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Vertigini e capogiri: come riconoscerli? L’esperto risponde

Può durare minuti, secondi, ore. Può essere forte e violenta, oppure persistente e ingravescente e, a differenza di ciò che comunemente si crede, tanto più è violenta, tanto migliore sarà la prognosi. Si tratta della vertigine, un disturbo dell’equilibrio che può portare senso di sbandamento e instabilità, ma anche disorientamento, nausea e vomito. Diverse la cause, dai calcoli nell’orecchio, alla circolazione sanguigna, alle infezioni. Ce ne parla Leo Di Bartolo, medico Otorinolaringoiatra, esperto in Vestibologia, nostro Ospite in GALENOsalute.

Comunemente si dice “mi gira la testa”: “Può certamente trattarsi di vertigine, ma può trattarsi anche di instabilità, sbandamenti e disorientamento”, spiega l’esperto. Per capire se si tratta di vera vertigine, cioè di sensazione di movimento rotatorio dell’ambiente, “è opportuno osservare quanto dura il giramento di testa, se ci sono altri sintomi – nausea, vomito, pallore, sudorazione, ipoacusia, ronzio auricolare, parestesia – oppure condizioni scatenanti, come un movimento della testa o del corpo, un`infezione, un trauma”.

Differentemente da ciò che si è portati a pensare, “tanto più la vertigine è forte e violenta, tanto migliore sarà la prognosi, poiché la causa va cercata a livello dell’orecchio interno”, continua Di Bartolo. Se, invece, il disturbo dell’equilibrio è persistente e ingravescente, “bisogna pensare o all’esito di un danno cranico dell’orecchio interno, o a una patologia del sistema nervoso centrale, o a un disturbo psichico”.

Se la vertigine dura alcuni secondi. Se la vertigine dura alcuni secondi – in genere tra i 20 e i 30 – ed è scatenata da un movimento della testa, “si tratta di una vertigine posizionale causata dalla presenza di un otolita, comunemente conosciuto come calcolo, presente in uno o più canali semicircolari del labirinto dell’orecchio”. Come si risolve? “In questo caso è sufficiente che il medico esegua dei rapidi movimenti per spostare l’otolite dal canale semicircolare, risolvendo così la vertigine”.

Se la vertigine dura minuti. Se dura alcuni minuti “è opportuno verificare le condizioni della circolazione sanguigna cerebrale e le condizioni cardiache – continua l’esperto – poiché è in queste sedi che è possibile trovare la causa della vertigine”.

Se la vertigine dura alcune ore. Una vertigine che dura alcune ore è causata da un aumento del liquido (endolinfa) dell’orecchio interno. In questo caso, “potrebbe trattarsi della malattia di Meniere o di una sua forma parziale o iniziale”, spiega l’esperto.

Una vertigine che dura più di 24 ore. Una vertigine che dura più di 24 ore “è determinata da una neurolabirintite: in questo caso le cause possono essere virali o vascolari”. Il consiglio? In ogni caso, rivolgersi al proprio medico ed evitare cure fai-da-te.

Parliamo di Malattia di Meniere con …

Questa settimana tratteremo della malattia di Ménière con il dott. Leo Di Bartolo, medico specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia cervico-facciale,  Responsabile dell’Ambulatorio di Vestibologia dell’AUSL di Marsala, nostro Ospite in GALENOsalute.

La malattia di Ménière è caratterizzata da crisi vertiginose violente (i pazienti spesso riferiscono la sensazione di venire spinti da una forza esterna) della durata minima di 20 minuti, ma che possono durare anche parecchie ore, che tipicamente si associano ad ipoacusia, acufeni, sensazione di ovattamento auricolare, nausea e vomito. La frequenza delle crisi è del tutto impredittibile e ciò spesso condiziona la vita dei pazienti menierici; possono infatti verificarsi una dopo l’altra per un certo periodo per poi scomparire per mesi e ripresentarsi dopo anni di completo benessere. L’acufene può persistere tra le varie crisi, ma spesso si accentua prima o durante l’episodio acuto. L’ipoacusia è in genere fluttuante, almeno nelle fasi iniziali della malattia. Il paziente, dopo la crisi, spesso rimane con un senso di spossatezza e disequilibrio che può durare anche alcuni giorni. La malattia di Ménière è una malattia cronica, progressiva e degenerativa che comincia a manifestarsi su un lato, per colpire anche l’altro, per cui è indispensabile una diagnosi precoce al fine di cominciare la terapia farmacologica più precocemente possibile. La causa della malattia è sconosciuta. Esistono varie ipotesi che trovano riscontro in tutta una serie di rilievi anatomopatologici (autopsia) e clinici (esame del paziente). La manifestazione principale è l’idrope endolinfatica, cioè la dilatazione del labirinto membranoso, sistema di membrane dell’orecchio interno ripiene di liquidi di cui si ritiene esista una eccessiva produzione oppure un ridotto riassorbimento. Verosimilmente esiste una predisposizione genetica e fattori scatenanti autoimmunitari, virali e metabolici, cui si aggiunge una componente psicosomatica e ansiogena universalmente riconosciuta. Durante un attacco acuto di malattia di Ménière i segni clinici otoneurologici sono talmente evidenti da orientare subito lo specialista verso la corretta diagnosi; tuttavia, essendo improbabile una visita specialistica durante una crisi di Ménière, la diagnosi viene fatta fondamentalmente sull’anamnesi riferita dal paziente, sull’identificazione dell’ipoacusia fluttuante e sull’esame otoneurologico che evidenzia un deficit funzionale dell’emisistema vestibolare interessato. La malattia di Mèniére deve essere prontamente riconosciuta e trattata dall’otoneurologo in quanto, se lasciata a libero decorso provoca inevitabilmente danni irreparabili sia a carico dell’organo dell’udito che dell’equilibrio con gravissima compromissione della qualità della vita dei pazienti. Il paziente non curato infatti, oltre alla perdita dell’udito, deve anche sopportare crisi vertiginose che diventano sempre più frequenti, tant’è che, con il passare del tempo, la malattia va a colpire anche l’orecchio sano. Dal momento che la malattia di Ménière è determinata dall’idrope endolinfatica, tutta la terapia sarà volta al controllo di tale idrope. Tralasciando la terapia della fase acuta, di solito di pertinenza del medico del pronto soccorso, di grossa utilità si è dimostrata la dieta iposodica (si raccomanda una restrizione salina nell’ordine di 1-2 g/die), l’uso di alcuni particolari tipi di diuretici, che oltre alla tradizionale azione renale sono anche in grado di ridurre la pressione osmotica a livello dell’orecchio interno, e di alcuni farmaci che sono capaci di ridurre l’attività di scarica spontanea delle cellule neurosensoriali dell’orecchio interno. La terapia medica è molto efficace e nella maggior parte dei casi riesce a controllare in modo pressochè perfetto la malattia. Nei casi eccezionali in cui permangono le crisi può essere indicato un approccio chirurgico, che può essere di tipo funzionale oppure mirare alla distruzione più o meno completa delle fibre nervose che inviano il segnale patologico dal labirinto al sistema nervoso centrale. Se viene attuata una scelta chirurgica di questo tipo indispensabile sarà una successiva terapia riabilitativa, atta a favorire un compenso vestibolare ed il ripristino della normale funzione del sistema dell’equilibrio.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager GALENOsalute e medico specialista in Medicina Interna

 

 


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