Posts Tagged 'PSA'

PSA e tumore della prostata. Nuove evidenze sullo screening.

Il cancro della prostata è una delle principali cause di morte per malattie oncologiche tra gli uomini dei paesi sviluppati. La disponibilità negli ultimi 25 anni di un test semplice e di facile esecuzione come il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) ha indotto i medici prenderlo in considerazione per una strategia di screening orientata a diminuire il rischio di morte per questa malattia. Da alcuni anni l’entità del beneficio e del danno che tale screening determina è oggetto di un dibattito continuo. L’aspetto critico del PSA è legato alla sua capacità di provocare sovra diagnosi attraverso l’identificazione di neoplasie prive di capacità evolutiva e che, una volta diagnosticate, inducono a un sovra trattamento attraverso interventi capaci di danneggiare la qualità di vita dei pazienti.

Recentemente sono stati pubblicati su The Lancet Oncology i primi risultati di uno studio di screening randomizzato controllato iniziato nel dicembre 1994 nel quale sono stati scelti 20.000 uomini, nati tra il 1930 e il 1944, dal registro della popolazione di Goteborg. Questi soggetti sono stati randomizzati in un rapporto di 1:1, tra un gruppo di screening per il PSA ogni 2 anni (n = 10 000) e un gruppo di controllo non invitato al test (n = 10 000). Il gruppo di screening comprendeva soggetti fino ad un limite superiore di età di 69 anni (range 67-71) e i test supplementari, come l’esplorazione rettale e le biopsie della prostata, erano proposti solo a chi presentava un incremento delle concentrazioni di PSA. L’end-point primario era la mortalità per cancro prostatico specifico.

Questi sono i primi dati cumulativi relativi a incidenza del cancro prostatico e di mortalità calcolati fino al 31 dicembre 2008. Durante un follow-up di 14 anni un tumore della prostata è stato diagnosticato in 1138 uomini nel gruppo di screening e in 718 nel gruppo controllo, con un’incidenza cumulativa rispettivamente del 12,7% e del 8,2% (hazard ratio HR=1,64, 95% CI 1,50 -1 – 80; p < 0,0001). La riduzione assoluta del rischio cumulativo di morte per cancro alla prostata a 14 anni era dello 0.40% (95% CI 0,17 -0,64), pari a 0,50% nel gruppo screening e 0,90% nel gruppo di controllo. Le morti registrate per cancro prostatico sono state 44 nel gruppo di screening e 78 nel gruppo di controllo un rapporto del tasso di mortalità RR=0,56 (95% CI 0,39 -0 82, p = 0,002). Inoltre, per prevenire una morte per cancro della prostata, dovevano essere invitati allo screening 293 uomini e doveva essere formulata la diagnosi in 12 di loro.

Lo studio dimostra come in questa popolazione la mortalità per carcinoma della prostata è stato ridotto quasi della metà (44%). Tuttavia il rischio di diagnosi in eccesso è rilevante, anche se il numero di soggetti da sottoporre a screening necessario per il trattamento (NNT) è paragonabile a quello degli screening per il tumore della mammella e con un beneficio migliore rispetto ad altri programmi di diagnosi precoce. Resta aperto il dibattito sulla riproducibilità dei risultati in altre popolazioni e altri contesti dove il dosaggio del PSA effettuato con modalità opportunistica è comune nella pratica clinica, a differenza della Svezia. Questi risultati ricordano al MMG che è facile, in soggetti maschi al di sopra dei 50 anni, prescrivere tra gli altri esami il PSA, ma non è poi facile decidere che cosa fare di fronte ad un PSA alterato.

Bibliografia

Fonte univadis.it

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Tumore alla prostata, diagnosi in dieci minuti

Da oggi in soli dieci minuti è possibile dignosticare precocemente il tumore alla prostata. È merito di un nuovo esame del sangue denominato “PsaWatch” in grado di rilevare, nel giro di pochi minuti, la presenza nel sangue di un indicatore del cancro, chiamato “antigene prostatico specifico” o, appunto, Psa.

Il particolare antigene è una proteina, prodotta dalle cellule della prostata, che si riversa nel sangue quando l’organo è danneggiato. Nel caso di un’elevata quantità di Psa c’è maggior rischio di ammalarsi di tumore, ma la causa potrebbe essere legata anche a una più semplice infezione prostatica: per questo è necessario sottoporsi ad altri esami per appurare se effettivamente si è in presenza di un carcinoma.

Rispetto al tradizionale esame del sangue, il test “PsaWatch” consente la conoscenza del responso in soli dieci minuti in quanto necessita soltanto di una goccia di sangue e di un dispositivo portatile per analizzarla. Questo esame, secondo Tim Larner, urologo della Brighton e Sussex University Hospitals Nhs Trust, è particolarmente indicato “per i pazienti che vogliono monitorare attivamente i loro livelli di Psa e per i pazienti che necessitano di questo monitoraggio regolare per misurare la progressione della malattia e l’efficacia dei trattamenti”.

Fonte SALUTE24.it

I markers tumorali

il nostro laboratorioI markers tumorali sono sostanze prodotte dal tumore che circolano nel sangue in quantità dosabile, e i cui livelli riflettono l’evoluzione clinica del tumore stesso. Essi rivestono un ruolo importante nella diagnosi e soprattutto nel follow-up di una neoplasia: livelli progressivamente più alti di un particolare marker tumorale indicano inevitabilmente l’avanzamento della malattia neoplastica. Per valutare l’adeguatezza di un marker tumorale bisogna conoscere la sua sensibilità e la sua specificità. La sensibilità è la capacità di rilevare la presenza di tumore: per esempio, un marker con una sensibilità del 70% è capace di rilevare la presenza del tumore nel 70% dei pazienti affetti, ma questo vuole anche dire che 30 pazienti su 100 avranno il tumore e allo stesso tempo valori normali di marker tumorali (i cosiddetti “falsi negativi”). La specificità è invece la capacità del marker di essere elevato solo in caso di neoplasia, e di essere invece assente in corso di altre malattie: per esempio, un marker con una specificità del 70% risulta positivo nel 70% dei casi per una specifica neoplasia, ma 30 pazienti su 100 avranno livelli elevati del marker in presenza di un diverso tipo di tumore o di una patologia benigna (i cosiddetti “falsi positivi”). Un concetto di fondamentale importanza per intendere l’utilità generale dei marker tumorali è che essi non hanno mai una sensibilità e una specificità del 100%: accade assai frequentemente nella pratica clinica di osservare dei risultati falsamente negativi oppure falsamente positivi. E’ proprio per tale motivo che i marker tumorali non sono tanto utili in fase diagnostica, quanto piuttosto nel follow-up: l’abbassarsi o l’elevarsi dei suoi livelli riflette l’andamento clinico della neoplasia. Di conseguenza, i marker tumorali hanno due principali utilità: la prima è quella di valutare la risposta al trattamento (il valore precedente e quello successivo al trattamento indicano la sua efficacia), e la seconda è di identificare la comparsa di una eventuale recidiva o metastasi. Facciamo un esempio: se un paziente con un carcinoma localizzato al colon ha un CEA elevato al momento della diagnosi, ci si dovrà aspettare che dopo l’intervento chirurgico effettuato con intento curativo il CEA si normalizzi. L’eventuale persistenza di un suo valore elevato dovrà mettere in allarme il medico, che quindi dovrà escludere la presenza di lesioni neoplastiche a distanza, sfuggite alle indagini strumentali iniziali. Si evince, in tal modo, che la diagnosi precoce delle recidive dopo intervento chirurgico è uno degli aspetti più vantaggiosi dell’uso dei marker tumorali. Esporremo qui di seguito quali sono i marker tumorali più importanti, in ordine alfabetico. Saranno indicati i valori normali, anche se vi potranno essere delle notevoli variazioni legate ai singoli laboratori: nel referto del test, bisogna sempre osservare il range dei valori che sono normali per un determinato laboratorio. L’emivita di un marker è un altro dato importante, perché permette di calcolare il periodo minimo che deve passare quando si voglia ripetere il test: per fare un esempio pratico, sapendo che l’emivita del CEA si conta nell’arco di settimane e non di ore o giorni, si potrà comprendere come mai il CEA ritorni a livelli normali solo dopo 30-45 giorni dalla resezione completa di un tumore che lo produce.

 

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Tumore alla prostata, è italiana la possibile chiave di cura.

E’ nascosta in due minuscole molecole (microRna) contenute nel cromosoma 13 la chiave per comprendere l’aggressivita’ del cancro alla prostata ma anche la via rivoluzionaria per tentare una cura. Due piccoli geni che normalmente funzionano da freno allo sviluppo del tumore, ma se si deteriorano o si perdono portano le cellule alla crescita incontrollata; viceversa una volta reintrodotti dentro le cellule malate queste muoiono.

Le ricerche, pubblicate sulla rivista inglese Nature Medicine, portano la firma italiana e vengono definite dagli autori entusiasmanti perche’ aprono la strada ad applicazioni cliniche in tempi brevi. Dapprima gli scienziati hanno utilizzato 40 campioni di tessuto tumorale osservando la funzione dei due microRna; successivamente hanno tentato una strada che si basa sull’ingegneria genetica per una terapia.

”Quello che abbiamo scoperto – ha spiegato Ruggero De Maria, Direttore del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Molecolare dell’Istituto superiore di sanita’ che ha guidato l’indagine insieme a Desire’ Bonci – e’ che se i due microRNA-15a e microRNA -16 vengono reintrodotti nelle cellule tumorali che li hanno perduti, queste cellule smettono di crescere e vengono distrutte. La possibilita’ di curare i tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi microRNA e’ stata confermata dalla terapia sperimentale effettuata in animali da laboratorio. Cio’ significa che col bagaglio di conoscenze che ci offrono i risultati di questo studio il cancro alla prostata potra’ essere sconfitto”. Ora l’attenzione e’ concentrata a mettere a punto il metodo migliore per introdurre i microRna ( che non sono risultati tossici) nelle cellule, usando anche molecole di colesterolo. Poi si passera’ ai test sull’uomo.

”Capire perche’ un cancro diventa piu’ aggressivo ci porta molto vicini a guarire gli stadi avanzati del cancro alla prostata – ha dichiarato Enrico Garaci, Presidente dell’ISS che ha ribadito l’impegno del nostro paese per questi studi. ” E’ per questo che le implicazioni cliniche di questa ricerca sono notevoli”. Allo studio hanno collaborato l’equipe del professor Giovanni Muto, primario di Urologia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e dell’Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, finanziata grazie ai fondi dell’accordo Italia-Usa e dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Il tumore alla prostata (44.000 diagnosi l’anno in Italia) viene trattato attualmente con la terapia ormonale e la chirurgia che pero’ si rivela efficace solo negli stadi iniziali in quanto non esiste, secondo l’Iss, alcuna cura valida per il tumore allo stadio avanzato che ancora provoca la morte di oltre il 20% dei pazienti affetti da cancro alla prostata. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilita’ di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell’uomo dopo il carcinoma del polmone.

di Francesco Marabutto

Se pensi di avere problemi prostatici consulta il nostro Specialista! Chiama il n. 0923 714 660


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