i sintomi durano pochi minuti e si possono alleviare con il riposo o con i farmaci. Ciò che determina il punto di passaggio fra ischemia ed infarto è la durata dell’assenza di flusso; infatti, il muscolo cardiaco riesce a tollerare l’assenza di irrorazione per un tempo limitato (meno di 30 minuti), al di là del quale comincia ad andare in necrosi, a morire. Nella maggioranza dei casi, l’ischemia si determina quando, a fronte di una maggiore richiesta di ossigeno e materiali nutritivi, e quindi di un aumento di flusso, determinata da un’attività fisica più o meno intensa, questa richiesta non può essere soddisfatta a causa dei restringimenti (stenosi) prodotti all’interno delle arterie coronarie dalla malattia aterosclerotica. Si crea così una discrepanza transitoria fra necessità di apporto e possibilità di adeguamento dei flussi; questa è la condizione detta “angina da sforzo”.

Cosa succede nella zona del cuore in cui le cellule sono morte? | In alcuni casi di infarto la porzione di parete del muscolo cardiaco non più contrattile, cicatriziale ed assottigliata, protrude durante la contrazione (in sistole), dando luogo a quello che si definisce aneurisma ventricolare. Questa, comunque è una conseguenza abbastanza rara dell’infarto; generalmente, invece, l’assottigliamento della zona infartuata, pur senza dar luogo all’aneurisma, finisce col provocare un’alterazione più o meno grave della geometria ventricolare, che risponde a precise e rigorose leggi fisiche, ed un deterioramento della funzione meccanica della pompa. E’ intuitivo che le conseguenze “meccaniche” dell’infarto saranno tanto più gravi quanto più estesa è la zona assottigliata e non contrattile; generalmente, si ritiene che l’infarto sia più o meno grave in relazione alla sede (anteriore, o posteriore o inferiore). Tradizionalmente si ritiene che l’infarto posteriore o inferiore sia meno grave di quello anteriore; questo potrà anche essere vero, ma la cosa più importante nel determinare la prognosi sia immediata sia a distanza dell’infarto non è tanto la sua sede, quanto la sua estensione. È meglio, quindi, sotto questo aspetto, distinguere infarti piccoli e circoscritti da infarti estesi. Inoltre, i danni meccanici prodotti da un eventuale secondo infarto, soprattutto se questo interessa una zona diversa dal precedente, si sommano a quelli provocati dal primo.

Quando consultare il medico? | Ogni sintomo che segnali l’inizio di un infarto impone l’immediata consultazione del medico. Se il medico non è rintracciabile, chiamare un’ ambulanza e raggiungere immediatamente il pronto soccorso dell’ospedale più vicino.

Cosa fanno al pronto soccorso? | Una volta chiarito che il confine fra ischemia ed infarto è solo temporale, e che vi sono dei tempi, anche se ristretti, e dei mezzi che consentono di arrestare l’evoluzione dell’ischemia in infarto, si capisce bene l’importanza del fattore tempo. Gli specialisti del pronto soccorso, dopo un elettrocardiogramma di conferma, avvieranno subito le analisi del sangue per dosare gli enzimi liberatisi durante l’infarto dal muscolo cardiaco (mioglobina, troponina, GOT, GPT, LDH, CK, CKMB).

Qual è la terapia per l’infarto miocardico? | Fino a poco tempo fa la terapia consisteva essenzialmente nell’alleviare il dolore e nel trattare le complicanze precoci. La moderna terapia della malattia coronarica si basa su tre cardini: le cure mediche (nuovi farmaci, conosciuti con il nome di trombolitici, permettono oggi di sciogliere rapidamente i grumi di sangue all’origine della maggior parte degli infarti), la chirurgia del bypass aorto-coronarico, e la dilatazione con palloncino delle coronarie stenotiche (angioplastica coronarica).

Come evitare l’infarto miocardico?

  • Smettere di fumare;
  • Mantenere il peso ideale;
  • Alimentarsi con cibi poveri di grassi animali;
  • Praticare un esercizio fisico regolare e senza eccessi;
  • Mantenere a livelli normali la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia.

Si può ritornare ad una vita normale?

Un infarto piccolo non ha conseguenze gravi. La riabilitazione ed una terapia appropriata permetterà al muscolo cardiaco di riprendere la propria funzione e lascerà solo strascichi trascurabili. Il 50% delle persone colpite da un infarto miocardico ritornano ad una vita normale nel giro di pochi mesi.

I numeri del cuore italiano
300: casi di infarto ogni 100.000 abitanti;80.000: infarti diagnosticati ogni anno;8%:casi di reinfarto ad un anno dal primo evento;

200.000: persone con fibrillazione atriale… delle quali;

Il 5-7%: lamenta, ogni anno, embolie cerebrali con decadimento delle funzioni cognitive sino alla demenza;

250: casi di ictus ogni 100.000 abitanti;

35-40%: casi di ictus in meno con la riduzione di 5-6 mmHg di pressione sistolica;

1.000.000: sopravvissuti ad almeno un infarto.

a cura del Centro per la Lotta Contro l’Infarto

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Il sale e la dieta: peggio di quanto si pensi

saleLa correlazione tra il sale, l’ipertensione e le malattie cardiovascolari (CVD) è stata ormai confermata in numerosi studi epidemiologici e di intervento e sul modello animale: una riduzione del sale dal corrente uso di 10-12 g/die  ai livelli raccomandati di 5-6 g/die può avere un effetto benefico significativo non solo sulla riduzione della pressione e delle CVD, ma anche su altre patologie. Nei Paesi industrializzati approssimativamente l’80% del sale proviene dalla trasformazione degli alimenti e su questo processo si deve agire nel settore della preparazione industriale, anche perché ciò non richiederebbe particolari modificazioni dello stile di vita da parte del consumatore. Tuttavia, ciò non esclude che – laddove il sale venga aggiunto nella preparazione del cibo e durante il pasto – si debbano organizzare campagne  educazionali sulla popolazione. In una importante review pubblicata sul Journal of Human Hypertension (JHH) del giugno 2009[1] vengono analizzati i danni provocati  dal sale, non solo sulla pressione arteriosa, ma anche sul rischio di stroke, di ipertrofia ventricolare sinistra, di malattia renale. La dieta ricca di sale esplica inoltre un effetto sfavorevole  sull’obesità, sulla calcolosi renale, sull’osteoporosi e probabilmente è una della cause maggiori di morte per  cancro dello stomaco, come risulta da uno studio effettuato in 39 differenti popolazioni residenti in 24 nazioni (forse per un’azione facilitante sull’impianto dell’Helicobacter Pilori). La review analizza l’impiego del sale nelle industrie di trasformazione in vari Paesi dell’area occidentale, i motivi di resistenza di tali industrie ad un suo minore impiego, ed analizza le strategie che si stanno sviluppando in vari Paesi per affrontare il problema. Lo stesso numero del JHH pubblica un piccolo studio  in cui una dieta DASH a basso contenuto di sodio riduce lo stress ossidativo nell’animale e nell’uomo sodio sensibili (ma non in quelli sodio resistenti) molto più della dieta DASH classica; migliora inoltre la funzione vascolare[2]. Per certi versi a conclusioni simili sono giunti alcuni ricercatori cinesi, che su 1.906 soggetti non diabetici sottoposti prima ad una dieta povera di sodio e poi ad una dieta ricca di sodio hanno dimostrato che la riduzione dell’introito di sale  può essere una componente molto  importante nel ridurre la pressione arteriosa in soggetti esposti a rischi multipli di sviluppare una sindrome metabolica, ma soprattutto che questi soggetti o quelli con sindrome metabolica conclamata presentano una maggiore sensibilità  al sodio[3].

Fonti

1-JHH (2009) 23, 363-384;

2-JHH(2009) 23, 1-10;

3-Lancet 2009; 373: 829-35

Un virus può causare l’ipertensione

citomegalovirusIl citomegalovirus CMV, un virus molto comune che arriva ad infettare dal 60 al 99% degli adulti, potrebbe favorire l’insorgenza dell’ipertensione: è quanto sostiene uno studio condotto presso l’Harvard Medical School.

Secondo lo studio il virus CMV potrebbe aumentare l’infiammazione dei vasi sanguigni causando ipertensione e se il virus infetta persone che prediligono diete ricche di grassi può favorire l’indurimento delle arterie.

Quando le arterie si induriscono aumenta la probabilità di attacco cardiaco, infarto e malattie renali.
Se come sostiene questo studio, l’ipertensione è causata dal CMV, si può pensare di affrontare l’ipertensione anche con antivirali e vaccini.

Gli autori dello studio hanno lavorato su 4 tipi di topi di laboratorio: 2 gruppi sono stati alimentati con una dieta equilibrata mentre 2 gruppi sono stati alimentati con una dieta molto ricca di grassi. Dopo 4 settimane di questo regime alimentare i ricercatori hanno inoculato il CMV a metà dei topolini della dieta normale e a metà dei topolini dalla dieta ricca di grassi. Dopo 6 settimane, tutti i topolini esposti al virus, di entrambi i gruppi hanno mostrato ipertensione, ma il 30% dei topolini dalla dieta grassa oltre all’ipertensione hanno mostrato anche chiari segni di aterosclerosi.

Fonte Sanihelp.it

Sindrome metabolica: sono quattro milioni gli italiani a rischio

IN PIAZZA (tranne a Marsala!) PER LA PREVENZIONE IL 25 E 26 APRILE

manifestazione-25-26-aprile-2009La dieta mediterranea non può tutto: oltre la metà della popolazione italiana è in sovrappeso, e oltre 4 milioni di italiani risultano obesi. Un italiano su 3, poi, soffre di ipertensione arteriosa e 1 su 5 di ipercolesterolemia, e intanto raddoppiano i casi di diabete di tipo 2, quello insulino-resistente tipico dell`età adulta. Anche la salutare dieta mediterranea nulla può, spiegano gli esperti, davanti a 8-10 ore di completa sedentarietà in ufficio. L`unica arma per combattere obesità, diabete, colesterolo e ipertensione, affermano gli esperti, è la prevenzione. Ed è per prevenire queste patologie che nasce la seconda edizione di “Rimisuriamoci. Togli centimetri, aggiungi salute“, la campagna indetta dalla Croce Rossa e dalle farmacie del network Valore Salute per prevenire la sindrome metabolica, una patologia molto diffusa che ha come punto di partenza proprio l`obesità e il sovrappeso.

Il 25 e 26 aprile, in circa 350 piazze italiane, saranno istallate tende da campo della Croce Rossa Italiana dove, dalle 9 del mattino in poi, grazie alla presenza dei volontari della CRI e dei medici della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale), si potrà fruire dei seguenti servizi gratuiti:

– a digiuno, misurazioni di peso corporeo, statura e girovita; calcolo dell`Indice di Massa Corporea (IMC); misurazione di pressione arteriosa, glicemia, colesterolemia e trigliceridemia;

consulto medico, nel corso del quale saranno messi in rilievo i fattori di rischio emersi dallo screening effettuato. Si procederà poi alla compilazione della scheda di riepilogo di tutti i dati rilevati, sui quali le persone interessate potranno riflettere per modificare, sotto la guida del proprio medico, i comportamenti erronei che espongono agli effetti della sindrome metabolica (obesità, diabete, colesterolo, ipertensione);

– distribuzione gratuita del libro “Cibo & Salute”, curato da Giuliano Da Villa, consigliere del Commissario CRI e curatore della Campagna, che fornisce una guida pratica per la scelta dei cibi – non solo dal punto di vista energetico, ma anche dei nutrienti (proteine, carboidrati, grassi, vitamine e minerali), indispensabili per la salute – e per lo svolgimento dell`attività fisica giornaliera, elemento fondamentale per il buon mantenimento del nostro corpo, ma anche della mente e dell`umore.

Per conoscere l`elenco delle piazze in cui sarà possibile partecipare alla campagna di prevenzione, visitare la pagina 415 del Televideo o andare sul sito www.cri.it o su http://www.valoresalute.it.

La campagna continuerà anche al termine delle due giornate: il primo sabato di ogni mese, fino al 31 dicembre 2009, sarà possibile recarsi, a digiuno, in una delle farmacie che espongono il marchio Valore Salute per proseguire l`iniziativa di screening e “rimisurare” – sempre gratuitamente – le persone già testate il 25 ed il 26 aprile o quelle che non hanno avuto l`opportunità di farsi controllare.

Insonnia e ipertensione: quando dormire poco fa male al cuore

Insonni cronici, e per giunta ipertesi. Dormire poco e male farebbe aumentare il rischio di ipertensione: a dimostrarlo è una ricerca americana pubblicata sulla rivista Sleep. Tra i soggetti che si sono sottoposti ai test – 1.741 tra uomini e donne di un’età media di 49 anni che hanno trascorso una notte presso il laboratorio del sonno e hanno risposto a un questionario sulla loro qualità del riposo – è stato riscontrato un costante legame tra insonnia cronica e alti valori di pressione arteriosa: studi precedenti avevano infatti dimostrato che una breve durata del sonno è associata all’ipersecrezione di cortisolo e all’aumento della frequenza del battito cardiaco, condizioni che possono condurre all’insorgenza di disturbi cardiovascolari. “Per anni siamo stati a conoscenza del fatto che gli insonni corrono alti rischi per quanto riguarda depressione e altri disordini psichiatrici – afferma Alexandros N. Vgontzas, coordinatore della ricerca – e adesso stiamo approfondendo i legami con altre complicazioni legate alle patologie cardiovascolari”. Si tratta di una correlazione non misurabile, per il momento, per cui sono previste ulteriori ricerche. Dormire almeno sei ore per notte, quindi, è il consiglio dei medici, per garantire all’organismo il giusto riposo e prevenire una serie di disturbi, tra i quali anche l’obesità e il diabete, correlati all’abitudine a trascorrere le notti in bianco.

fonte SALUTE24.it

Pressione alta: dai piselli dell’orto una proteina per ridurla

piselliC`è quello odoroso, il pisum sativum, quello verde, familiare alle zuppe degli italiani, quello “mangiatutto”, conosciuto come taccola, del quale si gustano insieme seme e baccello. Adesso c`è anche una varietà salva-reni. La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori canadesi che armati di rastrello e microscopio hanno messo su una serra coltivata con la comunissima varietà di piselli da giardino. Constatando che sono buoni per il palato ma anche per abbassare la pressione alta ed contrastare i danni nella malattia renale cronica.  

Da Mendel al Dna – Lo studio presentato durante il 237esimo Meeting della Società Americana di Chimica in corso a Salt Lake City, nello Utah, è un`ulteriore conferma che l`orto è fonte di benessere. Per la prima volta i ricercatori si sono trovati davanti una sostanza del tutto naturale in grado di alleviare i problemi a carico dei reni. L`intuizione è venuta a partire dalle mille proprietà riconosciute al legume: fonte di proteine nobili, ricco di fibre e vero giacimento di vitamine. Una miniera di salute, insomma, contenuta in una membrana appetitosa ma povera di grassi e colesterolo. La selezione tra le decine di specie diverse è caduta proprio sul pisum sativum, il pisello odoroso sul quale il padre della genetica Gregory Mendel sperimentava i suoi incroci. Dalla sua varietà da giardino di colore giallo è stata estratta una proteina in grado di contrastare l`ipertensione.

 

Lo studio – Dai piselli gialli i biologi hanno estratto la miscela salva-pressione, costituita da una proteina idrolizzata del legume. Introdotta nella dieta di cavie colpite da policistosi renale, ha ridotto la pressione sanguigna del 20%. Un sollievo per i reni sotto attacco, che hanno cominciato a lavorare meglio, filtrando le tossine del plasma con più efficienza. “Nelle persone con pressione arteriosa alta la nostra proteina potrebbe ritarda o impedire l`insorgenza di danni renali”, ha spiegato Rotimi Aluko, chimico dell`Università di Manitoba, in Canada, che ha diretto la ricerca.

 

Obiettivo nutraceutico – Zuppe e sformati a base di legumi, però, non sono sufficienti ad aiutare l`organismo. Le proteine in questione sono infatti inattive e vanno “stimolate” con particolari enzimi. L`obiettivo dei ricercatori è di arrivare entro un anno alla creazione di un prodotto per l`uomo, un estratto in polvere da sciogliere in acqua, una compressa o un integratore alimentare. Una formula, promette Aluko, senza le controindicazioni “sociali” provocate dai legumi. “Niente gas”, ha precisato il ricercatore, ma solo gli effetti benefici per la pressione.

 

I numeri – L`ipertensione come causa di insufficienza renale cronica è infatti spesso sottovalutata. Invece, circa l`8% dei danni ai reni arriva proprio dalla pressione alta. In Italia sono oltre 15 milioni le persone affette da quadri più o meno gravi di ipertensione arteriosa, 3 milioni non sanno di essere ipertesi. Cinque milioni sono invece gli italiani con insufficienza renale, una cifra che cresce al ritmo di 10 mila casi l`anno.

 

fonte SALUTE24.it

Pizze e panini: poco magnesio, e il corpo soffre

paninoUn panino, patatine fritte, una bibita gassata e via. Mentre il girovita, vittima dei ritmi frenetici della città, si allarga, l’assunzione giornaliera di magnesio si riduce. Più del 20% degli italiani, infatti, seguirebbe giornalmente una dieta povera di questo oligoelemento fondamentale per il nostro benessere. E il conto da pagare per la salute risulterebbe molto salato: dall’insonnia fino al diabete, dal mal di testa fino alla tachicardia, arrivando all’osteoporosi.

Regista silenzioso della salute metabolica – Così Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell`ospedale San Raffaele di Milano, definisce il magnesio. Si tratta infatti di un macrominerale che si comporterebbe come uno ‘starter’ in grado di catalizzare ben “oltre trecento reazioni enzimatiche” all’interno dell’organismo. Ecco perché non assumerne abbastanza potrebbe comportare numerosi problemi per il nostro benessere psicofisico. Sfera neuro-psichica, neuro-vegetativa e gastrointestinale: queste le tre principali maxi-aree colpite da una assunzione giornaliera di magnesio al di sotto dei 350 milligrammi (quantità raccomandata) .

Osteoporosi e sindrome metabolica – Essere a corto di magnesio, secondo i risultati delle ultime ricerche, aumenterebbe il rischio di ammalarsi di osteoporosi e di sindrome metabolica: “Insieme al calcio – spiega Graziottin – il magnesio è un fattore attivo nella formazione di osteoblasti, le cellule specializzate nella costruzione del tessuto osseo. Per questo, assumere la quantità di magnesio raccomandata può aiutare a prevenire l’osteoporosi”.

Diabete e ipertensione – La carenza di magnesio sarebbe stata riscontrata nei diabetici di tipo 2 in misura significativamente superiore rispetto alle persone sane (13-48% circa contro 2-15%). Coloro che presentano uno squilibrio nell’assunzione di magnesio sarebbero, dicono gli esperti, anche meno sensibili all’insulina, avrebbero la glicemia più alta e una forte tendenza a essere ipertesi.  

Sindrome pre-ciclo – Irritabilità, fame nervosa, sonno agitato, pensieri negativi, umore nero e scatti improvvisi di rabbia o di tristezza: ogni mese più di 6 italiane su 10 sono costrette a fare i conti con la sindrome premestruale. E nel 60% dei casi, soprattutto nella fascia fra i 30 e 45 anni, la sindrome pre-ciclo sarebbe associata a un deficit di magnesio, minerale chiave nella regolazione dei delicati meccanismi del metabolismo femminile.

Da evitare – Le diete sbilanciate, tanto diffuse nelle città e soprattutto tra i più giovani, disposti a consumare pizze e panini farciti più volte nell’arco della giornata, portano ad assumere poche proteine, tanti carboidrati e pochissimi sali minerali. Da tenere alla larga sono anche l’alcol, i lassativi (spesso usati nelle diete dimagranti) e i diuretici (utilizzati dagli anziani).

Mangiare bene – Cereali integrali, legumi, verdura a foglie verdi e frutta secca, ma anche latte, yogurt e cioccolato sono gli alimenti più ricchi di magnesio. “Via libera poi agli integratori – dice Graziottin – ma con intelligenza. Se il problema sono lo stress, la stanchezza di stagione, oppure un intenso carico di attività fisica, allora può andar bene anche l`autosomministrazione, ma sempre controllata. Ma se i sintomi sono più seri, l`assunzione di magnesio va inserita in un piano terapeutico studiato con il proprio medico”.

fonte salute24.it


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