Posts Tagged 'tumore'

Scoperta la semaforina E3, la molecola che regola le metastasi

 

Una molecola chiamata semaforina E3 regola la produzione di metastasi da parte di alcuni tumori, e se la si inibisce si può evitare che il cancro si diffonda nell’organismo. Lo ha scoperto uno studio dell’Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo (Torino) pubblicato dal Journal of Clinical Investigation. Le semaforine sono una grande famiglia di molecole che regolano la migrazione delle cellule. In precedenti studi il gruppo piemontese guidato da Luca Tamagnone ha scoperto che anche i tumori hanno le proprie semaforine, che a loro volta sono coinvolte nella produzione delle metastasi. I ricercatori hanno rilevato che quando la semaforina E3, è particolarmente abbondante nei tumori questi sono particolarmente invasivi e formano metastasi. Secondo lo studio questa particolare semaforina è un ottimo indicatore della possibilità di avere metastasi per il melanoma e per il tumore del colon retto e sono già in sperimentazione dei farmaci in grado di bloccarne l’azione agendo su alcune proteine che prendono parte al suo meccanismo di azione. 

Per approfondimenti 


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I tumori neuroendocrini: nuove frontiere

I tumori neuroendocrini (NET nella dizione inglese) sono una patologia rara, due casi ogni 100mila italiani l’anno, derivano da cellule neuroendocrine e possono interessare ogni organo o tessuto del corpo umano. Colpiscono gli uomini così come le donne e aggrediscono sia adulti sia bambini, benché siano più numerosi fra gli adulti 40-45enni e gli anziani 70-75enni. Quello che è certo è che i tumori neuroendocrini hanno mostrato negli ultimi 30 anni un continuo aumento di incidenza, mentre la loro sopravvivenza a 5 anni nel complesso non è migliorata col passare del tempo e delle ricerche. E’ quanto emerge dai dati del registro Americano.

I sintomi con cui questi tumori si presentano sono spesso aspecifici, ciò può condizionare un ritardo nella diagnosi. Se individuati in tempo e trattati bene questi tumori possono essere guaribili, ma i pazienti sono ancora troppo spesso, orfani di cure. La diagnosi precoce riguarda appena il 35-40% dei casi. I tumori neuroendocrini sono ancora poco conosciuti, di difficile approccio diagnostico e terapeutico. Attualmente non esistono sistemi classificativi e di stadiazione uniformemente condivisi. Recentemente alcuni esperti della European Neuroendocrine Tumor Society hanno proposto un nuovo sistema classificativo, simile a quello generalmente utilizzato per altre neoplasie, basato sul sistema TNM, ovvero che considera l’estensione del tumore primitivo (T), la presenza di secondarismi linfonodali (N) e di metastasi a distanza (M) , dividendo i tumori in stadi (stadio I, IIa, IIb, IIIa, IIIb, IV). Da alcune esperienze, tuttavia ancora limitate, sembrerebbe emergere una miglior correlazione di questo nuovo sistema classificativo TNM con la sopravvivenza rispetto alla precedente classificazione WHO. Il sistema classificativo TNM inoltre introduce nella classificazione dei NET il “grading”, sulla base del numero di mitosi e della percentule di antigene di proliferazione Ki-67, fornendo un ulteriore importante elemento prognostico, che può aiutare il clinico anche per decidere il tipo di condotta terapeutica da adottare.

Nuove terapie nei tumori neuroendocrini

Ashley Grossman dell’Università di Londra, Presidente dell’Associazione Europea di Neuroendocrinologia. Come ha messo in evidenza Ashley Grossman nella sua relazione, le nuove terapie attualmente in studio nell’ambito dei NET sono: pasireotide, temozolamide, RAD001, imatinib, sunitinib, bevacizumab.

I tumori neuroendocrini metastatici: la bioterapia

La bioterapia con analoghi della somatostatina e interferone ha come obiettivo principale quello di controllare la sintomatologia da iperincrezione ormonale, migliorando la qualità della vita e di migliorare la sopravvivenza riducendo la secrezione di ormoni e rallentando la progressione della crescita tumorale. In commercio sono disponibili diverse formulazioni di analogo della somatostatina: octreotide somministrabile per via sc più volte nel corso della giornata, le forme long acting lanreotide LA e octreotide LAR somministrabili per via intramuscolare ogni 2 o 4 settimane e il lanreotide autogel somministrabile per via sc profonda ogni 4-6 settimane. Gli analoghi della somatostatina sono farmaci che agiscono legandosi ai recettori della somatostatina e in particolar modo al sottotipo recettoriale 2. Il razionale del loro impiego clinico è l’espressione nei tumori neuroendocrini dei recettori della somatostatina. Mentre è indiscussa l’efficacia di questi farmaci nel controllo della sintomatologia e della ipersecrezione ormonale, una riduzione della massa tumorale si può ottenere solo nel 3-7% dei casi. E’ però anche vero che se si considerano solo gli studi condotti su pazienti con malattia in progressione, l’impiego degli analoghi della somatostatina permette una stabilizzazione di malattia nel 26-75% dei casi per 6-24 mesi. In quei pochi studi in cui viene valutato l’impatto degli analoghi della somatostatina sulla sopravvivenza sembrerebbe esserci un aumento della sopravvivenza nei pazienti trattati con analoghi della somatostatina. Attualmente non sono ancora stati individuati fattori predittivi certi di risposta alla terapia con analoghi della somatostatina.

Trattamento chirurgico delle metastasi e trapianto di fegato

Si è soffermato sul trattamento chirurgico delle metastasi e trapianto di fegato il professor Luciano Giorgio De Carlis, Responsabile della Struttura Semplice Trapianto di Fegato presso l’A.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda, intervenuto alla Tavola rotonda sulla gestione dei tumori neuroendocrini metastatici. Circa il 46-93% dei pazienti con tumore neuroendocrino sviluppa metastasi epatiche che in 2/3 dei casi sono multiple e bilobari. Per il loro trattamento disponiamo di provvedimenti medici, chemioterapici, radiologi e chirurgici. I trattamenti chirurgici prevedono la resezione epatica con intento curativo o palliativo e il trapianto di fegato con intento curativo. La resezione epatica radicale (con asportazione di >90% della massa tumorale) raddoppia la percentuale di sopravvivenza a 5 anni, mentre l’asportazione <90% della massa tumorale appare sovrapponibile ai paziente non resecati, anche se può portare ad una vantaggio sulla sintomatologia. La resezione epatica è gravata da un’alta percentuale di recidive. Il trapianto di fegato può essere considerato solo se vengono rispettati alcuni requisiti stringenti quali la conferma istologica della natura e del grading del tumore primitivo (carcinoide; basso grado), l’invasione metastatica del parenchima < 50%, una malattia stabile negli ultimi 6 mesi prima del trapianto, un’età <55 anni, l’assenza di malattia extraepatica (ad eccezione dei linfonodi asportabili), la completa asportazione del tumore primitivo. I risultati del trapianto di fegato appaiono incoraggianti e in alcune esperienze si ottiene una sopravvivenza a 5 anni del 90% e una sopravvivenza libera da malattia a 5 anni del 77%. Tuttavia esistono ancora dei limiti, quali l’assenza di linee guida di riferimento (selezione dei pazienti, criteri di trapiantabilità) e l’assenza di fattori prognostici noti, inoltre i risultati delle varie casistiche a confronto appaiono molto contrastanti.

Terapie innovative chirurgiche

Nel 1996 Gagner ha introdotto anche per le lesioni del pancreas endocrino la tecnica chirurgica laparoscopica ovvero quella che viene definita chirurgia mini invasiva. Come ha messo in evidenza nella sua relazione il Dottor Marco Boniardi Dirigente Medico di primo livello SC Chirurgia Generale e videolaparoscopia AO Ospedale Niguarda Cà Granda Milano, tale approccio chirurgico offre degli indiscussi vantaggi rispetto alla chirurgia laparotomia tradizionale: è una procedura associata ad un minor trauma di parete, permette una riduzione del dolore postoperatorio, della degenza ospedaliera postoperatoria ed un ritorno più precoce alla vita sociale-lavorativa. A fare una panoramica sulle nuove terapie chirurgiche è stato il dottor Marco Boniardi. Questi ha sottolineato come alcuni tumori neuroendocrini pancreatici hanno caratteristiche che rendono le lesioni canditati ideali per l’approccio mininvasivo (lesione unica, di piccole dimensioni, di natura benigna). In particolar modo in circa 90% dei casi di insulinoma sono presenti queste caratteristiche; pertanto l’insulinoma costituisce la neoplasia endocrina pancreatica più frequentemente trattata con l’approccio mininvasivo. Sono invece controindicazioni all’approccio mininvasivo: le lesioni multiple diffuse (neoplasia endocrina multipla di tipo I, MEN I), la sospetta malignità con infiltrazione vascolare o linfoadenopatia secondaria, eventuali pregresse laparotomie a carico dell’addome superiore, la diatesi coagulativa, le pneumopatie restrittive. La tecnica laparoscopica può anche essere associata alla chirurgia robotica che offre considerevoli vantaggi quali una visione tridimensionale, la stabilità dell’immagine e una migliore manovrabilità degli strumenti robotici.

Il carcinoide bronchiale

Il polmone rappresenta una delle sedi più frequenti dei tumori endocrini. Circa il 25% di tutti i carcinoidi origina nel polmone; sebbene solo 1-2% di tutti i tumori del polmone è costituito da carcinoidi. La maggior parte dei carcinoidi bronchiali appartiene al gruppo dei carcinoidi tipici (76-89%). Spesso i carcinoidi bronchiali sono riscontrati ad uno stadio iniziale e la chirurgia può essere fatta con intento curativo. Numerosi studi hanno ricercato eventuali fattori prognostici (tipo istologico, metastasasi linfonodali, Ki-67, numero di mitosi, sede del tumore, dimensione del tumore, tipo di intervento chirurgico, ecc) nell’ambito dei carcinoidi bronchiali con risultati non sempre univoci. Per lo più vi è accordo nell’individuare nel tipo istologico (carcinoide tipico vs atipico) il principale elemento prognostico di sopravvivenza. Il coinvolgimento linfonodale sembrerebbe avere un impatto prognostico soprattutto nel carcinoide atipico. La terapia chirurgica rappresenta l’opzione terapeutica principale dei carcinoidi bronchiali. L’impiego di una procedura endoscopica ha una applicazione limitata in quei pazienti non candidabili ad una procedura chirurgica, anche se è stato ipotizzato un impiego in carcinoidi bronchiali di piccole dimensioni, a crescita intraluminale, senza evidenza radiologica di infiltrazione extraluminale e/o invasione linfonodale.

Fonte: Prevenzione Tumori

Il Super Pomodoro contro il cancro!

Un’arma in più per la prevenzione del cancro. È il frutto, è proprio il caso di dirlo, di una ricerca tutta italiana dell’Istituto di Chimica Biomolecolare CNR di Napoli, che ha creato una sorta di superpomodoro completamente naturale e non transgenico dall’alto valore nutrizionale. Erano già note le proprietà antiossidanti del pomodoro, in grado di proteggere la membrana cellulare dall’aggressione dei radicali liberi; proprio da questa base sono partiti i ricercatori italiani che hanno sviluppato queste caratteristiche, aumentandole grazie a una serie di incroci di varietà diverse. Le sue caratteristiche sono state illustrate durante una conferenza stampa di presentazione della Settimana di Prevenzione del tumore alla prostata. Mauro Dimitri, presidente della World Foundation of Urology, ha spiegato: “questo pomodoro, nato dalla fusione dei corredi genetici di alcune varietà di pomodori neri e linee pure di San Marzano, risponde perfettamente alle caratteristiche nutrizionali di prevenzione. Possiede infatti un’attività antiossidante totale superiore ad altri ibridi di pomodoro normalmente in commercio e contiene una nuova famiglia di antiossidanti chiamata Antocianine, riconosciute per il loro ruolo di protezione in alcune sindromi metaboliche come quelle cardiovascolari, diabete, obesità ed elevati livelli di colesterolo e trigliceridi. Degli esperimenti condotti hanno inoltre dimostrato la perdita di solo il 20% dell’attività antiossidante totale a 300 gradi per 5 minuti”. Il prodotto della ricerca, il nuovo pomodoro alleato della prevenzione, è già pronto per essere lanciato sul mercato.

Fonte ItaliaSalute.it

Bastano 15 sigarette per modificare il Dna

Per un polmone nuovo ci vogliono 15 anni, per farlo invecchiare bastano 15 sigarette. Parola degli esperti  del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge che per la prima volta sono riusciti a catalogare tutti gli errori genetici a cui va incontro il Dna sotto l`effetto delle sostanze chimiche del tabacco.

Sono 23.000 le mutazioni dei geni provocate dal fumo, secondo il nuovo studio del Progetto Genoma Umano dei Tumori pubblicato su Nature. Il nuovo tassello nella comprensione dell`insorgenza e dello sviluppo dei tumori, in particolare quelli del polmone e il melanoma (tumore della pelle), si arricchisce di dettagli inediti. A provocare il caos genetico che conduce alla malattia non è infatti un`unica mutazione, ma una combinazione. “I tumori si verificano quando il controllo del comportamento delle cellule è perso”, spiega Andy Furtreal, uno degli autori della scoperta. A quel punto le cellule crescono come, quando e dove non dovrebbero. Nel caso del fumo, ad esempio, bastano 15 sigarette, secondo i calcoli dei ricercatori, a innescare una singola mutazione. Le variazione negative del Dna si trasmettono poi alle generazioni successive. Per far rientrare l`allarme, secondo lo studio, c`è bisogno di 15 anni di completa astinenza dal tabacco, dopo i quali il rischio di sviluppare cancro al polmone torna a livelli normali.

Fonte SALUTE24.it 

Tumori: maitake, dal Giappone il fungo che combatte le neoplasie

Il “maitake”, un particolare tipo di fungo molto popolare in Cina e Giappone, è in grado di ridurre del 75% la crescita delle cellule tumorali. È quanto sostiene uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Urologia del New York Medical College (Stati Uniti) e pubblicato sul British Journal of Urology.

Conosciuti da sempre per le loro proprietà antitumorali, per la capacità di stimolare le difese del sistema immunitario e per la cura delle malattie cardiache, i funghi – e in particolare questi funghi giganti in grado di crescere fino a 20 centimetri – secondo i ricercatori riducono non solo del 75% la crescita delle cellule tumorali nei malati di cancro alla prostata e alla vescica, ma sono in grado anche di abbassare di due terzi il rischio di sviluppare il cancro al seno.

Miscelare un piccolo estratto del fungo con gli interferoni (proteine usate per rinforzare il sistema immunitario dei pazienti), spiegano gli studiosi, è la combinazione vincente capace di attivare un enzima che controlla la crescita delle cellule malate e di bloccare la diffusione del tumore. “Questa sinergia è molto significativa – afferma Sensuke Konn, responsabile del Dipartimento -. Grazie ai funghi non solo migliora l’efficacia del trattamento, ma migliora anche la qualità della vita dei pazienti perché si può ridurre la dose dei farmaci convenzionali in modo significativo”.

Altri studi hanno anche dimostrato che i funghi possono contribuire a ridurre il rischio di malattie cardiache: privi di grassi, zuccheri e sale, sono una preziosa fonte di fibre alimentari, nonché di cinque importanti vitamine del gruppo B, oltre che di potassio, rame, fosforo e ferro.

Fonte SALUTE24.it

SCOPERTI I GENI COINVOLTI NELL’ANGIOGENESI TUMORALE

Tumori.ricercaE’ stato identificato presso i nuovi Laboratori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma (IRE) un gruppo di geni ed il loro meccanismo molecolare che consente di rendere i tumori più invasivi, grazie alla capacità di favorire la produzione di vasi sanguigni e di conseguenza la progressione e diffusione del tumore (metastasi). Tre i geni principali coinvolti nel meccanismo descritto nell’articolo: p53, E2F1, ID4, mentre sono 186 i casi di tumore al seno osservati a conferma dei risultati.
Il lavoro è stato svolto da un gruppo multidisciplinare dell’IRE, che comprende l’Anatomia Patologica, l’equipe di Giovanni Blandino, Direttore del laboratorio di Oncogenomica Traslazionale e alcune giovani ricercatrici contrattiste dell’Istituto Regina Elena tra le quali Giulia Fontemaggi, Stefania dell’Orso e Daniela Trisciuoglio. Lo studio è stato finanziato dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e dalla Comunità Europea.
“L’IRE da circa un anno – spiega la Prof.ssa Paola Muti, Direttore Scientifico dell’IRE – ha attivato i nuovi laboratori dell’Area di Medicina Molecolare per sviluppare e potenziare la ricerca traslazionale in campo oncologico. L’area, che allo stato attuale copre circa 2000 mq, comprende i laboratori di oncogenomica traslazionale, proteomica, epigenetica, farmacogenetica, farmacogenomica, e chemio prevenzione molecolare. Le nuove attrezzature di altissima tecnologia e l’ampliamento del gruppo di lavoro con giovani risorse, ci consente di svolgere molti progetti di ricerca rivolti alla identificazione di marker di espressione genica in grado di identificare metodologie innovative per la diagnosi precoce dei tumori, la terapia “individualizzata” per paziente e per caratterizzazione biologica molecolare, e la prevenzione oncologica individualizzata”.
Il tumore, sin dalle prime fasi della propria crescita, induce la formazione di nuove strutture vascolari a partire da quelle preesistenti nell’organismo. In questo modo le cellule tumorali riescono ad ottenere il sangue necessario alla loro sopravvivenza, riproduzione, invasione e diffusione (metastasi).
Sappiamo che i tumori con mutazioni del gene p53, in media il 50%, sono più aggressivi e più resistenti alle terapie e che il gene P53 mutato ha un’alta frequenza in alcuni sottotipi di tumore al seno. Lo studio pubblicato su “Nature Structure Molecular Biology” dimostra che nelle cellule tumorali dei 186 casi osservati la proteina mutata p53 ed E2F1 cooperano portando alla iper-produzione di un’altra proteina, la ID4; quest’ultima è in grado di legare e stabilizzare gli RNA necessari per la formazione di fattori pro-angiogenici (IL8 e GRO-alpha), aumentando in questo modo la capacità delle cellule tumorali di richiamare vasi sanguigni.
“La scoperta è stata possibile – spiega il Dott. Giovanni Blandino – anche grazie all’applicazione della tecnologia dei “microarray”, impiegata nell’analisi dei profili d’espressione genica, vale a dire nella valutazione di quali geni sono “accesi” e quali “spenti” in una determinata situazione. Questo sistema, disponibile nel nostro laboratorio di Oncogenomica Traslazionale, appartiene alla categoria delle così dette tecnologie ad “ampio spettro” e permette di studiare l’espressione di decine di migliaia di geni contemporaneamente e in tempi molto rapidi.” Ed è proprio utilizzando questo tipo di tecnologie che i ricercatori del Regina Elena intendono proseguire sulla stessa linea di ricerca. L’obiettivo è, infatti, quello di identificare altri RNA controllati da ID4 (già ne sono stati messi in evidenza 28) in modo da ampliare il più possibile la conoscenza dei meccanismi responsabili dell’angiogenesi tumorale nella mammella.
Il contributo del lavoro pubblicato oggi è di particolare rilievo poiché la caratterizzazione dei meccanismi alla base dell’angiogenesi tumorale è fondamentale per l’identificazione di molecole da utilizzare come nuovi bersagli terapeutici; le molecole identificate possono, ora, sia essere testate con agenti antitumorali già esistenti sia essere utilizzate per lo sviluppo di nuovi specifici farmaci.
La maggior parte dei più recenti e innovativi studi clinici in campo oncologico si basa proprio sull’impiego di farmaci anti-angiogenici, che interferiscono con i meccanismi di formazione del sistema vascolare del tumore, privandolo dell’ossigeno e del nutrimento portati dal sangue. Questi farmaci sono utilizzati in combinazione con agenti chemioterapici capaci di uccidere o di inibire la crescita delle cellule tumorali. In questo modo si esercita una doppia azione: la prima diretta all’eliminazione della principale fonte di sostentamento e di diffusione del tumore (la rete vascolare), la seconda volta all’inibizione della proliferazione del tumore stesso.
“E’ importante capire – sottolinea Blandino – perché una cellula diventa tumorale e si mantiene tale. Con questo studio abbiamo dimostrato che questo meccanismo è già presente nella cellula, non si attiva in risposta ad una terapia. Inoltre sono varie le tipologie di mutazione che sono in grado di dare questo effetto. Ci troviamo quindi di fronte a un meccanismo generale, non legato alla singola mutazione e al singolo paziente, ma osservabile in tanti tumori e su un numero esteso di pazienti. Dettagliando i vari meccanismi potremo prevenire “i movimenti” delle cellule tumorali e bloccare il comportamento della cellula prima della sua organizzazione e diffusione metastatica”.
“I risultati di questo importante studio – dichiara il Prof Francesco Bevere, Direttore Generale dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dell’Istituto Dermatologico San Gallicano – confermano l’elevato livello di competitività che i nostri ricercatori hanno raggiunto, anche grazie ai notevoli investimenti realizzati per rendere operativi i nuovi laboratori di ricerca presso gli Istituti Regina Elena e San Gallicano. Questa competitività è il frutto dell’elevato livello di traslazionalità che riusciamo ad esprimere, proprio grazie all’intensa collaborazione tra ricerca clinica e ricerca sperimentale. Entro il prossimo anno investiremo ulteriori risorse per continuare a crescere e per puntare sempre più in alto. Le Istituzioni devono sostenerci per trattenere i nostri ricercatori, capitale umano ed intellettuale prezioso ed insostituibile, ed ingrediente essenziale per rendere la ricerca competitiva anche a livello internazionale”.

Ginseng: la radice magica combatte le infiammazioni

ginsengGinseng: una radice curativa con proprietà anticancerogene, che combatte la stanchezza e, secondo una ricerca dell’Università di Hong Kong pubblicata sul Journal of Translational Medicine, anche dai poteri antinfiammatori.

Novità antichissima – Gli estratti della pianta sono da millenni usata nella medicina naturale cinese ed orientale per la loro azione terapeutica e rivitalizzante. I ricercatori hanno scoperto ora che i suoi costituenti principali, i ginsenosidi, funzionano come immunosoppressori, farmaci in grado di prevenire le infiammazioni dovute alla reazione del sistema immunitario.

Il potere antinfiammatorio – I ricercatori hanno trattato cellule immunitarie umane con differenti estratti di ginseng per analizzare il ruolo dei singoli componenti: su nove ginsenosidi identificati, sette inibiscono l’azione di un gene legato all’insorgere dell’infiammazione. Sono necessarie ulteriori sperimentazioni, ma i benefici effetti di questi principi attivi potrebbero rivelarsi utili nel trattamento di disturbi infiammatori cronici.

Le proprietà, le controindicazioni – I nuovi studi confermano la reputazione della “radice magica”. Le innumerevoli proprietà del ginseng erano conosciute già agli antichi trattati di medicina orientale: incremento della resistenza fisica, della capacità di recupero, potenziamento della memoria, miglioramento della circolazione, ma anche alcuni effetti collaterali legati ad un consumo eccessivo, quali insonnia, irrequietezza e irritabilità. Ginseng sì, quindi, ma con cautela e soprattutto cercando di non abbinare il consumo di questa erba curativa a quello di altre sostanze stimolanti, come la caffeina, per non sovraeccitare il sistema nervoso.

fonte SALUTE24.it


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