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Troppo sale fa venire infarti e ictus: un eccesso di 5 grammi al giorno aumenta il rischio di circa il 20 per cento

«Togliete almeno la saliera dalla tavola». È l’accorata richiesta di Pasquale Strazzullo, del Centro per l’Ipertensione al Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università Federico II di Napoli. Strazzullo parla a ragion veduta: ha appena dato alle stampe, sul British Medical Journal un poderoso studio che ha dimostrato in maniera inequivocabile un legame consistente fra il consumo di sale e malattie cardiovascolari come ictus e infarti.

REVISIONE – L’esperto napoletano, assieme a colleghi del Centro Collaborativo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dell’Università inglese di Warwick, ha passato al setaccio 13 studi che in passato hanno messo in relazione il consumo di sale con il rischio di malattie cardiovascolari, mettendo sotto esame un totale di oltre 170 mila persone. Verdetto senza appello: 5 grammi di troppo rispetto al consumo quotidiano raccomandato dall’OMS (pari a 5 grammi) aumentano del 23 per cento il pericolo di ictus, del 17 per cento la probabilità di infarto. «Per di più i dati arrivano da ricerche in cui spesso l’introito di sale è stato valutato attraverso questionari alimentari, cioè con un metodo non troppo preciso – fa notare Strazzullo –. La statistica ci insegna che a una scarsa accuratezza nella raccolta dati si associa una minor capacità di dimostrare l’effettiva esistenza di una correlazione. Noi l’associazione l’abbiamo vista eccome, nonostante le imprecisioni: significa che molto probabilmente l’effetto reale è ancora più marcato».

DIMEZZARE IL SALE – Nel mondo occidentale, dice ancora l’esperto, in media ingoiamo 10 o più grammi di sale al giorno: visti gli effetti, bisognerebbe almeno dimezzarlo. Ma come? Oltre al trucco della saliera, Strazzullo suggerisce: «A livello del singolo è bene usare la minor quantità di sale possibile durante la preparazione dei cibi: meno sale nell’acqua della pasta, nell’insalata, sulla carne e così via. Consiglio di farlo con gradualità, in maniera da abituare pian piano il gusto». Poi però c’è il sale “nascosto” nei cibi che compriamo: due terzi di quello che introduciamo arriva da lì. «Quando facciamo la spesa sarebbe opportuno far caso ai contenuti di sale dei prodotti che acquistiamo: se ne trova anche nei dolci, nei cereali, nei formaggi, nelle carni preparate, negli insaccati – consiglia ancora Strazzullo –. Purtroppo non sempre viene segnalato nelle etichette nutrizionali, ma si è aperta una fase di collaborazione e negoziazione fra le autorità sanitarie del Paese e le aziende produttrici per fare maggiore chiarezza e anche per arrivare a una riduzione dell’uso del sale nella preparazione dei cibi industriali: ad esempio, si sta discutendo con i panificatori per ottenere un taglio del sale nel pane, alimento fondamentale e anche simbolico nell’alimentazione italiana. Se non si arriverà ad accordi positivi, credo che bisognerebbe intervenire per legge per ridurre le quantità di sale permesso negli alimenti: gli effetti sulla salute sono troppo evidenti per ignorarli».

PAZIENTI – Anche perché c’è un piccolo dettaglio che fa riflettere: le persone coinvolte nelle ricerche appena analizzate erano sane. «Chi già ha un fattore di rischio cardiovascolare rischia presumibilmente ancora di più – dice l’esperto –. D’altro canto, un paziente può ricevere benefici più ampi e rapidi da una riduzione del sale nella dieta». Non bisogna por tempo in mezzo, insomma: al prossimo pasto, niente saliera sul tavolo.

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Il sale e la dieta: peggio di quanto si pensi

saleLa correlazione tra il sale, l’ipertensione e le malattie cardiovascolari (CVD) è stata ormai confermata in numerosi studi epidemiologici e di intervento e sul modello animale: una riduzione del sale dal corrente uso di 10-12 g/die  ai livelli raccomandati di 5-6 g/die può avere un effetto benefico significativo non solo sulla riduzione della pressione e delle CVD, ma anche su altre patologie. Nei Paesi industrializzati approssimativamente l’80% del sale proviene dalla trasformazione degli alimenti e su questo processo si deve agire nel settore della preparazione industriale, anche perché ciò non richiederebbe particolari modificazioni dello stile di vita da parte del consumatore. Tuttavia, ciò non esclude che – laddove il sale venga aggiunto nella preparazione del cibo e durante il pasto – si debbano organizzare campagne  educazionali sulla popolazione. In una importante review pubblicata sul Journal of Human Hypertension (JHH) del giugno 2009[1] vengono analizzati i danni provocati  dal sale, non solo sulla pressione arteriosa, ma anche sul rischio di stroke, di ipertrofia ventricolare sinistra, di malattia renale. La dieta ricca di sale esplica inoltre un effetto sfavorevole  sull’obesità, sulla calcolosi renale, sull’osteoporosi e probabilmente è una della cause maggiori di morte per  cancro dello stomaco, come risulta da uno studio effettuato in 39 differenti popolazioni residenti in 24 nazioni (forse per un’azione facilitante sull’impianto dell’Helicobacter Pilori). La review analizza l’impiego del sale nelle industrie di trasformazione in vari Paesi dell’area occidentale, i motivi di resistenza di tali industrie ad un suo minore impiego, ed analizza le strategie che si stanno sviluppando in vari Paesi per affrontare il problema. Lo stesso numero del JHH pubblica un piccolo studio  in cui una dieta DASH a basso contenuto di sodio riduce lo stress ossidativo nell’animale e nell’uomo sodio sensibili (ma non in quelli sodio resistenti) molto più della dieta DASH classica; migliora inoltre la funzione vascolare[2]. Per certi versi a conclusioni simili sono giunti alcuni ricercatori cinesi, che su 1.906 soggetti non diabetici sottoposti prima ad una dieta povera di sodio e poi ad una dieta ricca di sodio hanno dimostrato che la riduzione dell’introito di sale  può essere una componente molto  importante nel ridurre la pressione arteriosa in soggetti esposti a rischi multipli di sviluppare una sindrome metabolica, ma soprattutto che questi soggetti o quelli con sindrome metabolica conclamata presentano una maggiore sensibilità  al sodio[3].

Fonti

1-JHH (2009) 23, 363-384;

2-JHH(2009) 23, 1-10;

3-Lancet 2009; 373: 829-35

Droga o antidepressivo? Il sale a tavola è irresistibile

saleConsumiamo in media 10 grammi di sale al giorno: una dose eccessiva, se si tiene conto che, secondo la Food and Drug Administration, massima autorità americana nel campo della salute, l’assunzione giornaliera del più comune condimento da tavola non dovrebbe invece superare i 4 grammi. Il motivo di tanta sapidità? Secondo una recente ricerca dell’Università di Iowa, i cristalli di cloruro di sodio sarebbero in grado di migliorare il tono dell’umore, funzionando quindi da naturali antidepressivi.

Lo studio – Riducendo la quantità di sale nella dieta dei topi, i ricercatori hanno osservato infatti come i piccoli roditori smettessero immediatamente di svolgere altre attività ritenute normalmente piacevoli, come bere bevande zuccherine o mangiare cibi in grado di stimolare sensazioni positive nel loro cervello. “Le attività comunemente piacevoli per i ratti – spiega Kim Johnson, coordinatore degli esperimenti – non sono in grado di apportare lo stesso livello di soddisfazione generato dall’assunzione di sale. Il che ci porta a credere che un deficit di sale e la mancanza di piacere a esso associata possano provocare la comparsa di veri e propri sintomi depressivi“.

Nonostante la diagnosi di depressione necessiti della presenza congiunta di almeno cinque sintomi (come la diminuzione della capacità di concentrazione, l’insonnia o la perdita di peso), i ricercatori sottolineano però come la marcata diminuzione di interesse per le attività normalmente piacevoli rappresenti una delle caratteristiche principali della depressione psicologica. E la capacità del comune sale da tavola di agire come sostanza antidepressiva potrebbe aiutare quindi a spiegare, aggiungono gli scienziati, perché molte persone tendano a condire tanto i cibi, nonostante i noti rischi cardiovascolari connessi a una dieta eccessivamente salata.

Il sale – “La maggior parte dei nostri sistemi biologici necessita del sale per funzionare – spiega Johnson – ma nel corso dell’evoluzione, non avendo più facilmente accesso a esso, il nostro corpo ha imparato a trovarlo e a conservarlo”. Oggi, però, a parere degli scienziati, si registrerebbe un vero e proprio abuso di sodio, dovuto soprattutto alle “frenetiche” abitudini alimentari: il 77% del sale ingerito proverrebbe infatti dagli alimenti cosiddetti “moderni”, come i cibi pronti, i surgelati o i prodotti da fast food

Dipendenza – L’abuso di sale, secondo i ricercatori di Iowa, avrebbe a che fare con la dipendenza dalla sostanza. Molte persone affette da disturbi cardiovascolari, che quindi necessitano di una dieta a basso contenuto di sodio, ammetterebbero infatti di avere difficoltà a farlo poiché il consumo di cibi poco salati non provocherebbe lo stesso piacere generato dai cibi molto saporiti. Per di più, dagli esperimenti condotti sui topi, sarebbe emerso come un deficit di sale attivi i medesimi meccanismi cerebrali che si “accendono” nei tossicodipendenti in mancanza di droga. “Questo suggerisce – conclude Johnson – che la tendenza a usare molto sale sia connessa a una vera propria dipendenza cerebrale da questa sostanza, che è quindi in grado di provocare piacere e mettere il buon umore“.

Coliche renali: i consigli in cucina per allontanare i calcoli

calcolosi-app-urinarioC`è chi paragona il dolore di una colica renale ad una ferita inferta da un`arma da fuoco. Un`esperienza, per chi l`ha provata, dolorosa come poche, ma soprattutto improvvisa, a tradimento. Non sempre però la presenza di calcoli renali dà vita a spasmi e fitte. È vero invece che fin dall`antichità “il mal della pietra” ha tormentato la vita di tanti: sassolini e pietruzze sono stati trovati persino nelle vie urinarie delle mummie. In occasione della Giornata mondiale del Rene 2009 qualche consiglio utile per l`alimentazione e per proteggere i reni anche a tavola.  

Sale “q.b.” – “La calcolosi renale – spiega a Salute24 Annamaria Bernardi, direttore del Dipartimento di Nefrologia e Nutrizione clinica delle ULSS 18 e 19 di Rovigo – è una patologia caratterizzata dalla formazione di aggregati cristallini, sali di calcio per lo più, che si depositano  nelle vie urinarie e che muovendosi con il flusso urinario provocano la colica”.

Si tratta di un dolore che tende a ritornare. Le cause? Familiarità, nutrizione, stagionalità e, ovviamente, patologie metaboliche o malformazioni a carico delle vie urinarie. “Il meccanismo di formazione dei calcoli dipende da una concentrazione eccessiva di elementi minerali superiore a quella che può essere disciolta nelle urine”, spiega la nefrologa. Le due chiavi per mantenere l`organismo in equilibrio sono sempre “giuste quantità di liquidi” e “corretta alimentazione”. Regola numero uno: ridurre il sale nelle nostre pietanze, ma anche i cibi pronti che ne contengono in eccesso. “Massimo  4-5 grammi al giorno (compreso il sale che già di per sé è contenuto nei cibi, quindi circa 3 grammi da aggiungere come condimento) soprattutto nei soggetti in cui la dieta sia povera di calcio o di fosforo e ricca di proteine”.

Acqua sì, acqua no – Le opinioni intorno alla quantità di liquidi da bere sono controverse, primo perché i liquidi contengono sali minerali, secondo perché la diluizione delle urine comporta anche la diluizione di quelle sostanze che inibiscono la formazione dei cristalli e quindi dei calcoli. “In ogni caso – puntualizza Bernardi – il vantaggio dell`apporto di liquidi è senz`altro maggiore rispetto ai rischi”. Bere aiuta infatti a diminuire la parte non disciolta dei sali. Il consiglio della specialista è di “incrementare l’assunzione di liquidi fino a 2 litri al giorno usando acqua con basso contenuto di sodio e calcio“. Quindi “si può bere acqua di rubinetto o comunque che abbia un contenuto di calcio inferiore a 50-60 mg per litro, ma ad esempio si deve limitare il latte per la presenza di calcio, il caffè e i succhi di frutta per la presenza in questi di elevate quantità di ossalati, che combinandosi con il calcio producono i calcoli di ossalato di calcio”. Da evitare anche l’acqua gassata, che può acidificare le urine.

 

La classifica dei vegetali – Altro suggerimento, le verdure. I nutrizionisti suggeriscono solitamente 5 porzioni al giorno, tra ortaggi e frutta. Contro la calcolosi, però, è bene saper distinguere. Meglio orientarsi sui prodotti in cui la natura ha concentrato meno ossalati. Carote (33 mg per 100 grammi), sedano (50 mg) e cavolfiore (60 mg) battono bietole (690 mg di ossalato per 100 grammi) e spinaci (676 mg). Virtuose per i nostri reni sono anche le arance, con appena 24 mg di ossalati, mentre per i golosi non sarà piacevole sapere che il cacao in polvere ne contiene 450 mg su 100 grammi. Tra gli alimenti consigliati c`è il limone, che ha potere solvente sui calcoli facilitandone lo scioglimento e agendo da “scudo” per i calcoli. Anche la cipolla aiuta: con il suo effetto diuretico favorisce l`eliminazione di acido urico. Così come prezzemolo, sedano, carciofo, cavolo e mela.

 

Occhio alle purine e alla renella – Una dietoterapia della calcolosi deve però far attenzione anche ad altro. Alle purine, ad esempio, molecole che il metabolismo trasforma in cristalli di urato che producono, in ambiente acido, calcoli di urato o depositi (la cosiddetta renella). Ecco perché è preferibile limitare a rare occasioni il consumo di alimenti che ne sono ricchi come tutti i salumi ed insaccati, alici, acciughe, sardine, scampi, gamberi e cozze, merluzzo e trote, ma anche di fegato, pancetta affumicata, tacchino, interiora, estratti di carne e selvaggina. Pane, riso e pasta, ma anche formaggi, vegetali verdi, uova contengono meno purine. Lo stesso vale per la frutta, ma attenzione, spiega Bernardi, “bisogna ridurre gli alimenti ricchi di fruttosio, come frutta molto matura, marmellate, o sciroppi, perché favoriscono la ritenzione di acido urico”.

 

Nel bicchiere non solo divieti – Gli alcolici non fanno bene ai reni. Unica concessione, il vino rosso. “A dosi moderate può produrre una significativa riduzione di tutte le cause di mortalità cardiovascolare per l’effetto antiossidante e alcalinizzante delle urine”, spiega Bernardi.  Stesso discorso vale per la birra che può aumentare gli inibitori della cristallizzazione, proteggendo dallo stress ossidativo. “Ad esempio – conclude la specialista -, sostanze estratte dal luppolo possono stabilizzare il pH urinario, riducendo la possibilità di calcolosi“.

fonte SALUTE24.it

Meno sale = più vita!

Tre grammi in meno di sale al giorno determinerebbe una riduzione del 20% nel numero di morti per ictus e del 15% dei morti per infarto. Poiché ogni anno sono 17,5 milioni i morti per infarto e ictus, mezzo cucchiaino di sale in meno al giorno potrebbe permettere di salvare milioni di vite. E’ il messaggio della Federazione cuore. Testimonial d’eccezione il maratoneta Stefano Baldini: ‘il cuore e’ il mio muscolo più forte, avere una dieta sana mi aiuterà a mantenerlo giovane’.

Fonte ANSA – ROMA, 23 SETTEMBRE 2008


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