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Le vitamine del gruppo B e l’esercizio fisico

esercizio fisicoLa domanda che coloro che praticano attività fisica costante e intensa, sia a livello dilettantistico sia a livello agonistico, si pongono con maggior frequenza è se lo sforzo fisico aumenti effettivamente la necessità di vitamine. Ciò in relazione al fatto che alcune vitamine del gruppo B agiscono come cofattori in numerose reazioni metaboliche che esitano nella produzione di energia… e durante l’esercizio fisico il consumo di energia aumenta. Un’attività fisica intensa può in effetti agire sulle vie metaboliche che dipendono dalle vitamine B1, B2 e B6 e la richiesta può aumentare negli atleti e nei soggetti che praticano sport in modo abituale.

Nonostante un aumento del fabbisogno, se con l’alimentazione viene assunta una quantità di energia sufficiente – tale da mantenere il peso corporeo e da coprire le perdite energetiche – di norma anche l’introduzione di vitamine è sufficiente. Se, al contrario, si adottano regimi alimentari restrittivi, l’organismo potrebbe non riuscire a sostenere lo sforzo imposto da un esercizio prolungato. Si è visto infatti che un deficit, anche subclinico, di vitamina B2 e B6 condiziona in modo negativo le capacità aerobiche e una correzione del deficit migliora la resa sotto sforzo. Inoltre, alcune categorie di atleti, come le ballerine, i ginnasti o i maratoneti, costretti a mantenere un peso basso sia per ragioni estetiche sia per motivazioni legate al tipo di competizione, potrebbero non introdurre con l’alimentazione una quantità sufficiente di vitamine.
I dati scientifici che descrivono e analizzano l’interazione tra metabolismo delle vitamine e attività fisica sono ancora limitati; tuttavia, per ciascuna vitamina è possibile fare alcune considerazioni.

Vitamina B1 (tiamina)

La vitamina B1 ricopre un ruolo chiave nel metabolismo dei carboidrati e delle proteine; pertanto, potrebbe risultare un elemento limitante nella performance sportiva. Il fabbisogno giornaliero è di 1,1 e 1,2 mg/die, rispettivamente, per la donna e per l’uomo. Poiché le richieste dell’organismo dipendono dalla quantità di energia introdotta, il fabbisogno giornaliero corrisponde a 0,5 mg/1000 kcal.
Gli individui attivi dal punto di vista fisico, che consumano più energia, devono assumere una maggiore quantità di vitamina B1. Studi condotti su differenti gruppi di atleti hanno dimostrato un’assunzione corretta e adeguata di vitamina B1, a eccezione dei soggetti che si avvalgono di un’alimentazione a basso livello energetico (per rimanere in una determinata classe di peso) e di quelli che assumono cibi a bassa densità di nutrienti (caramelle, bevande molto zuccherate).
Sebbene una restrizione temporanea non influenzi negativamente la performance atletica, un deficit transitorio di tiamina può determinare un accumulo di piruvato e un aumento di lattato durante lo sforzo, con un aumento del senso di affaticamento e una riduzione dell’allenamento, quindi della resa finale.

Vitamina B2 (riboflavina)

La riboflavina, vitamina fondamentale nel sistema mitocondriale di trasporto degli elettroni, è essenziale per la produzione di energia. Il fabbisogno giornaliero è di 1,1 e 1,3 mg/die, rispettivamente, per la donna e per l’uomo. Le raccomandazioni sull’assunzione di vitamina B2 si basano sulla quantità di energia introdotta: 0,6 mg/1000 kcal sono sufficienti per la maggior parte dei soggetti adulti. È presente in numerosi alimenti, inclusi i latticini, la carne, la verdura e i cereali; pertanto, un deficit di riboflavina è poco comune nei Paesi occidentali. Più comune può invece essere in quelle categorie di atleti che limitano l’assunzione di cibo per controllare/ridurre/mantenere basso il peso in vista della competizione.

Vitamina B6 (piridossina)

La vitamina B6 è richiesta, durante l’esercizio fisico, per la gluconeogenesi e per la glicogenolisi. Secondo i LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti), il fabbisogno giornaliero è di1,1 e 1,5 mg/die rispettivamente, per la donna e per l’uomo. Si ritiene che gli atleti assumano quantità adeguate di vitamina B6, a meno che non seguano diete a contenuto energetico estremamente ridotto o selezionino alimenti poveri in vitamina B6.

Da quanto sopra menzionato, risulta chiaro che, sebbene nell’atleta e nel soggetto che pratica esercizio fisico costante si possano occasionalmente verificare deficit vitaminici, essi sono rari e correlati per lo più a specifiche necessità agonistiche; al contrario, un’attività fisica moderata non si correla, nel soggetto sano, a carenze di vitamine del gruppo B. Vale la pena sottolineare, tuttavia, che una corretta alimentazione e un programma graduale di allenamento sono elementi importanti per ottenere i migliori risultati senza il rischio di incorrere in carenze di vitamine del gruppo B.

Fonti Bibliografiche

  • Fogelholm M. Micronutrients: interaction between physical activity, intakes, and requirements. Public Health Nutr 1999;2(3A):349-356.
  • Lukaski HC. Vitamin and mineral status: effects on physical performance. Nutrition 2004;20(7-8):632-644.
  • Manore MM. Effect of physical activity on thiamine, riboflavin, and vitamin B-6 requirements. Am J Clin Nutr 2000;72(2 Suppl):598S-606S.

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Tratto dal sito: http://www.benexolb12.bayer.it 

 

  

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Lombalgia e lombosciatalgia

mal-di-schienaLa lombalgia, termine che indica dolore del tratto lombare, non rappresenta un’entità clinica unica, ma un sintomo correlato a numerose e diverse condizioni, che hanno in comune la manifestazione dolorosa percepita nell’area lombare, con possibile irradiazione posteriore alla coscia, ma non oltre il ginocchio. Al dolore si può associare una limitazione funzionale, non sempre presente. È un disturbo frequente, che colpisce parimenti uomini e donne, con una prevalenza che oscilla tra il 50% e l’80%; insorge più frequentemente tra i 30 e i 50 anni di età e comporta alti costi individuali e sociali in termini di indagini diagnostiche e di trattamenti, ma anche di riduzione della capacità di svolgere le attività quotidiane e di calo della produttività. Rappresenta infatti una delle cause principali di disabilità occupazionale in tutto il mondo e la prima causa di assenza dal posto di lavoro. Con l’invecchiamento della popolazione e una vita sempre più sedentaria, difficilmente questa condizione potrà modificarsi in positivo.
Le cause principali di lombalgia possono essere sommariamente suddivise in meccaniche (nell’80-90% dei casi), neuropatiche (5-15%) o, meno frequenti, secondarie ad altre condizioni patologiche. Nella lombalgia meccanica, la fonte del dolore è localizzata a livello di colonna vertebrale o sue strutture di sostegno, mentre nelle forme neuropatiche la manifestazione dolorosa denota la presenza di sintomi conseguenti a irritazione di una o più radici nervose.

La lombosciatalgia (o sciatica) è una forma di lombalgia in cui il dolore si irradia, per coinvolgimento del nervo sciatico, dalla regione lombosacrale alla parte posteriore della coscia fino a raggiungere il polpaccio e il piede. Si stima che il 5-10% dei pazienti con lombalgia soffra di lombosciatalgia e che circa l’80-90% dei soggetti con lombosciatalgia possa raggiungere il recupero funzionale, in un periodo di tempo variabile da soggetto a soggetto, senza ricorrere alla chirurgia. Tipicamente, il dolore è sordo e continuo o tipo scossa elettrica, lancinante e trafittivo, ed è esacerbato dalla posizione seduta protratta, dalla deambulazione, dal piegarsi in avanti, dal vestirsi e dal sollevare pesi, mentre può attenuarsi assumendo la posizione eretta o sdraiandosi.
La lombosciatalgia consegue, in oltre il 90% dei casi, a un interessamento di L4-L5 o L5-S1 e spesso (nel 30% circa dei pazienti) al dolore si associano disturbi sensitivi quali formicolio, sensazione di torpore o debolezza dell’arto colpito.
La causa principale è l’ernia del disco, individuabile in 9 pazienti con lombosciatalgia su 10, cui consegue compressione delle radici nervose; la stenosi del canale vertebrale a livello lombare e, meno frequentemente, i tumori sono altre possibili cause. Inoltre, sono stati individuati alcuni fattori di rischio individuali e occupazionali, tra cui l’età (il picco di comparsa è compreso tra 45 e 64 anni), l’altezza e il peso corporeo, il fumo di sigaretta, lo stress, una stimolazione prolungata da parte di mezzi vibranti (inclusa l’automobile) e uno sforzo fisico intenso e protratto, come il sollevamento di oggetti pesanti associato a torsione e flessione del rachide.

La diagnosi di lombosciatalgia si basa in primo luogo sulla raccolta di un’anamnesi dettagliata e sull’esame obiettivo del paziente. Per definizione, i soggetti colpiti da sciatica riferiscono la presenza di dolore che si irradia all’arto, scendendo al di sotto del ginocchio. Il dolore all’alluce è diagnostico di una lesione della radice nervosa L5, mentre se il dolore coinvolge il tallone è probabile una compressione della radice S1. Alla manifestazione dolorosa si possono inoltre associare i disturbi sensitivi sopra menzionati.
Il test di sollevamento della gamba estesa, manovra in seguito alla quale il paziente riporta un aumento della sensazione di dolore della parte coinvolta, è positivo in un’alta percentuale di soggetti. Complessivamente, la diagnosi di lombosciatalgia è giustificata qualora il paziente lamenti un dolore che irradia all’arto, combinato con un esame neurologico positivo per tensione delle radici dei nervi o per deficit neurologico.

I segni e sintomi che possono aiutare a differenziare tra sciatica e lombalgia aspecifica sono: dolore unilaterale a carico della gamba, di norma maggiore rispetto al dolore alla schiena, dolore che si irradia fino al piede o alle dita del piede, intorpidimento e parestesia con identica distribuzione, un test di sollevamento della gamba estesa che evoca maggior dolore nell’arto coinvolto e una localizzazione del disturbo a carico di una singola radice nervosa.
La diagnostica per immagini (soprattutto RM o TC con mezzo di contrasto) è indicata quando esistono indicazioni che la lombosciatalgia non sia causata da un’ernia del disco, bensì sia secondaria ad altra condizione patologica, come infezioni o tumori, oppure quando i sintomi sono estremamente dolorosi e non rispondono a terapia entro 6-8 settimane.

Il trattamento, per lo più conservativo, consiste nella somministrazione di analgesici (FANS o paracetamolo) associati a una terapia fisica finalizzata a ridurre il dolore e a correggere i difetti posturali che causano o aggravano il disturbo. Il ricorso alla chirurgia è limitato ai casi in cui non si sia ottenuto alcun miglioramento dei sintomi, sia segnalato un loro aggravamento o se si verificano fenomeni di incontinenza urinaria o intestinale.

Nella gestione del paziente con lombosciatalgia le vitamine del gruppo B rappresentano un utile presidio terapeutico: le vitamine B1, B6 e B12, coinvolte in processi metabolici essenziali per il mantenimento dell’integrità anatomica e funzionale dei nervi periferici, esercitano infatti un’azione neuroprotettiva, antinfiammatoria e antalgica.
La vitamina B1 (tiamina) ricopre un ruolo chiave nel metabolismo dei carboidrati, che rappresentano una fonte di energia essenziale per il tessuto nervoso.
La vitamina B6 (piridossina) svolge un ruolo determinante nel mantenimento della funzione nervosa, partecipando ai processi metabolici che si svolgono nel tessuto nervoso. Dotata di potenziale analgesico, la sua somministrazione può migliorare il quadro sintomatologico della lombosciatalgia.
La vitamina B12 (cianocobalamina) esercita un effetto di rigenerazione e crescita della guaina mielinica danneggiata, oltre a partecipare alla sintesi di acidi nucleici e proteine, al metabolismo di fosfolipidi e catecolamine e alla sintesi di fosfatidilcolina, fondamentale per l’integrità della struttura della membrana cellulare.
In uno studio in doppio cieco, randomizzato e controllato, Mauro e collaboratori hanno dimostrato che la vitamina B12 è in grado di alleviare il dolore e la disabilità nei pazienti con lombalgia, riducendo l’assunzione di farmaci analgesici e dimostrandosi nel contempo efficace e sicura.

Fonti Bibliografiche
  • Cohen SP, Argoff CE, Carragee EJ. Management of low back pain. BMJ 2008;337:a2718. doi: 10.1136/bmj.a2718. Review
  • Hildreth CJ, Lynm C, Glass RM. JAMA patient page. Sciatica. JAMA 2009;302(2):216.
  • Koes BW, van Tulder MW, Peul WC. Diagnosis and treatment of sciatica. BMJ 2007;334(7607):1313-1317.
  • Mauro GL, Martorana U, Cataldo P, Brancato G, Letizia G. Vitamin B12 in low back pain: a randomised, double-blind, placebo-controlled study. Eur Rev Med Pharmacol Sci 2000;4(3):53-58.

 

Depositato presso AIFA 03/09/2009

 


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