Posts Tagged 'malattie cardiovascolari'

Insicuri del partner? Si rischia infarto o ictus

Ecco essere insicuri e sempre preoccupati per la fedeltà del proprio partner, sicuramente non fa bene al cuore. A scoprirlo è una ricerca canadese, pubblicata sulla rivista American Psychological Association. A essere preoccupati si rischia il 50% in più di avere un infarto o un ictus rispetto a chi vive dei rapporti più spensierati.
Lo studio ha preso in esame le pene d’amore di 5.645 persone tra i 18 e i 60 anni, passando ai raggi X lo stato di salute di tutti, soprattutto in relazione a malattie croniche come artrite, mal di schiena, emicrania, allergie stagionali e malattie cardiovascolari, compresa la pressione alta.
Queste ultime sono risultate associate maggiormente a quello che gli studiosi guidati da Lachlan McWilliams definiscono “attaccamento ansioso”, un sentimento di incertezza che porta il partner timoroso ad allontanarsi dagli altri.
“I risultati – spiega McWilliams sulle pagine della rivista – suggeriscono che l’attaccamento ansioso è un fattore di rischio per una vasta gamma di malattie”. Una conclusione che stimola a cercare “strumenti per migliorare la condizione psicologica, incrementando la salute”.

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Non lavarsi i denti due volte al giorno fa male al cuore!

Chi non si lava i denti almeno due volte al giorno aumenta il rischio di ammalarsi di cuore. Il legame tra igiene orale e malattie cardiache arriva da uno studio scozzese che ha coinvolto oltre 11.000 tra uomini e donne. La ricerca ha mostrato che coloro che non usavano lo spazzolino in modo adeguato avevano il 70 per cento di probabilità in più di avere problemi al cuore rispetto a chi seguiva diligentemente le raccomandazioni del dentista e si lavava i denti almeno due volte al dì. In realtà la relazione tra malattie paradontali e cuore non è inedita e il ‘British Medical Journal’ ha già pubblicato studi sull’argomento. Inoltre è risaputo che le infiammazioni della bocca e delle gengive possono contribuire all’ostruzione delle arterie e di conseguenza arrivare a provocare un attacco di cuore, ma è la prima volta che gli scienziati tirano in ballo l’uso corretto e costante dello spazzolino da denti nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. La colpa secondo Judy O’Sullivan della British Hearth Foundation è di un “batterio che ‘si annida’ tra i denti e che puo’ provocare infiammazioni anche gravi”. In realtà gli esperti concordano nel ritenere che il fattore ‘cattiva igiene orale’ diventa pericoloso quando è accompagnato da altri elementi negativi come il fumo e una dieta non adeguata. Ed è d’accordo anche O’Sullivan: “Una buona igiene personale -ha sottolineato- è un elemento fondamentale di uno stile di vita sano, ma se si vuole davvero aiutare il proprio cuore occorre seguire una dieta equilibrata, bandire le sigarette e svolgere attività fisica in modo costante e continuativo“. Lo studio scozzese ha raccolto dati sui comportamenti stile di vita, come il fumo, l’attività fisica e la routine della salute orale (quanto e come lavarsi i denti, quante visite dal dentista all’anno); inoltre sono state raccolte informazioni sulla storia medica del singolo e quella familiare riguardo a malattie di cuore e pressione del sangue. Nel complesso sei persone su dieci hanno riferito di andare dal dentista una volta ogni sei mesi, e sette su dieci di lavarsi i denti almeno due volte al giorno. Nel corso dello studio, durato otto anni, ci sono stati 555 ‘eventi cardiovascolari’, tra cui degli attacchi di cuore, 170 dei quali mortali. Tenendo conto di fattori che influenzano il rischio di malattie cardiache (come obesità, fumo e storia familiare) i ricercatori hanno rilevato che chi si spazzolava i denti due volte al giorno incorreva effettivamente in un rischio più basso. I campioni di sangue di coloro che trascuravano l’igiene orale, infine, indicavano la continua resenza di infiammazioni.


La noia cronica incide sulla salute?

 

Il senso permanente di noia nuocerebbe indirettamente alla salute, secondo Annie Britton e Martin Shipley, dell’University College of London. La teoria è stata espressa più chiaramente in un articolo pubblicato nell’aprile 2010 sulla rivista scientifica “International Journal of Epidemiology“.

Gli specialisti londinesi ritengono che gli stati di noia possono costituire il terreno per lo sviluppo di comportamenti a rischio come il consumo di alcol, tabacco, droghe e l’emersione di altri problemi psicologici. I ricercatori britannici hanno analizzato dei questionari compilati tra il 1985 e il 1988 da 7.500 funzionari londinesi tra i 35 e i 55 anni, ai quali era stato chiesto se avessero avuto dei problemi di tal genere nel corso degli ultimi mesi. In seguito hanno investigato, nell’aprile 2009, su eventuali decessi delle persone monitorate.

La noia incide sui problemi cardiaci? | Secondo le loro conclusioni, le persone che hanno dichiarato di annoiarsi frequentemente hanno più del doppio delle possibilità di morire per un problema cardiaco rispetto a coloro che hanno dichiarato di annoiarsi di rado. Questo fattore deve essere tuttavia studiato alla luce di altri fattori di rischio potenziali, come l’attività fisica svolta e il livello professionale. “È frequente che le persone esposte alla noia non godano di una buona salute“, hanno commentato i ricercatori. Altri esperti non hanno dubbi sul legame tra noia e problemi cardiaci, e lo danno come acquisito.

Noia, stress, depressione: stessi rischi? | ” Una persona che è spesso in uno stato di apatia dettato dalla mancanza di stimoli, e dunque da noia, non è motivata a mangiare sano, fare esercizio fisico e avere uno stile di vita salutare per il cuore. Ciò può renderli più esposti a incidenti cardio-vascolari”, ha dichiarato il dott. Christopher Canon, professore associato di medicina associato alla Università di Harvard e portavoce dell’Associazione Americana di Cardiologia. Inoltre, se le difficoltà si trasformano in depressione, non sorprende che questo favorisca gli attacchi cardiaci, ha precisato. La depressione è stata da tempo riconosciuta come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. La noia potrebbe anche causare la liberazione nel corpo di ormoni che aumentano la pressione cardiaca, ha aggiunto. “La noia non è innocua”, afferma Sandi Mann, che insegna psicologia del lavoro alla University of Central  Lancashire, in quanto è legata a una rimozione della rabbia, causa l’aumento della pressione arteriosa e blocca l’immunità naturale del corpo. Il dott. Mann precisa tuttavia che solamente le persone che soffrono di noia cronica devono preoccuparsi. Per superare questo stato in modo positivo, non c’è niente di meglio dell’ attività fisica. Lo sport resta la modalità più sana ed efficace per ritrovare la motivazione.


Alcolici, lo sballo di anziani e giovanissimi

 In Italia è boom di abuso d’alcol soprattutto tra gli over 65 e tra i giovanissimi under 16, ragazzi e ragazze. Gli anziani preferiscono il vino, mentre i giovani, accanto al nettare di Bacco, non disdegnano birra e superalcolici. Sta prendendo sempre più piede anche nel nostro Paese, inoltre, il fenomeno del binge drinking, l’abbuffata di alcol in una sola occasione. Questi alcuni dati emersi dal rapporto dell’Istituto superiore di sanità (Iss), di cui si è parlato a Roma durante l’Alcohol Prevention Day (Giovedì 29 aprile 2010 Roma, Istituto Superiore di Sanità, Aula Pocchiari). Sull’esempio di modelli Nord europei, si è consolidata tra i giovani italiani l’abitudine di bere in occasioni particolari più di 6 bevande alcoliche. Nel 2008 si è registrata una prevalenza di binge drinking del 22,1% tra i maschi 18-24enni e del 6,5% tra le coetanee. In media, 4 milioni di italiani di tutte le età si ubriacano nel corso dell’anno. Indipendentemente dall’età, la distribuzione territoriale dell’abuso di alcol fa rilevare nei maschi il valore più alto nell’Italia Nord-Orientale (15,5%), seguita dall’Italia Meridionale (12,3%) e Nord-Occidentale (12,5%). Preoccupa soprattutto il fatto che il fenomeno sia registrato anche tra i minori di 16 anni, età-soglia al di sotto della quale può essere vietata la somministrazione di alcol, e che tra le ragazzine di 16-17 anni si registrino valori più alti rispetto alla media femminile nazionale – quasi il 4%, rispetto alla media del 2,8% – con un picco per le 18-24 enni (6,5%). Ma a preoccupare non sono solo i giovanissimi. Nel nostro Paese, infatti, la massima frequenza di consumatori a rischio si registra tra gli ultra 65enni. Oltre 4 milioni di bicchieri per i ‘nonni’ e 1 milione circa per le ‘nonne’ vengono consumati in eccesso quotidianamente. E questo spiega anche perché tra gli anziani si registra la più elevata frequenza di consumatori a rischio e di conseguenze alcol-correlate registrate in termini di carico di malattia – cirrosi epatica, tumori, malattie cardiovascolari, incidenti stradali e domestici – con il relativo ricorso ai ricoveri. Gli anziani, infatti, perdono la capacità di metabolizzazione dell’alcol per la riduzione dell’attività dell’alcol-deidrogenasi, un enzima localizzato nel fegato e nello stomaco che consente di smaltire i bicchieri di troppo. Con questo enzima depotenziato, l’alcol circola immodificato incrementando il rischio di conseguenze tossiche e cancerogene. A questo si aggiunge anche la possibilità di interazioni con determinati farmaci. La prevenzione, dunque, è fondamentale. “Non possiamo dimenticare – dice Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss – i 30 mila morti l’anno e i 110 mila ricoveri registrati negli ultimi dieci anni. Bisogna aumentare la consapevolezza per dare la possibilità di scegliere di non rischiare. E’ importante – continua Scafato – la ricerca per fare sviluppo e prevenzione. Bisogna fare pubblicità progresso, quella vera, che magari riesca a contrastare i 169 milioni di euro spesi in pubblicità di bevande alcoliche. Fondamentali, poi, il ruolo della scuola e della famiglia per imparare a gestire l’alcol”. 

Il sale e la dieta: peggio di quanto si pensi

saleLa correlazione tra il sale, l’ipertensione e le malattie cardiovascolari (CVD) è stata ormai confermata in numerosi studi epidemiologici e di intervento e sul modello animale: una riduzione del sale dal corrente uso di 10-12 g/die  ai livelli raccomandati di 5-6 g/die può avere un effetto benefico significativo non solo sulla riduzione della pressione e delle CVD, ma anche su altre patologie. Nei Paesi industrializzati approssimativamente l’80% del sale proviene dalla trasformazione degli alimenti e su questo processo si deve agire nel settore della preparazione industriale, anche perché ciò non richiederebbe particolari modificazioni dello stile di vita da parte del consumatore. Tuttavia, ciò non esclude che – laddove il sale venga aggiunto nella preparazione del cibo e durante il pasto – si debbano organizzare campagne  educazionali sulla popolazione. In una importante review pubblicata sul Journal of Human Hypertension (JHH) del giugno 2009[1] vengono analizzati i danni provocati  dal sale, non solo sulla pressione arteriosa, ma anche sul rischio di stroke, di ipertrofia ventricolare sinistra, di malattia renale. La dieta ricca di sale esplica inoltre un effetto sfavorevole  sull’obesità, sulla calcolosi renale, sull’osteoporosi e probabilmente è una della cause maggiori di morte per  cancro dello stomaco, come risulta da uno studio effettuato in 39 differenti popolazioni residenti in 24 nazioni (forse per un’azione facilitante sull’impianto dell’Helicobacter Pilori). La review analizza l’impiego del sale nelle industrie di trasformazione in vari Paesi dell’area occidentale, i motivi di resistenza di tali industrie ad un suo minore impiego, ed analizza le strategie che si stanno sviluppando in vari Paesi per affrontare il problema. Lo stesso numero del JHH pubblica un piccolo studio  in cui una dieta DASH a basso contenuto di sodio riduce lo stress ossidativo nell’animale e nell’uomo sodio sensibili (ma non in quelli sodio resistenti) molto più della dieta DASH classica; migliora inoltre la funzione vascolare[2]. Per certi versi a conclusioni simili sono giunti alcuni ricercatori cinesi, che su 1.906 soggetti non diabetici sottoposti prima ad una dieta povera di sodio e poi ad una dieta ricca di sodio hanno dimostrato che la riduzione dell’introito di sale  può essere una componente molto  importante nel ridurre la pressione arteriosa in soggetti esposti a rischi multipli di sviluppare una sindrome metabolica, ma soprattutto che questi soggetti o quelli con sindrome metabolica conclamata presentano una maggiore sensibilità  al sodio[3].

Fonti

1-JHH (2009) 23, 363-384;

2-JHH(2009) 23, 1-10;

3-Lancet 2009; 373: 829-35

CIOCCOLATO e … Saluti con …

Cibo e salute sono un binomio essenziale. Non è solo importante il gusto ma, direi il buon gusto: concedetemi il giro di parole per illustrare il concetto che, per mangiar bene, è importante sapere che cosa e come si può mangiare. Non solo, ma oggi è più che mai importante sapere che cosa fa bene e soprattutto quanto fa bene.

In varie epoche e nel corso di vari anni abbiamo assistito a mutamenti di pensiero enogastronomico, non solo a livello di filosofia e di mode del cibo, ma anche della scelta degli alimenti. Così siamo passati dalla cultura contadina a quella del benessere economico, dal consumo sporadico di certi alimenti a quello quotidiano, dalla messa al bando di certi cibi, alla loro rivalutazione. In questo processo evolutivo molto spesso, specie in questi ultimi anni, la scienza ci è d’aiuto nell’evidenziare le proprietà di alimenti spesso ritenuti dannosi per il nostro corpo e la nostra alimentazione.

Diversi studi epidemiologici hanno dimostrato come il consumo regolare di cibi e bevande ad alto contenuto di vitamine e polifenoidi sia associato ad una diminuzione del rischio di mortalità per disturbo cardiovascolare.
Tra i cibi raccomandati ad alto contenuto di polifenoidi, in particolare flavonoidi, troviamo, frutta e verdura (in particolare mele e cipolle), te (verde e nero), vino rosso e cioccolato.

Sono numerosi gli studi che hanno messo in evidenza le proprietà del cioccolato. L’attenzione delle ricerche si è concentrata sui polifenoli sostanze che hanno un’elevata concentrazione nei semi del cacao. Tra queste, è stato dimostrato come i flavonoidi e i loro derivati oligomerici, siano caratterizzati da un forte potere ossidante in grado di contribuire al buon stato di salute dell’apparato cardiovascolare. Gli antiossidanti, infatti, sono una delle principali difese dell’organismo contro le lesioni provocate dai radicali liberi, molecole dannose per le cellule, generate nei processi di metabolismo dell’organismo e purtroppo da varie situazioni ambientali che interferiscono a livello biochimico con i componenti del nostro organismo. Oltre all’azione antiossidante, i flavonoidi possono inibire l’attivazione e l’aggregazione delle piastrine, le cellule responsabili del processo di coagulazione ma anche della formazione di trombi, pericolosissimi per la circolazione sanguigna. Si al cioccolato dunque … e meglio se fondente!

Infatti sulla rivista NATURE sono stati pubblicati i risultati sugli effetti positivi dei flavonoidi, e, secondo il gruppo di ricerca, il latte interferisce con l’assorbimento delle sostanze antiossidanti presenti normalmente nel cacao, annullandone l’effetto benefico per l’organismo. I risultati della ricerca mostrano che i livelli di sostanze antiossidanti nel plasma aumentano notevolmente subito dopo l’introduzione del cioccolato fondente per poi tornare a livelli basali nel giro di quattro ore. Questo non succede affatto quando si assume il cioccolato al latte e nemmeno quando il fondente è accompagnato da un bicchiere di latte. Questo effetto sembra essere dovuto all’interazione tra flavonoidi e proteine del latte.

Ovviamente il problema è nello stabilire, così come si è fatto col vino, la giusta quantità degli alimenti da introdurre onde non incorrere negli effetti dannosi che l’eccessivo consumo può determinare. Il cioccolato ha anche un contenuto relativamente alto di grassi.

In un altro studio del febbraio 2003 si è visto che un terzo dei lipidi contenuti nel burro di cacao è composto da acido stearico, un grasso che esercita una risposta colesterolemica neutrale nell’organismo umano: in altre parole non favorisce di per se l’innalzamento del colesterolo. Inoltre i semi del cacao e il cioccolato contengono abbondanti tracce di minerali che contribuiscono alla funzionalità ottimale di tutti i sistemi biologici e al mantenimento del tono vascolare. In ultimo vanno ricordati gli effetti stimolatori del cioccolato su alcune zone del cervello che producono sostanze dette endorfine che, pur a livelli bassissimi, entrano in gioco nei processi depressivi e di stress inibendoli e migliorandoli.

In conclusione come dicevano i Latini “in medio stat virtus” … Il suo significato è che occorre evitare gli eccessi, e cercare di trovare una via di mezzo.

GALENOsalute | manager

Circa un anno è passato da quando abbiamo per la prima volta offerto ai Lettori di Marsala c’è la nostra rubrica settimanale del sabato “GALENOsalute Informa”.

Coadiuvati dai nostri Ospiti Specialisti abbiamo di settimana in settimana proposto articoli su argomenti e metodologie mediche di interesse comune.

Sperando di essere stati all’altezza delle Vostre aspettative, chiudiamo con oggi questa parentesi scientifico-divulgativa.

Speriamo che la nostra mancanza sia sentita su queste pagine, aspettiamo pertanto i Vostri commenti al nostro indirizzo di posta elettronica: info@galenosalute.net

La nostra voglia di fare chiarezza sulle problematiche della salute tuttavia non finisce qui, poiché l’informazione continua sul nostro BLOG, consultabile giornalmente, che vi invitiamo a leggere e commentare (https://hardoctor2007.wordpress.com/). 

Ci congediamo a questo punto da Voi con una frase: “Pasqua la festa di chi crede nella bellezza dei piccoli gesti … e di chi sa che la vita sa stupire oltre ogni aspettativa“.

BUONA PASQUA da tutto lo Staff di GALENOsalute!

 

Scoperto gene chiave per malattie cardiovascolari

dnaPorta la firma di ricercatori italiani la scoperta di un gene ‘chiave’ per le malattie cardiovascolari, che rappresentano ancora oggi la principale causa di mortalità nel mondo occidentale. In particolare, la rigidità arteriosa, di cui si tende a soffrire in età avanzata o per errati stili di vita, è un importante fattore di rischio per l’insorgenza di patologie come l’aterosclerosi o l’ipertensione. Lo studio condotto dall’Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia (Inn) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Cagliari, in collaborazione con vari gruppi internazionali, ha svelato che il gene COL4A1 è implicato in questo disturbo. Si apre così la strada a nuove strategie di trattamento e prevenzione delle malattie cardiovascolari. “All’interno del progetto Progenia, nato per ricerche legate ai processi di invecchiamento e completamente finanziato dai National Institutes of Health americani, abbiamo condotto uno studio di associazione sul genoma di oltre 4.000 sardi, constatando che il COL4A1 svolgeva un ruolo determinante nello sviluppo della rigidità arteriosa”, spiega Manuela Uda, ricercatrice dell’Inn-Cnr e responsabile scientifico del progetto. “Tra i vari metodi di valutazione arteriosa, abbiamo scelto di sottoporre i volontari alla misurazione della velocità dell’onda di polso (Pwv), uno dei parametri più utili per approfondire lo studio della rigidità o elasticità arteriosa – prosegue Serena Sanna, anche lei ricercatrice Inn-Cnr – E’ una metodologia non invasiva che permette di calcolare una serie di indici di struttura e di funzione vascolare”. “In questo modo – afferma Sanna – grazie all’applicazione di nuovi metodi di bio-informatica e statistica è stato possibile analizzare in un breve periodo di tempo oltre 360 mila variazioni nucleotidiche in 4.221 individui”, prosegue la ricercatrice. “Questo ci ha permesso di identificare varianti del gene COL4A1 in associazione con la Pwv, suggerendo, per la prima volta, che l’interazione tra cellula e matrice cellulare possa esercitare un ruolo importante nella regolazione della rigidità arteriosa”. Il risultato, spiega Uda, “è stato confermato in un gruppo indipendente di 1.828 sardi e 813 volontari appartenenti allo studio degli Old Order Amish in Pennsylvania, Stati Uniti. Ulteriori ed approfonditi studi saranno necessari per comprendere il meccanismo d’azione di questo gene – precisa – e poter così sviluppare nuovi interventi mirati a ritardare o prevenire i rischi associati ad un’accelerata rigidità delle arterie”. Progenia studia il Dna di 6.000 abitanti di quattro paesi dell’Ogliastra: Lanusei, Ilbono Elini ed Arzana. La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale ‘Circulation: Cardiovascular Genetics’, è stata condotta principalmente dal gruppo di ricerca dell’Inn-Cnr nella sezione staccata di Lanusei, in collaborazione con il gruppo scientifico americano del National Institute of Aging e del Dipartimento di medicina dell’Università del Maryland di Baltimora.

fonte Adnkronos Salute


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