Posts Tagged 'Tumore alla prostata'

Il primo vaccino terapeutico contro il cancro

Si chiama Provenge (Sipuleucel-T, Dendreon), ed è il primo vaccino terapeutico approvato dalla Food and Drug Administration contro il cancro, un’immunoterapia cellulare per il tumore alla prostata metastatico, sintomatico o minimamente sintomatico, da utilizzarsi nei pazienti che non rispondono alla terapia ormonale. Il via libera dell’Fda arriva dopo tre studi di fase III, che hanno coinvolto 737 pazienti, ma in particolare dopo l’esito dello studio Impact, un trial randomizzato di fase III su 512 uomini. I pazienti trattati col vaccino hanno avuto una sopravvivenza mediana di 25,8 mesi a fronte dei 21,7 dei pazienti trattati con placebo. Inoltre, la sopravvivenza a tre anni degli uomini sottoposti all’immunoterapia è aumentata del 38% rispetto ai controlli e complessivamente il vaccino ha ridotto il rischio di morte del 22,5% rispetto al placebo (HR=0.775).

«La disponibilità di questo farmaco offre una nuova opzione terapeutica ai pazienti con cancro alla prostata in fase avanzata, per il quale al momento ci sono poche terapie efficaci» ha commentato Karen Midthun, M.D., direttore del Center for Biologics Evaluation and Research dell’Fda. Ma come funziona il vaccino? Sipuleucel-T è un’immunoterapia cellulare autologa che sfrutta cellule umane vive per stimolare il sistema immunitario del paziente a rispondere al tumore. Ogni dose di vaccino è prodotta estraendo dal sangue del paziente cellule staminali emopoietiche mediante leucaferesi. Per aumentare la risposta anti-tumorale, le cellule sono esposte a una proteina che si trova nella maggior parte dei tumori prostatici, legata a un immunostimolatore, dopodichè vengono reinfuse nel paziente. In particolare, il vaccino è disegnato per favorire il riconoscimento da parte dei linfociti delle cellule che trasportano l’antigene PAP (Prostatic Acid Phosphatase ), espresso da quasi il 95% dei tumori alla prostata. Sipuleucel-T si somministra per via endovenosa in tre dosi a intervalli di due settimane l’una dall’altra.

Le difficoltà pratiche non mancano. L’azienda produttrice intende per ora fornire il vaccino a 50 centri che hanno già partecipato alle sperimentazioni su sipuleucel-T e prevede di aumentare la sua capacità produttiva nel prossimo anno. Come parte integrante delle attività post-marketing, Dendreon dovrà ora istituire un registro di circa 1.500 pazienti per valutare il rischio di eventi cerebrovascolari associati all’immunoterapia. Infatti, in quattro studi clinici randomizzati, tali eventi (inclusi gli ictus ischemici ed emorragici) si sono verificati nel 3,5% degli uomini trattati col vaccino contro il 2,6% dei controlli. In più il costo del farmaco non è da sottovalutare. Ogni infusione di sipuleucel-T dovrebbe costare circa 31mila dolari, e il costo totale dei 3 trattamenti previsti per la terapia è di 93mila dollari. Sulla base dei dati clinici disponibili, ogni mese di vita guadagnato avrebbe quindi un costo di 23mila dollari. Lo sviluppo del farmaco pare sia costato circa 1 miliardo di dollari. Secondo l’azienda, le richieste di farmaco inizialmente supereranno la capacità produttiva. Inizialmente sarà possibile trattare circa 2mila pazienti. Il farmaco infatti non può essere conservato in quanto viene prodotto partendo dal materiale biologico di ogni singolo paziente. Ogni lotto è quindi unico al mondo. Un fatto è, comunque, certo: l’approvazione del Provenge apre la strada ad altri approcci simili a questo, che sono già in fase avanzata di studio, da quelli rivolti contro il bersaglio MAGE-A3 del melanoma, su cui lavorano anche ricercatori italiani, al DCVax, già approvato in Svizzera contro una particolare forma di tumore al cervello.

di Marco Malagutti

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Le noci proteggono dal tumore alla prostata

Il consumo di noci rallenta la crescita del tumore della prostata, ed ha effetti benefici su molti geni associati al controllo di questa forma di cancro. Lo afferma uno studio americano presentato al meeting dell’American Chemical Associationd San Francisco. ”Questo studio – ha spiegato Paul Davis dell’Università della California – ha dimostrato che nelle cavie una quantità di noci facilmente assumibile anche dall’uomo mantiene controllato il tumore, e ho buone speranze che questo possa avvenire anche nei pazienti”. I ricercatori hanno nutrito cavie geneticamente modificate per sviluppare il tumore alla prostata con l’equivalente di 70 grammi di noci al giorno per l’uomo. Dopo 18 settimane la crescita del tumore risultava minore del 30-40 per cento rispetto al gruppo di controllo, e nel sangue dei topi sono stati trovati livelli molto più bassi di una proteina (Igf-1) associata allo sviluppo di questo tipo di cancro. Inoltre, un controllo dell’attività genetica delle cellule tumorali ha mostrato diversi effetti positivi su molti geni che controllano il metabolismo. Non è la prima attività positiva trovata per questo frutto: studi precedenti hanno già dimostrato che le noci hanno proprietà benefiche nel proteggere dalle malattie cardiovascolari.

Fonte AGIsalute

Tumore alla prostata: i calvi sono meno a rischio

Sarà pure un duro colpo per gli uomini iniziare a perdere i capelli già a 30 anni, ma un nuovo studio della University of Washington School of Medicine di Seattle ha scoperto che invece potrebbe essere un bene per la loro salute. Gli uomini infatti che perdono i capelli avrebbero il 45 per cento in meno di probabilità di sviluppare il cancro alla prostata.

I risultati sono stati riportati sulla rivista Cancer Epidemiology.

I ricercatori americani hanno collegato gli alti livelli di testosterone che in genere hanno i calvi con un minor rischio di tumori.

Per arrivare a queste conclusioni sono stati coinvolti nello studio 2 mila uomini di età compresa tra i 40 e i 47 anni, la metà dei quali ha sviluppato il cancro alla prostata. I ricercatori hanno confrontato l’incidenza del tumore in chi a 30 anni stava già perdendo i capelli e in chi invece non ha subito alcuna perdita. Ebbene, dai risultati è emerso che gli uomini che avevano iniziato a sviluppare una leggera calvizie, come quella del 27enne principe William, avevano un rischio minore di ammalarsi di tumore alla prostata.

“In un primo momento i risultati sono stati sorprendenti”, ha commentato Jonathan Wright, esperto di cancro alla prostata della University of Washington. “Ma abbiamo scoperto che l’esordio precoce della calvizie – ha concluso – è associato con un 45% di riduzione del rischio di sviluppare il cancro alla prostata”.

Fonte AGIsalute

Cancro alla prostata: anche le forme aggressive sconfitte da anticorpo F77

Si chiama F77 ed è un nuovo anticorpo monoclonale in grado di far regredire fino all`85% di diverse forme tumorali alla prostata, comprese alcune forme considerate attualmente incurabili. La scoperta, condotta da Mark Greene della University of Pennsylvania School of Medicine di Filadelfia, è stata pubblicata sulla rivista internazionale Pnas-Proceedings of the National Academy of Sciences.

L’anticorpo è in grado di attaccare direttamente il tumore alla prostata, ma anche di aiutare il sistema immunitario a individuare e distruggere le cellule cancerogene. Inoltre, spiegano i ricercatori, mettendo in evidenza la molecola con un marcatore si potrebbe consentire ai medici di monitorare la diffusione del cancro, rivelando con precisione in quale zona del corpo stanno crescendo le metastasi. “Una significativa riduzione nel tasso di crescita del tumore è stata osservata nei topi iniettati con F77. Dopo 10 giorni, la dimensione media dei tumori nei topi trattati era cresciuta da 30 millimetri cubi a 79,7 millimetri cubi – spiega Greene -, mentre i topi non trattati con F77 dopo 10 giorni avevano una massa tumorale pari a 195,8 millimetri cubi“.

Fonte SALUTE24.it 

Tumore alla prostata, diagnosi in dieci minuti

Da oggi in soli dieci minuti è possibile dignosticare precocemente il tumore alla prostata. È merito di un nuovo esame del sangue denominato “PsaWatch” in grado di rilevare, nel giro di pochi minuti, la presenza nel sangue di un indicatore del cancro, chiamato “antigene prostatico specifico” o, appunto, Psa.

Il particolare antigene è una proteina, prodotta dalle cellule della prostata, che si riversa nel sangue quando l’organo è danneggiato. Nel caso di un’elevata quantità di Psa c’è maggior rischio di ammalarsi di tumore, ma la causa potrebbe essere legata anche a una più semplice infezione prostatica: per questo è necessario sottoporsi ad altri esami per appurare se effettivamente si è in presenza di un carcinoma.

Rispetto al tradizionale esame del sangue, il test “PsaWatch” consente la conoscenza del responso in soli dieci minuti in quanto necessita soltanto di una goccia di sangue e di un dispositivo portatile per analizzarla. Questo esame, secondo Tim Larner, urologo della Brighton e Sussex University Hospitals Nhs Trust, è particolarmente indicato “per i pazienti che vogliono monitorare attivamente i loro livelli di Psa e per i pazienti che necessitano di questo monitoraggio regolare per misurare la progressione della malattia e l’efficacia dei trattamenti”.

Fonte SALUTE24.it

Non rinunciare al caffè per proteggere la prostata

Non c’e’ motivo di privarsi del piacere del caffè se si teme di essere a rischio di ammalarsi di cancro alla prostata. Anzi, se i risultati di un nuovo studio statunitense saranno confermati, bere caffe’ nella migliore delle ipotesi potrebbe anche ridurre il rischio. Nella ricerca si e’ notato che gli uomini che consumavano piu’ caffe’ avevano un rischio inferiore del 60% di tumori aggressivi rispetto a quelli che non ne bevevano affatto. Il caffe’ ha un effetto sul metabolismo degli zuccheri e anche sui livelli di ormoni sessuali, entrambi fattori che sono stati collegati al cancro alla prostata. “Sono molto pochi i fattori legati allo stile di vita che sono stati associati con il rischio di cancro alla prostata”, ha spiegato Kathryn Wilson della Harvard Medical School, il cui studio e’ stato presentato a un conferenza della American Association for Cancer Research, “specialmente nella forma avanzata, percio’ sarebbe molto importante confermare il legame con il consumo di caffè emerso dalla nostra ricerca”. Gli scienziati non sono sicuri di quali siano i componenti del caffè che agiscono positivamente proteggendo dal cancro alla prostata. E’ noto tuttavia che la bevanda contiene molti composti biologici attivi, come minerali e antiossidanti, che limitano il danno ai tessuti causato dalla produzione di energia nelle cellule. L’equipe della scuola di medicina della Harvard ha registrato la quantità di caffè consumata da quasi 50.000 uomini ripetendo il sondaggio ogni quattro anni tra il 1986 e il 2006. Nonostante gli esperti ritengano che servono altri studi per trarre conclusioni definitive sugli effetti benefici del caffè, tuttavia la Wilson ha sottolineato che gli ultimi dati “suggeriscono almeno che se si teme di essere a rischio di cancro alla prostata non c’è motivo di smettere di bere caffè”.

Fonte AGIsalute

Fotostatina, l’interruttore generale dei lipidi

obesitàAgendo su 63 geni contemporaneamente, nel modello animale ha consentito una rapida diminuzione ponderale, della glicemia e della colesterolemia. Un gruppo di ricercatori del Baylor College of Medicine e della Kyoto University ha individuato una piccola molecola che è in grado di “spegnere” i geni preposti alla sintesi dei grassi. Come riferiscono Salih Wakil, Motonari Uesugi e collaboratori in un articolo pubblicato sulla rivista “Chemistry and Biology”, la sostanza blocca il fattore di trascrizione SREBP, attivamente coinvolto nella sintesi dei grassi. A differenza delle statine che attualmente in uso, che bloccano un solo enzima della via metabolica del colesterolo, questo composto – chiamato dai ricercatori fotostatina e precedentemente noto con la sola sigla 125B11 – influenza contemporaneamente molti geni coinvolti nella produzione e nel metabolismo dei lipidi e implicati per diversi aspetti nello sviluppo della sindrome metabolica, un complesso di fattori di rischio che comprendono obesità, ipercolesterolemia e resistenza all’insulina. Lo studio delle colture in vitro ha mostrato che la fotostatina abbassa notevolmente l’attività di 63 geni, 34 dei quali direttamente coinvolti nella sintesi degli acidi grassi o del colesterolo, molti dei quali sono sotto il controllo di SREBP. Una successiva analisi più puntuale ha mostrato che la fotostatina impedisce l’attivazione di SREBP e la sua penetrazione nel nucleo, dove innesca il programma per la produzione dei grassi, legandosi a un’altra proteina (SCAP) che funge da vettore di SREBP nel nucleo. I topi a cui è stata successivamente somministrata la fotostatina hanno mostrato un significativo calo ponderale, indipendentemente dalla loro dieta, con una perdita media dopo quattro settimane del 12 per cento e una contemporanea diminuzione del 70 per cento dei livelli della glicemia. Anche il colesterolo (sia LDL sia HDL) è risultato abbassato, mentre risultava superiore la concentrazione ematica di acidi grassi, segno di una più elevata domanda di grassi da “bruciare”. I depositi di grasso nel fegato apparivano inoltre diminuiti del 30 per cento. Alla capacità di bloccare la proteina SREBP è probabilmente legata anche la capacità di esplicare un’azione antitumorale contro il cancro della prostata che alcune precedenti ricerche su colture in vitro avevano attribuito alla fotostatina: le cellule in crescita hanno infatti bisogno di acidi grassi e di colesterolo per costruire la loro membrana. La fotostatina non è la prima molecola che interferisce con SREBP, osservano i ricercatori, ma lo fa secondo meccanismi del tutto nuovi. Gli autori avvertono che comunque è necessario ancora molto lavoro di ricerca prima che la fotostatina o un suo derivato possano essere impiegati in campo clinico contro l’obesità, le patologie cardiovascolari e il diabete.


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